3. Epoca pre-industriale (1492 – 1780)

Le crescenti attività commerciali e culturali del Rinascimento italiano, specialmente a Firenze e a Venezia, portarono rapidamente ad un miglioramento anche nelle tecniche di produzione monetale, in particolare attraverso un’importante innovazione: la coniazione a macchina.

Al riguardo, l’invenzione della stampa a caratteri mobili fornì un importante contributo sia perché facilitò la diffusione della conoscenza sia perché fu uno dei primi esempi di riproduzione grafica attraverso l’uso di macchine manuali. Le tecniche per l’arte della stampa, in particolare il torchio tipografico, condussero gradualmente allo sviluppo di due nuovi modi di coniare le monete: la pressa a rulli e il bilanciere (o torchio a bilancia o pressa a vite)[1]. Inoltre, sempre nello stesso periodo furono inventati altri macchinari (es. trafilatrici, laminatoi, etc.) volti a migliorare il processo di coniazione.

Figura 43 – Ricostruzione di IBM della macchina taglia tondelli di Leonardo. Fonte: worldofcoins.eu

Queste innovazioni risalgono agli inizi del XVI° secolo e l’Italia fu tra le prime nazioni nella sperimentazione, ma non nell’adozione, visto che questa macchina – pur migliorando la qualità delle impronte e la quantità di monete prodotte – le stesse erano atte a provocare reazioni di tipo corporativo da parte delle maestranze. Infatti, solo verso la metà del XVII° secolo la coniazione a martello fu abbandonata dappertutto e sostituita dai nuovi metodi di coniazione meccanizzati. Ciò avvenne solo nel 1645 in Francia, nel 1662 in Inghilterra, nel 1692 nei Paesi Bassi e nel 1671 in Italia (a Genova). Tale avversione verso le nuove macchine, oltre che per le reazioni delle corporazioni, era probabilmente dovuta anche all’intermittenza del lavoro di zecca con alternanza tra periodi di grande produzione e altri di inattività, a problemi maggiori nel recupero del metallo di scarto che restava nei macchinari e alle difficoltà nel reperire personale che sapesse far funzionare efficientemente i macchinari. Le macchine in definitiva furono principalmente usate per le monete di grande modulo. La nuova tecnologia fu probabilmente introdotta nelle zecche italiane da imprenditori tedeschi, che avevano sviluppato grande esperienza nel settore per l’impulso della grande massa di argento disponibile, per i grandi nominali emessi (talleri) e in relazione con lo sviluppo della tecnica mineraria[2].

Secondo Tucci[3], l’installazione delle macchine fu più facile dove mancava un ben strutturato corpo di lavoratori e quindi in zecche nuove, e questo risulta confermato in certi casi, ma non trova conferma la sua ipotesi secondo cui le zecche più propense all’innovazione sarebbero state “quelle che nella monetazione cercavano prestigio piuttosto che la soddisfazione di reali esigenze economiche”.

L’uomo che più eloquentemente ha saputo dar voce e visibilità grafica alle utopiche aspettative circa le possibilità delle nuove tecniche entusiasticamente condivise da molti artisti-ingegneri del quattrocento fu sicuramente Leonardo da Vinci.

Sebbene non fosse un numismatico, Leonardo fu interessato da alcuni dei problemi della coniazione dei suoi tempi e fu spinto ad individuare nuovi e migliori metodi di produzione delle monete. Guardando le monete con gli occhi di un ingegnere-inventore, piuttosto che di un collezionista, Leonardo è stato incuriosito da ciò che considerava un problema di produzione riassunto in queste sue parole: “Nessuna moneta può essere considerata buona se non ha il bordo perfetto; e al fine di garantire il bordo perfetto, è necessario prima che le monete siano assolutamente rotonde”. Pertanto, Leonardo si mise al lavoro per risolvere questo problema, disegnando un congegno per tagliare i tondelli a forma di cerchio.

Per fare questo,” continua Leonardo “è necessario prima realizzare un tondello perfetto in termini di peso, larghezza e spessore; di conseguenza bisogna realizzare molte lastre appiattite dalla stessa pressa e quindi rese di larghezza e spessore uniforme. Queste lastre devono avere la forma di strisce, e da queste strisce si dovrebbero ritagliare i tondelli rotondi allo stesso modo in cui vengono fatti i setacci per le castagne

Con queste parole Leonardo descriveva il modo di produrre le lastre di metallo da cui ricavare i tondelli e sorprenderà notare come il procedimento sia rimasto sostanzialmente immutato fino ad oggi, salvo l’automatizzazione di alcune fasi di questo processo.

La Figura 43 raffigura una ricostruzione della macchina ideata da Leonardo per produrre i tondelli. Delle ruote con dei lunghi raggi venivano girate al fine arrotolare una corda e alzare, fino all’estremità di una colonna, un peso. Una volta che il peso raggiungeva il punto di altezza massima, veniva azionata una leva che faceva cadere il peso, lungo un binario, e contro un blocco molto spesso trattenuto da una molla metallica. Una lunga lama attaccata al blocco veniva quindi spinta verso il basso al fine di tagliare una lastra di metallo e quindi produrre dei tondelli. Le molle permettevano al peso di tornare alla posizione di partenza.

Commentando tale macchina, Leonardo ebbe modo di sottolineare che “essa ritaglia tondelli perfetti in termini di forma, spessore e peso, e risparmia l’impiego di un operaio che taglia e pesa i tondelli e un altro uomo che li rende rotondi. Essi passano perciò solamente tra le mani dell’operaio addetto alla laminazione e quello addetto alla battitura”.

L’invenzione di Leonardo, come abbiamo analizzato, aveva l’unica funzione di preparare i tondelli. Successivamente quest’ultimi dovevano essere battuti manualmente.

Figura 44

Al fine di stabilizzare l’assetto del tondello durante l’operazione di battitura, Leonardo da Vinci ideò un ulteriore dispositivo. Come si può apprezzare dalla Figura 44, “il congegno si presenta come un cilindro munito di due manici, sormontato da una specie di bicchiere. Ma aperto il meccanismo, il bicchiere si rileva come la parte sporgente di un pistone – su cui avvitare il conio di martello – inserito in un alveo cilindrico di grosso spessore, la cui parte inferiore è occupata dal vecchio conio d’incudine[4].

Le macchine ed i dispositivi di Leonardo sopra descritti non trovarono mai un’applicazione pratica e si dovettero attendere ancora alcuni anni prima di poter arrivare alla meccanizzazione di almeno una parte del processo di coniazione.

Infatti, solo verso la seconda metà del 1500 si cominciarono ad introdurre nelle zecche le prime macchine per la coniazione. Si inventò una grande pressa rotante che tirava delle barre di metallo attraverso una serie di cilindri al fine di produrre una lastra di metallo larga e sottile dalla quale venivano ricavati i tondelli. Successivamente si perfezionò una macchina di ispirazione leonardesca per ottenere i tondelli dalla lastra metallica vergine in modo molto più rapido rispetto alla tecnica medievale. Nel 1573 si inventò la virola o collare che circondava il tondello vergine in fase di battitura. La virola permise di conferire una maggiore rotondità alla moneta e di formare un contorno per preservarla da eventuali tagli o contraffazioni.

Tuttavia, l’invenzione più importante fu la progettazione di una macchina per la battitura dei tondelli, il torchio a vite perfezionato poi nel bilanciere, che consentiva di utilizzare una pressione molto maggiore di quella che si poteva ottenere con la vecchia tecnica della coniazione a martello. In questo modo, le monete potevano essere più grandi e spesse, senza compromettere la qualità delle impressioni.

Si ritiene che il primo ad utilizzare una pressa a vite fu Donato Bramante che – con l’ausilio di tale macchina, la quale agiva come quella che Nicolò Grosso sembra aver già impiegato nel 1500 forse come fustellatrice – coniò nel 1506 delle medaglie in piombo per papa Giulio II°; il piombo fu probabilmente scelto dal Bramante in quanto è un materiale molto malleabile e non indurisce in alcun modo se sottoposto a pressione.

Ciò nonostante, il personaggio più celebre a cui viene tradizionalmente associato il primo utilizzo della pressa a vite fu probabilmente Benvenuto Cellini, che nel suo Trattato sull’Oreficeria descrive – senza però raffigurarla – una pressa da lui stesso usata per stampare le medaglie per il papa Clemente VII°. Sempre in tale Trattato ne loda l’efficacia utilizzando queste parole: “ma questa forza della vite, se tu artista la intenderai bene, questa è di alquanto più spesa, ma è si stampa meglio con essa e i tuoi ferri [vale a dire i conî, ndr] si affaticano manco: e quanto all’oro e all’argento, io ne stampai una gran quantità senza mai ricuocerle; e se bene gli apparisse di più spesa, io ti voglio provare che l’è di manco spesa assai, perché in questo modo della vite, a dua stretture di vite ti terrà stampato la tua medaglia; dove che a cento colpi di conio, nel modo detto di sopra, a pena che tu ne abbi stampato una, di modo che per ognuna di quelle tu ne stamperai venti con la vite[5].

Quelli di Bramante e di Cellini erano ancora dei prototipi che solo in pochi erano in grado di realizzare con successo ed erano ancora troppo lenti e macchinosi, anche se davano buoni risultati per grandi moduli eseguiti in tirature limitate.

La persona che invece sembra aver dato un contributo fondamentale alla diffusione della pressa a vite e di altre macchine per la produzione di monete destinate alla circolazione fu l’orefice Max o Marx Schwab di Augusta, Germania.

Figura 45

Infatti, nel 1550 il re francese Enrico II°, venuto a conoscenza – tramite l’ambasciatore francese Charles de Marillac in Augusta – che in Germania un orefice (Max Schwab) aveva ideato delle nuove tecniche e macchine per produrre delle monete perfettamente rotonde di alta qualità, decise di inviare in Augusta dei rappresentanti, tra cui anche il giovane Aubin Olivier, per studiare le nuove tecniche.

Dopo delle negoziazioni segrete, alcune delle nuove macchine ideate da Schwab furono acquistate dal governo francese, tra le quali: (i) una macchina laminatrice a rulli, (ii) una macchina trafilatrice, (iii) un bilanciere e (iv) degli strumenti per mantenere fissi i conî durante l’operazione di battitura. Anche se non è chiaro, probabilmente quest’ultimi erano costituiti da virole o anelli di metallo volti a contenere il tondello durante la fase di battitura.

Queste nuove macchine furono installate presso la nuova zecca di Parigi (Monnaie du Moulin), dove nel 1551 per la prima volta fu messo in funzione il primo bilanciere. In seguito Aubin Olivier cercò di migliorare tale macchina ideando la virola spezzata che, come vedremo, non ebbe però molto successo.

Sebbene le nuove macchine avessero delle grande potenzialità – a causa delle resistenze da parte delle maestranze, degli elevati costi e della loro lentezza – nel 1585 il re Enrico III° decise di ritornare al precedente processo di coniazione a martello e di utilizzare tali macchine solo per la produzione di gettoni, medaglie e monete commemorative.

Invano tentò agli inizi del XVII° secolo Nicolas Briot di ripristinare l’utilizzo del bilanciere attraverso alcuni miglioramenti; tuttavia, anch’egli dovette scontrarsi con il conservatorismo della Cour des Monnaies, l’organo di controllo della monetazione in Francia, che era contraria a tutte le innovazioni a difesa dei lavoratori. Pertanto, fu costretto ad abbandonare la Francia e fu assunto presso la zecca inglese dove fece conoscere la nuova tecnologia.

Solo nel 1645, sotto il regno Luigi XIV°, la Francia fu il primo Stato ad abbandonare definitivamente la coniazione a martello per passare alla coniazione meccanizzata fortemente rilanciata dall’allora direttore della zecca francese Jean Warin (o Varin). Successivamente, grazie ad alcune innovazioni introdotte da abili ingegneri francesi (Jean-Pierre Droz e Philippe Gengembre) il bilanciere cominciò pian piano ad essere impiegato anche nelle altre zecche europee.

Il bilanciere si diffuse maggiormente nei Paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna, etc.) e nei Paesi anglosassoni (Inghilterra), mentre nei Paesi nordici e di lingua tedesca (Tirolo, Germania, Austria, etc.) si diffuse maggiormente un altro tipo di macchina: la pressa “a rulli”.

A tale ultimo riguardo, è difficile stabilire con esattezza quale sia stata la zecca che per prima abbia installato ed utilizzato una pressa a rulli. Tuttavia, Ján Horák [6], un celebre studioso ceco, ritiene che la prima pressa a rulli ovvero con conî rotanti – ideata da Max Schwab intorno al 1540 – fu impiegata nella zecca di Hall in Tirolo nel 1566. Poi si diffuse in Austria e, grazie al rapporto tra il re Filippo II di Spagna e suo nipote Ferdinando d’Austria, tale metodo fu utilizzato anche nella zecca spagnola di Segovia.

Figura 46 – Conio a rullo. Fonte: segoviamint.org

Come vedremo, tale macchina fu una derivazione logica del sistema usato per produrre le lastre di metallo da cui venivano poi ottenuti i tondelli. In particolare, le lastre di metallo già “pressate” venivano fatte passare tra due rulli posti uno sopra l’altro che recavano incise le immagini del diritto e del rovescio, ovviamente in negativo ed in incuso, della moneta da coniare. Le immagini così impresse venivano poi ritagliate dalla lastra con un’apposita macchina fustellatrice.

Tuttavia, una cosa fu ideare delle macchine che potevano coniare un gran numero di monete, e un’altra, fu trovare i metalli necessari per coniarle. Grazie allo spirito di ricerca e desiderio di conoscere proprio del Rinascimento fu possibile intraprendere nuove esplorazioni e scoprire nuovi giacimenti di metallo prezioso, tra cui le nuove miniere d’argento nel Tirolo, le miniere di rame in Svezia e, in misura maggiore, quelli provenienti dalle Americhe, grazie alla scoperta di Cristoforo Colombo nel 1492. In particolare, le miniere d’argento austriache (nei pressi di Schwaz) determinarono un grande impulso nella produzione di monete argentee di grande modulo prima ancora dell’arrivo dei metalli americani: iniziò l’epoca del tallero e dei “testoni” (cfr. infra). Peraltro, proprio le monete di grande modulo determinarono la sperimentazione, se non subito l’introduzione effettiva, di macchine nelle zecche[7]. Inoltre, durante l’epoca pre-industriale si assistette in molti Paesi all’introduzione di una monetazione ausiliaria in rame, che veniva utilizzata per il commercio locale in sostituzione del biglione, come i cavalli a Napoli nel 1472 e i bagattini a Venezia nel 1473.

Figura 47 – Mezzo Daler svedese (sinistra) e relativo conio (destra)

Al riguardo, si segnala a titolo di curiosità che in Svezia tra il 1624 ed il 1776 la valuta locale (il daler) fu coniata sia in argento che in rame. A causa del basso valore del rame, furono emesse monete di grande modulo. Queste monete erano sostanzialmente dei pezzi quadrati di rame che pesavano, in alcuni casi, diversi chilogrammi. Difficili da maneggiare come erano, il sistema monetario basato sul rame fu accettato come novità finché il prezzo mondiale del rame non crollò.

Questo enorme aumento nei rifornimenti mondiali di metalli preziosi, l’introduzione di nuove tecniche di coniazione e lo sviluppo del commercio ebbero ovviamente un effetto sulla monetazione. Infatti, nell’epoca pre-industriale, le monete ritornarono ad essere, come nel periodo dell’impero romano, un mezzo di riferimento e di garanzia. Si ricominciò a conservare e risparmiare le monete d’oro e d’argento per affrontare grossi acquisti ed avere un tesoro per tempi di guerra o di carestia.

Inoltre, come detto, le nuove tecnologie consentirono di coniare monete più grandi e pesanti, e quindi con un valore intrinseco maggiore. Ad esempio, si ricorda la celebre “Lira Tron” coniata dalla Repubblica di Venezia nel 1472 e che prende il nome dal doge all’epoca in carica Nicolò Tron. Questa moneta pesava circa 6,5 grammi di argento quasi puro (948/000) e valeva 20 soldi, ognuno da 12 denari. E’ particolarmente importante per due motivi: (i) si ritiene sia la prima lira emessa in Italia e (ii) al diritto non presentava più il tradizionale doge che si inginocchia di fronte a San Marco, ma la figura del doge Nicolò Tron. Dopo un paio d’anni, il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, forse ispirato dalla lira veneziana, emise una moneta da 20 soldi con il suo ritratto, denominata “testone”. Ben presto altri duchi italiani, così come il Papa, iniziarono ad emettere grosse monete d’argento con grandi profili dei regnanti impressi sul diritto, chiamate appunto “testoni”. Secondo molti studiosi l’apparizione dei testoni è uno degli eventi che segna il passaggio dalla monetazione medievale a quella moderna. Tutte queste monete sono state fatte da incisori esperti, altamente professionali. Infatti, i Principi del XVI° e del XVII° secolo facevano a gara per avere le monete più belle e si contendevano i grandi maestri dell’arte incisoria, tra i quali si ricorda: Pisanello, Benvenuto Cellini, Pastorino da Siena, Jacopo da Trezzo, Leone Leoni i quali realizzarono alcune tra le più belle monete della storia moderna.

Infine, è interessante ricordare che a questo periodo vanno anche fatte risalire per certi versi le origini della nostra Zecca di Roma. Infatti, nel 1665 il papa Alessandro VII° fece spostare la zecca pontificia presso i giardini vaticani, al fine di sfruttare l’acqua del lago di Bracciano per azionare alcune macchine. A ricordarlo c’è peraltro una lapide di marmo con la seguente iscrizione: “Alexander VII. Pont. Max. Monetarium Officinam in qua novo artificio. Præcipitis aquæ impulsu versatis rotis magno temporis, operæque compendio. Nummi affabre celeriterque signentur. Pubblicæ utilitati construxit. Anno Sal. MDCLV”.

Al riguardo, Giovanni Pietro Chattard ci fornisce un’interessante descrizione di una macchina appartenente alla zecca pontificia: “[…] quivi con somma celerità, e più esattezza vengono coniate tutta forta di monete, mediante un ordegno mosso da impetuoso, e grosso canale d’acqua, opera mirabile dell’ingegnoso pensiere del celebre Cav. Gio: Lorenzo Bernini […]. Per una porta nella sinistra facciata […] s’entra nel gran Stanzone denominato dell’ordegno […]. Viene detto Stanzone denominato dell’ordegno a motivo di una ingegnosa Macchina, che a guisa di un Credenzone, che esiste nel mezzo di esso […]. Racchiude in detto Credenzone una gran Ruota di legno tutta ferrata con suo fuso, la quale internamente viene mossa da un grande sgorgo d’acqua, che cade dall’alto di detta Stanza, incanalata dentro un gran pilastro di materiale, e cadendo con impeto su i dentati raggi di essa per mezzo del soprindicato fuso dà veloce moto nella parte d’avanti al gran Trafilone, e trafila delle verghe situate sopra un ben disposto, e retto piano; e nella parte posteriore alle stampe del conio delle Monete, ciò che con una somma celerità, ed esattezza viene in pochi momenti eseguito: onde per mezzo di detto Ordegno si accelera quel lavoro in brevissimi istanti, che prima della sua invenzione, come si disse prodotta dal Cavalier Gio: Lorenzo Bernini; ed in altre Case della Zecca, a forza d’uomini, o di animali in una giornata appena si poteva eseguire[8].

Sebbene non ci sia alcuna prova storica a testimoniarlo, si deve ritenere che la sopra descritta macchina inventata dal Bernini sia una pressa a rulli e non, come certi autori sostengono, un torchio a vite. Peraltro, difficilmente una ruota idraulica, anche se collegata ad un albero a gomiti, potrebbe trasmettere il moto rotatorio ad un torchio a vite. Come vedremo, all’epoca il torchio veniva generalmente azionato dall’uomo, mediante un pesante bilanciere, fissato ad una grande vite, su cui si esercitava il movimento rotatorio della parte mobile premente.

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[1] Il collegamento tra la stampa tipografica e la monetazione è testimoniato da una pergamena della zecca francese (datata 1458) in cui viene riportato che il re Carlo VII°, avendo saputo dell’abilità di Johann Gutemberg nell’incidere punzoni e caratteri, decide di inviare nella città tedesca il maestro zecchiere Nicolas Jenson ad imparare l’arte. Cfr. C. Singer – E. Holmyard – A. Hall – T. Williams, Storia della tecnologia, Torino, 1993, Vol. III, pag. 392.

[2] Lucia Travaini, Zecche e monete, in Il Rinascimento italiano e l’Europa, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 505.

[3] Ugo Tucci, Mercanti, navi, monete nel Cinquecento veneziano, Bologna 1981, p. 259.

[4] Roberto Martucci, L’incisore di monete, Il Saggiatore, 2000, pag. 71.

[5] Trattato dell’Oreficeria di Benvenuto Cellini (1565).

[6] Ján Horák, Kremnická Mincovná, Banská Bystricá, 1965.

[7] Lucia Travaini, Zecche e monete, in Il Rinascimento italiano e l’Europa, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 482.

[8] Giovanni Pietro Chattard, Nuova descrizione del Vaticano o sia della sacrosanta basilica di S. Pietro, 1766.