# Errori di Coniazione: testo integrale delle monografie > Archivio di studio sulla fabbricazione della moneta e sugli errori di conio, a cura di Andrea Del Pup, perito numismatico: monografie con fotografie originali, strumenti per esaminare le monete nel browser, biblioteca di documenti e forum. In italiano. Sito: https://www.erroridiconiazione.com/ · Indice breve: https://www.erroridiconiazione.com/llms.txt · 92 monografie · Contenuti aggiornati al 2026-10-24. Tutti i diritti sono riservati. I contenuti dell’archivio (testi, fotografie, disegni tecnici, schemi, tassonomie, sigle di classificazione, struttura del catalogo, grafica e codice) sono di titolarità esclusiva del titolare del sito, Andrea Del Pup (insegna Numismatica Andrea Del Pup), e protetti dalla legge sul diritto d’autore (L. 22 aprile 1941 n. 633). 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Tradizionalmente la moneta viene definita come un pezzo di metallo lavorato, del quale un’autorità garantisce peso e titolo (ossia il grado di purezza del metallo) mediante un segno riconoscibile. Il primo requisito che caratterizza quindi una moneta (“un pezzo di metallo lavorato”) si riferisce al materiale di cui è composta, vale a dire un metallo sottoposto a determinate operazioni di lavorazione. Invero, si conoscono anche dei casi in cui è stato utilizzato un materiale diverso dal metallo (es. giada, plastica, etc.), ma si tratta di ipotesi molto rare ed isolate. Il secondo requisito riguarda la garanzia rilasciata da un’autorità circa il peso ed il titolo della moneta che solitamente avviene tramite l’apposizione di specifiche impronte su entrambe le facce (diritto e rovescio) del pezzo di metallo lavorato. Come si può facilmente intuire, una delle prime necessità a cui le autorità hanno dovuto far fronte è stata quella di prevedere dei processi di produzione che garantissero il più possibile un’uniformità delle varie emissioni monetarie in termini di peso, titolo e forma. Al riguardo, l’invenzione e l’utilizzo dei coni ha rivestito un ruolo fondamentale, in quanto consentivano di replicare su un metallo più tenero la stessa immagine più volte. Naturalmente, la vita utile dei coni era limitata e, per la stessa emissione, era quindi necessario fabbricare (manualmente) più coni, con inevitabili piccole variazioni delle impronte. Inoltre, molto importante era la fase di produzione dei tondelli visto che da essi dipendeva l’uniformità delle monete in termini di peso e di forma. Entrambe queste fasi richiedevano attività lunghe e laboriose e spesso non garantivano un prodotto di alta qualità. Non deve quindi sorprendere che nella storia delle tecnologie monetarie i cambiamenti più importanti sono stati introdotti al fine sia di accorciare i tempi del processo di coniazione sia di migliorare l’uniformità e la qualità delle monete prodotte. Due esigenze tra di loro contrastanti e difficili da bilanciare. Già da questi primi concetti introduttivi emerge che la moneta è il risultato di un processo complesso e sicuramente non lineare. Questa prima parte del sito ha quindi l’obiettivo di fornire un’introduzione alle varie tecniche di coniazione che si sono succedute nel corso dei secoli, in quanto, come già evidenziato nell’introduzione, lo studio degli errori di coniazione presuppone una conoscenza approfondita delle tecniche e delle tecnologie monetarie. Ogni ricostruzione storica di ampio respiro, come questa che abbraccia un arco temporale di quasi tre millenni, comporta un impegno parecchio arduo e a cui non è possibile assolvere senza porre dei limiti. Pertanto, è bene precisare che questa prima parte del sito non vuole essere una storia della moneta dal punto di vista numismatico, bensì l’obiettivo è quello di accompagnare il lettore lungo la complessa e forse più suggestiva evoluzione delle tecniche di coniazione delle monete, dai remoti primordi della sua apparizione sino ai nostri giorni. Tuttavia, è anche ovvio che l’illustrazione delle varie tecniche presuppone di volta in volta un breve inquadramento del contesto storico, naturalmente dalla prospettiva di un numismatico. Per quanto possibile ho cercato di strutturare cronologicamente questa prima parte del sito. Per ciascuna epoca verranno quindi analizzate le principali innovazioni in termini di strumenti, macchine e processi, anche se è ovvio che la loro evoluzione nel tempo è avvenuta in modo graduale. Dal punto di vista temporale, la storia delle tecniche di coniazione si può suddividere nettamente in due macro periodi: (i) periodo della coniazione a martello, durato oltre due millenni, che è caratterizzato dalla battitura manuale con l’ausilio di un martello e (ii) periodo della coniazione a macchina, iniziato nel XVI° secolo, che è caratterizzato dall’introduzione della meccanizzazione all’interno delle officine monetarie. Ciò posto, questi due macro periodi, si possono a loro volta suddividere nei seguenti sotto-periodi storici: 1. ***Epoca antica (600 a.C. – 476)***: questa è sicuramente la fase della storia delle tecniche di coniazione che è durata più a lungo. E’ il periodo in cui le monete venivano battute con la tecnica della coniazione a martello e i coni, così come i tondelli, venivano fabbricati a mano con l’ausilio di strumenti semplici e rudimentali; in quasi mille anni il processo di coniazione è sostanzialmente rimasto immutato, con pochi interventi migliorativi. Nell’epoca antica, le monete erano solitamente spesse e con tondelli irregolari, ma la qualità delle impronte era generalmente molto elevata; 2. ***Medioevo (476 – 1492)***: come in tanti altri settori, la fine dell’impero romano e le invasioni barbariche segnano l’inizio di un periodo di declino nelle tecniche di coniazione. Le monete avevano impronte molto semplici e grossolane, e gli strumenti di coniazione furono ridotti all’essenziale. Solo con la ripresa degli scambi commerciali e dell’economia in generale, nel Basso Medioevo si assistette ad un miglioramento delle tecniche di monetazione. Le zecche diventarono delle piccole botteghe artigiane, ben organizzate e con una chiara divisione del lavoro. Le impronte delle monete ricominciarono ad essere curate e, per la prima volta, si cercò di standardizzare in modo sistematico la fabbricazione dei coni attraverso l’introduzione di piccoli punzoni, che replicavano piccole porzioni delle impronte. I tondelli erano generalmente molto sottili e, sebbene le monete continuavano ad essere battute con la tecnica della coniazione a martello, quest’ultimo diventò più leggero e maneggevole tanto che le monete potevano essere battute da una sola persona; 3. ***Epoca pre-industriale (1492 – 1780)***: coincide con il periodo del Rinascimento, quando sono state inventate le prime macchine volte ad accelerare e standardizzare i processi produttivi. Un maggiore consumo di prodotti e merci richiedeva anche un incremento della massa monetaria e conseguentemente anche il processo di coniazione doveva essere accelerato con l’introduzione di apposite macchine. La prima fase del processo di coniazione ad essere meccanizzata fu probabilmente la fabbricazione dei tondelli, grazie all’invenzione di apposite macchine laminatrici e fustellatrici, che spianavano e ritagliavano i tondelli. Queste macchine venivano azionate prima a mano, poi con il tempo fu introdotta la forza dell’acqua o degli animali (es. cavalli). Anche la fase della battitura inizia il suo percorso di meccanizzazione, dapprima imitando l’operazione di laminazione con l’introduzione della pressa a rulli e poi sfruttando la pressione della pressa a vite o bilanciere che per la prima volta consente la coniazione del contorno della moneta, passo molto importante per evitare la pratica della tosatura. L’incremento della massa monetaria è anche favorito dalla scoperta in questo periodo di nuovi giacimenti di metalli preziosi sia in Europa che in America; 4. ***Epoca industriale (1780 – 1945)***: è il periodo della rivoluzione industriale e delle macchine azionate dalla forza dell’energia elettrica prodotta dal vapore. Ciò ha ovviamente degli effetti sul processo di coniazione e soprattutto sulle tecniche di battitura e di fabbricazione dei coni. Con riferimento alle prime, in questo periodo si assiste all’introduzione di presse azionate con motori a vapore che consentivano di aumentare la capacità produttiva e l’uniformità nelle caratteristiche delle monete. Dopo un primo periodo in cui si continuò a replicare il meccanismo del bilanciere, seppur automatizzato, le presse progredirono ispirandosi alle leggi fisiche della leva: nacque così la pressa a ginocchiera. Per quanto riguarda la fase di fabbricazione dei coni, grazie all’enorme pressione che le nuove macchine possono esercitare e alla scoperta di nuovi materiali, anch’essa poteva essere standardizzata. Al riguardo, fu fondamentale l’invenzione del pantografo che consentiva di replicare i modelli prodotti dall’incisore direttamente su punzoni d’acciaio i quali venivano impiegati per produrre numerosi coni. In questo periodo nasce quindi la coniazione di massa; 5. ***Epoca contemporanea (1945 – oggi)***: a partire dal secondo dopo-guerra le presse monetarie vengono sempre più migliorate ed il processo di coniazione diviene sempre più sofisticato. La moneta perde il suo valore intrinseco e il metallo per la produzione dei tondelli viene scelto non in base al suo valore, bensì alle sue proprietà fisiche. Acquisisce maggiore importanza la qualità estetica della moneta e vengono quindi potenziati i controlli di qualità che fanno sempre di più diminuire gli errori di coniazione. In questo periodo la moneta inizia a subire anche la concorrenza di altri strumenti di pagamento (cartamoneta, assegni, carta di credito, bancomat, etc.) che ne minacciano l’esistenza stessa. Prima di iniziare ad entrare nel dettaglio delle singole epoche storiche è doveroso precisare che, come ricorda lo stesso titolo, questa prima parte del sito è dedicata esclusivamente alle tecniche di “coniazione” che sono solo una, sebbene la più importante, delle tecniche con cui vengono prodotte le monete. Pertanto, non saranno trattate altre tecniche alternative – quali ad esempio la fusione – anche in considerazione del fatto che le stesse hanno avuto un impiego spesso limitato e con scarsi risultati, sia perché qualitativamente inferiori sia perché facilmente falsificabili. --- ## 1. Epoca antica (600 a.C. – 476) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1-epoca-antica-600-a-c-476/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Sigla: 1 - Ultima modifica: 2020-03-30 ### La nascita della moneta e della coniazione a martello Prima di entrare nel merito del processo di coniazione a martello, è utile ripercorrere – seppur per sommi capi – la storia e le origini della moneta, in quanto l’invenzione della coniazione a martello va di pari passo con quella della moneta. Gli storici ed i numismatici sembrano concordare nel ritenere che la moneta sia stata “inventata” intorno al 700-600 a.C. in Lidia (un antico Stato corrispondente all’attuale Turchia occidentale). Invero, i cinesi inventarono un primo prototipo di moneta intorno al 1000 a.C., vale a dire quattro secoli prima dei Lidi. Tuttavia, gli studiosi non riconoscono a tale produzione la qualifica di moneta vera e propria. Infatti, nonostante queste “monete” portino segni che ne indicano il valore e siano state eseguite su richiesta del Governo, erano fuse in stampi, solitamente a forma di piccole conchiglie, coltelli o utensili agricoli, vale a dire oggetti di primaria importanza nel baratto. Invece, le prime monete dei Lidi possono essere qualificate come tali, essendo rotonde, avendo dei disegni ed essendo battute. Inoltre, secondo quanto si ricava dalle fonti più antiche e dai ritrovamenti databili, solo delle monete coniate in Lidia si hanno prove certe e da queste conviene partire per tratteggiare la storia della coniazione. Una prima testimonianza di tale monetazione ci viene innanzitutto fornita dallo storico greco Erodoto il quale, nella sua opera “Storie”, rileva che i Lidi, “*per quanto ne sappiamo, furono i primi uomini a fare uso di monete d’oro e d’argento coniate e i primi anche ad esercitare il commercio al minuto*” (I, 94, 1). Inoltre, vicino ad Efeso nei pressi di un celebre santuario dedicato ad Artemide, a seguito degli scavi condotti dal *British Museum* nel 1904-1905, furono rinvenute 93 proto-monete che presentavano le superfici lisce e irregolari oppure con immagini e punzoni impressi. Secondo Barclay Vincent Head, all’epoca conservatore del Dipartimento delle monete e delle medaglie del *British Museum*, alcune di tali proto-monete andavano fatte appunto risalire al re lidio Gige, mentre le altre ai suoi successori[1]. Questo fortunato ritrovamento fornisce un’utile testimonianza dell’inizio della coniazione (640-630 a.C.), un dato che ben si accorda con le altre conoscenze storiche sopra citate. Le monete della Lidia erano dei piccoli pezzi globulari di elettro[2], che potevano consistere in semplici gocce di metallo prive di qualsiasi contrassegno, in globetti striati/punzonati ovvero in globetti con rappresentazioni figurate ed iscrizioni. Tuttavia, questa prima forma di monetazione incontrò ben presto un problema: l’elettro può variare di molto nella proporzione di oro e di argento e la gente cominciò ben presto a lamentarsi che le monete contenevano troppo argento e troppo poco oro, con una perdita di fiducia nella nuova invenzione. *Figura 1 – Statere del 650-600 a.C. in elettro* **Figura 1 – Statere del 650-600 a.C. in elettro** *Figura 2 – Statere d’oro di re Creso* **Figura 2 – Statere d’oro di re Creso** La soluzione a tale problema fu introdotta dal re dei Lidi Creso (561-546 a.C.)[3], istituendo un sistema monetario bimetallico basato su monete in oro ed in argento (cd. creseidi), la cui unità si chiamava *kroíseios*, statere d’oro di Creso e venti pezzi d’argento equivalevano ad uno d’oro. Le monete di Creso ebbero grande successo perché rendevano facili gli scambi delle merci ed il commercio, inoltre venivano anche tesaurizzate volentieri dai privati dato che erano piccole, facilmente occultabili, di alto valore e non deperibili. Questo concetto di monetazione, che usava più metalli ciascuno con il suo valore fisso in rapporto all’altro, sarebbe stata la norma seguita fino ai tempi moderni. La tecnica di coniazione di queste prime monete era quella “a martello” e si basava su una procedura piuttosto semplice ed intuitiva. L’elettro veniva dapprima fuso per creare delle gocce o globetti di metallo (tondelli) che venivano posti sopra un conio collocato su una piccola incudine; sopra il tondello veniva posto un punzone o, più spesso, un gruppo di due, tre o quattro punzoni serrati assieme; poi il globetto veniva compresso con un colpo di martello sull’immagine in negativo del conio inferiore. Queste monete venivano battute su di una sola faccia e pur potendo questa essere quella superiore o inferiore del tondello, in pratica era quasi sempre quella inferiore. Siccome non era facile far aderire i globetti alla superficie liscia dei punzoni durante l’operazione, si pensò di introdurre dunque dapprima una superficie in rilievo irregolare (cfr. Figura 1), così il globetto non saltava dal conio inferiore, e poi con il passare del tempo un’immagine (cfr. Figura 2)[4]. Sulle teste dei punzoni superiori non era inizialmente inciso alcun disegno, ma essi lasciavano una traccia profonda e approssimativa sulla spessa “pallottola” di metallo che fungeva da tondello. Più tardi vennero realizzate delle figure in rilievo nel quadrato incuso e con il passare del tempo si cominciò a lavorare anche il punzone che si trasformò quindi in conio superiore. Sotto i successori di re Creso, le tecniche di coniazione si perfezionarono, la forma ed il peso delle monete si stabilizzò e iniziò ad essere rappresentato un simbolo preciso che riportava inequivocabilmente all’autorità emittente. Non è ancora chiaro se in quel periodo la coniazione delle monete fosse di monopolio reale o continuasse la produzione di monete da parte di privati, commercianti e banchieri, per far fronte alle richieste del commercio. Ad ogni modo, il successo ottenuto da Creso diffuse l’uso della monetazione nei paesi vicini come la Persia che, dopo aver conquistato il regno della Lidia nel 546 a.C., continuò a far circolare il *kroíseios*; solo successivamente, il re Dario I introdusse per primo una valuta persiana (il darico) intorno al 515 a.C., conservando l’uso dei due metalli. Le tecniche di coniazione della Lidia si diffusero anche nelle città-stato della vicina Grecia. Probabilmente la prima *polis* europea a battere moneta fu Egina, situata sull’isola omonima. La prima moneta di questo popolo fu l’obolo – corrispondente ad 1/6 di dracma e 1/12 di statere – che recava impressa una tartaruga, simbolo della città (cfr. Figura 3). A questa moneta si deve anche il significato di offerta attribuito al termine obolo poiché si usava in quei tempi mettere una di queste monete sotto la lingua dei defunti perché potessero offrirla al nocchiero Caronte in pagamento del trasporto al di là del fiume infernale Acheronte. *Figura 3 – Dracma di Egina* **Figura 3 – Dracma di Egina** *Figura 4 – Tetradramma di Atene* **Figura 4 – Tetradramma di Atene** Sull’esempio di Egina, molte altre città cominciarono a coniare monete con denominazioni simili alle unità di peso allora in vigore. Le prime monete greche erano marcate con un disegno geometrico o con un simbolo che indicava la città di provenienza. Come già evidenziato, il disegno che le caratterizzava era generalmente impresso su un solo lato (conio di incudine), mentre sull’altro c’era il segno del punzone utilizzato per spingere il metallo. Con il miglioramento delle tecniche di produzione, si cominciò ad incidere un altro disegno anche sul punzone superiore, ottenendo così monete con l’impronta in rilievo su entrambe le facce. Il tetradramma di Atene (cfr. Figura 4) costituì probabilmente il primo esempio di moneta con effigie su tutte e due le facce: su un lato una civetta e sull’altro la testa della dea Pallade protettrice della città. Al riguardo, va osservato che nel mondo antico non veniva quasi mai indicato il valore sulla faccia della moneta, come invece divenne comune negli ultimi secoli più vicini a noi, quando alla moneta di valore reale si sostituì il valore fiduciario. In Grecia, il metallo utilizzato principalmente per le coniazioni era l’argento, che si trova in composti di galena (solfuro di piombo) in varie miniere della Grecia. La più importante si trovava nei pressi della città di Laurium – 60 km a sud-est di Atene – dove migliaia di schiavi estraevano il materiale da piccole gallerie che arrivavano fino a 190 metri di profondità. In seguito la galena veniva fusa in un forno riducente per l’eliminazione delle scorie e passata in un forno con emissioni di aria forzata in grado di separare il piombo dall’argento. Con tale processo, detto “coppellazione”, si otteneva argento puro al quale si aggiungeva una percentuale di rame per migliorare le caratteristiche meccaniche del metallo. Nel mondo greco erano in uso diversi sistemi ponderali monetari leggermente diversi tra di loro, ma la base era costituita dalla “dracma”, che aveva un peso di circa 4 g. L’abitudine però era di coniare multipli della dracma, in particolare “stateri” o “didrammi” (del peso di circa 7-8 gr.) o “tetradrammi” (del peso di 15-17 gr.). Nell’antica Grecia il diritto di coniazione era riservato alle autorità politiche e ai capi di governo e, di conseguenza, ogni città-stato aveva la propria zecca. Se oggi avessimo la possibilità di entrare in una di quelle zecche, probabilmente rimarremmo sorpresi dal ritmo frenetico e dall’organizzazione delle attività di coniazione. I greci pian piano cominciarono a colonizzare la Magna Grecia e la Sicilia importando la loro esperienza nel campo della monetazione. In particolare, le colonie della Magna Grecia coniavano soprattutto stateri: le prime emissioni di alcuni di questi stateri, come quelli di Metaponto, raffiguranti la spiga, o quelli di Crotone con il tripode, erano di una tipologia del tutto particolare. Essi avevano, infatti, da entrambi i lati la stessa raffigurazione: da un lato impressa in rilievo, dall’altra incavata o in incuso. Le due facce sono poste sullo stesso asse. Queste monete, chiamate “incuse”, furono coniate solo da poche città greche dell’Italia meridionale per un periodo di circa 50 anni, a cavallo del 500 a.C., e furono tra le prime monete coniate in Italia. E’ importante evidenziare che questa tecnica di coniazione non va assolutamente confusa con l’errore di coniazione denominato “[*brockage*](https://www.erroridiconiazione.com/b-6-battitura-a-specchio-brockage/)”. Perché fu adottata questa tecnica è ancora un mistero. Secondo N. Keith Rutter[5] “*è improbabile che la ragione fosse la praticità, per esempio la comodità di conservare le monete l’una sull’altra poiché, in effetti, ciò non avveniva. E’ poi impossibile da provare, l’influenza di un individuo, anche se di un personaggio con esperienza nel campo del lavoro del metallo come Pitagora. C’è la possibilità che questa tecnica fosse stata adottata per permettere la conversione di monete importate in monetazione locale, ad esempio le monete potevano venire da Corinto, ma l’esperienza della Sicilia mostra come, per effettuare una tale conversione, vi erano metodi meno elaborati* [6]”. *Figura 5 – Statere di Metaponto* **Figura 5 – Statere di Metaponto** *Figura 6 – Statere di Crotone* **Figura 6 – Statere di Crotone** Il rovescio incuso veniva prodotto con un conio apposito, inciso in rilievo. I due coni dovevano combaciare perfettamente, in modo che l’asse delle due facce andasse a coincidere. Per ottenere questa precisa giustapposizione i due coni andavano “incavigliati” l’un l’altro con qualche sistema che ne impedisse lo spostamento. Dopo una prima fase priva di simboli, sia al dritto che al rovescio ne vennero aggiunti diversi quali un granchio, una cavalletta, una cicogna, un delfino, un’arpa ed altri ancora. Ciò probabilmente per valutare i volumi delle emissioni o come contromarche. Si è osservato che alcuni simboli non erano incisi assieme al conio principale, ma venivano impressi successivamente, in una seconda fase di battitura, con coni mobili. Anche la legenda sul rovescio, talvolta in rilievo altre volte incusa, sembra essere stata apposta con punzoni mobili dopo la battitura. I tondelli venivano prodotti con molta cura: soprattutto nelle prime emissioni sono molto sottili (2-3 mm) e perfettamente circolari. Mancano del tutto irregolarità, globosità o codoli di fusione. Venivano probabilmente ottenuti attraverso un lungo processo di fusione in stampi e poi ritagliati e ribattuti con cura più volte al fine di eliminare qualsiasi difetto o manchevolezza. Grazie alla sottigliezza del tondello talune emissioni, si pensi alla spiga di Metaponto, sono caratterizzate da rilievi molto marcati. Il bordo presenta spesso delle decorazioni a greca molto elaborate che richiudono come in una cornice i soggetti. Anche in questo caso si pensa che la fascia decorativa esterna sia stata preparata con un conio mobile prima della battitura del tipo principale. Nonostante la fissità del soggetto centrale, la fascia decorativa variava da esemplare a esemplare. Tanta cura e attenzione ad ogni passaggio di produzione della moneta fanno pensare che queste monete fossero opera di orafi esperti, abituati a produrre oggetti elaborati di arte incisoria. Il risultato fu un oggetto raffinato, a metà strada tra la moneta e l’opera d’arte. In Sicilia la monetazione iniziò lievemente in ritardo e le città greche della Sicilia, al contrario di quelle della Magna Grecia, non coniarono monete “incuse” prediligendo la coniazione di tetradrammi di tipo più tradizionale. In particolare, Siracusa – la più potente città della Sicilia – iniziò l’emissione di un’impressionante serie di monete che costituiscono probabilmente la serie artisticamente più avanzata dell’intera storia numismatica di tutti i tempi: i tetradrammi siracusani più tipici raffiguravano da un lato la testa della ninfa Aretusa, patrona della città, contornata da 4 delfini, dall’altro una quadriga, anche se la varietà della monetazione siracusana è notevole. *Figura 7 – Tetradramma di Siracusa* **Figura 7 – Tetradramma di Siracusa** La più importante innovazione da attribuire alla Magna Grecia e alla Sicilia fu però l’introduzione di un nuovo materiale nell’ambito della monetazione: infatti fu proprio nel sud Italia ed in Sicilia che si incominciò, circa 400 anni prima di Cristo, a coniare “spiccioli” utilizzando il bronzo. Secondo la tradizione[7], Roma iniziò solo nella seconda metà del V° secolo a.C. ad utilizzare negli scambi commerciali il metallo (*aes*) fornito di un’impronta (*signatum*). Infatti, le popolazioni dell’Italia centrale, compresa Roma, inizialmente usavano negli scambi commerciali, come unico metallo, il rame ed il bronzo. In particolare, in una prima fase furono usati pezzi di metallo di forma completamente irregolare, di varie dimensioni, allo stato grezzo (*aes rude*), ricavati direttamente dalla fusione, senza alcuna lavorazione. Il loro valore era determinato dal peso e non vi era un’uniformità nel peso dei diversi lingotti che andavano da 0,5 kg fino a 3 kg. Successivamente, a partire dal VII° secolo a.C. si iniziarono ad apporre su questi lingotti metallici dei segni – non si sa bene il motivo, forse per distinguere i lingotti da altri pezzi analoghi o per facilitarne il taglio seguendo l’andamento delle immagini stesse – di cui il più noto è il “ramo secco”. In una seconda fase (tra il VI° ed il V° secolo a.C.), probabilmente per ridurre le operazioni di pesatura, si cominciarono ad usare dei pezzi metallici di forma più regolare, mettendo un segno che in qualche modo potesse indicarne il valore, il cosiddetto *aes signatum*. Solo nel III° secolo a.C. – in alcune città dell’Italia centrale – si comincia, invece, ad emettere l’*aes grave*, delle monete fuse (quindi non coniate) di bronzo, dalla forma circolare. La nascente potenza romana ben presto prese però contatto con le colonie greche dell’Italia meridionale e prima tra queste *Neapolis* (Napoli). Allo scopo di favorire il proprio inserimento in questo ricco ambito economico, Roma aveva bisogno di una moneta in grado di competere con le monetazioni della Magna Grecia. Non c’è quindi da stupirsi se la prima moneta d’argento coniata da Roma segua il sistema ponderale greco e sia un Didramma. Le prime emissioni di questo tipo sono relative a due successive serie in bronzo che presentano al dritto la testa di Apollo e al rovescio un toro con volto umano (toro androprosopo); la legenda presente nella prima serie riporta il nome “Romano” in caratteri greci (POMAIΩN), mentre nella seconda serie vengono utilizzati caratteri latini per la scritta “ROMAION”, serie battute probabilmente nella zecca di *Neapolis*. *Figura 8 – Didramma Ercole 269-266 a.C.* **Figura 8 – Didramma Ercole 269-266 a.C.** *Figura 9 – Didramma Marte 241-235 a.C.* **Figura 9 – Didramma Marte 241-235 a.C.** Per quanto riguarda le monete d’argento, dalla fine del IV° secolo e nei primi decenni del III° secolo a.C. furono coniate tre serie (testa di Marte, la testa di Apollo e la testa di Ercole) con un valore equivalente a quello della Didracma e della Dracma greca, che avevano sul retro la legenda “ROMANO”. *Figura 10 – Denario 46 a.C.* **Figura 10 – Denario 46 a.C.** Successivamente, furono coniate delle serie (testa di Marte e testa di Apollo) che riportavano la legenda “ROMA”, caratterizzata da un peso inferiore alle precedenti e presumibilmente coniate a Roma. Queste emissioni romano-campane sono molto dibattute tra gli studiosi a causa dell’incertezza della loro collocazione cronologica e di conseguenza del loro rapporto con la monetazione romana. Tuttavia, la moneta che divenne la base dell’economia romana fu coniata in un periodo compreso tra il 264 ed il 202 a.C., ovvero tra le due guerre puniche: il *denario* d’argento, un termine derivante da *deni*, ossia per dieci (assi). Il *denario* resterà alla base della monetazione romana fino alla metà del III secolo d.C., quando verrà sostituito dall’*antoniano*. Nella Figura 10 si può apprezzare il rovescio del denario di Carisius che rappresenta una delle poche testimonianze iconografiche degli strumenti di coniazione utilizzati nell’antica Roma. In particolare, vengono raffigurati i seguenti strumenti: al centro un conio inferiore o conio d’incudine, a destra un martello per la coniazione, a sinistra una tenaglia e infine in alto un conio superiore o conio di martello. Tuttavia, secondo alcuni studiosi, quest’ultimo potrebbe rappresentare un pileo (berretto) laureato di Vulcano. ### L’arte della coniazione nell’epoca antica Dopo questa breve, ma doverosa, introduzione storica, analizziamo un po’ più nel dettaglio le tecniche di coniazione greche e romane. Al riguardo, si osserva che il processo di coniazione dell’epoca, come peraltro nelle epoche successive, può essere suddiviso in tre macro-fasi: (1) la preparazione dei coni, (2) la preparazione dei tondelli e (3) la battitura. Queste operazioni non venivano necessariamente compiute in uno stesso luogo o edificio visto che talvolta i coni venivano fabbricati centralmente e poi distribuiti alle singole zecche periferiche. *Figura 11 – Affresco con amorini monetieri. Pompei, Casa dei Vettii* **Figura 11 – Affresco con amorini monetieri. Pompei, Casa dei Vettii** All’epoca, l’organizzazione delle zecche era molto complessa e vi lavoravano diverse figure professionali tra cui le principali erano: il tesoriere e sovraintendente (*optio et exactor*), l’impiegato (*officinator*), il fonditore (*flaturarius*), il saggiatore (*probator* o *aequator*), il martellatore (*malleator*), il collaboratore alla battitura (*suppostor*), l’incisore (*scalptor*) e il monetiere (*signator*). Ad esempio, la Zecca di Roma ai tempi della massima potenza dell’impero non aveva nulla da invidiare in quanto ad organizzazione e personale alle zecche di Londra e Parigi in età moderna. Infatti, poteva contare su un direttore e un vicedirettore, su 16 *officinatores*, su 17 *signatores*, su 11 *suppositores* e su 38 *malliatores* oltre ovviamente ai fonditori, saggiatori, incisori, etc. I greci ci hanno lasciato veramente poche prove del metodo da loro utilizzato per coniare le monete, invece i romani ne hanno lasciate alcune, come testimoniano il denario Carisius sopra analizzato oppure l’affresco riportato qui di seguito. Infatti, in questa immagine si può ammirare una raffigurazione degli amorini monetieri che si trova presso la Casa dei Vettii a Pompei. Gli studiosi non sono tutti concordi nel ritenere che l’affresco rappresenti delle scene di coniazione; infatti, secondo alcuni lo stesso rappresenterebbe più propriamente delle scene di oreficeria. L’incertezza deriva anche dal fatto che all’epoca “*il metodo di lavorazione era praticamente lo stesso e molte azioni sono comuni alle due tecnologie, ma la destinazione privata dell’affresco sembra contraria ad una lettura ‘monetaria’ che tuttavia persiste nel tempo*”[8]. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Federico Barello, *Archeologia della moneta*, Carocci Editore, 2006, pag. 45. [2] L’elettro è una lega naturale d’oro e d’argento, che si trovava in abbondanza nelle acque del Pattolo e di altri fiumi della regione. [3] Un esemplare di statere in argento del re Creso è conservato presso il Museo della Moneta della Banca d’Italia. [4] Francesco Panvini Rosati (a cura di), *La moneta greca e romana*, «L’Erma» di Bretschneider, 2000, pag. 19. [5] Francesco Panvini Rosati (a cura di), *La moneta greca e romana*, «L’Erma» di Bretschneider, 2000, pag. 46. [6] Rutter si riferisce alla pratica della città siciliana di Silinunte di ribattere le monete importate da Corinto. Infatti, le monete importate erano all’epoca una grossa fonte di metallo per le coniazioni in un’isola priva di miniere d’argento proprie. [7] Plinio il Vecchio in un noto passo della Naturalis Historia (XXXIII, 33, 42-43) scrive “*populus Romanus ne argento quidem signato ante Pyrrhum regem devictum usus est […] Servius rex primus signavit aes. Antea rudi usos Romae Timaeus tradit*” (traduzione: il popolo romano non ha mai usato monete d’argento prima che il re Pirro fosse sconfitto…il re Servio fu il primo a coniare una moneta di bronzo. Timeo ricorda che precedentemente i romani utilizzavano il bronzo grezzo). [8] Lucia Travaini e Alessia Bolis (a cura di), *Coni e scene di coniazione*, Edizioni Quasar, 2007, pagg. 269-270. --- ## 1.1 Fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1-1-fabbricazione-dei-coni/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-09 ### Fabbricazione dei coni nell'epoca antica Iniziamo con l’esaminare il procedimento più complicato, e certo più impegnativo dal punto di vista artistico: la fabbricazione dei coni. Nell’antichità i coni per le monete battute a martello erano di bronzo e successivamente con Costantino, per la prima volta, è stato impiegato il ferro temprato. *Figura 12* **Figura 12** Il conio inferiore constava di una barra di metallo che terminava a punta e a mezza altezza era sguanciato verso l’esterno in modo da poter essere confitto in un blocco di legno e restare in posizione fissa senza che il martello lo conficcasse ulteriormente nel legno (cfr. Figura 12). Talvolta i coni avevano la testa quadrata, ciò consentiva di allinearli in modo tale che i disegni delle due facce mantenessero un costante rapporto reciproco, oppure presentavano delle tacche ai bordi per indicare in che maniera dovevano essere allineati. Quali siano stati effettivamente i sistemi seguiti nella fabbricazione dei coni lo si può ricostruire solo a grandi linee, visto che solo pochi esemplari sono stati ad oggi ritrovati. Al riguardo, si ritiene che i coni delle monete antiche venissero incisi a mano libera. E’ molto probabile che i primi disegni riportati sul conio fossero ottenuti per mezzo di un utensile da incisione (per asportare parti di metallo) e di un pesante maglio. Più avanti gli artisti greci migliorarono la loro tecnica: l’immagine sul conio veniva preparata dall’incisore dapprima abbozzandola con leggeri “graffi” sulla superficie liscia del metallo e poi veniva incisa utilizzando vari strumenti: ceselli o scalpellini, bulini, trapani ad archetto e punzoni. In particolare, lo scalpellino e il bulino servivano per rimuovere il metallo dalla superficie del conio (cd. incisione del conio), mentre il punzone veniva martellato sulla superficie del conio (cd. impressione del conio). Come ricorda il Finetti[1], “*i bulini, simili a quelli attuali, erano delle asticelle di metallo munite di manico adattabile al palmo della mano, indurite in punta che poteva essere acuta, tonda o triangolare. Essi lavoravano per pressione continua e graduata, mentre i ceselli, come indica anche l’etimologia, erano (e sono) una specie di piccoli scalpelli con lama di foggia diversa che lavoravano per percussione; da essi dovettero evolversi i punzoni mobili*”. Insieme a questi strumenti venivano anche utilizzate delle lime, degli smerigli e persino dei compassi. A tale ultimo riguardo, si segnala che sia in Grecia che a Roma (principalmente nel primo periodo), si usava incidere lungo il bordo del conio un cerchio decorato con perline, che aveva la funzione sia di definire l’area di incisione sia di limitare la pratica della “tosatura”, che consisteva nell’asportare dalle monete (già coniate) del metallo prezioso (solitamente oro o argento) per poi rivenderlo. Siccome i coni si rompevano facilmente e la richiesta di moneta era spesso elevata ed urgente, si rese subito necessario inventare un metodo per produrli velocemente e senza doverli incidere da capo manualmente ogni volta. Pertanto, è ipotizzabile che talvolta fosse impiegato anche un punzone su cui veniva riprodotto in rilievo ed in positivo, interamente o in parte, il disegno della moneta. Di conseguenza, era possibile ottenere con esso un gran numero di coni, tutti perfettamente uguali. *Figura 13 – Conio per Tetradramma o “civetta” di Atene. Fonte: muzeydeneg.ru* **Figura 13 – Conio per Tetradramma o “civetta” di Atene. Fonte: muzeydeneg.ru** Al riguardo, Laura Breglia evidenzia che “*gli antichi si servirono altresì, per la preparazione dei coni, di punzoni di metallo duro con disegno in rilievo, che venivano affondati nel metallo riscaldato del conio dandogli l’impronta principale, mentre alcuni particolari venivano ripresi, o tracciati successivamente, col bulino e impressi con punzoncini indipendenti. Tale uso, già riscontrato in età greca, si generalizza nell’età romana dell’impero; esso offriva da un lato il vantaggio di accrescere la resistenza del conio col dar maggior densità al metallo con la compressione, dall’altro, vantaggio ancor più notevole, specie per la ricchissima produzione dell’impero, facilitava il lavoro, permettendo di ricavare da un solo punzone parecchi coni*”[2]. *Figura 14* **Figura 14** Un’ulteriore tecnica utilizzata nell’antichità al fine di cercare di standardizzare la fabbricazione dei coni consisteva nell’impiego di stampi fusi. Tuttavia, il risultato – anche dopo che i dettagli erano stati ravvivati attraverso l’utilizzo di un bulino – era scadente e risultava difficile temprare il metallo ai fine di renderli atti ad un uso prolungato. Nonostante l’impiego sporadico delle due tecniche qui sopra descritte, si deve ritenere che la maggior parte dei coni impiegati per la coniazione a martello venissero direttamente fabbricati uno per uno e ciò faceva sì che ciascun conio differisse leggermente dagli altri. Per quanto riguarda i coni superiori, è probabile che inizialmente gli stessi non fossero altro che solide sbarre di ferro, lunghe a sufficienza per essere tenute con una mano o con le tenaglie (cfr. Figura 13), ma già ai tempi dell’Impero Romano cominciarono ad avere la forma di piccoli oggetti a forma di cilindro o di cono (cfr. Figura 14). Il tronco dei coni superiori di età romana era infatti più corto per evitare, sotto i colpi del martello, delle distorsioni e per allungarne quindi la durata. Peraltro, sempre a tal fine, intorno al I° secolo a.C. i coni venivano incassati in manicotti di ferro che avevano la funzione di “assorbire” il colpo del martello[3]. I due coni non avevano la stessa vita utile, in quanto il conio superiore si consumava molto più rapidamente di quello inferiore. Il fatto che i coni venissero distrutti al termine dell’emissione per la quale erano stati preparati, al fine di evitare che entrassero nelle mani sbagliate, fa sì che solo pochissimi esemplari siano arrivati sino a noi, di cui peraltro si ritiene che la maggior parte facessero parte dell’attrezzatura di falsari. Molti degli errori di conio derivavano dalle difficoltà scaturenti sia dalla costruzione sia dall’uso del conio superiore. Esso si rompeva facilmente ed era difficile ripararlo; inoltre, se non era tenuto esattamente sopra il tondello ed il conio inferiore, certe parti della moneta non ricevevano l’impressione e rimanevano parzialmente prive di immagine. *Figura 15* **Figura 15** Infatti, se il conio superiore non veniva tenuto esattamente in perpendicolare, la parte verso la quale pendeva riceveva la maggior parte della forza impressa dal colpo di martello. Di conseguenza, il bordo del conio tendeva a sfaldarsi sotto il colpo del martello e la testa a diventare convessa, e ciò spiega la forma arrotondata di molte monete antiche. Quando i coni erano usurati oppure quando veniva cambiata la tipologia di moneta da coniare, i coni venivano spezzati ed eventualmente inviati alla zecca centrale per evitare che entrassero in possesso dei falsari. Nel III° secolo d.C. i manicotti contenenti i coni vennero collegati a due bracci uniti da un perno, formando una sorta di tenaglia (cfr. Figura 15). Si tratta dei cd. “coni fissi” o “coni a pinza”. Un esemplare molto celebre è conservato presso il *Cabinet des Médailles* della Biblioteca Nazionale di Parigi[4]. L’impiego dei coni fissi – maggiormente utilizzati nel periodo tardo imperiale e bizantino – consentiva di poter ottenere delle monete con assi simmetrici (asse “alla tedesca” o “alla francese”, cfr. par. 2.B.9.), cosa che non accadeva normalmente nelle monete coniate con coni liberi. “*Per battere una moneta con i coni a pinza con branche abbastanza lunghe, del tipo bizantino, erano evidentemente necessarie due persone: una al martello e l’altra che teneva fermo il tondello tra le due matrici stringendo la tenaglia per impedirne lo slittamento; le monete di lieve spessore e quasi esclusivamente di metallo nobile potevano essere improntate dalla forza sviluppata da una mazzetta azionata da una sola mano. Con il ritorno dei coni liberi, verificatosi in occidente con il passaggio dal tremisse al denaro carolingio, venne meno anche l’ormai tradizionale allineamento degli assi anche se in alcuni ambienti, gravitanti nell’area bizantina, si assiste ad un recupero di questa tecnica, sebbene quasi esclusivamente per l’oro e per l’argento*”[5]. *Figura 16 – Coni a pinza. Fonte: Fogg Art Museum, Harvard* **Figura 16 – Coni a pinza. Fonte: Fogg Art Museum, Harvard** Come vedremo, l’abbandono dei coni fissi ed il ritorno ai coni mobili durante il Medioevo è probabilmente motivato dal fatto che, dopo la caduta dell’impero romano, le zecche tornarono ad essere delle piccole officine artigiane a cui erano sufficienti degli strumenti semplici ed essenziali, visto anche il numero contenuto di monete che solitamente dovevano coniare. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 64. [2] Laura Breglia, *Numismatica antica*, Feltrinelli, 1964, pag. 32. [3] In Romania in un ripostiglio probabilmente appartenuto a falsari del I° secolo furono trovati quattordici coni in bronzo e tre manicotti in ferro. Il fatto che siano riferibili a falsari e non a una zecca ufficiale è poco rilevante, in quanto il falsario da sempre ha cercato di adeguarsi il più possibile alla tecnica ufficiale per meglio mascherare il suo prodotto e ciò è tanto più vero per l’antichità quando gli strumenti tecnici erano molto più semplici. [4] Pubblicato in Ernest Babelon, *Traité des monnaies grècques et romaines*, Leroux edition, 1901 e in Cornelius Clarkson Vermeule, *Some notes on ancient dies and coining methods*, London, 1954. [5] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 49. --- ## 1.2 Fabbricazione dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1-2-fabbricazione-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-30 ### Fabbricazione dei tondelli nell'epoca antica Nell’epoca antica, la preparazione dei tondelli era forse l’operazione del processo di coniazione più importante, in quanto dalla stessa dipendevano il peso e la lega della moneta. Al riguardo, va innanzitutto osservato che, a differenza di quanto avviene oggi, la loro produzione richiedeva molto tempo e spesso l’utilizzo di tecniche laboriose che comunque non garantivano un risultato standardizzato di buona qualità. La lentezza del processo presupponeva quindi che lo zecchiere dovesse avviare tale attività con largo anticipo rispetto alla fase di battitura, in quanto non si poteva rischiare di rallentare il lavoro del martellatore per carenza di tondelli. Si pensi che in età romana una sola persona poteva battere dalle 3.000 alle 4.000 monete al giorno, con una cadenza di una ogni pochi secondi[1]. Pertanto, era opportuno dotarsi di scorte adeguate di tondelli, soprattutto nei periodi di maggiore richiesta di monete. Ciò ci consente anche di comprendere il motivo per cui, in casi di urgenza, si potesse battere una sorta di “semilavorato”, arrivando addirittura a riconiare, mediante pre-riscaldamento e battitura successiva, vecchie monete ritirate dalla circolazione, saltando così la fase della rifusione del metallo[2]. Ciò posto, va osservato che la prima operazione da compiere per la produzione dei tondelli era la fusione del metallo e ciò avveniva probabilmente utilizzando dei crogioli di materiale refrattario riscaldati da fiamme alimentate con carbone che portavano il metallo ad una temperatura di circa 1.000° C. Una volta fuso il metallo, le tecniche impiegate per ottenere i tondelli erano numerose. A titolo esemplificativo, è probabile che la forma ovoidale delle prime monete coniate in Lidia sia dovuta al fatto che i tondelli fossero ricavati da gocce o globetti di metallo ottenuti facendo colare il metallo fuso in lastre di raffreddamento o in acqua fredda. Per effetto dello sbalzo termico, il metallo si coagulava istantaneamente. Peraltro, da questa tecnica trae probabilmente origine la forma (più o meno) circolare delle monete nel corso dei secoli. Infatti, per effetto delle stesse leggi fisiche che determinano la classica forma tondeggiante delle gocce d’acqua o dei chicchi di grandine, anche il metallo fuso lasciato libero di coagulare assume una forma globulare od ovoidale. Invero, la forma circolare della moneta è dovuta anche probabilmente ad una questione di praticità, visto che eventuali forme dotate di spigoli avrebbero reso meno agevole il passaggio di mano in mano. *Figura 17 – Tondelli sferici prima e dopo la battitura (Fonte: Hill, 1922)* **Figura 17 – Tondelli sferici prima e dopo la battitura (Fonte: Hill, 1922)** Per tutti questi motivi, non deve, quindi, sorprendere il rilevante spessore delle prime monete dell’Asia Minore e della Grecia. Inizialmente, la pressione esercitata dai primi coni poco elaborati conferiva alle monete una forma simile a quella di “pallottole” molto spesse. Successivamente, mano a mano che le impronte riportate sui coni diventavano più complesse, aumentava anche l’area dove veniva esercitata la pressione massima dei coni e conseguentemente le monete cominciarono ad assumere sempre più una forma circolare ed ad essere più sottili. Sebbene la tecnica di produzione dei tondelli sopra descritta fosse piuttosto semplice e pratica, la stessa non dava tuttavia alcuna garanzia in termini di uniformità e di peso. Perciò, già in età greca e romana, furono impiegate delle tecniche alternative volte a conferire al tondello una forma ed un peso più regolare. Tali tecniche possono essere raggruppate in due macro-categorie: (1) fusione in stampi e (2) tranciatura di barre o lastre. Per quanto riguarda la fusione in stampi, va segnalata innanzitutto una prima tecnica molto particolare utilizzata principalmente per le più antiche monete siciliane[3]. In particolare, secondo questa tecnica, il tondello veniva ottenuto versando del metallo fuso in uno stampo chiuso sferico costituito di due metà semisferiche. Il metallo veniva fatto scorrere all’interno dello stampo attraverso il punto di contatto delle due semisfere e una volta solidificato si formava una specie di sbavatura equatoriale (codolo di fusione) attorno alla “pallina” metallica. Anche la non perfetta chiusura delle due valve dello stampo poteva lasciare un evidente segno di giunzione sul bordo del tondello. Al fine di eliminare questa sbavatura, nella fase di battitura la pallina metallica veniva posta con il codolo di fusione in posizione verticale, in modo che a seguito della coniazione ne rimanevano solo due piccoli frammenti in due punti del bordo contrapposti. In alcuni casi, la pallina metallica veniva preventivamente spianata a martello, sempre con la sbavatura posta in verticale per facilitare poi l’operazione di battitura. Pare che la forma sferica del tondello sia dovuta al fatto che le monete venivano coniate a caldo e le palline di metallo erano in grado di conservare più a lungo il calore, mantenendo così “morbido” e malleabile il metallo[4]. Secondo il Finetti, in aggiunta all’utilizzo di forme sferiche singole, “*è ipotizzabile l’uso di forme multiple, simili ai fondi palle per armi da fuoco ad avancarica usate nei secoli passati, che potevano assicurare un notevole risparmio di tempo e di materiali*”[5]. Tuttavia, non sono stati ancora mai rinvenuti stampi di questo tipo. *Figura 18 – Fonte: Finetti, 1987* **Figura 18 – Fonte: Finetti, 1987** Peraltro, oltre ad ottenere dei tondelli sferici, gli stampi chiusi furono utilizzati anche per produrre dei primi tondelli a forma di dischi. In particolare, il metallo fuso veniva versato su una lastra di pietra o di argilla cotta, con un numero di piccole sedi (da 12 a 20) abbastanza profonde da ottenere dischi leggermente più spessi della relativa moneta. Per facilitare la rimozione dei tondelli di metallo, le piccole sedi sulla superficie della piastra erano un po’ più strette nella loro parte inferiore. Talvolta, sulla piastra veniva scavato un piccolo canale, che metteva tra loro in comunicazione tutte le sedi; una seconda piastra piatta veniva quindi sovrapposta, in modo da completare la forma a due valve. In questo modo tutte le sedi potevano essere riempite con una sola colata del metallo liquefatto che veniva inserito dal foro superiore, riempiendo in questo modo lo stampo partendo dalla sede posta più in basso. Una volta che il metallo si raffreddava e solidificava, ciascun disco veniva separato con un apposito utensile (tenaglia o scalpello). Anche in questo caso, i tondelli potevano presentare dei codoli di fusione che potevano essere rimossi con l’impiego di una lima. Inoltre, anche la non perfetta sovrapposizione delle due lastre poteva lasciare sul tondello un evidente segno di giunzione sul bordo. A partire dal III° secolo a.C. iniziarono ad essere utilizzati anche degli stampi aperti che, in un primo momento, “*erano costituiti da una barra in materiale refrattario nella quale erano ricavate l’una accanto all’altra le formelle comunicanti per mezzo di brevi canaletti che avrebbero consentito al metallo liquefatto di livellarsi distribuendosi in eguale misura. Per agevolare l’estrazione che doveva essere effettuata rovesciando lo stampo, le forme andavano restringendosi verso il fondo cosicché la sezione dei tondelli risultava leggermente troncoconica ed i peduncoli di collegamento a sezione semicircolare, impostati verso la parte alta del tondello piuttosto che su tutto lo spessore del bordo come nei tipi colati in stampi chiusi. I pezzi erano poi staccati spezzando i peduncoli o tagliandoli per mezzo di scalpelli*”[6]. *Figura 19 – Esempi di stampi aperti per produrre tondelli* **Figura 19 – Esempi di stampi aperti per produrre tondelli** Oltre gli stampi descritti dal Finetti qui sopra, si conoscono anche altre tipologie di stampi aperti. Tuttavia, in genere, si trattava comunque di lastre d’argilla dello spessore di due centimetri, talvolta circolari ed altre volte rettangolari, a seconda dagli usi locali. Sulla loro superficie venivano praticate dei solchi circolari in modo casuale oppure con un certo ordine. In un primo periodo i solchi erano più superficiali, a forma di scodella e distribuiti casualmente, mentre successivamente diventarono sempre più profondi, a forma conica e distribuiti con un preciso ordine, spesso a gruppi di cinquanta fori. *Figura 20 – Crogioli di Bratislava. Fonte: gmb.sk* **Figura 20 – Crogioli di Bratislava. Fonte: gmb.sk** Non è chiaro come questi stampi aperti venissero utilizzati, ma è probabile che il metallo venisse prima liquefatto in piccoli crogioli e che poi lo stesso venisse riversato nei solchi presenti sulla superficie dello stampo. Peraltro, tale tecnica è stata supportata dalla scoperta nel 1984 di alcuni crogioli nel sito archeologico di un’antica zecca celtica nei pressi di Bratislava risalente al 150 a.C.. La capacità di ogni crogiolo era di circa mezzo chilo di metallo fuso, che era sufficiente a riempire uno stampo contenente circa 50 solchi circolari. La forma di questi crogioli suggerisce che nella fornace gli stessi fossero mantenuti in posizione verticale, grazie ad un apposito sostegno. Quelle sopra descritte erano sicuramente le principali tecniche utilizzate nell’età greca e romana per produrre tondelli. Tuttavia, va segnalata un’ulteriore tecnica – il ritaglio dei tondelli – il cui utilizzo è di fatto iniziato in età imperiale, per poi svilupparsi maggiormente nel Medioevo, quando le monete erano così sottili che i tondelli potevano essere più facilmente ritagliati con una grossa forbice. Più nello specifico, in base a questa tecnica, dei tondelli dalla forma rettangolare venivano ricavati ritagliando delle lunghe e sottili barre di metallo (in età romana si trattava essenzialmente di bronzo). Poi, allo scopo di avvicinarli alla forma circolare, il contorno veniva battuto con il martello oppure ritagliato con uno scalpello o delle cesoie. Quest’ultima pratica era maggiormente diffusa durante il Medioevo. Pare che un altro metodo utilizzato in Grecia per ricavare i tondelli fosse quello di staccarli da lastre di metallo attraverso degli stampi (fustelle) circolari dai bordi taglienti battuti sul metallo caldo. La prova dell’impiego di tale tecnica ci viene fornita dal ritrovamento in Eretria (città greca) di alcuni tondelli in argento che pare siano stati ottenuti nel modo sopra descritto. In particolare, i due esemplari conservati al *British Museum* sembrano appunto essere stati ritagliati da una lastra metallica rotonda che è stata in parte intaccata e poi strappata[7]. Invece, nell’ambito della monetazione romana vanno segnalate altre due tipologie di tondello molto note: (1) i tondelli serrati e (2) i tondelli suberati. I tondelli da cui si ottenevano le monete serrate (dal latino “*serra*” che significa sega) – tra cui le più famose sono sicuramente i denari serrati – venivano incisi con uno strumento affilato (cuneo-lama) che praticava dei piccoli tagli (circa 20-30) lungo il bordo[8]. Successivamente, l’azione meccanica della battitura comportava un allargamento dei tagli di forma triangolare. Per lungo tempo si è ritenuto che tale tecnica avesse la funzione di mostrare che la moneta fosse di argento pieno e non avesse all’interno un’anima di metallo vile. Tuttavia, questa teoria è stata contraddetta per la presenza di numerosi denari serrati-suberati[9]. Invece, è più probabile che la dentellatura del bordo avesse la funzione di alleggerire le tensioni indotte dalla coniazione distribuendole radialmente; il motivo di tale espediente tecnico si rivelò necessario a causa dell’utilizzo di una fragile lega d’argento di prima coppellazione avente una percentuale di rame notevolmente più bassa rispetto agli altri denari repubblicani. In altre parole, la dentellatura si rivelò un ottimo espediente per evitare la disgregazione del tondello di argento, quasi puro, nella fase della coniazione. Infine, il Finetti ricorda che “*si sono potute riscontrare due diverse tecniche di dentellatura, una per il bronzo e l’altra per i metalli preziosi. La dentellatura sui bronzi era eseguita nella fase di fusione dei tondelli, colati in stampi aperti (e lì le tacche risultavano sempre regolari) o chiusi a sezione lenticolare; in quest’ultimo caso, quando le forme non combaciavano bene, i dentelli si presentavano leggermente sfalsati*”[10]. Per i metalli preziosi si seguiva, invece, la tecnica sopra descritta. *Figura 21 – Moneta romana serrata* **Figura 21 – Moneta romana serrata** *Figura 22 – Moneta romana suberata (si noti come al dritto lo strato superficiale di argento si sia staccato)* **Figura 22 – Moneta romana suberata (si noti come al dritto lo strato superficiale di argento si sia staccato)** Passando ora ai tondelli suberati, si ricorda innanzitutto che il termine “suberato” proviene dal latino *sub aes* e indica una particolare classe di monete contraffatte e costituite da una parte interna in metallo vile, solitamente bronzo o rame, avvolte da una sottile foglia esterna di argento o oro. Tralasciando il dubbio storico-giuridico se tale classe di monete fossero delle emissioni clandestine o meno, va ricordato che degli studi metallografici condotti da William Campbell[11] hanno rivelato tre principali metodi di preparazione dei tondelli suberati. In base ad un primo metodo, un tondello di rame puro, ricavato da fusione, veniva lucidato al fine di ottenere una superficie lucida, priva di ossidi. A questo tondello veniva applicata manualmente attraverso una compressione a freddo una sottile lamina d’argento puro preparata in precedenza, curandone la perfetta aderenza al tondello di rame per impedire che tra la lamina d’argento e il tondello penetrasse aria e quindi ossigeno con conseguente formazione di ossidi di rame. Il dischetto così rivestito veniva posto con gli altri analogamente preparati in un contenitore e portato alla temperatura di fusione dell’argento che liquefacendosi avvolgeva uniformemente come una glassa senza crepe né sbavature il tondello di rame sottostante. Al riguardo, si ricorda che l’argento fonde a 960,5° C., mentre il rame fonde a 1083° C. Alla temperatura in cui l’argento era fuso, il rame sottostante cominciava ad ammorbidirsi in superficie, per cui si determinava la formazione di una zona intermedia di particelle commiste di argento e di rame. L’argento fuso tendeva lentamente a colare addensandosi in basso per cui lo spessore della rivestitura era un poco maggiore nella parte in basso della moneta. Solidificandosi nel raffreddamento l’argento restava comunque perfettamente e uniformemente aderente e quasi saldato al dischetto di rame grazie alla compenetrazione dei due metalli nella zona di contatto fra loro. Nel corso del raffreddamento, a una temperatura relativamente bassa, si procedeva alla coniazione la cui forte percussione compattava ulteriormente le due componenti della moneta[12]. In base al secondo metodo, il rivestimento veniva ottenuto immergendo il tondello di rame riscaldato in una lega di argento e rame fuso oppure, anche se il Finetti pone dei dubbi, esso era cosparso di una polvere d’argento e di un solvente adatto e quindi riscaldato finché l’argento si scioglieva e ricopriva il tondello di rame[13]. Tale operazione veniva probabilmente ripetuta più volte, al fine di ricoprire regolarmente e uniformemente la superfice del tondello. L’ultimo metodo consisteva, invece, nell’applicare una lamina di metallo nobile al tondello di rame attraverso un’operazione di saldatura ottenuta con una “lega eutettica” di argento e rame, vale a dire una lega che fonde ad una temperatura più bassa di quella dei singoli componenti (28% di rame e 72% di argento con punto di fusione a 778° C.). Da ultimo, si segnala che la tecnica di produzione di monete suberate è ancora oggetto di ipotesi e di studio ed in aggiunta ai tre metodi principali di suberazione qui sopra illustrati, gli studiosi ne hanno identificati degli altri, di cui tuttavia non ne è stata al momento provata la credibilità. Una volta prodotti i tondelli grezzi, gli stessi venivano spesso trattati con un acido (solitamente una soluzione di sale e acido tartarico) e ciò per varie motivazioni. Ad esempio, nel caso di leghe con ridotto contenuto d’argento l’operazione di “sbiancatura” aveva la funzione di eliminare una certa quantità di rame appena sotto la superficie del tondello e lasciare uno strato “spugnoso” di argento che poi veniva compresso con la battitura. Inoltre, l’utilizzo di acidi poteva servire anche ad eliminare dei frammenti di cenere o altri detriti derivanti dal processo di fusione. Dopo aver passato in rassegna le principali tecniche di produzione dei tondelli nell’epoca antica, va infine ricordato che una fonte alternativa di approvvigionamento di tondelli era quella di riutilizzare una moneta già coniata. Peraltro, in questo modo, oltre ad evitare l’incombenza di dover preparare nuovi tondelli, era anche garantito il giusto peso se la moneta era del corretto titolo legale. Se il processo di ribattitura funzionava correttamente, le impronte della precedente moneta venivano (più o meno) cancellate dalle nuove. Tuttavia, spesso e volentieri rimaneva qualche traccia della vecchia moneta, soprattutto nelle zone maggiormente in rilievo della nuova, vale a dire dove il conio presentava le cavità più profonde. Tali tracce sono molto utili agli studiosi in quanto consentono di determinare con maggiore precisione i rapporti cronologici delle serie. Inoltre, come ricorda il Finetti, “*in età classica talvolta si procedeva alla ribattitura di un tipo locale o forestiero mediante un punzone o un piccolo conio impresso al centro del pezzo […]. Talvolta le monete erano tagliate in vari settori oppure si staccava un dischetto dal centro e ciascuna parte marcata con il valore corrispondente*”. La tecnica di riutilizzare monete già coniate fu molto più comune di quanto in genere si suppone ed è una pratica che si è verificata anche in età più recenti. Ad esempio, si pensi ai 20 centesimi esagono del 1918 e del 1919. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Hubert Zehnacher, *Moneta-Recherches sur l’organitation et l’art des emissions monétaires de la Republique Romaine (289-31 av J.C.)*, Roma, 1973, pag. 38. [2] Roberto Martucci, *L’incisore di monete*, Il Saggiatore, 2000, pag. 66. [3] Secondo alcuni studiosi, questa tecnica non è stata utilizzata solo in Sicilia e in Magna Grecia, ma anche in Macedonia, Acarnania, Atene, Aspendos, Corinto e nelle monete in bronzo di Pirro. Cfr. François de Villenoisy, *Congrès international de numismatique*, Paris, 1900, pag. 60. [4] George F. Hill, *Ancient methods of coining*, Numismatic Chronicle, 1922, pag. 9. [5] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 25. [6] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 26. [7] George F. Hill, *Ancient methods of coining*, Numismatic Chronicle, 1922, pag. 13. [8] Uno studio abbastanza recente ha rivelato la costante presenza di microglifi sulle superfici di ciascun taglio: ciò ha dimostrato che la dentellatura veniva eseguita sul tondello e quindi prima della coniazione (Cfr. S. Balbi De Caro – G. Devoto – G.M. Ingo – T. De Caro – G. Chiozzini, *Nuovi dati sui denari serrati*, Bollettino di Numismatica*,* 1999, 32-33, pagg. 105-128). [9] Fiorenzo Catalli, *Numismatica greca e romana*, IPZS, 2003, pagg. 85-86. [10] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 46. [11] William Campbell, in *Greek and Roman plated Coins*, “A.N.S. Notes and Monographs” n. 57, American Numismatic Society, New York, 1933. [12] Ernesto Bernareggi, *Nummi pelliculati* in Rivista Italiana di Numismatica, vol. XIII, Serie quinta, LXVII 1965, pagg. 5-31. [13] Laura Breglia, *Numismatica antica*, Feltrinelli, 1964, pag. 38. --- ## 1.3 Battitura dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1-3-battitura-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-30 ### Battitura dei tondelli nell'epoca antica Una volta preparati i coni ed i tondelli, si poteva procedere con la fase della battitura, il cui procedimento purtroppo non risulta da alcuna fonte diretta, ma lo stesso può essere comunque desunto indirettamente da alcune raffigurazioni di epoca romana e dalla considerazione che tale fase è rimasta sostanzialmente inalterata per circa 2000 anni. *Figura 23 – Aes di Paestrum* **Figura 23 – Aes di Paestrum** Oltre agli strumenti illustrati sul denaro repubblicano di Carisius e l’affresco degli amorini orafi di Pompei, che abbiamo già commentato, le altre due più famose raffigurazioni che mostrano delle scene di coniazione in epoca antica sono quelle dell’*aes* di Paestum e del rilievo funerario proveniente da Villa Muti a Frascati. L’*aes* di Paestum (cfr. Figura 23) riporta al dritto una bilancia per pesare probabilmente dei lingotti e sul rovescio rispettivamente a sinistra un *malleator* con due mani su un martello in procinto di colpire l’incudine, mentre sulla destra si pensa sia raffigurato un *suppostor* che pone il tondello sull’incudine. Anche se l’immagine non è chiara, sopra l’incudine pare esserci un conio. Quella che segue è, invece, l’immagine di un frontoncino del rilievo funerario proveniente da Villa Muti a Frascati e oggi conservato al *British Museum* (cfr. Figura 24). In particolare, in questo frontoncino sono raffigurati un martello (maglio), una tenaglia che porta un tondello e, al centro, due coni sovrapposti. A tale ultimo riguardo, il Barello ritiene che in realtà i due oggetti sovrapposti siano, in basso, l’incudine e, sopra di essa, il conio inferiore, mancando quindi il conio di martello[1]. Invece, la Travaini sostiene che questa lettura sarebbe in contrasto con la presenza della tenaglia, la quale sembra porre un tondello tra i due coni[2]. Rispetto alle altre due fasi del processo di coniazione, la fase della battitura era un’operazione abbastanza semplice che richiedeva essenzialmente una grande forza fisica e un po’ di abilità; infatti, era necessaria una lunga pratica per saper assestare un colpo deciso e verticale, affinché la pressione si distribuisse uniformemente su tutta la superficie del tondello. Inoltre, il colpo doveva essere della giusta potenza: un colpo troppo debole avrebbe lasciato delle impronte evanescenti sulla moneta, mentre un colpo troppo forte avrebbe potuto spezzare in due il tondello ovvero rompere il conio. Come si desume anche dall’affresco di Pompei e dall’*aes* di Paestum, la notevole forza necessaria per battere gli spessi tondelli delle monete antiche richiedeva molto probabilmente l’intervento di un uomo dedicato alla martellatura (*malleator*) e di un altro (*suppostor*) che, grazie all’ausilio di apposite tenaglie, alimentava manualmente i singoli tondelli e teneva fermo il conio superiore, pronto a ricevere la martellata. L’utilizzo della tenaglia, oltre ad evitare che un colpo mal assestato comportasse un infortunio al *suppostor*, era altresì necessaria in quanto, in considerazione dello spessore dei tondelli, si ritiene che gli stessi – prima di essere battuti – venissero scaldati, anche se, attraverso lo studio della struttura cristallina della superficie delle monete, si conoscono casi di battitura anche a freddo. In particolare, il tondello veniva preventivamente riscaldato allo scopo di rendere il metallo più malleabile e di ottenere quindi un risultato migliore. Tuttavia, “*i tondelli scaldati erano meno maneggevoli e impacciavano la speditezza del lavoro. Il calore che trasmettevano ai coni ne ammorbidiva la superficie abbreviandone la durata*”[3]. *Figura 24 – Frontoncino del rilievo funerario di Villa Muti a Frascati. Fonte: britishmuseum.org* **Figura 24 – Frontoncino del rilievo funerario di Villa Muti a Frascati. Fonte: britishmuseum.org** Secondo alcuni esperimenti[4], la vita media di un conio superiore era di circa 8.000 colpi, mentre un conio inferiore poteva produrre da 10.000 a 16.000 monete, ma solo se il tondello era stato preventivamente arroventato; in caso contrario, la maggior durezza del metallo da coniare avrebbe potuto anche dimezzare la vita dei coni. Per quanto riguarda, invece, il martello, il Finetti evidenzia che “*il peso del martello era proporzionale alla larghezza del conio, doveva trattarsi pertanto di mazzette diverse dai martelli lunghi da spianatore*”[5]. Per effetto della pressione esercitata dalla battitura, il metallo si dilatava ed i bordi del tondello tendevano a sollevarsi. Ciò consente peraltro di distinguere facilmente la faccia inferiore (concava) dalla faccia superiore (convessa). Inoltre, la faccia inferiore della moneta (quella a contatto con il conio d’incudine) riporta frequentemente le impronte meno nitide rispetto all’altra faccia (quella a contatto con il conio di martello) e questo evidentemente perché il colpo di martello veniva assestato sul conio superiore e la pressione veniva trasferita al conio inferiore attraverso lo spesso tondello. Analizziamo ora un po’ più nel dettaglio la posizione dei due coni. Il conio inferiore veniva incassato in un’incudine e per questo motivo assume anche il nome di “conio di incudine”. Invece, il conio superiore era generalmente libero e doveva quindi essere collocato manualmente sopra al tondello ad ogni battitura. Siccome il conio superiore era quello che riceveva direttamente il colpo con un apposito martello, lo stesso assume anche la denominazione di “conio di martello”. *Figura 25 – Antica scena di battitura. Fonte: alphanumismatics.gr* **Figura 25 – Antica scena di battitura. Fonte: alphanumismatics.gr** Come già evidenziato, la mobilità del conio superiore ha ovviamente degli effetti sull’allineamento dell’immagine del dritto con quella del rovescio. Infatti, salvo l’introduzione di appositi espedienti volti ad evitare tale fenomeno, l’orientamento degli assi delle due facce della moneta era casuale e poteva ruotare di 360°. Per cercare di evitare tale asimmetria, nell’antichità furono introdotti vari metodi tra cui si ricordano i due seguenti: - porre dei segni di riferimento sull’incudine e sul conio superiore, in modo tale da posizionare quest’ultimo con l’orientamento prescelto ad ogni battitura; - utilizzare dei coni a pinza (vedi *supra*), vale a dire i due coni venivano incassati all’estremità di due bracci di una sorta di pinza. Si trattava di un perfezionamento nei procedimenti tecnici che non aveva nessuna conseguenza né pratica né estetica, ma denotava solo una metodicità e regolarità propri di una zecca altamente organizzata e con personale qualificato[6]. A prescindere dal loro orientamento, il tondello rovente doveva essere posto con accuratezza al centro tra i due coni attraverso la tenaglia e anche questa operazione richiedeva abilità ed una lunga pratica. Una volta assestato il colpo, la pressione esercitata spingeva il metallo del tondello dentro le cavità dei due coni generando così le impronte. Terminata la battitura e sempre grazie alla pinza, la moneta appena coniata veniva posta in un recipiente pieno d’acqua, al duplice fine di raffreddarla e temperarla (processo fisico di indurimento del metallo). Dopo di che, si effettuavano delle veloci operazioni di verifica, maggiormente volte a verificare la corretta composizione delle leghe che a controllare la qualità estetica della moneta. Concluse anche queste verifiche, la moneta era pronta per entrare in circolazione. Il processo di battitura completamente manuale, la notevole forza necessaria per battere gli spessi tondelli dell’antichità e la scarsa accuratezza dell’epoca determinavano spesso degli errori di coniazione, tra cui i più frequenti erano appunto legati alla fase di battitura: 1. *battitura decentrata*: causata da un errato posizionamento del tondello (entrambe le facce decentrate) ovvero del conio superiore (solo una faccia – generalmente il rovescio – decentrata); 2. *doppia battitura*: ciò avveniva quando la prima battitura non era soddisfacente (es. fortemente decentrata) e si procedeva a ribattere la moneta. Spesso le impronte della prima battitura non venivano integralmente cancellate dalla seconda battitura. A differenza della tecnica di “riconiazione” analizzata nel paragrafo precedente, in questo caso la ribattitura è dovuta ad un errore e le impronte della prima e della seconda battitura sono le stesse, anche se talvolta poteva capitare di coniare il dritto sul rovescio o viceversa; 3. *brockage*: a volte la moneta appena coniata – probabilmente a causa del calore sviluppato dalle operazioni di battitura – poteva rimanere attaccata al conio superiore e se il *malleator* ed il *suppostor* non se ne accorgevano la successiva battitura produceva una moneta con la stessa immagine del dritto su entrambe le facce. Tuttavia, una faccia riporterà le impronte in positivo ed in rilievo, mentre l’altra riporterà le stesse impronte in negativo ed in incuso. Naturalmente, gli errori di coniazione potevano riguardare anche le altre due fasi del processo di coniazione (es. tondello di peso inferiore al normale ovvero errore grammaticale nella legenda riportata sul conio). Tuttavia, come detto, quelli più frequenti riguardavano senz’altro la fase di battitura. *Figura 27 – Denario Marcius Philippus, 56 a.C. con doppia battitura* **Figura 27 – Denario Marcius Philippus, 56 a.C. con doppia battitura** *Figura 26 – Denario Julius Caesar, 46-45 a.C. decentrato* **Figura 26 – Denario Julius Caesar, 46-45 a.C. decentrato** \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Federico Barello, *Archeologia della moneta*, Carocci editore, 2006, pag. 83. [2] Lucia Travaini e Alessia Bolis (a cura di), *Coni e scene di coniazione*, Edizioni Quasar, 2007, pag. 269. [3] Philip Grierson, *Introduzione alla numismatica*, Jouvence, 1984, pag. 162. [4] David Sellwood, *Some experiments in Greek minting tecnique*, in Numismatic Cronicle, n. 7, 1963, pagg. 217-231. [5] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 55. [6] Francesco Panvini Rosati, *La tecnica monetaria altomedioevale*, in “Artigianato e tecnica nella società dell’alto Medioevo occidentale”, 2-8 aprile 1970, Tomo II. --- ## 2. Medioevo (476 – 1492) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/2-medioevo-476-1492/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Sigla: 2 - Ultima modifica: 2020-03-11 La degradazione della monetazione romana coincide con la caduta dell’impero romano d’occidente, avvenuta nel 476 d.C. a seguito delle invasioni barbariche. A quest’ultima data viene fatto anche risalire convenzionalmente l’inizio del Medioevo, un periodo storico molto lungo che ebbe termine con la scoperta dell’America nel 1492. Il sistema monetario accentrato dell’impero romano sparì e inizialmente le popolazioni barbariche, invece di avviare delle coniazioni proprie, si appropriarono delle monete romane fino al loro esaurimento, limitandosi a far imprimere su di esse i nomi ed i volti dei loro capi. In seguito, molti dei nuovi sovrani costituirono una o più zecche all’interno del loro regno, cercando di copiare l’esempio della monetazione romana e bizantina. *Figura 28 – Denaro merovingio (ca 670-750)* **Figura 28 – Denaro merovingio (ca 670-750)** Tuttavia, sebbene a seguito delle loro invasioni fossero entrati in possesso della strumentazione romana, le nuove popolazioni barbariche non conoscevano le loro avanzate tecniche di coniazione. Perciò, come tante altre forme dell’arte, durante il Medioevo anche l’incisione monetale subì un graduale declino; le monete risultavano sempre più rozze e approssimative e gli strumenti di coniazione furono ridotti all’essenziale. Quei pochi cambiamenti che sono stati introdotti nella fabbricazione delle monete non rappresentavano tanto un perfezionamento, bensì un adattamento degli strumenti a nuove esigenze e a nuove forme di moneta. I coni non venivano più preparati con l’esperienza e la cura degli incisori dell’epoca antica e molte delle tecniche di coniazione tornarono ad essere rudimentali. Peraltro, la fine dei commerci a lunga distanza, lo sviluppo della cultura feudale dove tutto è strettamente dipendente alla volontà del signore del luogo e la diffusione di una nuova religione (il cristianesimo) che disprezzava il denaro e la ricchezza, esiliarono l’uso della moneta solo al pagamento di grandi transazioni. Infatti, nei primi secoli dell’alto Medioevo la gente comune non usava più il denaro, si tornò a preferire il baratto e conseguentemente le monete smisero di essere curate nel loro aspetto. Normalmente, le monete medievali raffiguravano teste e figure di persone o animali stilizzate oppure motivi floreali astratti. Le legende delle prime monete spesso imitavano le iscrizioni dei denari romani e rappresentavano un insieme sconnesso di segni, lettere, monogrammi e abbreviazioni. Intanto, nell’impero romano d’oriente, Anastasio I° riformò nel 498 il sistema monetario del tardo impero organizzandolo intorno ai nummi di bronzo e al solido d’oro, con i suoi sottomultipli: semisse (mezzo solido) e tremisse (un terzo di solido). Ebbe così inizio la monetazione bizantina. Nel VI° secolo, con la successiva riforma di Giustiniano, sulle monete di bronzo cominciarono a comparire indicazioni come il millesimo di emissione, l’indicazione della zecca ed altri elementi di garanzia. Nei secoli successivi, si assistette ad una graduale svalutazione delle monete e le percentuali di metalli preziosi si riducevano continuamente, per cui si arrivò ad utilizzare leghe di oro con contenuto di metallo prezioso fino al 15%, leghe di argento con sempre più alte percentuali di rame e monete di bronzo sempre più ricche di piombo. Intorno al XII° secolo furono emessi degli scifati o *trachy*, delle monete a forma di “scodella”, composte sia di elettro che di biglione, una lega d’argento in cui il metallo prezioso è inferiore alla metà del peso totale. L’esatto motivo per cui sono state emesse monete di questa forma non è noto, anche se, secondo alcuni studiosi, ciò consentiva di facilitare l’impilamento. Dopo il 1400, la monetazione bizantina divenne insignificante, in quanto le monete italiane dominavano ormai la massa monetale in circolazione. *Figura 29 – Denaro carolingio (793-812)* **Figura 29 – Denaro carolingio (793-812)** Invece, ad occidente, una prima importante innovazione si ebbe con Carlo Magno, che alla fine del VIII° secolo introdusse un’unica moneta legale – il Denaro – ed il monometallismo argenteo. In altri termini, il Denaro non aveva né multipli né sottomultipli ed era fatto rigorosamente d’argento, in quanto nel sistema previsto dalla monetazione carolingia non esistevano altri metalli. Il nuovo sistema monetario carolingio era basato sulla libbra (circa 327 grammi) di puro argento che doveva esser divisa in venti parti chiamate soldi e ogni soldo era costituito da 12 denari; pertanto una libbra equivaleva a 240 denari. La libbra e il soldo erano multipli ideali, di conto, cioè per fare i conti, ma non esistevano materialmente; come detto, solo il denaro era coniato in varie zecche dell’impero, tra cui quelle di Milano e di Pavia. Il sistema monetario carolingio rappresentò il primo passo verso una monetazione a carattere europeo e per certi versi costituisce una sorta di antesignano dell’euro. Il Denaro è stato la moneta più importate del Medioevo e per molti anni mantenne inalterato peso e lega. La gente si abituò presto al nuovo sistema monetario tanto che, col tempo, la libbra, nella parlata comune divenne “lira”. Durante la dominazione carolingia si ebbe altresì una notevole semplificazione delle impronte riportate sulle monete; non si trattava più di un’imitazione più o meno fedele dei solidi bizantini, bensì di tipologie del tutto nuove in cui un ruolo centrale era rivestito da legende con lettere molto grandi e da monogrammi. Peraltro, la fabbricazione dei coni veniva spesso affidata ad operai poco pratici e questo accentuò ancora di più la tendenza alla semplificazione. Successivamente, con lo sviluppo dei traffici e dei commerci la monetazione di argento non fu più sufficiente ed il peso delle monete si andava riducendo a causa sia dell’aumento del prezzo dell’argento sia della pratica dei sovrani dell’epoca di lucrare sempre di più sulla differenza tra il valore nominale della moneta ed il valore del metallo di cui era composta. Pertanto, si tornò gradualmente al bimetallismo con la comparsa di diverse monete d’oro, quali ad esempio il fiorino, il genovino, il carlino e lo zecchino. Intorno al XII° secolo la richiesta di moneta ritornò ad aumentare sensibilmente e le zecche cominciarono ad organizzarsi sulla base di un nuovo modello di tipo proto-industriale, con un’accurata specializzazione e divisione del lavoro, soprattutto in Italia. Infatti, i maestri zecchieri italiani – in particolare toscani e lombardi – furono chiamati in tutta Europa a dirigere le zecche secondo i nuovi metodi. Al riguardo, va precisato che le zecche medioevali non erano statali, bensì erano vere e proprie attività imprenditoriali che venivano appaltate a maestri di zecca (o massari o *magistri* o *domini monetae*), generalmente mercanti o banchieri, secondo specifici contratti e per periodi limitati (da uno a cinque anni), solitamente in seguito al deposito di un’elevata cauzione di denaro. Lo Stato garantiva i locali e le attrezzature, mentre gli zecchieri pensavano al resto. Infatti, la vasta presenza di toscani e lombardi in questo settore specialmente dalla seconda metà del XIII° fino alla fine del XIV° secolo dipendeva proprio dalla disponibilità dei capitali necessari per ottenere l’appalto iniziale, ma anche dalle capacità di gestione, di contabilità e dalle conoscenze matematiche necessarie per operazioni come quelle di saggio e preparazione delle leghe secondo gli *standard* decisi dall’autorità emittente, espresse in frazioni complesse[1]. A fianco ai maestri di zecca lavoravano i soprastanti o gastaldi che erano degli ufficiali incaricati di controllare gli interessi dello Stato. Entrambi dovevano provvedere al regolare andamento della zecca, registrando tutte le fasi di lavorazione in appositi registri con l’impiego di scrivani. Peraltro questi registri costituiscono una delle principali fonti storiche per reperire informazioni sulle zecche dell’epoca[2]. *Figura 30 – Der Münzmeister di Jost Amman (1568)* **Figura 30 – Der Münzmeister di Jost Amman (1568)** Nella Figura 30 è riportata una xilografia di Jost Amman (1568) intitolata “*Der Münzmeister*” (il Maestro di Zecca) che è accompagnata da un interessante breve poema tedesco[3]. In questa immagine, si possono ammirare due monetarii, anche detti *cuniatores* o *affioratores* o *stampatores*, intenti a battere delle monete; dalla finestra, probabilmente il maestro di zecca li osserva con attenzione. Il numero degli addetti impiegati variava molto secondo le attività della zecca. Nel Basso Medioevo – quando, come detto, la zecca tornò a organizzarsi in modo strutturato e la richiesta di moneta tornò ad aumentare – le principali figure professionali che lavoravano al suo interno erano le seguenti: saggiatori, fonditori, tagliatori, fabbri, incisori, stampatori, imbianchitori e operai generici[4]. Sull’organizzazione della Zecca medievale c’è vasta letteratura a cui si rimanda per approfondimenti[5]. Nel Medioevo, la zecca era un edificio poco accessibile, chiuso, controllato e spesso ubicato nel cuore dei centri urbani, presso il palazzo del governo o la piazza del mercato. Ciò comportava degli evidenti inconvenienti: pericolo di incendi, rumori assordanti e fumi sgradevoli oltre che inquinanti. Al riguardo, nel registro della zecca di Venezia, il Capitolar dalle Broche, è stato scritto: “*se ritrova la fabrica della Cecha così mal conditionata che in molte parte minaccia ruina, né potria esser più soggetta né più pericolosa alli incendii per esser traversata de legnami con molte scalle et stantie vecchie che, essendovi più fiate d’acceso il foco, come è noto, non si può dir altro salvo che fin hora la sia stà preservata per sola protettion del signor Dio et convenendosi antiveder con la prudentia di questo Conseglio che più non vi posi intervenir pericolo alcuno con li fochi […] non se die più differir de par principio a ditta fabrica tanto necessaria per la summa importantia delli ditti cavedali, quanto a ciascuno è notissimo, però l’anderà parte che, per auctorità di questo Conseglio, col nome del signor dio et protettor nostro misser san Marco, far se debia la Cecha nostra tutta in volto et a parte a parte, principiando da quella che sarà più necessaria […]*”. Da qui il nuovo edificio della zecca veneziana (1547) realizzata da Jacopo Sansovino e che oggi ospita la Biblioteca Marciana. Peraltro, sempre nel XVI° secolo anche altre città si dotarono di nuovi edifici per ospitare le proprie zecche, come ad esempio il Palazzo del Banco di San Spirito (1524) ad opera di Antonio da Sangallo il Giovane che ospitò la zecca pontificia a Roma oppure il Palazzo della Zecca di Bologna (1578) ad opera di Scipione Dattari. Nonostante i notevoli inconvenienti che implicava una zecca medioevale, nella documentazione italiana – a differenza di altri Stati europei – non si trova traccia di proteste nei confronti delle attività della zecca al centro della città, probabilmente segno della consapevolezza dell’importanza della zecca a vari livelli, del prestigio che ne veniva, e della necessità di averla presso il centro economico per attirare più agevolmente l’afflusso dei mercanti[6]. Normalmente, le zecche principali erano divise in due impianti operativi separati: quello per le monete d’oro e quello per le monete d’argento e mistura, con diverso personale e diversi magistrati responsabili. Inoltre, tutte le fasi di coniazione delle zecche medievali si basavano ancora su procedimenti quasi interamente manuali: la fusione, la preparazione dei tondelli, la pesatura e poi la battitura. *Figura 31 – Incisione di Hans Burgkmair* **Figura 31 – Incisione di Hans Burgkmair** In un’altra famosissima incisione di Hans Burgkmair (cfr. Figura 31) contenuta nel *Weisskunig* dell’Imperatore Massimiliano (un’autobiografia apocrifa) si possono ammirare, in un’unica immagine, le principali operazioni di una zecca del XV° secolo. La figura centrale è probabilmente un maestro di zecca intento a parlare con l’imperatore Massimiliano. In alto a sinistra, c’è una bilancia che ha un piatto contenente pesi e l’altro monete. Ancora più a sinistra un forno, dove si vedono tre coppelle. L’operaio in centro è intento a spianare con il martello un lingotto di metallo per ridurlo a lamina, mentre in basso a sinistra un altro operaio (tagliatore) utilizza delle grandi cesoie per tagliare – o forse più probabilmente rifilare – i tondelli della grandezza prestabilita. Infine, in basso a destra c’è uno stampatore che batte i tondelli tra i due coni. Una giovane figura, probabilmente un apprendista, estrae la moneta finita e la sostituisce con un tondello. E’ interessante notare che questa immagine costituisce la testimonianza che le varie operazioni di coniazione siano di fatto rimaste sostanzialmente immutate per venti secoli! \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 502. [2] Lucia Travaini, *L’arte di batter moneta*, in Storia e Dossier, Anno II, 1987, n.6, pagg. 22-25. [3] *“In meiner Münz schlag ich gericht / Gute Münz an kern und gewicht / Gülden / Cron / Taler und Batzen / Mit gutem preg / künstlich zu schazen / Halb Batzen / Creutzer und Weißpfennig / Und gut alt Thurnis / aller mennig / Zu gut / in recht guter Landswerung / Dardurch niemand geschicht gferung”* (traduzione: nella mia Zecca io conio correttamente, monete buone del giusto titolo e peso, Fiorini, Corone, Talleri e Batzen con impronte ben evidenti in modo da essere ben accolte. Mezzi Batzen, Creutzer, Weißpfennig e dei buoni vecchi Grossi tutti con un valore intrinseco elevato in modo tale che nessuno ci possa rimettere nell’accettarli). [4] La divisione del lavoro, con le diverse mansioni specificamente individuate nel lessico, è documentata in Italia dagli inizi del XIII° secolo, caso unico in Europa. Peraltro, la dettagliata specificazione terminologica per tutte le fasi produttive testimonia lo sviluppo italiano in questa attività. [5] Cfr. Lucia Travaini, *Monete e storia nell’Italia medievale*, IPZS, 2007. [6] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 488. --- ## 2.1 Fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/2-1-fabbricazione-dei-coni/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-11 ### Fabbricazione dei coni nel Medioevo Nel Medioevo, i coni venivano preparati in due fasi e da due persone differenti. In primo luogo venivano preparati i cilindri metallici vergini di ferro ad opera di un fabbro solitamente non altamente specializzato. I cilindri o fusti dei futuri coni venivano arroventati e lasciati raffreddare lentamente per stemperarli dall’indurimento della forgiatura e successivamente si levigavano le superfici da lavorare. *Figura 32 – Fonte: royalmintmuseum.org.uk* **Figura 32 – Fonte: royalmintmuseum.org.uk** In una seconda fase, gli stessi venivano quindi lavorati dagli incisori, detti anche *intalliatores, incisores* o *sculptores cuneorum*, che incidevano le impronte della moneta sui due coni. Gli incisori dei coni rappresentavano una categoria di specialisti molto importanti e spesso si trattava di orefici che non lavoravano in esclusiva per la zecca. Producevano anche sigilli e altre opere per committenti privati. Normalmente, per ovvie motivazioni, erano tenuti ad incidere i coni nella sede della zecca, anche se in qualche caso i coni potevano essere lavorati fuori. Si ritiene che gli incisori disegnassero le impronte direttamente sui coni con l’ausilio di un bulino o di uno strumento simile. Poi pian piano fu anche introdotto l’utilizzo di una sorta di trapano che serviva ad incidere i puntini dei capelli del sovrano, gli occhi e decorazioni varie. Via via che l’incisione procedeva, si testava il risultato ottenuto premendo sul conio un impasto di cera e nerofumo e, alla fine, il conio veniva ritoccato, lisciato e, se d’acciaio, sottoposto alla tempera[1]. Inoltre, nelle monete medioevali dove era importante avere un contorno regolare, perché ad esempio la legenda veniva posta circolarmente attorno alla figura, veniva spesso adoperato un compasso per tracciare sulla superficie del conio un contorno circolare. Come rileva Grierson, “*sulle monete d’oro del quattordicesimo secolo capita spesso di vedere un pallino centrale che segna il punto in cui la punta del compasso produsse una depressione sulla superficie del conio, o anche una levissima linea circolare intorno al tipo e un’altra in prossimità del bordo, che sono le tracce lasciate dall’altra punta del compasso. Le linee tracciate dal compasso potevano essere approfondite con un bulino oppure essere accentuate con un motivo decorativo a perline, che era spesso molto irregolare poiché il punzone munito di due viti che garantivano l’impressione delle perline a intervalli regolari fu inventato solo nel sedicesimo secolo*”[2]. In linea di principio, le impronte della moneta erano decise dall’autorità emittente, ma le sue indicazioni – qualora ve ne fossero – erano spesso di carattere generale, e i particolari erano lasciati al senso artistico e all’abilità dell’incisore. Talvolta, i governanti avevano un ruolo attivo nel definire le immagini da riportare sulle loro monete. Ad esempio, il re di Napoli Carlo d’Angiò (1266-85) rifiutò il primo modello del celebre “carlino d’oro” perché le lettere erano poste in modo antiestetico e le due facce della moneta non erano perfettamente allineate. Una delle caratteristiche principali dei processi di coniazione medioevali è l’utilizzo dei punzoni nella fabbricazione dei coni. L’impiego dei punzoni aveva degli evidenti vantaggi in termini di risparmio di tempo e lavoro, visto che con lo stesso punzone era possibile ottenere più coni, eventualmente anche diversi. Al riguardo, Panvini Rosati osserva che “*in genere si afferma che tale metodo veniva usato per l’inesperienza dell’incisore e per semplificare il lavoro. A me sembra veramente che l’uso di tali punzoni non rendesse più semplice ma complicasse la preparazione dei coni. Il vantaggio era nella possibilità di ottenere con l’impiego degli stessi punzoni variamente assortiti, mutando anche la posizione dei simboli e aggiungendo o togliendo particolari, coni diversi e quindi di poter risparmiare notevole tempo nella preparazione dei coni*”[3]. *Figura 33 – Fonte D. Cooper (1988)* **Figura 33 – Fonte D. Cooper (1988**) Si ritiene che, almeno inizialmente, non venisse usato un solo punzone per preparare il conio, ma tanti piccoli punzoni corrispondenti alle diverse parti del tipo e della legenda che si voleva raffigurare sulla moneta, cioè piccoli punzoni per simboli, elementi ornamentali e lettere. Inoltre, anche le lettere e le figure venivano spesso scomposte nelle loro componenti più elementari e riprodotte per mezzo di due o più punzoncini (cfr. Figura 33). Invece, nel basso Medioevo si cominciarono ad usare dei punzoni sempre più elaborati al fine di imprimere delle lettere intere, degli elementi del disegno di maggiori dimensioni o anche intere figure (es. busto del sovrano). Le varie parti del corpo delle figure, ciascuna su un punzone apposito, venivano battute sul conio e poi abbellite con dettagli incisi a mano. Peraltro, l’utilizzo dei punzoni determinava talvolta l’errato posizionamento di alcuni elementi dell’immagine e spesso il lavoro risultava più trascurato, ma all’epoca ciò aveva un’importanza secondaria. L’introduzione dei punzoni, non solo accelerò il processo di incisione, ma rese anche meno facile la falsificazione delle monete. Al riguardo, Benvenuto Cellini nel suo Trattato dell’Oreficeria ebbe modo di esaltare la comodità dell’utilizzo dei punzoni nella preparazione dei coni rispetto alla tecnica di incisione completamente manuale degli antichi[4]. Inoltre, si ritiene che un conio punzonato doveva aver avuto una durata maggiore di un conio inciso di epoca romana, poiché il metallo sarebbe stato indurito dalla compressione provocata dalla martellatura. I coni venivano preparati in gruppi composti da un conio inferiore e da tre o più coni superiori e questo perché i coni superiori dovevano essere sostituiti più frequentemente essendo soggetti ad uno *stress* maggiore. Per quanto riguarda, invece, la composizione dei coni si ritiene che gli stessi fossero di ferro battuto oppure d’acciaio. A volte solo il corpo del conio era in ferro battuto e l’estremità da incidere era di acciaio che veniva poi forgiata e saldata al corpo[5]. Un modo veloce per determinare la composizione di un conio medioevale consiste nell’analizzare i brandelli di metallo nella zona colpita dal martello. Se i brandelli sono estesi è molto probabile che si tratti di ferro battuto, mentre se i brandelli sono corti ed in parte distaccati è probabile si tratti d’acciaio. Nel Medioevo, i coni di incudine e di martello presero i nomi di pila e di torsello: il primo era fissato ad un basamento di legno, talvolta contenente una semisfera di pietra ed una camicia in piombo in modo da assorbire i colpi, mentre l’altro disponeva di un manico sufficientemente lungo da permetterne l’impugnatura manuale. Inoltre, si trattava quasi esclusivamente di coni mobili e quindi nel Medioevo si assistette ad un abbandono dei coni fissi dell’età romana tardoimperiale e bizantina. Ciò essenzialmente per il fatto che le zecche tornarono ad essere delle piccole officine locali, con volumi di emissione abbastanza contenuti e con addetti solitamente poco specializzati. Pertanto, per soddisfare le loro esigenze, erano sufficienti delle attrezzature semplici ed essenziali. L’utilizzo dei coni fissi ricomincia ad essere documentato solo a partire dal XV° secolo. Al museo di Colonia è conservata una tenaglia di ferro nelle cui branche si inserivano i coni che risale al 1546, vale a dire pochi anni prima dell’introduzione del bilanciere. Tale tenaglia assomiglia molto al conio a tenaglia di molti secoli prima, conservato presso il *Fogg Art Museum* (cfr. Figura 16) e proveniente probabilmente dalla Grecia o Costantinopoli. Nel lato corrispondente al conio d’incudine, la tenaglia presentava verso l’esterno un puntale da poggiare sul ceppo di legno, mentre il lato del conio di martello era piatto, al fine di assorbire i colpi del martello. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la coniazione attraverso coni mobili ha il grande difetto di produrre delle monete con la direzione degli assi irregolare. Tuttavia, anche nel Medioevo si adottò qualche espediente al fine di limitare questo fenomeno ed in particolare furono impiegati: - i coni incavigliati: si tratta di coni – inventati dagli arabi – in cui un conio aveva delle sporgenze che si andavano ad incastrare con delle cavità contrapposte collocate sull’altro conio. In altre parole, una sorta di meccanismo ad incastro garantiva un orientamento degli assi prestabilito; - i coni a scatola: un conio era costituito da un parallelepipedo metallico, in due o più angoli del quale sono scavati altrettanti buchi, l’altro conio era costituito da un secondo parallelepipedo, in cui due o più angoli venivano completati ciascuno da una punta sporgente. In tal modo, i due coni potevano essere incastrati fra loro, con un sistema “maschio-femmina”. Come ricorda il Finetti “*questi risultavano più solidi dei coni incavigliati anche se potevano dar luogo, se non si prestava la dovuta attenzione, a quattro diversi allineamenti di 90° ciascuno, contro i due di 180° dei precedenti*”[6]. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 73. [2] Philip Grierson, *Introduzione alla numismatica*, Jouvence, 1984, pagg. 154-155. [3] Francesco Panvini Rosati, *La tecnica monetaria altomedioevale*, in “Artigianato e tecnica nella società dell’alto Medioevo occidentale”, 2-8 aprile 1970, Tomo II, pag. 728. [4] “*Gli antichi non ebbeno il modo di stampare le monete con quella facilità che noi facciamo, e però mai se n’è viste di quelle che sieno belle*” […] “*la causa si era che loro le intagliavano con i ferruzzi che adoperano gli orefici, i quali si domandano bulini, ciappolette, cesellini: questa a loro era una difficoltà grandissima*” e non quindi utilizzando i punzoni. [5] “*Questa e pila e torsello ambedui si fanno di ferro stietto, salvo che in su le lor teste vi si attacca la grossezza di un dito di finissimo acciaio*” dal Trattato dell’Oreficeria di Benvenuto Cellini (1565), pag. 111. [6] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 51. --- ## 2.2 Fabbricazione dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/2-2-fabbricazione-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-11 ### Fabbricazione dei tondelli nel Medioevo Una caratteristica peculiare delle zecche medioevali è costituita dal fatto che il metallo da cui venivano ricavate le monete, oltre ad essere acquistato in lingotti, veniva portato in gran parte dai privati ed in particolare si trattava di vecchie monete, gioielli, argenteria o moneta estera non accettata localmente. *Figura 34 – Vetrata di Palazzo Massimo a Roma* **Figura 34 – Vetrata di Palazzo Massimo a Roma** Al riguardo, i saggiatori avevano il delicato compito di verificare sia la lega dei metalli portati in zecca dai privati sia, come vedremo, di controllare il processo di fusione e la qualità delle monete prodotte. La prima fase di lavorazione del metallo era la cd. affinazione, vale a dire una serie di operazioni volte a purificare o comunque migliorare la qualità del metallo, attraverso l’eliminazione di costituenti considerate indesiderate. In altri termini, significava essenzialmente separare l’oro e l’argento dagli altri elementi, generalmente rame, e poi tra di loro. La tecnica maggiormente utilizzata per effettuare tale separazione era la coppellazione, vale a dire un processo che sfrutta il principio secondo cui i metalli preziosi non ossidano e sono chimicamente meno reattivi della maggior parte degli altri elementi; così quando sono riscaldati a temperature elevate, i metalli preziosi rimangono separati e gli altri elementi reagiscono formando scorie o altri composti. In particolare, la coppellazione veniva realizzata in un forno a riverbero con bacino mobile (coppella), mediante soffiaggio di aria ad alta temperatura. A tal fine, si adoperava una coppella di cenere d’ossa o di argilla porosa. Il materiale da separare, mescolato con una quantità in peso di piombo di 10-12 volte superiore, veniva riscaldato fortemente per alcune ore in una muffola ad atmosfera ossidante, entro la coppella. Il piombo e le altre impurità si ossidavano e venivano assorbite dalla coppella porosa, lasciando un globulo del metallo puro. Completata la coppellazione, il passo successivo era la separazione dell’oro dall’argento della lega rimasta. Ciò poteva avvenire in vari modi, ma di solito veniva utilizzato un trattamento a caldo con zolfo. Il metallo puro così ottenuto veniva quindi fuso ad opera dei fonditori ed eventualmente combinato con altri metalli per conseguire la lega desiderata. I fonditori avevano un ruolo molto importante, visto che da essi dipendeva non solo la buona qualità delle leghe metalliche da cui ricavare i tondelli, ma anche il risparmio sul “calo”: un buon fonditore, infatti, poteva mettere a punto sistemi che riducessero il “calo” del metallo durante la fusione, ma è anche vero che più facilmente di altro personale i fonditori potevano appropriarsi di metallo prezioso. Da qui particolari procedure volte a ridurre i furti in zecca, come nella zecca di Venezia dove per l’accesso alla fonderia era necessaria la presenza contestuale del fonditore e dello scrivano, ciascuno con una chiave diversa[1]. Nell’alto medioevo il metallo fuso veniva gettato su una grande superficie dove si rapprendeva in una sottile lastra, che poteva essere ulteriormente assottigliata a martello; da tale lastra, venivano poi ritagliati i tondelli. Invece, nel basso medioevo il metallo fuso veniva fatto colare in apposite forme per il raffreddamento e la solidificazione in lingotti. Quest’ultimi dovevano essere poi saggiati – sempre dal succitato saggiatore – prima di essere trasformati in tondelli. Una volta saggiati, i lingotti venivano battuti per farne delle sottili lamine. Molto probabilmente questa operazione richiedeva diverse fasi. In primo luogo, il lingotto veniva appiattito utilizzando un piccolo martello dalla punta stretta, successivamente veniva scaldato per rendere il metallo più malleabile ed, infine, veniva ulteriormente appiattito fino allo spessore desiderato utilizzando un martello dalla testa larga. Queste lastre di metallo venivano poi tagliate a forma più o meno circolare con delle apposite cesoie. Si noti come questo procedimento è ben evidente nell’incisione di Hans Burgkmair sopra riportata. In particolare, la procedura prevedeva che i tagliatori, con grosse cesoie, ritagliassero i dischi metallici in modo molto rozzo. Questi primi rozzi tondelli passavano agli operai incaricati di batterli a martello su un ceppo di legno per renderli dello spessore necessario; poi passavano agli affilatori, che li ritagliavano con piccole forbici per renderli più o meno circolari e del peso giusto. Il metallo di risulta caduto in seguito a questa operazione doveva essere accuratamente raccolto e conservato, dato che poteva essere facilmente sottratto. Perfino, la spazzatura della zecca era monitorata, visti tutti i piccoli frammenti e polveri di metallo prezioso che doveva contenere. Come osservato da Sir John Craig[2], “*ritagliare i tondelli a forma circolare e dell’esatto peso sembra dovesse essere l’operazione più costosa del processo di coniazione*”. *Figura 35 – Fonte: D. Cooper (1988)* **Figura 35 – Fonte: D. Cooper (1988)** Al fine di agevolare tale operazione in rare occasioni venivano usate delle fustellatrici, come quella riportata nella Figura 35 e ideata da Leonardo da Vinci, che assicuravano una certa uniformità ed un maggiore velocità di produzione. Tuttavia, ebbero scarso successo nel Medioevo ed inizieranno a diffondersi maggiormente solo nel XVII° secolo. In alternativa, un ulteriore metodo volto a rendere più regolare la forma circolare della moneta era quello di segnare la lastra metallica con degli stampi circolari ed il tagliatore doveva semplicemente seguire con le cesoie le tracce lasciate dallo stampo. Prima della coniazione i tondelli venivano “ricotti”, vale a dire arroventati e fatti raffreddare lentamente al fine di ammorbidire il metallo. Poi passavano all’imbiancatore che, usando tartaro[3] (feccia di vino) e sale, schiarivano e ravvivavano il colore dei tondelli[4]. Dopo questo bagno venivano lavati in acqua pulita e asciugati. Le monete a contenuto di rame che si volevano bianche, venivano sottoposte a questo trattamento, mentre quelle che si volevano nere[5], venivano scosse in una padella a setaccio sul carbone, ma senza permettere che raggiungessero l’incandescenza[6]. Al riguardo, Vannuccio Biringuccio, autore rinascimentale del trattato di metallurgia intitolato De Pirotechnia, scrisse che “*alcuni principi vogliono che le monete mostrino bianche, e alcuni negre: ma quelle ch’hanno a mostrarsi bianche, fansi col mezzo del biancamento*”. Una volta tagliati, imbiancati e puliti, i tondelli venivano controllati per verificare la loro forma e che il loro peso rientrasse nei limiti di tolleranza prestabiliti. Quelli troppo pesanti potevano essere tosati, mentre quelli troppo leggeri dovevano essere tagliati a metà per essere nuovamente fusi. Ultimate anche queste operazioni, i tondelli passavano alla fase della battitura. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 496. [2] Sir John Craig, *The Mint. A history of the London Mint from A.D. 287 to 1948*, Cambridge, 1953. [3] Il tartaro è descritto da Pegolotti nel seguente modo: “*tartaro si è gromma di botte che si fa di vino, e quando la botte à tenuto migliore vino tanto è migliore tartaro*” (Cfr. Francesco Balducci Pegolotti, *La pratica della mercatura*, Mediaeval Academy of America, 1936) [4] Lucia Travaini, *L’arte di batter moneta*, in Storia e Dossier, Anno II, 1987, n.6, pagg. 22-25. [5] Con l’espressione “moneta nera” ci si riferiva al naturale colore del rame brunito che il tondello di bassa lega presentava quando era semplicemente ritagliato dalla lastra e ricotto, senza ulteriori trattamenti. [6] Alan M. Stahl, *La Zecca di Venezia nell’età medioevale*, Il Veltro Editrice, 2008, pag. 532. --- ## 2.3 Battitura dei tondelli nel Medioevo - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/2-3-battitura-dei-tondelli-nel-medioevo/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-30 ### Battitura dei tondelli nel Medioevo Le monete medioevali sono caratterizzate dai tondelli molto sottili e da rilievi piuttosto bassi. Di conseguenza, si ritiene che le stesse non esigessero una particolare forza nel colpo di martello per imprimere l’immagine o la leggenda sul tondello e che quindi potessero essere battute da un uomo solo (stampatore o battitore), che probabilmente teneva il conio superiore con la mano sinistra e il martello con a mano destra. *Figura 36 – Particolare di una pala d’altare presso la Annenkirche di Annaberg-Buchholz, Hesse (1521)* **Figura 36 – Particolare di una pala d’altare presso la Annenkirche di Annaberg-Buchholz, Hesse (1521)** Tuttavia, è altresì probabile che lo stampatore si facesse aiutare da un assistente o apprendista che aveva il compito di posizionare il tondello sopra il conio inferiore e, per le monete di calibro più rilevante, di tenere fermo il conio superiore con delle lunghe tenaglie. La sottigliezza dei tondelli consentiva altresì l’impiego di un martello più piccolo rispetto a quello utilizzato nell’epoca antica. Inoltre, sebbene non ci siano documenti che lo testimonino, si ritiene che i tondelli venissero battuti a freddo, vale a dire non venivano riscaldati prima di essere stampati. I coni usati per battere le monete erano sempre due: uno inferiore (pila) fissato ad un basamento di legno e uno superiore mobile (torsello), che veniva appoggiato sul conio inferiore e che disponeva di un manico sufficientemente lungo da permetterne l’impugnatura manuale. Tra i due veniva posto il tondello di metallo e mediante uno o più colpi l’impronta in cavo dei coni veniva impressa sulle due facce del tondello. Come accennato, il conio inferiore o pila veniva conficcato solitamente su un ceppo di legno e, al riguardo, è probabile che, per agevolare il fissaggio del conio, venisse praticato un foro sul ceppo utilizzando un pezzo di ferro arroventato. Questo procedimento era necessario perché la pila non poteva essere martellata sulla faccia superiore incisa, altrimenti si sarebbe rovinato il disegno riportato sulla sua superficie. In altri casi, la base di legno – eventualmente rinforzata da cerchiature metalliche – poteva contenere una semisfera di pietra di supporto ed una camicia di piombo, destinate ad attutire i colpi e scaricare l’energia sulla base stessa. Sulla semisfera veniva poggiato il conio inferiore fissato con una colata di pece greca. Il conio superiore o torsello consisteva di fatto in una barra di ferro, del diametro di circa due centimetri e mezzo, di una lunghezza sufficiente da permettere al battitore di tenerla con una mano. Gli esemplari di questo tipo che sono pervenuti sino a noi presentano solitamente l’estremità superiore slabbrata e incurvata a causa dei continui colpi del martello. *Figura 37 – Sigillo di Orvieto (Fonte: Museo Civico Archeologico di Bologna)* **Figura 37 – Sigillo di Orvieto** **(Fonte: Museo** **Civico Archeologico di Bologna)** Per quanto riguarda la battitura del tondello posto tra i due coni, il sigillo dei monetieri di Orvieto del XIV° secolo (cfr. Figura 37), offre una raffigurazione chiara della tecnica di battitura in età medievale. Sotto due archi sono raffigurate due persone, una di fronte all’altra, sedute a un bancone: quella di sinistra batte con il martello un tondello sopra un’incudine, quella di destra colpisce con una mazza il conio (sotto il quale si intravede il conio inferiore) sorretto con la mano sinistra; intorno compare la leggenda S. LABORANTI: E: MONETARI: E: D’VRBIS: VETERI, che lascia supporre una distinzione tra i *laborantes*, forse gli operai che preparavano i tondelli, e i monetari, che coniavano le monete. I martelli usati dagli operai erano diversi: quello piccolo serviva per martellare il tondello, mentre quello a forma di mazza era usato per battere il conio, che era sostenuto dal monetiere stesso poiché il rilievo basso della moneta permetteva di reggere il conio e dare il colpo di martello. Questo sigillo costituisce un documento di eccezionale interesse e, se confrontato con l’*aes* di Paestum (cfr. Figura 23), mette in evidenza una sostanziale continuità nella tecnica di battitura nell’arco di quindici secoli, sebbene con alcune differenze dovute al diverso spessore delle monete che richiedeva una forza di battitura differente. Nell’antichità la forza necessaria era maggiore, si noti che nell’*aes* di Paestum il battitore è in piedi ed il martello ha un manico lungo, mentre nel Medioevo la forza necessaria era inferiore, si noti che nel sigillo di Orvieto il battitore è seduto ed il martello ha un manico corto. Nel corso del XV° secolo cominciarono ad essere coniate monete di grosso spessore – come gli scudi, i talleri, i tripli testoni milanesi – e un solo stampatore non sarebbe stato in grado di esercitare una forza tale da trasferire con un sol colpo le impronte dei due coni. Pertanto, si ricorse a degli espedienti ed, in particolare, il conio superiore veniva impugnato come se fosse uno scalpello e veniva battuto per cinque volte: quattro colpi ai bordi della moneta e l’ultimo colpo al centro. In questo modo, la superficie totale da battere veniva suddivisa in sotto-superfici diminuendo lo sforzo necessario. Infatti, dando un’occhiata ad una di queste monete, si può notare che una delle facce della moneta, quella battuta dal conio superiore, “*non è perfettamente in piano ma degrada leggermente dal centro verso i bordi in quattro o più settori con andamento, in sezione, vagamente piramidale*”[1]. I coni, ed in particolare il conio superiore, subivano forti sollecitazioni, tali da consumare pian piano le incisioni riportate sulle loro superfici e si rendeva quindi necessaria la loro progressiva sostituzione. Talvolta, se il fusto era ancora in buone condizioni, il conio poteva essere ritoccato e ravvivato per continuare ad essere utilizzato. Quando i coni erano definitivamente usurati oppure quando venivano cambiata la tipologia di moneta da coniare, gli stessi venivano generalmente fusi e riutilizzati, dato che, almeno fino alla rivoluzione industriale, il ferro era un materiale pregiato e molto ricercato. “*La durata dei coni poteva tuttavia dipendere anche dalle circostanze più diverse quali la resistenza dei singoli fusti e matrici, la destrezza del personale o, per le zecche periferiche, la possibilità di avvalersi o meno della presenza degli incisori*”[2]. Il conio superiore, soggetto alla pressione diretta dei colpi, si rompeva prima del conio inferiore e la sostituzione differenziata è alla base del metodo numismatico che permette di individuare i legami o le sequenze dei coni. *Figura 38 – Lastra d’oro di paragone. Fonte: royalmintmuseum.org.uk* **Figura 38 – Lastra d’oro di paragone. Fonte:** **royalmintmuseum.org.uk** *Figura 39 – Fonte: Agricola (1556)* **Figura 39 – Fonte: Agricola (1556)** Una volta battute le monete venivano controllate al fine di verificarne la qualità di stampa ed eventuali monete che presentavano errori di coniazione venivano generalmente scartate e rifuse. Nel Medioevo cominciarono a diffondersi anche delle specifiche procedure di controllo per verificare la conformità delle monete; tali procedure erano tuttavia maggiormente focalizzate sulla corretta composizione della lega metallica delle monete coniate, piuttosto che sulla qualità delle impronte. Tale verifica consisteva nel paragonare la moneta di nuovo conio con un pezzetto di metallo ritagliato da una lastra la cui composizione era certa (cfr. Figura 38) oppure con delle pietre di paragone. Ad esempio, nella Figura 39 viene riportata un’illustrazione tratta dal libro De Re Metallica di Agricola (1556) che raffigura una serie di puntine d’oro di diversi carati (da 1 a 24) che venivano appunto utilizzate per testare la caratura dell’oro. In particolare, la moneta d’oro veniva fregata sopra una pietra di paragone e a fianco veniva fregata la puntina d’oro e poi le due strisce lunghe qualche centimetro venivano confrontate. Al riguardo, è interessante ricordare che nel 1248 Enrico III° introdusse in Inghilterra il celebre “*Trial of the Pyx*”[3], vale a dire una procedura volta a controllare la conformità delle monete di nuovo conio, che ancora oggi viene praticata. Il procedimento prevede che durante l’anno vengano scelte casualmente delle monete da ogni lotto prodotto e per ciascuna denominazione. Queste monete vengono inserite a gruppi di 50 in sacchetti sigillati ed inseriti in apposite ceste (*Pyx*). Una volta all’anno si riunisce una giuria, presieduta dal *Queen’s Remembrancer* della *Royal Court of Justice*, che ha appunto il compito di testare le monete coniate per verificarne la loro conformità agli *standard*. Il verdetto della giuria viene consegnato a maggio all’*Exchequer* (Scacchiere dell’Erario) alla presenza del direttore della zecca inglese. Infine, si riportano due specifiche tecniche di coniazione che si sono sviluppate nel corso del Medioevo ed in particolare si tratta delle monete scifate (*trachy*) e dei bratteati nord-europei. Per quanto riguarda le prime, va innanzitutto precisato che il termine “scifato” identifica una particolare tipologia di moneta emessa nell’impero bizantino la quale è caratterizzata dalla tipica forma a scodella o coppa, da cui anche il nome di “scodellate”. Nei Paesi anglosassoni vengono chiamate “trachy”, termine che deriva dal greco τράχυς (trachys) e che significa irregolare, non liscio. Le monete scifate furono coniate dapprima solo in oro e poi anche in altre leghe (elettro o biglione). Come abbiamo già avuto modo di osservare, non si conosce l’esatta motivazione per cui le monete in parola furono coniate con questa particolare tecnica. *Figura 40 – Scifato in elettro, Isacco II (1185-1195 d.C.)* **Figura 40 – Scifato in elettro, Isacco II (1185-1195 d.C.)** Alcuni studiosi ritengono che la forma a scodella facilitava l’impilamento delle monete, mentre altri sostengono che tale forma assicurava una maggiore resistenza del tondello alla piegatura, soprattutto nel momento in cui il titolo di oro in esse contenuto fu abbassato rendendo il metallo più malleabile. Ad ogni modo è evidente che la motivazione doveva essere particolarmente importante visti i numerosi inconvenienti che tale tecnica comportava. Infatti, risultava molto difficile coniare le impronte della moneta nella parte più esterna del tondello e per questo motivo la legenda è spesso poco leggibile. Inoltre, il lato convesso della moneta era maggiormente soggetto ad usura. Oltre all’origine della forma, anche la tecnica utilizzata per coniare queste monete non è ancora chiara. Un’ipotesi è stata recentemente avanzata da Alberto Trivero Rivera[4] ed è quella di seguito descritta. Al riguardo, va innanzitutto premesso che la coniazione di una moneta scifata prevede l’impiego di un conio concavo e di un conio convesso (cfr. Figura 41). Ad oggi, non è ancora certo quale conio (inferiore o superiore) fosse concavo e quale fosse convesso. Secondo Simon Bendall[5] il conio inferiore era convesso, mentre secondo Alberto Trivero Rivera il conio inferiore era concavo. Quest’ultima teoria sembra quella più accreditata. Ad ogni modo, si dovrebbe poter ritenere che il conio concavo avesse un diametro leggermente più ampio di quello convesso e questo al fine di facilitare l’estrazione della moneta coniata. Anche la tecnica di battitura si discostava da quella di un ordinario processo di coniazione dell’epoca, vale a dire il classico colpo di martello assestato perpendicolarmente al conio inferiore. Infatti, in tal caso, solo le impronte centrali sarebbero state nitide, mentre quelle laterali sarebbero state evanescenti o addirittura assenti. *Figura 41* **Figura 41** Come evidenzia Alberto Trivero Rivera, “*per ovviare a questo inconveniente, si procedeva con una coniatura ribattendo due volte il conio con due diverse inclinazioni, sì da «basculare» il conio concavo su quello convesso. Con il primo colpo di conio, si otteneva un’incisione nitida su un lato della moneta, che restava scarsamente coniata dall’altro lato, mentre con il secondo colpo di conio, si assicurava un risultato nitido su entrambi i lati*”. Peraltro, siccome il secondo colpo non si sovrappone esattamente al primo, la seconda metà della figura non è mai pienamente coincidente con la prima. Talvolta, dopo la seconda battitura, la moneta risultava ancora poco nitida, ed allora si procedeva con una terza battitura ed in questo caso, se nel rovescio vi erano due figure, potevano apparirne anche tre. Nonostante questa particolare tecnica di coniazione, le monete scifate presentano frequentemente delle impronte irregolari: più nitide nella parte centrale ed evanescenti nelle zone più esterne del tondello, soprattutto nel caso del rovescio. Peraltro, questi difetti si notano meno nelle monete scifate in oro rispetto a quelle in elettro o biglione, in quanto questi ultimi sono materiali molto più rigidi e, quindi, lo scivolamento e la stiratura esterna risultano più accentuate. Inoltre, è probabile che nelle monete d’oro, la coniazione venisse effettuata con la massima cura e attenzione, assicurando che la posizione del conio superiore rimanesse costante in mondo tale da salvaguardare la coincidenza della figura, ottenuta in due fasi distinte. *Figura 42 – Bratteato d’oro medievale* **Figura 42 – Bratteato d’oro medievale** Veniamo ora alla seconda tipologia di monete medioevali che presentano una tecnica di coniazione particolare: i bratteati. Questo particolare tipo di moneta si diffuse in Nord Europa – specialmente in Germania – intorno alla metà del XII° secolo e fino a tutto il XIV° secolo. Si tratta di una moneta d’argento o d’oro molto sottile, piatta e battuta solo su una singola faccia (dritto). Pertanto, a causa della sottigliezza del metallo, al rovescio presentano la stessa immagine del dritto anche se ovviamente in negativo ed in incuso. L’origine di questa tipologia di moneta è legata alla graduale riduzione del peso del denaro a parità di diametro. A causa di ciò, le monete cominciarono a diventare così sottili che le impronte di una faccia comparivano (in negativo ed in incuso) sull’altra faccia, distorcendosi vicendevolmente. Pertanto, si passò direttamente alla coniazione di una sola faccia. Si ritiene che la tecnica di coniazione utilizzata prevedesse comunque l’utilizzo di due coni: uno con l’immagine in negativo ed in incuso e l’altro con l’immagine in positivo ed in rilievo. In particolare, il conio con l’immagine in negativo ed in incuso veniva utilizzato per produrre l’altro conio, come se fosse una sorta di punzone. Ciò semplificava molto il lavoro degli incisori che dovevano quindi preparare un solo conio, anziché due. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 56. [2] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 55. [3] Il termine “Pyx” si riferisce alla cesta di legno (in greco πυξίς, pyxis) all’interno della quale vengono poste le monete da presentare alla giuria. [4] Alberto Trivero Rivera, *Ipotesi circa la tecnica di coniazione dei Trachy*, in Monete Antiche, n. 43/2009, pagg. 25-28. [5] Simon Bendall, *The double striking of late Byzantine concave coins*, The Celator, June 1998, pagg. 20 e ss. --- ## 3. Epoca pre-industriale (1492 – 1780) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/3-epoca-pre-industriale-1492-1780/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Sigla: 3 - Ultima modifica: 2020-03-11 Le crescenti attività commerciali e culturali del Rinascimento italiano, specialmente a Firenze e a Venezia, portarono rapidamente ad un miglioramento anche nelle tecniche di produzione monetale, in particolare attraverso un’importante innovazione: la coniazione a macchina. Al riguardo, l’invenzione della stampa a caratteri mobili fornì un importante contributo sia perché facilitò la diffusione della conoscenza sia perché fu uno dei primi esempi di riproduzione grafica attraverso l’uso di macchine manuali. Le tecniche per l’arte della stampa, in particolare il torchio tipografico, condussero gradualmente allo sviluppo di due nuovi modi di coniare le monete: la pressa a rulli e il bilanciere (o torchio a bilancia o pressa a vite)[1]. Inoltre, sempre nello stesso periodo furono inventati altri macchinari (es. trafilatrici, laminatoi, etc.) volti a migliorare il processo di coniazione. *Figura 43 – Ricostruzione di IBM della macchina taglia tondelli di Leonardo. Fonte: worldofcoins.eu* **Figura 43 – Ricostruzione di IBM della** **macchina taglia tondelli di Leonardo.** **Fonte: worldofcoins.eu** Queste innovazioni risalgono agli inizi del XVI° secolo e l’Italia fu tra le prime nazioni nella sperimentazione, ma non nell’adozione, visto che questa macchina – pur migliorando la qualità delle impronte e la quantità di monete prodotte – le stesse erano atte a provocare reazioni di tipo corporativo da parte delle maestranze. Infatti, solo verso la metà del XVII° secolo la coniazione a martello fu abbandonata dappertutto e sostituita dai nuovi metodi di coniazione meccanizzati. Ciò avvenne solo nel 1645 in Francia, nel 1662 in Inghilterra, nel 1692 nei Paesi Bassi e nel 1671 in Italia (a Genova). Tale avversione verso le nuove macchine, oltre che per le reazioni delle corporazioni, era probabilmente dovuta anche all’intermittenza del lavoro di zecca con alternanza tra periodi di grande produzione e altri di inattività, a problemi maggiori nel recupero del metallo di scarto che restava nei macchinari e alle difficoltà nel reperire personale che sapesse far funzionare efficientemente i macchinari. Le macchine in definitiva furono principalmente usate per le monete di grande modulo. La nuova tecnologia fu probabilmente introdotta nelle zecche italiane da imprenditori tedeschi, che avevano sviluppato grande esperienza nel settore per l’impulso della grande massa di argento disponibile, per i grandi nominali emessi (talleri) e in relazione con lo sviluppo della tecnica mineraria[2]. Secondo Tucci[3], l’installazione delle macchine fu più facile dove mancava un ben strutturato corpo di lavoratori e quindi in zecche nuove, e questo risulta confermato in certi casi, ma non trova conferma la sua ipotesi secondo cui le zecche più propense all’innovazione sarebbero state “*quelle che nella monetazione cercavano prestigio piuttosto che la soddisfazione di reali esigenze economiche*”. L’uomo che più eloquentemente ha saputo dar voce e visibilità grafica alle utopiche aspettative circa le possibilità delle nuove tecniche entusiasticamente condivise da molti artisti-ingegneri del quattrocento fu sicuramente Leonardo da Vinci. Sebbene non fosse un numismatico, Leonardo fu interessato da alcuni dei problemi della coniazione dei suoi tempi e fu spinto ad individuare nuovi e migliori metodi di produzione delle monete. Guardando le monete con gli occhi di un ingegnere-inventore, piuttosto che di un collezionista, Leonardo è stato incuriosito da ciò che considerava un problema di produzione riassunto in queste sue parole: “*Nessuna moneta può essere considerata buona se non ha il bordo perfetto; e al fine di garantire il bordo perfetto, è necessario prima che le monete siano assolutamente rotonde*”. Pertanto, Leonardo si mise al lavoro per risolvere questo problema, disegnando un congegno per tagliare i tondelli a forma di cerchio. “*Per fare questo,*” continua Leonardo “*è necessario prima realizzare un tondello perfetto in termini di peso, larghezza e spessore; di conseguenza bisogna realizzare molte lastre appiattite dalla stessa pressa e quindi rese di larghezza e spessore uniforme. Queste lastre devono avere la forma di strisce, e da queste strisce si dovrebbero ritagliare i tondelli rotondi allo stesso modo in cui vengono fatti i setacci per le castagne*” Con queste parole Leonardo descriveva il modo di produrre le lastre di metallo da cui ricavare i tondelli e sorprenderà notare come il procedimento sia rimasto sostanzialmente immutato fino ad oggi, salvo l’automatizzazione di alcune fasi di questo processo. La Figura 43 raffigura una ricostruzione della macchina ideata da Leonardo per produrre i tondelli. Delle ruote con dei lunghi raggi venivano girate al fine arrotolare una corda e alzare, fino all’estremità di una colonna, un peso. Una volta che il peso raggiungeva il punto di altezza massima, veniva azionata una leva che faceva cadere il peso, lungo un binario, e contro un blocco molto spesso trattenuto da una molla metallica. Una lunga lama attaccata al blocco veniva quindi spinta verso il basso al fine di tagliare una lastra di metallo e quindi produrre dei tondelli. Le molle permettevano al peso di tornare alla posizione di partenza. Commentando tale macchina, Leonardo ebbe modo di sottolineare che “*essa ritaglia tondelli perfetti in termini di forma, spessore e peso, e risparmia l’impiego di un operaio che taglia e pesa i tondelli e un altro uomo che li rende rotondi. Essi passano perciò solamente tra le mani dell’operaio addetto alla laminazione e quello addetto alla battitura*”. L’invenzione di Leonardo, come abbiamo analizzato, aveva l’unica funzione di preparare i tondelli. Successivamente quest’ultimi dovevano essere battuti manualmente. *Figura 44* **Figura 44** Al fine di stabilizzare l’assetto del tondello durante l’operazione di battitura, Leonardo da Vinci ideò un ulteriore dispositivo. Come si può apprezzare dalla Figura 44, “*il congegno si presenta come un cilindro munito di due manici, sormontato da una specie di bicchiere. Ma aperto il meccanismo, il bicchiere si rileva come la parte sporgente di un pistone – su cui avvitare il conio di martello – inserito in un alveo cilindrico di grosso spessore, la cui parte inferiore è occupata dal vecchio conio d’incudine*”[4]. Le macchine ed i dispositivi di Leonardo sopra descritti non trovarono mai un’applicazione pratica e si dovettero attendere ancora alcuni anni prima di poter arrivare alla meccanizzazione di almeno una parte del processo di coniazione. Infatti, solo verso la seconda metà del 1500 si cominciarono ad introdurre nelle zecche le prime macchine per la coniazione. Si inventò una grande pressa rotante che tirava delle barre di metallo attraverso una serie di cilindri al fine di produrre una lastra di metallo larga e sottile dalla quale venivano ricavati i tondelli. Successivamente si perfezionò una macchina di ispirazione leonardesca per ottenere i tondelli dalla lastra metallica vergine in modo molto più rapido rispetto alla tecnica medievale. Nel 1573 si inventò la virola o collare che circondava il tondello vergine in fase di battitura. La virola permise di conferire una maggiore rotondità alla moneta e di formare un contorno per preservarla da eventuali tagli o contraffazioni. Tuttavia, l’invenzione più importante fu la progettazione di una macchina per la battitura dei tondelli, il torchio a vite perfezionato poi nel bilanciere, che consentiva di utilizzare una pressione molto maggiore di quella che si poteva ottenere con la vecchia tecnica della coniazione a martello. In questo modo, le monete potevano essere più grandi e spesse, senza compromettere la qualità delle impressioni. Si ritiene che il primo ad utilizzare una pressa a vite fu Donato Bramante che – con l’ausilio di tale macchina, la quale agiva come quella che Nicolò Grosso sembra aver già impiegato nel 1500 forse come fustellatrice – coniò nel 1506 delle medaglie in piombo per papa Giulio II°; il piombo fu probabilmente scelto dal Bramante in quanto è un materiale molto malleabile e non indurisce in alcun modo se sottoposto a pressione. Ciò nonostante, il personaggio più celebre a cui viene tradizionalmente associato il primo utilizzo della pressa a vite fu probabilmente Benvenuto Cellini, che nel suo Trattato sull’Oreficeria descrive – senza però raffigurarla – una pressa da lui stesso usata per stampare le medaglie per il papa Clemente VII°. Sempre in tale Trattato ne loda l’efficacia utilizzando queste parole: “*ma questa forza della vite, se tu artista la intenderai bene, questa è di alquanto più spesa, ma è si stampa meglio con essa e i tuoi ferri* [vale a dire i coni, ndr] *si affaticano manco: e quanto all’oro e all’argento, io ne stampai una gran quantità senza mai ricuocerle; e se bene gli apparisse di più spesa, io ti voglio provare che l’è di manco spesa assai, perché in questo modo della vite, a dua stretture di vite ti terrà stampato la tua medaglia; dove che a cento colpi di conio, nel modo detto di sopra, a pena che tu ne abbi stampato una, di modo che per ognuna di quelle tu ne stamperai venti con la vite*”[5]. Quelli di Bramante e di Cellini erano ancora dei prototipi che solo in pochi erano in grado di realizzare con successo ed erano ancora troppo lenti e macchinosi, anche se davano buoni risultati per grandi moduli eseguiti in tirature limitate. La persona che invece sembra aver dato un contributo fondamentale alla diffusione della pressa a vite e di altre macchine per la produzione di monete destinate alla circolazione fu l’orefice Max o Marx Schwab di Augusta, Germania. *Figura 45* **Figura 45** Infatti, nel 1550 il re francese Enrico II°, venuto a conoscenza – tramite l’ambasciatore francese Charles de Marillac in Augusta – che in Germania un orefice (Max Schwab) aveva ideato delle nuove tecniche e macchine per produrre delle monete perfettamente rotonde di alta qualità, decise di inviare in Augusta dei rappresentanti, tra cui anche il giovane Aubin Olivier, per studiare le nuove tecniche. Dopo delle negoziazioni segrete, alcune delle nuove macchine ideate da Schwab furono acquistate dal governo francese, tra le quali: (i) una macchina laminatrice a rulli, (ii) una macchina trafilatrice, (iii) un bilanciere e (iv) degli strumenti per mantenere fissi i coni durante l’operazione di battitura. Anche se non è chiaro, probabilmente quest’ultimi erano costituiti da virole o anelli di metallo volti a contenere il tondello durante la fase di battitura. Queste nuove macchine furono installate presso la nuova zecca di Parigi (*Monnaie du Moulin*), dove nel 1551 per la prima volta fu messo in funzione il primo bilanciere. In seguito Aubin Olivier cercò di migliorare tale macchina ideando la virola spezzata che, come vedremo, non ebbe però molto successo. Sebbene le nuove macchine avessero delle grande potenzialità – a causa delle resistenze da parte delle maestranze, degli elevati costi e della loro lentezza – nel 1585 il re Enrico III° decise di ritornare al precedente processo di coniazione a martello e di utilizzare tali macchine solo per la produzione di gettoni, medaglie e monete commemorative. Invano tentò agli inizi del XVII° secolo Nicolas Briot di ripristinare l’utilizzo del bilanciere attraverso alcuni miglioramenti; tuttavia, anch’egli dovette scontrarsi con il conservatorismo della *Cour des Monnaies*, l’organo di controllo della monetazione in Francia, che era contraria a tutte le innovazioni a difesa dei lavoratori. Pertanto, fu costretto ad abbandonare la Francia e fu assunto presso la zecca inglese dove fece conoscere la nuova tecnologia. Solo nel 1645, sotto il regno Luigi XIV°, la Francia fu il primo Stato ad abbandonare definitivamente la coniazione a martello per passare alla coniazione meccanizzata fortemente rilanciata dall’allora direttore della zecca francese Jean Warin (o Varin). Successivamente, grazie ad alcune innovazioni introdotte da abili ingegneri francesi (Jean-Pierre Droz e Philippe Gengembre) il bilanciere cominciò pian piano ad essere impiegato anche nelle altre zecche europee. Il bilanciere si diffuse maggiormente nei Paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna, etc.) e nei Paesi anglosassoni (Inghilterra), mentre nei Paesi nordici e di lingua tedesca (Tirolo, Germania, Austria, etc.) si diffuse maggiormente un altro tipo di macchina: la pressa “a rulli”. A tale ultimo riguardo, è difficile stabilire con esattezza quale sia stata la zecca che per prima abbia installato ed utilizzato una pressa a rulli. Tuttavia, Ján Horák [6], un celebre studioso ceco, ritiene che la prima pressa a rulli ovvero con coni rotanti – ideata da Max Schwab intorno al 1540 – fu impiegata nella zecca di Hall in Tirolo nel 1566. Poi si diffuse in Austria e, grazie al rapporto tra il re Filippo II di Spagna e suo nipote Ferdinando d’Austria, tale metodo fu utilizzato anche nella zecca spagnola di Segovia. *Figura 46 – Conio a rullo. Fonte: segoviamint.org* **Figura 46 – Conio a rullo. Fonte: segoviamint.org** Come vedremo, tale macchina fu una derivazione logica del sistema usato per produrre le lastre di metallo da cui venivano poi ottenuti i tondelli. In particolare, le lastre di metallo già “pressate” venivano fatte passare tra due rulli posti uno sopra l’altro che recavano incise le immagini del diritto e del rovescio, ovviamente in negativo ed in incuso, della moneta da coniare. Le immagini così impresse venivano poi ritagliate dalla lastra con un’apposita macchina fustellatrice. Tuttavia, una cosa fu ideare delle macchine che potevano coniare un gran numero di monete, e un’altra, fu trovare i metalli necessari per coniarle. Grazie allo spirito di ricerca e desiderio di conoscere proprio del Rinascimento fu possibile intraprendere nuove esplorazioni e scoprire nuovi giacimenti di metallo prezioso, tra cui le nuove miniere d’argento nel Tirolo, le miniere di rame in Svezia e, in misura maggiore, quelli provenienti dalle Americhe, grazie alla scoperta di Cristoforo Colombo nel 1492. In particolare, le miniere d’argento austriache (nei pressi di Schwaz) determinarono un grande impulso nella produzione di monete argentee di grande modulo prima ancora dell’arrivo dei metalli americani: iniziò l’epoca del tallero e dei “testoni” (cfr. *infra*). Peraltro, proprio le monete di grande modulo determinarono la sperimentazione, se non subito l’introduzione effettiva, di macchine nelle zecche[7]. Inoltre, durante l’epoca pre-industriale si assistette in molti Paesi all’introduzione di una monetazione ausiliaria in rame, che veniva utilizzata per il commercio locale in sostituzione del biglione, come i *cavalli* a Napoli nel 1472 e i *bagattini* a Venezia nel 1473. *Figura 47 – Mezzo Daler svedese (sinistra) e relativo conio (destra)* **Figura 47 – Mezzo Daler svedese (sinistra) e relativo conio (destra)** Al riguardo, si segnala a titolo di curiosità che in Svezia tra il 1624 ed il 1776 la valuta locale (il *daler*) fu coniata sia in argento che in rame. A causa del basso valore del rame, furono emesse monete di grande modulo. Queste monete erano sostanzialmente dei pezzi quadrati di rame che pesavano, in alcuni casi, diversi chilogrammi. Difficili da maneggiare come erano, il sistema monetario basato sul rame fu accettato come novità finché il prezzo mondiale del rame non crollò. Questo enorme aumento nei rifornimenti mondiali di metalli preziosi, l’introduzione di nuove tecniche di coniazione e lo sviluppo del commercio ebbero ovviamente un effetto sulla monetazione. Infatti, nell’epoca pre-industriale, le monete ritornarono ad essere, come nel periodo dell’impero romano, un mezzo di riferimento e di garanzia. Si ricominciò a conservare e risparmiare le monete d’oro e d’argento per affrontare grossi acquisti ed avere un tesoro per tempi di guerra o di carestia. Inoltre, come detto, le nuove tecnologie consentirono di coniare monete più grandi e pesanti, e quindi con un valore intrinseco maggiore. Ad esempio, si ricorda la celebre “Lira Tron” coniata dalla Repubblica di Venezia nel 1472 e che prende il nome dal doge all’epoca in carica Nicolò Tron. Questa moneta pesava circa 6,5 grammi di argento quasi puro (948/000) e valeva 20 soldi, ognuno da 12 denari. E’ particolarmente importante per due motivi: (i) si ritiene sia la prima lira emessa in Italia e (ii) al diritto non presentava più il tradizionale doge che si inginocchia di fronte a San Marco, ma la figura del doge Nicolò Tron. Dopo un paio d’anni, il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, forse ispirato dalla lira veneziana, emise una moneta da 20 soldi con il suo ritratto, denominata “testone”. Ben presto altri duchi italiani, così come il Papa, iniziarono ad emettere grosse monete d’argento con grandi profili dei regnanti impressi sul diritto, chiamate appunto “testoni”. Secondo molti studiosi l’apparizione dei testoni è uno degli eventi che segna il passaggio dalla monetazione medievale a quella moderna. Tutte queste monete sono state fatte da incisori esperti, altamente professionali. Infatti, i Principi del XVI° e del XVII° secolo facevano a gara per avere le monete più belle e si contendevano i grandi maestri dell’arte incisoria, tra i quali si ricorda: Pisanello, Benvenuto Cellini, Pastorino da Siena, Jacopo da Trezzo, Leone Leoni i quali realizzarono alcune tra le più belle monete della storia moderna. Infine, è interessante ricordare che a questo periodo vanno anche fatte risalire per certi versi le origini della nostra Zecca di Roma. Infatti, nel 1665 il papa Alessandro VII° fece spostare la zecca pontificia presso i giardini vaticani, al fine di sfruttare l’acqua del lago di Bracciano per azionare alcune macchine. A ricordarlo c’è peraltro una lapide di marmo con la seguente iscrizione: “*Alexander VII. Pont. Max. Monetarium Officinam in qua novo artificio. Præcipitis aquæ impulsu versatis rotis magno temporis, operæque compendio. Nummi affabre celeriterque signentur. Pubblicæ utilitati construxit. Anno Sal. MDCLV*”. Al riguardo, Giovanni Pietro Chattard ci fornisce un’interessante descrizione di una macchina appartenente alla zecca pontificia: “[…] *quivi con somma celerità, e più esattezza vengono coniate tutta forta di monete, mediante un ordegno mosso da impetuoso, e grosso canale d’acqua, opera mirabile dell’ingegnoso pensiere del celebre Cav. Gio: Lorenzo Bernini* […]. *Per una porta nella sinistra facciata* […] *s’entra nel gran Stanzone denominato dell’ordegno* […]. *Viene detto Stanzone denominato dell’ordegno a motivo di una ingegnosa Macchina, che a guisa di un Credenzone, che esiste nel mezzo di esso* […]. *Racchiude in detto Credenzone una gran Ruota di legno tutta ferrata con suo fuso, la quale internamente viene mossa da un grande sgorgo d’acqua, che cade dall’alto di detta Stanza, incanalata dentro un gran pilastro di materiale, e cadendo con impeto su i dentati raggi di essa per mezzo del soprindicato fuso dà veloce moto nella parte d’avanti al gran Trafilone, e trafila delle verghe situate sopra un ben disposto, e retto piano; e nella parte posteriore alle stampe del conio delle Monete, ciò che con una somma celerità, ed esattezza viene in pochi momenti eseguito: onde per mezzo di detto Ordegno si accelera quel lavoro in brevissimi istanti, che prima della sua invenzione, come si disse prodotta dal Cavalier Gio: Lorenzo Bernini; ed in altre Case della Zecca, a forza d’uomini, o di animali in una giornata appena si poteva eseguire*”[8]. Sebbene non ci sia alcuna prova storica a testimoniarlo, si deve ritenere che la sopra descritta macchina inventata dal Bernini sia una pressa a rulli e non, come certi autori sostengono, un torchio a vite. Peraltro, difficilmente una ruota idraulica, anche se collegata ad un albero a gomiti, potrebbe trasmettere il moto rotatorio ad un torchio a vite. Come vedremo, all’epoca il torchio veniva generalmente azionato dall’uomo, mediante un pesante bilanciere, fissato ad una grande vite, su cui si esercitava il movimento rotatorio della parte mobile premente. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Il collegamento tra la stampa tipografica e la monetazione è testimoniato da una pergamena della zecca francese (datata 1458) in cui viene riportato che il re Carlo VII°, avendo saputo dell’abilità di Johann Gutemberg nell’incidere punzoni e caratteri, decide di inviare nella città tedesca il maestro zecchiere Nicolas Jenson ad imparare l’arte. Cfr. C. Singer – E. Holmyard – A. Hall – T. Williams, *Storia della tecnologia*, Torino, 1993, Vol. III, pag. 392. [2] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 505. [3] Ugo Tucci, *Mercanti, navi, monete nel Cinquecento veneziano*, Bologna 1981, p. 259. [4] Roberto Martucci, *L’incisore di monete*, Il Saggiatore, 2000, pag. 71. [5] Trattato dell’Oreficeria di Benvenuto Cellini (1565). [6] Ján Horák, *Kremnická Mincovná*, Banská Bystricá, 1965. [7] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 482. [8] Giovanni Pietro Chattard, *Nuova descrizione del Vaticano o sia della sacrosanta basilica di S. Pietro*, 1766. --- ## 3.1 Fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/3-1-fabbricazione-dei-coni/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-11 ### Fabbricazione dei coni nell'epoca pre-industriale L’uso delle macchine per la coniazione comportò inevitabilmente che si cambiasse anche radicalmente la tecnica di fabbricazione dei coni, non tanto dal punto di vista della tecnica di incisione – almeno in questo periodo pre-industriale -, ma piuttosto dal punto di vista della loro forma. Infatti, i coni da inserire nella pressa a caduta o nel bilanciere venivano fabbricati in sezioni quadrate o circolari, con un’altezza molto limitata (circa cinque centimetri) e, come vedremo, incastrati in un collare contenitivo o in una scatola porta-conio che aveva la funzione di impedire che si spostassero in fase di battitura. I coni venivano incisi secondo i sistemi tradizionali anche se nel corso del XVIII° secolo fu raffinata la tecnica dei punzoni mobili grazie alla disponibilità di acciai migliori. I coni da inserire nella pressa a caduta o nel bilanciere avevano solitamente una base o collo quadrato, al fine di inserirli e allinearli meglio all’interno della pressa; la parte superiore era invece generalmente tonda (cfr. Figura 48). *Figura 48. Fonte: museion.ru* **Figura 48. Fonte: museion.ru** Inoltre, va osservato che l’utilizzo della pressa a caduta fu probabilmente d’ispirazione per standardizzare la produzione dei coni. In particolare, invece di utilizzare i punzoni mobili, gli incisori iniziarono a fabbricare degli interi coni con le impronte della moneta in positivo (cd. “matrici”). Poi le matrici, sfruttando la tecnica di coniazione a caduta (cfr. *infra*), venivano utilizzate per fabbricare dei coni con le impronte della moneta in negativo. Quest’ultimi coni venivano poi utilizzati per battere le monete. In questo modo, era possibile standardizzare le impronte dei coni e coniare quindi migliaia di monete tutte uguali. Come vedremo nel prossimo capitolo, questa tecnica si sviluppò solo nel periodo industriale. Venendo ora ai coni impiegati nella pressa a rulli, si rileva che gli stessi, in un primo tempo, venivano prodotti attraverso la forgiatura, vale a dire conferendo loro la forma cilindrica battendo il ferro rovente con una mazza. In particolare, si ritiene che per dare la forma rotonda si utilizzasse probabilmente una speciale incudine sulla quale era scavata un’impronta semi-cilindrica e poi venivano rifiniti col tornio. Per aumentarne la durezza della superficie si applicava una lamina d’acciaio. Successivamente, verso la seconda metà del XVIII° secolo, i rulli cominciarono ad essere prodotti in acciaio fuso conferendo loro una durata molto maggiore e qualità tecniche migliori. Una volta prodotti i rulli, gli stessi venivano incisi direttamente sulla loro superficie. Poiché la pressione dei rulli provocava una espansione longitudinale delle lamine, affinché le monete assumessero una forma circolare si dovevano incidere i coni con una figura ovale piuttosto larga. Con riferimento alla produzione delle impronte ovali sui coni a rulli, si possono trarre delle informazioni interessanti da una relazione del 1734 scritta da Ercole Lelli riguardante la zecca di Modena. “*Il diametro trasversale doveva essere più lungo di un ottavo di quello longitudinale e per ottenere questo risultato si utilizzava un bulino con due punte distanti tra loro un ottavo del diametro longitudinale. Con esso venivano incisi due riferimenti sul cilindro ed ognuno veniva usato come centro per tracciare una circonferenza. La linea esterna delle due circonferenze intersecate tra loro rappresentava il contorno del conio sul quale si imprimeva la punteggiatura ed al cui interno si mettevano poi le lettere della legenda e le figure. Dopo aver riempita tutta la superficie dei cilindri di impronte uguali, era necessario cementarli e temperarli per dare loro la durezza necessaria per coniare. Per questo scopo la loro superficie veniva ricoperta da una pasta formata da fuliggine, unghie di bue ed urina umana e dopo averli riscaldati al calore rosso venivano spenti in acqua tiepida (l’acqua troppo fredda poteva far crepare il ferro). Purtroppo la tempera provocava una deformazione dei cilindri (ovalizzazione della sezione) che quindi non avevano più una sezione perfettamente circolare; come conseguenza nel corso della rotazione lo spazio tra di essi non era sempre costante. Ma a questo punto non era più possibile tornire i cilindri e ciò avrebbe comportato irregolarità nello spessore delle monete e quindi nel loro peso. Per ovviarvi si provvedeva ad allineare i cilindri in maniera che alle impronte più sporgenti coincidessero quelle del conio opposto meno sporgenti e così lo spessore della lamina che passava tra di loro sarebbe rimasto pressoché costante. Ogni impronta di moneta doveva quindi essere individuata da una lettera alfabetica per poter sempre effettuare la registrazione corretta*”[1]. Sempre per quanto riguarda i coni, l’invenzione principale durante l’epoca pre-industriale fu probabilmente la virola, vale a dire il cosiddetto “terzo conio” che ha la principale funzione di conferire alla moneta una forma perfettamente circolare e, al contempo, di imprimere eventualmente sul contorno della moneta delle impronte. Ciò anche al fine di contrastare la pratica della “tosatura” del metallo prezioso. *Figura 49 – Virola spezzata in sei segmenti. Fonte: sohomint.info* **Figura 49 – Virola spezzata in sei segmenti. Fonte: sohomint.info** In particolare, la virola consiste di un piatto metallico con al centro un foro circolare con un diametro pari a quello della moneta da coniare, ma leggermente superiore a quello del tondello. Sulle pareti interne del foro possono essere incisi dei disegni o delle scritte, solitamente in incuso, da trasferire sul contorno della moneta. Naturalmente la virola non poteva essere usata nella pressa a rulli, ma ben si associava al bilanciere e questo fu uno degli elementi che influì sulla predominanza di quest’ultimo strumento di coniazione. Ora, posto che il metallo del tondello a seguito della compressione dei due coni si espande e tende a riempire le cavità presenti sui coni e sulla virola, se il disegno consisteva di una semplice zigrinatura verticale, la moneta poteva essere estratta senza difficoltà. Tuttavia, se invece la virola riportava una legenda, un disegno oppure una zigrinatura irregolare, come era consuetudine all’epoca, l’estrazione presentava evidentemente dei problemi. Per ovviare a tale difficoltà si fece ricorso a diversi espedienti: spezzando la virola in più segmenti, inserendo un nastro di acciaio mobile con le incisioni dentro la virola oppure utilizzando la macchina marcatrice. La virola spezzata fu inventata a metà del XVI° secolo dal francese Aubin Olivier e la stessa era essenzialmente una virola che, di norma, constava di tre sezioni o segmenti separabili per agevolare l’estrazione della moneta appena coniata. Naturalmente, questo sistema aveva l’inconveniente di rallentare le operazioni di coniazione, visto che ad ogni battitura i segmenti della virola dovevano essere aperti, e generava spesso dei difetti di conio. A tale ultimo riguardo, è interessante notare che presso il *British Museum* è conservato un esemplare di queste prime monete francesi coniate con la virola spezzata ideata da Aubin Olivier che al contorno avrebbe dovuto riportare la scritta: XVERÆ | RELIGIONIS | ASSERTORI | (la barra verticale sta ad indicare i punti di congiunzione dei tre segmenti di cui era composta la virola). Ebbene, l’esemplare del *British Museum* non riporta le prime due lettere della parola “ASSERTORI” (invece riportate, ad esempio, nell’esemplare conservato presso la collezione della Royal Mint) e ciò è probabilmente dovuto al fatto che la virola era in incuso e quindi del materiale estraneo (polvere metallica, detriti, etc.) deve aver occluso le due lettere in questione impedendone la coniazione. Di conseguenza, alla luce di tutti questi problemi, il nuovo sistema della virola spezzata fu abbandonato per poi essere riutilizzato – dopo due secoli – presso la zecca di Soho verso la fine del XVIII° secolo da Jean-Pierre Droz (cfr. Figura 49), ancora senza successo. Tanto che Matthew Boulton, fondatore della predetta zecca, scrisse: “*ho anche sentito parlare di un tentativo di coniare delle Corone all’interno di virole presso la zecca inglese, ma fu così problematico e la virola così pericolosa che, secondo me, solo una mezza dozzina di monete fu coniata, e se una cosa del genere è stata proposta agli zecchieri, essi avrebbero concluso che sarebbe costato un penny per produrre mezzo penny*”[2]. Dopo pochi anni (nel 1790), sempre alla zecca di Soho, James Lawson introdusse una virola “semplice” composta da un unico pezzo e dotò la pressa di un sistema automatico di alimentazione dei tondelli e di estrazione delle monete appena coniate. Si dovette attendere fino al 1830 per introdurre anche il predetto sistema automatico di alimentazione ed estrazione con la virola segmentata e ciò avvenne ad opera del francese M. Moreau. In particolare, Moreau mise appunto una tecnica che prevedeva l’apertura dei segmenti di cui è composta la virola alla fine di ogni battitura per consentire l’estrazione della moneta senza danneggiamenti. Una volta estratta la moneta, i segmenti si richiudevano automaticamente. Questa tecnica ha il difetto che i segmenti non sono sempre perfettamente allineati ed adiacenti, causando delle imperfezioni (cfr. par. 2.B.11). Parimenti deludente fu il tentativo dell’inglese Thomas Simon che provò a montare sul contorno del tondello un nastro d’acciaio mobile che riportava la legenda da riportare sul contorno della celebre moneta “Petition Crown” celebrativa dell’incoronazione di Carlo II d’Inghilterra. *Figura 50 – Petition Crown di Thomas Simon* **Figura 50 – Petition Crown di Thomas Simon** Il tondello con attorno il nastro veniva inserito dentro la virola e una volta battuto veniva spinto fuori unitamente al nastro d’acciaio mobile, probabilmente con un movimento verticale del conio inferiore. A questo punto, la moneta veniva tirata fuori dal nastro d’acciaio il quale aveva nel frattempo lasciato sul contorno una legenda di 35 parole disposta su due righe, contenente una petizione di Thomas Simon[3]. Evidentemente anche il nastro d’acciaio mobile rallentava moltissimo le operazioni di coniazione e non ebbe successo. Pertanto, queste due tecniche caddero in disuso e furono ben presto sostituite da una macchina marcatrice che, in una fase antecedente o successiva alla battitura, incideva sul contorno del tondello o della moneta una determinata legenda o disegno. *Figura 51 – Macchina marcatrice* **Figura 51 – Macchina marcatrice** “*Questa macchina constava di due barre di acciaio piane e parallele, disposte su di una piastra metallica fissata su di un tavolo massiccio e pesante e distanti l’una dall’altra d’una misura di poco inferiore a quella del diametro dei tondelli che dovevano essere marcati. Una delle barre era fissata mentre l’altra poteva essere spostata avanti e indietro, parallelamente alla prima, mediante una leva ed una ruota dentata, in modo tale che un tondello posto fra di esse potesse ruotare quando la leva veniva azionata in alto e in basso. Le legende del taglio venivano incise sui lati interni delle due barre, metà sulla prima e metà sulla seconda, affinché l’intera legenda si imprimesse sul taglio mentre il tondello compiva mezzo giro*”[4]. Come precisa sempre Grierson, questa macchina fu inventata nel XVII° secolo in Inghilterra da Pierre Blondeau e poi perfezionata in Francia da Jean Castaing nel 1685. Secondo le stime dell’epoca, con questa macchina era possibile coniare il contorno di 20.000 tondelli al giorno. A differenza della virola spezzata, la macchina marcatrice di Castaing ebbe un enorme successo e fu rapidamente utilizzata su grande scala. Successivamente nel XVIII° secolo la macchina marcatrice fu ulteriormente migliorata in Austria con l’introduzione di barre leggermente curve, che riportavano una migliore impronta delle barre dritte. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Michele Chimienti, *La zecca di Bologna e le sue macchine*, Eurocopy, 2008, pag. 42. [2] “*I have also heard of an attempt to strike crown pieces at the Tower in collars, but it was found so troublesome and the collar so hazardous that I believe there never was half a dozen of them struck, and if such a thing had been proposed to the moneyers they would have concluded that it would be worth a penny at least to make a half penny”.* [3] “THOMAS SIMON MOST HVMBLY PRAYS YOVR MAJESTY TO COMPARE THIS HIS TRYALL PIECE WITH THE DVTCH AND IF MORE TRVLY DRAWN & EMBOSS’D MORE GRACE; FVLLY ORDER’D AND MORE ACCURATELY ENGRAVEN TO RELIEVE HIM” [4] Philip Grierson, *Introduzione alla numismatica*, Jouvence, 1984, pag. 168. --- ## 3.2 Fabbricazione dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/3-2-fabbricazione-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-11 ### Fabbricazione dei tondelli nell'epoca pre-industriale Nell’epoca pre-industriale, la fabbricazione dei lingotti di metallo utilizzati per ottenere i tondelli è rimasta sostanzialmente inalterata e non si registrano rilevanti innovazioni rispetto alla tecnica impiegata nel basso Medioevo. Inoltre, queste tecniche erano sostanzialmente uniformi nei principali Stati europei. Al riguardo, è tuttavia interessante segnalare due disegni relativi al processo di coniazione e riportati nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert i quali raffigurano le fornaci per la fusione del metallo (cfr. Figura 52). Come si può notare, venivano utilizzate diverse tipologie di fornaci a seconda del metallo e solitamente la fornace utilizzata per fondere l’oro era più piccola di quella dedicata all’argento o al rame. In certi casi, come abbiamo già visto nel capitolo precedente, questa separazione rifletteva anche una più generale divisione amministrativa e fisica dei due impianti per l’oro e per l’argento (e successivamente anche per il rame) all’interno della medesima zecca. A titolo esemplificativo, a Firenze e Venezia il reparto dell’oro e dell’argento erano ubicati nello stesso edificio, ma in ambienti ben distinti e con amministrazioni separate, con magistrati, personale e cicli operativi diversi e paralleli[1]. A partire dal XVI° secolo, per lo stesso metallo, furono introdotte una serie di due o più fornaci, di cui una aveva solitamente un forno di pre-riscaldamento nel quale il metallo veniva riscaldato in attesa di passare all’altro forno per essere poi fuso. *Figura 52 – Fornaci per la fusione dell’oro (sinistra) e dell’argento (destra) – Fonte: Diderot-D’Alembert (1771)* **Figura 52 – Fornaci per la fusione dell’oro (sinistra) e dell’argento (destra) – Fonte: Diderot-D’Alembert (1771)** Il fuoco veniva alimentato con del carbone e ravvivato con dei mantici che soffiavano aria. Inizialmente i mantici venivano azionati manualmente e successivamente dalla forza animale o idraulica. Il metallo veniva fuso in crogioli fatti di argilla per l’oro e di ferro per l’argento ed il rame. *Figura 53 – Laminatrice manuale. Fonte: segoviamint.org* **Figura 53 – Laminatrice manuale. Fonte: segoviamint.org** E’ interessante notare nel disegno di Diderot e D’Alembert la presenza di un coperchio sopra i crogioli utilizzati per fondere l’oro che aveva la funzione di evitare l’evaporazione e di una pinza sospesa sopra i crogioli utilizzati per fondere l’argento che aveva la funzione di sollevarli per poi riversare il metallo liquefatto negli stampi dei lingotti. Se da un lato la produzione dei lingotti rimase sostanzialmente immutata rispetto al basso Medioevo, dall’altro nella prima metà del Cinquecento alcune importanti innovazioni cominciano a filtrare nelle zecche europee con riferimento alla lavorazione delle barre di metallo e al ritaglio dei tondelli. Infatti, come testimoniano anche le parole di Leonardo, una delle principali esigenze che si iniziava a sentire nel Rinascimento era quella di produrre dei tondelli sempre più piatti, circolari e di peso uniforme. Ogni irregolarità del loro spessore avrebbe potuto comportare eventuali alterazioni di peso e, anche se non erano facili da “tosare”, era pur sempre possibile sottrar loro rilevanti quantità di metallo limandone il taglio. Al fine di soddisfare questa esigenza, furono quindi inventati due macchinari: le macchine laminatrici a rulli, le macchine trafilatrici ed il torchio da taglio. Il funzionamento delle macchine laminatrici a rulli era abbastanza semplice: il metallo veniva fuso in barre e le stesse venivano poi fatte passare più volte tra due rulli compressori, finché non si otteneva lo spessore desiderato. Dopo uno o due passaggi sotto i rulli, il metallo si induriva ed era quindi necessario ricuocerlo per proseguire la laminazione con minor sforzo e senza fessurare la lamina. Naturalmente, il laminatoio richiedeva molta energia e, sebbene ci siano degli esemplari azionati a mano, le zecche più grandi ricorrevano all’energia idraulica o animale. Nel primo caso l’energia veniva trasmessa direttamente da una ruota a pale, mossa dall’acqua, ai rulli compressori, nel secondo caso attraverso un sistema di ingranaggi collegato ad un argano. Un bellissimo esempio di laminatoio azionato con la forza animale è raffigurato nell’*Encyclopédie* di Diderot e D’Alembert. L’utilizzo dei laminatoi manuali era solitamente dedicato ai metalli teneri come l’oro o il piombo. *Figura 54 – Laminatoio azionato con la forza animale. Fonte: Diderot-D’Alembert (1771)* **Figura 54 – Laminatoio azionato con la forza animale. Fonte: Diderot-D’Alembert (1771)** Come testimoniato da Hocking[2], mulini ad acqua e mulini azionati con la forza animale (da cavalli) sono stati impiegati anche presso la zecca inglese nel XVII° secolo, oltre che nella zecca di Hall e nella zecca di Segovia. Peraltro, anche in Italia se ne faceva ampio uso. A titolo esemplificativo, a Roma veniva impiegata la forza idraulica, a Firenze la forza animale e a Venezia venne usata una grande ruota di legno all’interno della quale camminavano due uomini facendola ruotare. Nella Figura 55 si può invece apprezzare una macchina laminatrice a rulli del XVI° secolo raffigurata nel libro di Pantheus intitolato “*Voarchadumia contra Alchimiam*” del 1550 in cui si può osservare la coppia di rulli che tira e schiaccia una lunga lastra di metallo che passa per una fessura al fine di uniformarne spessore e ampiezza. A destra si può anche notare un braciere con il quale veniva effettuata l’operazione di ricottura, necessaria per ammorbidire il metallo prima di ogni passaggio. *Figura 55 – Fonte: Pantheus (1550)* **Figura 55 – Fonte: Pantheus (1550)** *Figura 56* **Figura 56** Le macchine laminatrici a rulli si diffusero verso la seconda metà del XVI° secolo e la prima di cui si dispone della documentazione è quella impiegata nella zecca di Parigi (*Monnaie du Moulin*) nel 1550. Fu una delle macchine importate in Francia dopo le visite fatte presso Max Schwab ad Augusta in Germania. Questa macchina era azionata con la forza idraulica ed era in grado di produrre delle lastre di metallo dello spessore desiderato. I rulli del laminatoio potevano essere azionati uno indipendentemente dall’altro oppure solo uno dei due rulli veniva azionato e poi trasmetteva il moto all’altro tramite una coppia ingranaggi. Il primo sistema era più efficiente perché consentiva di esercitare una maggiore forza di compressione sulle lamine, ma presentava l’inconveniente di ottenere talvolta uno spessore non regolare. Ciononostante lo stesso si impose sul secondo, anche perché col tempo gli ingranaggi si usuravano rendendo irregolare il movimento del cilindro passivo e quindi lo spessore della lastra. Le macchine laminatrici a rulli divennero molto comuni e il loro *design* era tutto sommato abbastanza uniforme nei vari Paesi, anche se – come raffigurato nell’*Encyclopédie* di Diderot e D’Alembert (cfr. Figura 56) – esistevano due versioni: una ad alimentazione orizzontale (maggiormente diffusa) e una ad alimentazione verticale (più rara). Sebbene molto pratiche e facili da usare, le macchine laminatrici a rulli avevano un punto debole: all’epoca non c’erano degli strumenti che consentissero di regolare in modo accurato la loro posizione rispetto alla barra di metallo e questo portava alla produzione di lastre con uno spessore non sempre uniforme. Per cercare di superare questo problema furono inventate le macchine trafilatrici. Infatti, la trafilatrice veniva utilizzata per correggere e perfezionare le lastre di metallo mal riuscite a seguito dell’operazione di laminatura. La trafilatrice è una macchina costituita da una lunga barra di ferro montata su un banco di legno e provvista all’estremità di una piastra o matrice dotata di una fessura di dimensioni corrispondenti allo spessore della lastra di metallo desiderata. *Figura 57 – Trafilatrice di Clausthal (sinistra) e trafilatrice di Stolberg (destra). Fonte: Cooper (1988) e segoviamint.org* **Figura 57 – Trafilatrice di Clausthal (sinistra) e trafilatrice di Stolberg (destra). Fonte: Cooper (1988) e segoviamint.org** In particolare, la fessura ha un diametro progressivamente decrescente fino ad arrivare alle dimensioni volute. La riduzione dello spessore della lastra avviene mantenendo inalterato il suo volume, quindi senza l’asportazione di materiale; con la riduzione diametrale si verifica quindi l’incremento della sua lunghezza. L’estremità della lastra viene dapprima assottigliata a colpi di martello per poter passare dentro la fessura e questa porzione sottile viene agganciata ad un argano per poterla mettere in tensione. Successivamente la lastra viene forzata dentro la matrice da un dispositivo di trazione che scorre lungo una rotaia attraverso una serie di ingranaggi mossi da una manovella. Certe volte, al fine di raggiungere lo spessore desiderato, la lastra doveva passare più volte dentro la matrice con fessure sempre più strette e per evitare possibili fratture o rotture la lastra veniva riscaldata e oliata. Solitamente l’estremità iniziale martellata veniva scartata e rifusa. Sempre con riferimento alle macchine trafilatrici, il Beringuccio nel suo De Pirotechnia ci fornisce un’interessante descrizione di questi prototipi di macchine: “*Alcuni* […] *per non far schiacciare il quadrelli alli stempanini fan tirare con uno arganetto, le verghe di tale argento overo d’oro et passare le fanno per trafila et le conducano a una certa larghezza che ritagliate, et dipoi spianate et ritonde vengano quasi a ponto al peso, et sol ha fadiga l’overiere a rincalcarli et finire di spianarli, et tanto mancho anchora l’overiere et l’agiustatore ha fadiga quanto si taglia la verga con una stampa tonda, la quale li conduce quasi al giusto con un sol taglio*”[3]. Una volta ottenute le sottili lastre di metallo, le stesse venivano “ricotte” e poi forate da un torchio da taglio, o anche detto fustellatrice, per ottenere i tondelli. Il torchio da taglio era una macchina munita di un punzone cilindrico – ovviamente senza incisioni – che veniva forzato contro la lastra, appoggiata ad una base di ferro dotata di un foro, poco più largo del punzone. Per le monete più sottili bastava una semplice leva per forare la lastra metallica, mentre per le monete più spesse occorreva impiegare un torchio a vite simile a quello adibito per la coniazione. Come abbiamo visto, già Leonardo da Vinci aveva sperimentato degli strumenti per tagliare i tondelli pressoché circolari e pare che fin dal 1528 la zecca di Venezia impiegasse delle macchine fustellatrici a tale scopo. *Figura 58 – Fustellatrice manuale. Fonte: segoviamint.org* **Figura 58 – Fustellatrice manuale. Fonte: segoviamint.org** “*Osservando i tipi di tondelli per i quali tali congegni vennero inizialmente utilizzati notiamo che tra la metà del XVI e la metà del XVII secolo le monete di spessore superiore al millimetro, come i testoni, sono tagliate ancora con lo scalpello mentre molte di quelle più sottili, oltre la quasi perfetta circolarità, rilevano spesso lievi mancanze di metallo sul bordo a forma di arco di cerchio, indizio che il tondello proveniva da una lastra dalla quale era stato già staccato un dischetto. Infatti, operando con la fustella, era inevitabile che talvolta si andassero ad intaccare porzioni di lastra interessate da un precedente distacco come mostrano chiaramente i tondelli di numerosi quattrini e mezzi baiocchi di rame della seconda metà del XVII e XVIII secolo.* *Più tardi, con il perfezionamento dei levismi, che poterono dare al congegno una maggiore potenza, ed il miglioramento degli acciai delle lame, si riuscì ad ottenere anche pezzi di grande modulo come le piastre d’argento*”[4]. Peraltro, questo breve passaggio del libro del Finetti fornisce una chiara descrizione di un errore di coniazione che avviene ancora oggi: i tondelli pizzicati (cfr. par. 2.T.4.). Alla fine del XVII° secolo e agli inizi del XVIII° secolo queste macchine cominciarono ad aumentare di dimensioni e a produrre tondelli sempre di maggior diametro. Inoltre, ispirandosi al principio fisico dei bilancieri, cominciarono ad assumerne anche la forma. Si veda ad esempio il torchio da taglio riportato nella Figura 59. *Figura 59 – Torchio da taglio per tondelli di grosso modulo. Fonte: Badisches Landesmuseum di Karlsruhe* **Figura 59 – Torchio da taglio per tondelli di grosso modulo. Fonte: Badisches Landesmuseum di Karlsruhe** Una volta tagliati, i tondelli venivano riscaldati in normali forni a riverbero al fine di “ammorbidire” il metallo e renderlo più malleabile (cd. ricottura). I tondelli d’oro e d’argento venivano normalmente messi dentro ad un contenitore di ferro dotato di coperchio e ricoperti di argilla per minimizzare il processo di ossidazione. Una volta riscaldato a sufficienza, il contenitore veniva estratto dal forno e messo a raffreddare. Terminata questa fase, i tondelli venivano quindi puliti attraverso un’operazione di imbiancamento che consisteva nell’immergerli in una soluzione di tartaro e acqua con un po’ di acido solforico A questo punto i tondelli erano pronti per essere battuti, anche se talvolta, come abbiamo visto, si procedeva prima a marcarne il contorno. In certi casi, la marcatura del contorno poteva avvenire anche immediatamente prima dell’operazione di ricottura. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Lucia Travaini, *Zecche e monete*, in *Il Rinascimento italiano e l’Europa*, vol. III, Produzione e tecniche, a cura di Ph. Braustein e L. Molà, Fondazione Cassamarca, Treviso, Angelo Colla Editore, pag. 488. [2] W.J. Hocking, *Simon’s dies in the Royal Mint Museum, with some notes on the early history of coinage by machinery,* The Numismatic Chronicle, n. 9, 1909, pag. 78. [3] Vannuccio Biringuccio, *De la Pirotechnia*, Venezia, 1540, p. 133. [4] Angelo Finetti, *Numismatica e tecnologia*, NIS, 1987, pag. 35. --- ## 3.3 Battitura dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/3-3-battitura-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-11 ### Battitura dei tondelli nell'epoca pre-industriale Per quanto riguarda la battitura dei tondelli, nel periodo pre-industriale furono introdotti principalmente quattro macchinari diversi, alternativi alla coniazione a martello: la pressa a caduta, il bilanciere, la pressa a rulli e la pressa a tasche. I primi due si basavano essenzialmente su sistemi meccanici volti ad incrementare la forza dei colpi del tradizionale martello, mentre gli altri due vennero sviluppati prendendo spunto dal meccanismo su cui si basava il laminatoio. *Pressa a caduta* Alla fine del XV° secolo è stata inventata in Francia la pressa a caduta (anche detta maglio a caduta o *mouton*) che forse rappresenta il primo esempio di meccanizzazione del processo di battitura. La pressa a caduta è un dispositivo meccanico che ricorda molto la macchina ideata da Leonardo per tagliare i tondelli. Infatti, similmente alla macchina leonardesca frutta la forza cinetica di un peso portato ad una grande altezza per battere un tondello posto tra due coni. *Figura 60* **Figura 60** In particolare, un peso la cui massa era proporzionale al tondello da battere veniva sollevato fino in cima ad una incastellatura alta e stretta grazie ad una corda che, passando attraverso ad una grande ruota posta nel punto più alto della macchina, veniva tirata da alcuni uomini o da un cavallo. Poi la corda veniva rilasciata, facendo cadere il peso sopra il conio superiore. La forza cinetica del peso veniva quindi trasferita al conio superiore al fine di battere il tondello. Il conio inferiore era solitamente fissato sulla base della macchina. La moneta veniva quindi controllata per verificare la qualità delle impronte e se non erano ritenute soddisfacenti, il martello veniva rilasciato di nuovo per avere la qualità desiderata. Questa pressa non era molto efficiente in quanto consentiva di coniare poche monete, circa 10-15 al minuto, ed anche l’allineamento dei due coni era particolarmente difficoltoso; per mantenere in posizione i due coni quando arrivava il colpo del maglio, gli stessi spesso prevedevano un meccanismo costituito da dei perni posti su uno dei coni che si dovevano incastrare nei corrispondenti fori dell’altro. Il meccanismo era simile a quello dei coni a scatola (cfr. capitolo precedente). Peraltro, i continui colpi violenti rischiavano di danneggiare più velocemente i due coni e favorivano gli errori di coniazione, spesso causati da una doppia battitura dovuta ad una vibrazione o ad un rimbalzo del conio. Tuttavia, questa macchina aveva il vantaggio di essere relativamente semplice e poco costosa visto che era essenzialmente fatta di legno e non richiedeva lavorazioni complesse come quelle del bilanciere. Vista la scarsa produttività, essa fu principalmente utilizzata per la coniazione di medaglie o per le monete di grande modulo, di cui solitamente si coniavano piccoli quantitativi. La pressa a caduta costituisce un’invenzione molto importante non solo perché ha probabilmente segnato l’inizio della meccanizzazione della fase di battitura, ma anche perché – come è già stato evidenziato – da essa si sarebbe poi sviluppata l’attuale tecnica di produzione dei coni. Secondo alcuni studiosi, la pressa a caduta costituisce l’anello di collegamento tra la coniazione a martello ed il bilanciere; tuttavia, questa ipotesi, benché suggestiva, non è al momento suffragata da alcun documento. Alcune tracce documentali di monete coniate con la pressa a caduta si riferiscono alla monetazione francese della fine del XVIII° secolo e a quella inglese dell’inizio del XIX° secolo[1]. In Francia la prima testimonianza scritta di coniazione attraverso una pressa a caduta è quella riportata da Charles Coulomb in una memoria di lettura all’*Académie des Sciences* del 24 febbraio 1798 (*Expériences sur la force des hommes*): “[…] *per diversi mesi presso la zecca di Parigi, degli uomini hanno coniato delle monete con una pressa a caduta. Ecco in cosa consisteva il lavoro di una giornata: il peso della pressa pesava 38 kg; era gestito da due uomini che esercitavano quindi uno sforzo di 19 Kg ciascuno. Il peso veniva sollevato a 4 decimetri di altezza ad ogni colpo, in una giornata venivano battuti 5200 pezzi, vale a dire che il peso veniva sollevato 5200 volte*”[2]. Si ipotizza che la pressa a caduta sia stata utilizzata in Francia nel 1791 per coniare le monete in rame della nascente Repubblica, al fine di far fronte al rilevante fabbisogno di monete visto che è anche uno dei mezzi di coniazione tra i più economici. Inoltre, si hanno testimonianze dell’utilizzo di questa tipologia di macchina anche in Italia, ad esempio presso la zecca di Modena; infatti, in un suo inventario del 1676 è stato scritto: “*torchio, anzi mortaio di bronzo segnato con le lettere B.D.G.*”, probabilmente si trattava di una pressa a caduta. *Il bilanciere* Il bilanciere è essenzialmente una macchina che ha la funzione di moltiplicare la forza muscolare attraverso l’utilizzo di una leva attaccata ad una grande vite. In particolare, la struttura portante è costituita da una base piana sulla quale è fissata una cornice (o telaio o incastellatura) di bronzo, e più tardi in ferro, alla quale è vincolata, mediante il dado o madrevite, un perno (o albero) verticale lavorato a vite. La madrevite è ricavata direttamente nell’incastellatura, mentre la vite ruota entro ad essa per effetto del moto rotatorio. Il perno costituisce l’asse del bilanciere: sull’estremità superiore è saldato il braccio, terminante con due sfere o dischi di piombo posti ad uguale distanza dal perno, che hanno la funzione di accrescere l’impatto cinetico del punzone sul tondello, sfruttando l’accoppiamento di vite e madrevite. Solitamente, ai due pesi venivano attaccate delle corregge di cuoio o delle corde che servivano a facilitare la presa da parte dell’addetto o, più spesso, degli addetti della zecca che avevano il compito di far ruotare il braccio. Poi c’era un altro operaio che aveva la funzione di mettere il tondello e poi di rimuovere la moneta appena coniata. *Figura 61 – Bilanciere. Fonte: vldsnumis.free.fr* **Figura 61 – Bilanciere. Fonte: vldsnumis.free.fr** La filettatura della vite era formata da più filetti, detti anche “vermi”, per aumentarne la resistenza. Il passo della vite definiva le caratteristiche del bilanciere assieme alla lunghezza del braccio ed al peso delle sfere. Sull’estremità inferiore del perno era incastrato il conio superiore, essendo quello inferiore vincolato alla base della struttura. La vite, ruotando per effetto dei pesi posti sul braccio, acquistava da essi energia cinetica che si scaricava sul tondello metallico posto tra i due coni, imprimendovi le impronte della moneta o della medaglia. In particolare, la vite ruotava e scendeva lungo la madrevite finché trovava un ostacolo – vale a dire il conio superiore che batteva contro il tondello – su cui scaricava tutta la forza; a questo punto la vite si arrestava bruscamente ed il suo moto rotatorio si invertiva per risalire lungo la madrevite. Era importante che la cornice dei bilancieri – anche detta castello o castelletto o fusto – fosse composta da una struttura molto solida, perché la stessa doveva resistere ad una forte torsione trasmessa dal braccio sul perno. Inoltre, anche la base su cui si poggiava la cornice doveva esse molto pesante e ben piantata a terra, al fine di evitare che una frenata improvvisa del braccio facesse ruotare l’intero bilanciere. La cornice era composta da tre parti: (i) la “testa” in cui era fissata la madrevite, (ii) i “cosciali laterali” che univano la testa con il basamento e (iii) il “basamento” che veniva fissato sopra un grande supporto di legno o pietra per dare stabilità alla macchina ed ammortizzare il colpo trasmesso al suolo. I vantaggi della coniazione con il bilanciere in luogo di quella a martello erano evidenti e molteplici: innanzitutto, vi era una maggiore uniformità del prodotto, unita ad un’economicità determinata dal minor tempo di battitura; in ultimo, la moneta coniata al torchio era molto più difficile da falsificare ed assai più bella di quella coniata a mano. Questa macchina poteva battere circa 30 pezzi al minuto, ma il lavoro era molto faticoso e doveva essere svolto da una squadra di almeno cinque uomini. I primi bilancieri furono utilizzati in Italia intorno all’inizio del XVI° secolo. Tuttavia, come è già stato osservato, per ben due secoli il loro impiego all’interno delle zecche europee fu piuttosto limitato e solo nel XVIII° secolo diventò il principale strumento di coniazione. Le difficoltà iniziali ad adottare le presse a vite nelle zecche europee trovano spiegazione anche nell’osservazione di Benvenuto Cellini circa la maggiore spesa cui si doveva andare incontro per procurarsi l’attrezzatura, in confronto ai semplici utensili necessari al conio ordinario. Peraltro, come è già stato ricordato, fu proprio Benvenuto Cellini la persona a cui viene solitamente associato il primo utilizzo di un torchio a vite per coniare delle monete e delle medaglie. Benvenuto Cellini ne ha anche descritto il funzionamento nel suo Trattato sull’oreficeria, lasciandoci una preziosa testimonianza. Il Trattato di Cellini non riporta purtroppo alcun disegno di tale pressa, ma A.R. Hall ha tentato una ricostruzione, fatta in base alle descrizioni contenute negli scritti, risalenti a poco metà del Cinquecento. *Figura 62 – Ricostruzione del torchio del Cellini. Fonte: Cooper (1988)* **Figura 62 – Ricostruzione del torchio del Cellini. Fonte: Cooper (1988)** Cellini suggerisce di costruire un telaio in ferro abbastanza lungo da permettere l’entrata – oltre ai due coni quadrati sui quali la medaglia viene battuta – alla madrevite, ottenuta per fusione intorno alla vite maschio di ferro; infatti, la tecnologia disponibile all’epoca non era in grado di scavare il filetto sul foro interno. “*La forza della vite*”, nota Cellini, “*da cui si dipartono i diversi e contrari cammini della parte mobile*” è tale da rendere il procedimento più economico del conio “*a martello o a fusione*”. Infatti, “*in varie distanze dal suo centro, l’invenzione adopera con continua egualità di forza, cosicché, per ogni medaglia stampata con il conio ordinario, ne vengono stampate venti con il nuovo torchio*”. Con l’aiuto di quattro uomini esperti nel tenere a posto gli stampi ed il pezzo da coniare, Cellini afferma di poter coniare medaglie “*pressoché perfette*”. Inoltre, Cellini sostiene di aver coniato in questo modo più di cento medaglie per papa Clemente VII°, senza dover mai ricorrere “*al maglio o al fuoco*”, vale a dire alla coniazione a martello e alla fusione[3]. Fortunatamente alcuni dei coni da lui stesso incisi ed utilizzati nel suo bilanciere sono conservati presso il Museo Bargello di Firenze. Un’analisi di quei coni ha consentito di scoprire come Cellini sia riuscito a risolvere il problema della rotazione del conio superiore al momento dell’impatto. Infatti, si ritiene che, in questi primi prototipi di bilancieri, i due coni fossero “mobili” e quindi non fissati al telaio o alla struttura del bilanciere. In particolare, il tondello veniva inserito manualmente tra il conio inferiore ed il conio superiore e gli stessi venivano posti così assemblati sotto la vite che esercitava la compressione. Ciò tuttavia comportava che il moto rotatorio della vite potesse con l’impatto spostare il conio superiore in fase di battitura. Per ovviare a questo problema, Cellini ideò una sorta di collare contenitivo di forma rettangolare che aveva la funzione di incastrare i due coni uno sopra l’altro (cfr. Figura 62) ed impedirne quindi il movimento al momento dell’impatto con la vite. Una volta coniata la moneta, il collare veniva aperto e la moneta veniva rimossa. Naturalmente questo sistema elaborato rallentava molto le operazioni di battitura. Il lavoro di Cellini fu comunque molto importante, in quanto gettò le basi per un nuovo metodo di coniazione che avrebbe pian piano assunto sempre maggiore importanza nei tre secoli successivi. Dopo Cellini, un altro architetto ed ingegnere senese, Baldassarre Peruzzi (studente del Bramante), diede un importante contributo con alcuni schizzi – custoditi nel Gabinetto dei Disegni, Uffizi, Firenze – raffiguranti una pressa a vite, molto probabilmente destinata ad essere utilizza per la coniazione di monete. L’elemento di novità introdotto dal Peruzzi fu una sorta di colonna a forma di parallelepipedo – detto albero o fittone – che consentiva al conio superiore di salire e scendere all’interno di apposite guide indipendentemente dal movimento della vite[4]. Superiormente era collegato alla vite tramite un cuscino reggispinta che permetteva a questa di ruotare mentre l’albero poteva scorrere solo verticalmente. Di solito l’albero presentava nella sua estremità inferiore un sistema di bloccaggio del conio superiore per mezzo di viti. In particolare, i coni erano fissati in due scatole porta-conio che erano dotate di viti di registro per posizionarli correttamente. A volte la scatola superiore era scavata direttamente sull’albero. Questa invenzione fu molto importante in visione della successiva introduzione della virola o collare, in quanto l’innalzamento del conio superiore consentiva più agevolmente e più velocemente l’estrazione della moneta appena coniata. Solitamente la risalita del conio superiore veniva agevolata da una molla oppure da una leva con un contrappeso. L’idea del Peruzzi fu poi realizzata concretamente dal francese Nicolas Briot a cui viene tradizionalmente attribuita l’invenzione del bilanciere moderno che, rispetto ai primi prototipi, prevedeva appunto un conio superiore attaccato ad una colonna che saliva e scendeva all’interno di guide. *Figura 63 – Bilancere del Comelli. Fonte: segoviamint.org* **Figura 63 – Bilancere del Comelli. Fonte: segoviamint.org** Al riguardo, va inoltre segnalato che fino alla fine del XVIII° secolo ciascun tondello doveva essere posto manualmente nella posizione corretta per la battitura e successivamente rimosso sempre manualmente. Il primo tentativo di realizzare un bilanciare che fosse dotato di un meccanismo di estrazione di una moneta coniata all’interno della virola fu realizzato da Francesco Comelli, un ingegnere ed orologiaio italiano a cui era stata commissionata la produzione di una pressa per la zecca di Bologna. Il bilanciere del Comelli porta la data del 1786 ed è conservato presso la Galleria Davia Bargellini del Museo Civico d’Arte Industriale di Bologna. Purtroppo, la sede del conio inferiore ed il piatto della virola sono mancanti, mentre la sede del conio superiore ed il meccanismo di estrazione sono completi. Quest’ultimo meccanismo funzionava nel seguente modo: un collare portante due camme era rigidamente montato sulla vite principale e quando la vite iniziava a salire dopo ogni battitura le camme si incastravano rispettivamente con due denti di ingranaggio. Questi erano montati su due viti secondarie che passavano lateralmente lungo il telaio e nella parte più bassa dovevano essere collegati ad un anello portante la virola. Pertanto, quando la vite principale saliva, il meccanismo faceva scendere la virola verso il conio inferiore e la moneta appena coniata veniva quindi forzata verso l’alto facendola uscire dalla virola. L’operatore doveva poi estrarre la moneta ed inserire il tondello vergine per la successiva battitura. Solo dopo circa dieci anni a Parigi due ingegneri Jean-Pierre Droz e Philippe Gengembre inventarono un meccanismo simile volto ad alimentare automaticamente i tondelli e ad estrarre le monete appena coniate. A parte quanto appena descritto, nel periodo dal XVI° fino alla fine del XVIII° secolo, la costruzione dei bilancieri proseguì senza grosse innovazioni, ma si assistette ad un graduale incremento nella loro grandezza, potenza e capacità di coniazione. Al riguardo, si ricorda il bilanciere della zecca di Norimberga, custodito presso il Germanisches National Museum dell’omonima città, che probabilmente fu uno dei più potenti del tempo, e l’imponente bilanciere di Ghota. *Figura 64 – Bilanciere di Gotha. Fonte: segoviamint.org* **Figura 64 – Bilanciere di Gotha. Fonte: segoviamint.org** *Pressa a rulli* Parallelamente allo sviluppo del bilanciere, nella prima metà del XVI° secolo in Germania fu ideata un’altra tipologia di macchina per la coniazione: la pressa a rulli o pressa a coni rotanti (*Walzenwerke* in tedesco). La prima testimonianza dell’utilizzo della pressa a rulli risale ad un periodo tra il 1530 ed il 1540 presso la zecca di Norimberga. Rispetto al bilanciere, la pressa a rulli aveva il grande vantaggio di non effettuare la coniazione in un solo istante su tutta la superficie della moneta, ma in maniera graduale e progressiva su una zona limitata attraverso la rotazione dei coni; quanto più la rotazione era lenta, tanto minore era l’energia richiesta per l’operazione. Inoltre, sempre a differenza del bilanciere, il moto continuo verso la stessa direzione consentiva di poter sfruttare la forza dei mulini idraulici o la forza animale con maggiore facilità. L’origine di questa macchina è strettamente collegata al laminatoio. Infatti, è probabile che gli zecchieri, osservando come le imperfezioni dei rulli compressori venivano trasferite sulla superficie delle lastre di metallo, realizzarono che eventuali iscrizioni o disegni incisi sui rulli potevano essere trasferiti sulle lastre di metallo. Inoltre, se entrambi i rulli riportavano delle impronte la lastra poteva essere incisa su entrambi i lati e, una volta ritagliata con un’apposita macchina fustellatrice (cfr. Figura 66), poteva dare origine ad una moneta. *Figura 65 – Pressa a rulli della zecca di Hall in Tirolo* **Figura 65 – Pressa a rulli della zecca di Hall in Tirolo** A differenza della fustellatrice utilizzata per ritagliare i tondelli, quella utilizzata per ritagliare le lamine già coniate doveva avere anche il punzone superiore cavo al fine di non rovinare le impronte coniate. Le monete ritagliate con quest’ultimo macchinario risultavano spesso appiattite lungo il bordo e mostravano sul contorno i segni della tranciatura che venivano poi “nascosti” dalla macchina marchiatrice. Gli spazi “vuoti” della lastra di metallo erano solitamente riempiti con punti o trattini incisi più in profondità dei coni che, riempiendosi con il metallo espanso dalla pressione dei rulli, evitavano lo slittamento della striscia metallica, frequente nelle operazioni di laminatura. Inoltre, davanti e dietro ai rulli, vi era solitamente una barra metallica munita di una fessura, detta “bussola”, per introdurvi i lingotti da laminare e mantenerli in sede. Le presse a rulli più piccole venivano solitamente azionate manualmente, ma si conoscono anche casi in cui è stata sfruttata la forza idraulica, soprattutto nei casi in cui ad essere coniate erano delle lunghe lastre di metallo; in tal modo era infatti possibile sfruttare il flusso continuo di energia prodotto dai mulini azionati ad acqua. Le presse azionate manualmente erano spesso dotate di due manovelle, una per lato, e in certi casi avevano dei doppi ingranaggi al fine di rendere più uniforme il movimento dei rulli. *Figura 67 – Lastra coniata di Carlo I°. Fonte: British Museum* **Figura 67 – Lastra coniata di Carlo I°. Fonte: British Museum** Una delle più importanti collezioni di presse a rulli è conservata presso il Castello di *Český Krumlov* in Repubblica Ceca. *Figura 66* **Figura 66** Qui sopra si può apprezzare un lato di una lastra coniata con una pressa di metallo risalente a Carlo I° di Inghilterra e conservata al *British Museum*. I tre punti allineati verticalmente indicano una rotazione completa dei rulli. Si noti la forma leggermente ovalizzata delle monete. Macchine molto simili alle *walzewerke* tedesche furono impiegate anche ad Hall in Tirolo, dove si facevano appunto passare strisce di oro od argento attraverso grossi cilindri incisi con il disegno del diritto e del rovescio della moneta. Infatti, Ugo Tucci conferma che ad Hall “*il problema della stampa di grossi pezzi d’argento viene affrontato con la pressa a rulli, dove gli opposti coni della moneta vengono incisi da due calchi rotanti*”. Sempre il Tucci riferisce che “*la repubblica di Genova entra in trattative con Roma per la fornitura di una pressa a rulli, del tipo di Hall per intenderci, già in funzione nella zecca pontificia, ed acquistata anche dal cardinale Chigi, per Napoli*”[5]. Con questo metodo di coniazione, le impronte venivano trasferite sulla lastra gradualmente e ciò comportava che la forza di compressione fosse necessaria solo nella porzione della lastra che era in contatto con i due rulli compressori. I risultati di questa pressa a rulli non erano soddisfacenti visto che spesso i due coni, e quindi le due facce delle monete, non erano sempre perfettamente allineate (cfr. Figura 68) e la forma della moneta risultava ovalizzata. In certi casi, per evitare questo effetto di “allungamento” della moneta si procedeva ad incidere sui rulli delle matrici leggermente ovalizzate in senso ortogonale al loro moto dei rulli. Peraltro, oltre a non fornire pezzi di peso accettabilmente uniforme, questo metodo presentava lo svantaggio “*di costringere a rischiare tutti i coni incisi su uno stesso rullo se uno solo di essi subiva qualche danno*”[6]. *Figura 68 – Sesino di Modena Rinaldo d’Este (1706-1737)* **Figura 68 – Sesino di Modena Rinaldo d’Este (1706-1737)** Un perfezionamento di questa macchina portò all’invenzione del cd. torchio oscillante o pressa a coni curvi o pressa a tasche (*Taschenwerke* in tedesco) che, pur sfruttando sempre il principio fisico della laminatrice, prevedeva dei coni con solo una sezione dei rulli. Pertanto, gli stessi avevano delle superfici curve e coniavano la moneta attraverso un moto oscillatorio pari a massimo un quarto di giro. In particolare, i coni avevano una forma “a fungo” ed il loro gambo veniva inserito e bloccato in una tasca ricavata all’interno di una coppia di cilindri, mentre la parte esterna appoggiava da un lato alla superficie degli stessi e dall’altra portava l’incisione del conio. *Figura 69 – Pressa a coni curvi (Norimberga). Fonte: segoviamint.org* **Figura 69 – Pressa a coni curvi (Norimberga). Fonte: segoviamint.org** *Figura 70 – Fonte: segoviamint.org* **Figura 70 – Fonte: segoviamint.org** A differenza della pressa a rulli, il torchio oscillante consentiva di coniare il singolo tondello, che in certi casi aveva una forma quadrata, in quanto non era sempre facile far coincidere il perimetro del tondello con le impronte dei coni. Poi il tondello quadrato veniva ritagliato attraverso una macchina fustellatrice. Tuttavia, questa macchina doveva sempre mantenere perfettamente allineati i due coni e bloccarli una volta ultimata la coniazione al fine di evitare uno slittamento del tondello in uscita e la conseguente e antiestetica schiacciatura e ovalizzazione del bordo verso la direzione del moto impresso dai due coni. In particolare, il tondello veniva posizionato fra le due facce dei coni curvi e si abbassava una leva affinché passasse tra le due superfici. Anche in questo caso il risultato non era pienamente soddisfacente in quanto le immagini non venivano impresse in modo uniforme e, come già osservato, la pressione non uniforme esercitata dai due coni curvi tendeva a distorcere la forma circolare dei tondelli. Inoltre, un altro inconveniente di questa macchina era dato dalla deformazione del tondello che risultava leggermente curvo dopo essere passato tra i cilindri. Per rimediare a ciò, si soleva martellarlo ponendolo tra due pezzi di legno. Infine, si segnala a titolo di curiosità che una tra le più sofisticate presse a rulli ad azione manuale che si conoscano vi è quella custodita presso la zecca di Kremnica nella Repubblica Slovacca (cfr. Figura 71 – A). Come riportato da Ján Horák – che fu anche ingegnere e direttore della zecca di Kremnica fino al 1957 – questa macchina è stata utilizzata dal 1661 al 1753. *Figura 71 – Pressa a rulli della zecca di Kremnica (A) e conio a rullo di Monaco di Vestfalia (B). Fonte: segoviamint.org* **Figura 71 – Pressa a rulli della zecca di Kremnica (A) e conio a rullo di Monaco di Vestfalia (B). Fonte: segoviamint.org** Questa macchina veniva azionata tramite un’apposita manovella collegata ad una ruota con sei pesi posti ad egual distanza che probabilmente avevano la funzione di amplificare la forza da trasmettere ai rulli posti a lato. Sebbene non si conosca esattamente il suo funzionamento si pensa che la stessa venisse utilizzata per coniare delle lastre di metallo di una lunghezza predeterminata. Da ultimo, sempre per la sua particolarità, merita essere menzionato il conio a rulli riportato nella Figura 71 – B conservato presso il *Westfälisches Landesmuseum* in Monaco di Vestfalia. Come si può notare dalla foto questo conio a rullo ha la forma di una ruota ed in particolare ha un diametro molto lungo che presupponeva quindi una pressa di dimensioni rilevanti che purtroppo non è arrivata fino a ai giorni nostri. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] AA.VV., *Les graveurs d’acier et la médailles de l’antiquité à nos jours*, Imprimerie Nationale, 1971, pagg. 423-424. [2] “*[…] pendant plusieurs mois de suite à la Monnaie de Paris, des hommes frappaient des pièces de monnaie avec un mouton. Voici en quoi consistait le travail de la journée: le mouton pesait 38 Kg; il était manœuvré par 2 hommes qui faisaient par conséquent chacun un effort de 19 Kg. Le mouton était élevé a chaque coup à 4 décimètres de hauteur, l’on battait dans la journée 5200 pièces ou ce qui revient à dire que l’on élevait le mouton 5200 fois*” [3] Giuseppe Giannantonj, *Lavoro e tecnica in zecca tra il XVI e XVIII secolo*, Costa Editore, 1998, pagg. 29-30. [4] Denis Cooper, *The art and craft of coinmaking – A history of minting technology*, Spink & Son, 1988, pag. 53. [5] Ugo Tucci, *La meccanizzazione della coniatura delle monete*, in *Mercanti, navi, monete* *nel Cinquecento veneziano*, Bologna, 1981. [6] Philip Grierson, *Introduzione alla numismatica*, Jouvence, 1984, pag. 173. --- ## 4. Epoca industriale (1780 – 1940) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/4-epoca-industriale/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Sigla: 4 - Ultima modifica: 2020-03-12 A partire dalla fine del XVIII° secolo e l’inizio del XIX° secolo la società attraversò un periodo storico chiamato Rivoluzione industriale in cui si attuò il passaggio da un’economia agricola e artigianale ad una economia industriale, fondata sull’utilizzazione delle macchine. La Rivoluzione industriale si caratterizza come un importante fenomeno di trasformazione della società e dei suoi processi produttivi che, partendo dalla Gran Bretagna di fine Settecento, si espande progressivamente al resto dell’Europa e del mondo. I nuovi rapporti di produzione industriali modificano radicalmente l’esistenza individuale, spostando masse enormi dalle campagne alle città e dall’impiego nei campi al lavoro salariato, mentre il moderno capitalismo, sulla scia del pensiero di Smith, Ricardo e Malthus, getta in questa fase le basi del mondo contemporaneo. Da un punto di vista più concreto, l’aspetto che caratterizzò principalmente questo periodo storico fu l’invenzione e l’utilizzo di nuovi metodi per produrre le merci e, cosa più importante, la produzione di grandi quantità di esse in tempi molto brevi. In effetti, il perfezionamento della macchina a vapore da parte di James Watt verso la seconda metà del XVIII° secolo significò che, con sufficienti forniture di materiale grezzo, quasi un’infinità di qualsiasi merce poteva essere prodotta. Si ebbero così una crescente meccanizzazione dei processi produttivi, la comparsa di macchine utensili più efficienti e l’ideazione di macchine alimentate da motori a vapore, dalle quali derivarono l’incremento della produttività del lavoro operaio, la possibilità di fabbricare oggetti standardizzati e dalle parti intercambiabili, l’ascesa del carbone quale fonte predominante di energia e la meccanizzazione dei trasporti. Ora, essendo in fin dei conti le monete un prodotto come gli altri, fu solo una questione di poco tempo prima che ad esse fossero applicate le nuove tecniche di produzione di massa. Infatti, le monete furono uno tra i primi manufatti ad essere prodotti in serie, dato che il nuovo concetto della macchina a vapore fu quasi da subito applicato alla coniazione di monete. *Figura 72 – Mezzo penny Anglesey 1780 (la prima moneta al mondo coniata con una pressa azionata a vapore)* **Figura 72 – Mezzo penny Anglesey 1780 (la prima moneta al mondo coniata con una pressa azionata a vapore)** La pressa per la coniazione azionata a vapore fu il risultato di una collaborazione tra James Watt e Matthew Boulton, che divennero soci nel 1768. In particolare, nel 1770 Boulton inventò una macchina a vapore per la coniazione, con una produttività di 70-80 monete per minuto. L’invenzione di Watt e Boulton consentì di ridurre al minimo il lavoro umano, visto che la loro macchina necessitava di un solo addetto il quale doveva inserire i tondelli in un tubo che alimentava la pressa. Nel 1786 Boulton visitò la zecca di Parigi dove poté incontrare Jean-Pierre Droz ed esaminare alcune delle sue innovazioni, tra le quali la virola spezzata. Pochi anni dopo, nel 1789 Boulton fondò a Soho, nei pressi di Birmingham, una fabbrica per la produzione in serie di monete e offrì un impiego a Droz. L’idea fondamentale di Boulton era che la fabbricazione di monete perfettamente circolari di peso uniforme avrebbe posto termine alla contraffazione, mentre la meccanizzazione avrebbe accelerato la produzione migliorando contemporaneamente la qualità. Al riguardo, è interessante riportare un estratto di una relazione di Boulton del 1792: “*Questa zecca è dotata di otto grandi macchine da coniazione, tutte sufficientemente robuste da battere le monete delle maggiori dimensioni in circolazione, o anche medaglie. Ciascuna macchina può essere messa in funzionamento in pochi minuti al fine di poter coniare un numero di monete che va dalle 50 alle 120 al minuto, proporzionalmente al diametro e al grado del loro rilievo. Ciascun pezzo viene battuto all’interno di una virola d’acciaio e tutti i pezzi risultano perfettamente rotondi e di diametro esattamente uguale. Ogni macchina richiede la presenza di un ragazzo di soli 12 anni, che non deve fare alcuna fatica. Egli può arrestare la sua macchina in un istante e rimetterla in moto nell’istante successivo. Tutte e otto le presse sono in grado di coniare contemporaneamente otto differenti taglie di monete, come per esempio corone inglesi, pezzi da sei libbre, pezzi da 24 sous, da 12 sous o gli spiccioli più piccoli utilizzati in Francia. […] Ad ogni modo è stato sperimentato che i nuovi macchinari del Sig. Boulton lavorano con minore attrito, minore usura, minore rumore, si guastano più raramente e possono battere molti più pezzi di qualunque macchina inventata prima; essi sono in grado di battere 26.000 écus o corone inglesi, o 50.000 monete dal diametro inferiore della metà rispetto a quello delle prime in un’ora e di lavorare notte e giorno senza affaticare i ragazzi, a condizione che due squadre di essi si alternino al lavoro per dieci ore ciascuna*”[1]. *Figura 74 – Pressa di Boulton. Fonte: royalmintmuseum.org.uk* **Figura 74 – Pressa di Boulton. Fonte: royalmintmuseum.org.uk** All’inizio alla fabbrica di Boulton furono assegnate delle commesse per produrre delle monete per alcune colonie inglesi (Sierra Leone, Compagnia delle Indie Orientali, Africa Occidentale e India Meridionale) e solo nel 1797, dopo un’intensa attività di *lobby*, gli fu firmato un contratto per la coniazione di monete da 1 e 2 *penny* per il governo inglese (cd. *Cartwheel Penny*). Tuttavia, siccome queste monete dovevano valere il peso in rame, non furono molto ben accettate in quanto estremamente grosse e pesanti. *Figura 73 – Cartwheel Penny del 1797* **Figura 73 – Cartwheel Penny del 1797** Ciononostante, la zecca inglese – nel frattempo trasferitesi dalla storica Torre di Londra a *Tower Hill* – comprese l’importanza e le potenzialità della nuova invenzione e nel 1812 Boulton ebbe l’onore di fornire tutti i macchinari necessari al suo funzionamento. Egli ottenne anche l’autorizzazione ad esportare all’estero la nuova tecnologia e, una volta venuto meno il Blocco Continentale imposto da Napoleone, poté vendere i suoi macchinari a numerose zecche in Russia, Danimarca, Portogallo, Messico, Brasile, India e negli anni ’30 il nuovo metodo fu esportato anche negli Stati Uniti. Si pensi che in India le macchine ideate da Boulton furono utilizzate fino alla fine della seconda guerra mondiale. Intanto a Grevenbroich in Germania un giovane ingegnere di nome Diedrich Uhlhorn cominciava a muovere i primi passi nel campo della coniazione ed in particolare il suo coinvolgimento in questo settore iniziò quando la zecca di Düsseldorf lo chiamò per riparare una macchina per la coniazione. Invece di ripararla, Uhlhorn si offrì di costruirne una nuova la quale sarebbe stata più veloce e più precisa di quel bilanciere. Egli mantenne la sua parola e, ispirandosi alle leggi fisiche della leva, costruì un nuovo tipo di pressa monetaria detta appunto “a leva” o “a ginocchiera” che riusciva a sfruttare il vapore con maggiore efficacia della concorrente britannica, la pressa “Boulton”, ed anche con un minore ingombro. Nel giro di una ventina d’anni, la nuova pressa Uhlhorn andò a sostituire la maggior parte dei bilancieri impiegati nelle zecche europee: Düsseldorf, Berlino, Utrecht, Vienna, Monaco, Karlsruhe, Schwerin, Stoccolma, Wiesbaden e Napoli; la pressa Uhlhorn fu impiegata anche in Australia a partire dal 1853. Nel 1817 Uhlhorn brevettò la sua nuova invenzione ed il suo modello rimase sostanzialmente immutato per un centinaio d’anni. Dalla sua invenzione e fino al 1940 sono state prodotte e vendute circa 500 presse monetarie di tipo Uhlhorn. *Figura 75 – Pressa Uhlhorn. Fonte: flickr.com* **Figura 75 – Pressa Uhlhorn. Fonte: flickr.com** Nel 1834 il francese Pierre-Antoine Thonnelier acquisì un brevetto d’importazione di quindici anni della pressa Uhlhorn e produsse un suo modello molto simile, ma nettamente migliorato che presentò all’Esposizione Internazionale di Parigi dello stesso anno. In particolare, le principali innovazioni della pressa Thonnelier riguardavano l’alimentazione dei tondelli, l’estrazione delle monete appena coniate ed il fissaggio dei due coni. Inoltre, vi era un’economia di forza motrice, un sistema per evitare la collisione dei coni, un maggiore controllo nella regolarità della pressione, una facilità di avviamento e di arresto, una minore rumorosità e cosa molto più importante era più veloce e meno ingombrante. A differenza di Uhlhorn, Thonnelier non fondò una propria fabbrica e non costruì mai direttamente la pressa da lui stesso ideata; Thonnelier si limitò a vendere i disegni ed i progetti della sua nuova invenzione e poi le varie zecche dovevano – in proprio o appaltando il lavoro all’esterno – costruire la macchina. Questo determinò numerose varianti della stessa pressa Thonnelier, visto che una volta ottenuti i disegni ogni ditta costruttrice apportava delle personalizzazioni di vario tipo. Infatti, va notato che nelle targhette di queste presse non viene mai riportato il nome “Thonnelier”, bensì il nome della ditta costruttrice. Peraltro, si rileva che la pressa di tipo Thonnelier è stata la prima ad essere importata negli Stati Uniti. In particolare, nel 1836 la zecca di Philadelphia acquisì i disegni ed i progetti e la relativa costruzione fu appaltata alla ditta Merrick, Agnew & Tyler; poi il capo incisore della zecca Franklin Peale volle in parte riprogettarla e migliorarne alcuni aspetti. *Figura 76 – Pressa Thonnelier. Fonte: flickr.com* **Figura 76 – Pressa Thonnelier. Fonte: flickr.com** La pressa entrò in funzione nel marzo del 1836 e l’allora direttore della zecca Robert Maskell Patterson scrisse il seguente messaggio al Presidente Andrew Jackson: “*il 23 marzo 1836, la prima pressa azionata a vapore è entrata in funzione presso questa zecca; e le prestazioni della pressa, nella quale la forza di una leva ha sostituito quella della vite, hanno risposto a tutte le nostre aspettative. Da quel momento, tutte le monete di rame sono state coniate da questa pressa, ed è stata da ultimo utilizzata con successo per coniare la moneta da mezzo dollaro. Gli operai sono ora impegnati nel fabbricare altre presse; e non appena le stesse saranno ultimate, la coniazione con la forza umana sarà definitivamente abbandonata, e le attività di coniazione che potranno essere realizzate nella zecca aumenteranno significativamente*”[2]. Successivamente nel 1858 un ingegnere della zecca di nome David Gilbert riprogettò la pressa Thonnelier costruita da Peale per apportarvi ulteriori innovazioni. Intanto in Inghilterra il 1° aprile 1850 andò in asta tutta l’attrezzatura dell’ormai cessata zecca di Soho fondata da Matthew Boulton. Ad aggiudicarsi l’interò lotto fu Ralph Heaton II° che acquisì quindi quattro presse a vite azionate a vapore e sei presse punzonatrici per produrre tondelli. Tutta l’attrezzatura fu installata nello stabilimento di Birmingham sito in Bath Street. Negli anni successivi la zecca privata di Heaton riuscì ad aggiudicarsi diverse commesse: nel 1851 furono coniate delle monete per il Cile con il segno di zecca “H”, nello stesso anno furono prodotti dei tondelli di rame per zecca inglese, nel 1852 fu incaricata di produrre delle monete per la Francia e nel 1853 – siccome la zecca inglese era sovraccaricata dalla produzione di nuove monete in argento e oro – ottenne una commessa per coniare circa 500 tonnellate di monete in rame. Si pensi che durante le giornate di picco di lavoro le quattro presse originariamente costruite da Boulton arrivarono a coniare fino a 110.000 monete al giorno. Col tempo la zecca di Heaton si ingrandì, acquisì anche nuove presse a leva e assunse nuovi addetti; nel 1862 diventò la zecca privata più grande al mondo. In tale anno, Heaton partecipò alla seconda Esposizione Internazionale di Londra dove conobbe la ditta tedesca di Uhlhorn, ormai gestita dai figli. Grazie a quell’incontro, Heaton riuscì ad ottenere il permesso di utilizzare le tecnologie di Uhlhorn per costruire delle proprie presse monetarie che furono poi impiegate nello stabilimento di Birmingham. Peraltro, proprio in quegli anni molti governi provvisori ed il neo formato Regno d’Italia appaltarono alla zecca di Birmingham alcune importanti commesse per produrre delle monete, che si riconoscono per il segno di zecca identificato con la lettera “H”, vale a dire la prima lettera della ragione sociale “Heaton & Sons”. Inoltre, Heaton collaborò con la ditta di Joseph Taylor, sempre di Birmingham, al fine di produrre delle presse per la zecca di Sydney. Grazie a tale collaborazione Taylor riuscì a studiare la tecnologia delle presse di Heaton e successivamente strinse un’alleanza commerciale con Challen per formare la celebre ditta Taylor & Challen che produsse centinaia di presse per tutte le zecche del mondo, tra cui anche quella di Parigi e quella di Roma. Sempre con riferimento ad Heaton, va altresì ricordato che il figlio Ralph Heaton III° acquisì nel 1852 la zecca di Marsiglia dove furono portati dall’Inghilterra dei macchinari e personale altamente qualificato, al fine di poter potare a termine la commessa ordinata da Napoleone III di 750 tonnellate di monete in bronzo. Anche le zecche italiane si dotarono ben presto delle “nuove” macchine, come peraltro si evince da alcuni resoconti relativi alle visite dei regnanti presso le officine monetarie. Tra le prime vi fu la zecca di Napoli che sul finire della prima metà del XIX° secolo acquistò una pressa di tipo Uhlhorn e, come vedremo, su imitazione di Napoli, anche la zecca pontificia acquisterà delle presse Uhlhorn. Pian piano anche le altre zecche italiane si dotarono di tali macchinari. Ad esempio la zecca pontificia di Bologna già nel 1857 era provvista di una pressa Uhlhorn, come testimoniato da un dettagliato resoconto tratto dal volume “Memorie intorno al viaggio della Santità di N.S. per l’Italia Centrale” in relazione alla visita di Papa Pio IX presso la predetta zecca. Si riporta qui di seguito un breve stralcio: “*Il Pontefice entrò nelle singole stanze sia degli uffizii sia dei lavoratorii ed assistè benignamente alle operazioni della monetazione e del saggio. Nella gran sala di coniazione ammirò le belle macchine antiche e moderne, fra le quali la recentissima del prussiano Diedrich Uhlhorn, di cui il Governo volle accresciute quelle officine*”. Invece, delle macchine utilizzate presso la zecca di Milano si ha notizia grazie ad un resoconto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 6 Ottobre 1863 n. 236 che descrive la visita dell’ancora principe Umberto I. Si riporta qui di seguito un breve stralcio: “*Il principe Umberto recavasi il 2 corrente* [2 ottobre 1863, ndr] *coi suoi aiutanti di campo ed ufficiali d’ordinanza a visitare la zecca di Milano. S.A.R. accompagnata dal regio direttore cav. Baralis e dal signor Cattaneo, delegato della Banca nazionale assuntrice dell’appalto della fabbricazione monetaria presso questo stabilimento, passava in attenta rivista gli uffizi, le diverse officine e la nuova vasta sala di monetazione, in cui trovansi collocate in bell’ordine le nuove macchine Uhlhorn e Thonnelier, nello scorso anno acquistate dal Governo, per mezzo delle quali, e per ognuna, si stampano 75 monete al minuto. In meno di un’ora il principe Umberto vide con molta compiacenza eseguirsi le singole operazioni, cioè la fusione delle antiche monete dei cessati governi, ritirate dalla circolazione, la formazione ed il laminamento delle lastre, il taglio de’ tondini, il loro cordonamento ed imbiancamento, non che la loro conversione in tanti bei pezzi d’argento coll’effige del Re. S.A.R. visitava pure il gabinetto d’incisione e gli annessivi nuovi locali per la confezione dei conii e punzoni*”. L’adozione di queste presse ebbe un’influenza eccezionale sui processi di coniazione garantendo ritmi (fino a 75 monete al minuto) e qualità di coniazione mai visti precedentemente con il vecchio sistema del conio a torchio, facendo sì che in breve tempo praticamente tutte le zecche europee e mondiali le adottassero per le proprie produzioni. Sempre nel XIX° secolo anche un’altra famosa ditta tedesca iniziava ad affacciarsi sul mercato delle presse monetarie: la Schuler. Quest’ultima iniziò la sua attività nel 1834 in Göppingen’s Sauerbrunnengasse proponendo inizialmente una pressa che combinava il modello Thonnellier, sebbene con alcune modifiche, con il sistema di alimentazione dei tondelli della pressa Uhlhorn. Questa nuova pressa aveva una produttività di 120 monete al minuto. Successivamente, come vedremo, questa società riuscirà di fatto a dominare il mercato delle presse monetarie nella seconda metà del XX° secolo e gli inizi del XXI° secolo. *Figura 77 – Pressa Schuler del 1873. Fonte: coinweek.com* **Figura 77 – Pressa Schuler del 1873. Fonte: coinweek.com** L’incremento della capacità produttiva delle presse monetarie richiedeva evidentemente dei cambiamenti radicali nelle tecniche di produzione dei coni e dei tondelli. Per quanto riguarda i coni, non era più pensabile una realizzazione manuale di ogni singolo conio, seppur con l’ausilio di punzoni, ed era quindi necessario standardizzare ed automatizzare il loro processo di produzione. In particolare, come vedremo, quest’ultimo risentì positivamente di due invenzioni molto importanti: le presse monetarie – soprattutto il bilanciere a frizione – capaci di esercitare una pressione sufficiente a trasferire l’immagine di un conio ad un altro ed il pantografo. Con riferimento ai tondelli, oltre ad accelerarne il processo di produzione automatizzando le relative macchine, l’esigenza maggiore era quella di rendere il più possibile uniforme il prodotto in termini di peso e dimensione. Infatti, per evitare malfunzionamenti e quindi rallentamenti, le nuove presse esigevano tondelli standardizzati con bassissime soglie di tolleranza. Infine, va segnalato che una spinta ad un continuo miglioramento delle nuove tecniche produttive fu data anche dalla scoperta e dallo sfruttamento a partire dal 1830 di nuovi giacimenti di metalli, quali ad esempio il deposito di rame nel Michigan, di oro in California, nell’Australia, nel Sud Africa e nel Klondike, di argento nel Nevada e nel Messico. Inoltre, anche lo sviluppo economico ed un maggior benessere generale portò ad un notevole aumento della produzione mondiale di monete e quindi ad una crescente richiesta di nuovi processi di coniazione sempre più efficienti da parte delle varie zecche. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] “*This Mint consists of eight large coining-machines, which are sufficiently strong to coin the largest money in current use, or even medals; and each machine is capable of being adjusted in a few minutes, so as to strike any number of pieces of money from fifty to one hundred and twenty per minute, in proportion to their diameter and degree of relief; and each piece being struck in a steel collar, the whole number are perfectly round and of equal diameter. Each machine requires the attendance of one boy of only twelve years of age, and he has no labour to perform. He can stop his press one instant, and set it going again the next. The whole of the eight presses are capable of coining, at the same time, eight different sizes of money, such as English crowns, 6-livre pieces, 24-sous pieces, 12-sous, or the very smallest money that is used in France. […] However, it is decided by experience that Mr. Boulton’s new machinery works with less friction, less wear, less noise, is less liable to be out of order, and can strike very much more than any apparatus ever before invented; for it is capable of striking at the rate of 26,000 ecus or English crowns, or 50,000 of half their diameter, in one hour, and of working night and day without fatigue to the boys, provided two sets of them work alternately for ten hours each*”. [2] “*On the 23rd of March last (1836), the first steam coinage in America was executed at this Mint; and the performance of the press, in which the power of the lever is substituted for that of the screw, has answered all our expectations. Since that time, all the copper coins have been struck by this press, and it has been lately used with success for coining half dollars. The workmen are now engaged in making other steam presses; and as these are completed, the coining by human labor be abandoned, and the work that can be executed in […] the Mint will be greatly increased*“. --- ## 4.1 Fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/4-1-fabbricazione-dei-coni/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 ### Fabbricazione dei coni nell'epoca industriale L’incremento della domanda di monete e l’esigenza di un miglioramento della loro qualità al fine di evitare contraffazioni ha avuto inevitabilmente anche un’influenza sulla tecnica di fabbricazione dei coni. Infatti, fino alla rivoluzione industriale i coni venivano ancora prodotti manualmente uno alla volta e un’intera tiratura di monete richiedeva quindi uno sforzo rilevante per gli incisori, senza garanzia di uniformità delle impronte. Tuttavia, nel 1740 Benjamin Huntsman, un orologiaio di Doncaster (Inghilterra), mise a punto un nuovo sistema di produzione dell’acciaio fuso per mezzo del calore intenso prodotto dalla combustione del *coke* con insufflaggio forzato d’aria. In particolare, Huntsman riuscì ad ottenere temperature sufficienti per produrre l’acciaio liquido adoperando dei crogiuoli chiusi d’argilla che inseriva dentro un altoforno: nei crogiuoli inseriva il ferro battuto che faceva fondere insieme a ghisa e carbonio. Questo nuovo materiale – un acciaio simile a quello prodotto oggi – garantiva una durezza elevata e costituiva la soluzione ottimale per la produzione di componenti sollecitati superficialmente, quali per esempio i coltelli, ma anche ovviamente i coni. Ben presto Matthew Boulton si rese conto delle potenzialità di un eventuale applicazione della nuova scoperta al processo di monetazione e si mise in contatto con Benjamin Huntsman. Iniziò quindi una collaborazione tra i due e quest’ultimo entrò nel mercato delle barre d’acciaio per la produzione di coni che vendette a numerose zecche europee. Il nuovo materiale era molto malleabile se sottoposto al procedimento di ricottura ed anche molto duro e resistente una volta temprato. Queste proprietà lo rendevano il metallo ideale per la preparazione dei coni. Il passo successivo fu abbandonare la realizzazione manuale delle incisioni da riportare su ogni singolo conio e, a questo riguardo, furono decisive due scoperte: la riproduzione standardizzata dei coni ed il pantografo. Come già evidenziato, il sempre crescente fabbisogno di moneta comportava evidentemente un maggior numero di coni. Pertanto, si rese necessario trovare una soluzione che consentisse di standardizzare la produzione dei coni. A quest’ultimo riguardo, l’invenzione della pressa a caduta e del bilanciere furono probabilmente determinanti. Infatti, con tali macchine si intuì che era possibile trasferire delle immagini anche su monete di largo modulo e, forse anche a causa di una collisione accidentale tra i due coni, si capì che la medesima tecnica poteva essere impiegata per produrre i coni stessi. Questo procedimento fu reso possibile solo con la comparsa di bilancieri molto potenti, in quanto per coniare le matrici d’acciaio e per produrre i coni successivi con le matrici, occorreva una grandissima energia. Pertanto, verso la fine del settecento e gli inizi dell’ottocento si cominciò ad impiegare una matrice per produrre più coni, anziché inciderli a mano uno per uno. In particolare, la matrice riportava le impronte della moneta in negativo e in incuso e la stessa veniva utilizzata per produrre dei punzoni riproduttori con le impronte in positivo ed in rilievo, da cui poi si ottenevano i coni con le impronte in negativo ed in incuso. L’effetto moltiplicativo di questo nuovo metodo era straordinario; infatti, da una coppia di punzoni potevano essere prodotti centinaia di coni da cui si potevano ottenere milioni di monete tutte uguali o quasi visto che gli incisori spesso ritoccavano i punzoni riproduttori. *Figura 78* **Figura 78** Peraltro, un ulteriore vantaggio di questa tecnica era costituito dal fatto che le stesse impronte potevano essere utilizzate in modo uniforme anche negli anni successivi. Infatti, solitamente si procedeva ad eliminare la cifra (o le cifre) da modificare da uno dei punzoni riproduttori e quest’ultimo veniva utilizzato per ottenere una nuova matrice a cui veniva incisa con un piccolo punzoncino la nuova cifra (o cifre). Questa tecnica presentava però l’inconveniente che ad ogni passaggio le impronte si espandevano radialmente di circa lo 0,1%. Inoltre, per velocizzare e standardizzare il più possibile anche la realizzazione della matrice furono introdotti dei punzoni che riportavano intere figure, spesso anche elaborate (cfr. Figura 78). Il trasferimento delle impronte dalla matrice al punzone riproduttore e poi da quest’ultimo al conio richiedeva una pressione molto più elevata rispetto a quella necessaria per coniare le monete, da due a tre volte superiore. Inoltre, la pressione necessaria era maggiore per produrre il punzone riproduttore dalla matrice rispetto al conio dal punzone. Per generare tale pressione, venivano utilizzati dei grandi bilancieri, solitamente impiegati per la coniazione di grosse medaglie, e venivano esercitate più compressioni per lo stesso punzone/conio. Al riguardo, con riferimento alla Zecca di Roma, in un articolo di Laura Cretara contenuto nel Supplemento al n. 10 del Bollettino di Numismatica viene ricordato che “*quando poi la velocità di discesa della vite viene controllata non più dall’uomo ma dalla regolare forza motrice dell’acqua, la macchina così perfezionata, viene utilizzata non solo per la coniazione delle monete ma anche per la preparazione del relativo materiale creatore liberando così l’incisore dal lungo e faticoso lavoro di riproduzione di ogni singolo conio.* *Solo però all’inizio dell’800 alla Zecca di Roma viene utilizzato il bilanciere a questo scopo; la migliore qualità e resistenza dell’acciaio impiegato ed il perfezionamento delle tecniche di tempera rendono possibile l’adozione del “sistema francese” che – da una relazione del 1848 di Giuseppe Mazio allora direttore della Zecca pontificia – è ritenuto perfetto: da trenta e più anni è stato anche nella nostra Zecca di Roma introdotto questo nuovo e meraviglioso metodo, la di cui perfezione è giunta da qualche tempo al segno, che nel ricavare col mezzo di Bilancieri dalle Matrici i Punzoni e da questi i Conj, si rende quasi inutile l’opera dell’artista*”. E’ anche interessante notare che i cilindri d’acciaio utilizzati per produrre i coni avevano (e hanno) una forma conica (cfr. Figura 79), al fine di favorire il trasferimento delle impronte. *Figura 79 – Coni vergini* **Figura 79 – Coni vergini** Siccome il metallo sotto pressione subisce un processo di incrudimento – vale a dire un fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato (perde elasticità e duttilità) in seguito ad una deformazione plastica a freddo – con la prima compressione si riusciva a trasferire solo la parte centrale dell’immagine. Poi il conio veniva sottoposto a “ricottura” per addolcirlo e renderlo malleabile, e si procedeva quindi con le successive compressioni intervallate da un’ulteriore fase di ricottura. Una descrizione abbastanza dettagliata del processo di produzione dei coni verso la fine del XIX° e gli inizi del XX° secolo ci viene fornita da un articolo di Giuseppe Maria Viti[1]: “[…] *Ora, ai fini della monetazione, lo scultore esegue in cera, in gesso, in bronzo un grande modello. Il Pantografo – vero e proprio incisore automatico – ripete esattamente sull’acciaio e in proporzioni minori quello che l’artista ha detto sul bronzo. L’operazione si svolge mediante il concomitante andamento di due punte emergenti dal fianco di una lunga leva imperniata in una delle sue estremità. Una punta fissa, sull’altra estremità, lambisce il modello in bronzo, descrivendo, dal centro alla periferia, una spirale più sottile di quella graffita sui dischi dei grammofoni. Contemporaneamente, un’altra punta mobile – un vero bulino – gira velocemente su sé stesso, incidendo un blocchetto d’acciaio e riproducendo, sotto il comando della prima punta, tutto quello che ha incontrato sul suo cammino la sottile spirale. Ed ecco, con la sua effigie, in rilievo, il punzone, cui ritoccano abilissimi incisori, esperti anche in plasmare modelli per monete e medaglie.* *Il punzone viene temperato in appositi forni a gas portati ad altissima temperatura: nicchie di fuoco vorace e ruggente che sembrano, ingigantite, quelle fragili reggie vermiglie alle cui mille finestre s’affacciano, per un istante, le principesse salamandre e ridono voluttuosamente.* *Intanto, nella grande e potente Officina meccanica, lunghe barre d’acciaio vengono frazionate in tanti cilindretti; e questi si torniscono, si rendono acuminati, si bruniscono: si attende insomma alla preparazione dei blocchetti per i conj. Ora, il punzone è collocato entro apposito alveo del Bilanciere a frizione: potentissimo ordegno che sembra irridere al vecchio Bilanciere napoleonico fatto col bronzo dei cannoni d’Austerlitz e che serve a stampare medaglie (bisognose queste, per le loro maggiori dimensioni e rilievi, d’un più forte stampo) ed a produrre conj. Poiché, nel detto alveo del bilanciere, e precisamente sopra il punzone, viene adagiato il blocchetto d’acciaio, apparecchiato, com’ho detto, nell’officina meccanica. Due tre percosse formidabili ed il conio è ottenuto*”. La prima parte di questo stralcio di articolo ci consente di introdurre un’altra invenzione fondamentale del processo di coniazione: il pantografo. Il pantografo è una speciale macchina che consente di trasferire e di ridurre le dimensioni di un’immagine in rilievo da un oggetto (modello) ad un altro oggetto (cd. materiale creatore o punzone tipo). Il primo esemplare conosciuto è probabilmente quello realizzato dal belga Hulot (non si conosce il suo nome di battesimo). Successivamente i francesi Mercklein (1767) e Jean Baptiste Barthélemy Dupeyrat (ca. 1788) apportarono dei leggeri miglioramenti all’invenzione di Hulot. In particolare, il tornio a pantografo di Dupeyrat ebbe un discreto successo e fu venduto nel 1790 alla zecca di Soho di Boulton, alla zecca tedesca di Karlsruhe e alla zecca inglese (Royal Mint), dove il famoso medaglista italiano Benedetto Pistrucci ne fece ampio uso. *Figura 80 – Pantografo Brassart del 1865 della Zecca Pontificia (foto Museo della Zecca di Roma)* **Figura 80 – Pantografo Brassart del 1865 della Zecca Pontificia (foto Museo della Zecca di Roma)** Questi primi modelli di pantografi erano azionati dalla forza muscolare attraverso un pedale e la punta metallica d’incisione era fissa, in quanto a ruotare era il modello, similmente a quanto avviene in un tornio. In seguito, la forza muscolare fu sostituita dapprima con la forza dell’acqua e successivamente – grazie a Boulton e Watt – con la forza del vapore. In particolare, la forza dell’acqua e del vapore veniva trasferita al pantografo attraverso delle apposite ruote collegate con delle cinghie. All’epoca i pantografi erano solo in grado di ridurre la dimensione dell’immagine nella stessa proporzione sia in termini di diametro che di profondità del rilievo. In altre parole, ipotizzando un modello con un diametro di 70 mm ed un rilievo profondo 2 mm, una riduzione a metà delle dimensioni avrebbe portato ad un punzone tipo di un diametro di 35 mm e una profondità del rilievo di 1 mm. Poi fu introdotta la possibilità di avere proporzioni differenti per il diametro e la profondità del rilievo. Inoltre, avendo la punta d’incisione fissa, questi primi pantografi necessitavo di una forte pressione che richiedeva quindi dei modelli realizzati su materiali molto resistenti (acciaio o pietra). Siccome erano materiali molto difficili da incidere, talvolta si preferiva utilizzare dei modelli ottenuti colando su apposite forme del ferro o del bronzo fuso, anche se la qualità era scarsa. Successivamente si ricorse invece al processo di galvanizzazione che consiste nel ricoprire il modello con un deposito elettrolitico, sottilissimo ed aderente, di un altro metallo al fine di aumentarne la resistenza. Ciò avveniva tipicamente attraverso bagni di nichel e rame. *Figura 81 – Pantografo Janvier* **Figura 81 – Pantografo Janvier** La qualità dei coni prodotti da questi primi pantografi non era elevata come è stato ricordato da Laura Cretara in un articolo contenuto nel Supplemento al n. 10 del Bollettino di Numismatica che descriveva il primo pantografo della Zecca romana: un pantografo tridimensionale a taglio verticale costruito a Roma da Brassart ed interamente azionato a mano (cfr. Figura 80). “*Per il ristretto spazio in cui sono costretti a muoversi modello e acciaio da incidere con questo pantografo si possono realizzare copiature di immagini entro un limitatissimo intervallo di variabilità del rapporto di riduzione; non è possibile aumentare o diminuire il rapporto dei rilievi né tanto meno ribaltare l’immagine da produrre.* *Il taglio impreciso del metallo, i conseguenti lunghi ritocchi manuali, l’impossibilità di ottenere rilievi consistenti ed i tempi di lavoro eccessivi in rapporto ai risultati fanno sì che, ancora per lunghi anni, l’incisione diretta venga preferita alla riduzione pantografica”.* Solo all’inizio del XX° secolo il pantografo trovò piena applicazione presso la nostra Zecca. A partire dalla seconda metà del XIX° secolo, i pantografi furono dotati di una punta d’incisione ruotante e quindi il cilindro metallico su cui veniva inciso il conio rimaneva fisso, similmente a quanto avviene nelle macchine fresatrici. In questo nuovo tipo di pantografi, la pressione necessaria era inferiore e ciò implicava sia il fatto che i modelli potevano essere composti da materiali anche meno resistenti dell’acciaio e del bronzo sia il fatto che la qualità di incisione era migliore e quindi le monete potevano presentare dettagli sempre più curati. Tuttavia, i primi pantografi con punta d’incisione rotante presentavano un problema. Infatti, sia la punta d’incisione che la punta di tracciatura, vale a dire la punta che scorreva lungo la superficie del modello, si muovevano all’unisono partendo dal centro del modello e del cilindro d’acciaio da incidere per poi allontanarsi attraverso dei movimenti circolari. Siccome la velocità di rotazione della punta di incisione e la punta di tracciatura era la stessa, mano a mano che ci si allontanava dal centro, ad ogni movimento circolare aumentava l’impronta in rilievo da dover incidere nello stesso tempo. Pertanto, la qualità d’incisione diminuiva pian piano che ci si allontanava dal centro. Il francese Victor Janvier riuscì a risolvere questo problema attraverso un complesso sistema basato su una coppia di coni posizionati in direzioni opposte con delle cinghie che li collegavano ai perni di controllo della velocità delle due punte (cfr. Figura 81). In questo modo, fu possibile far ruotare la punta d’incisione e la punta di tracciatura a velocità differenti; la velocità di rotazione della punta di tracciatura diminuiva mano a mano che ci si allontanava dal punto centrale. Questa innovazione portò ad un notevole incremento nella qualità di riproduzione dei coni e Janvier brevettò la sua invenzione nel 1899. Poco prima di morire fondò una fabbrica per la produzione di queste macchine che all’inizio del XX° secolo furono vendute a quasi tutte le zecche europee, comprese quella di Roma. Come abbiamo visto il pantografo trasferiva l’immagine del modello (con impronte in positivo e rilievo) di dimensioni maggiori rispetto alla moneta ad un punzone (con impronte in positivo e rilievo) delle stesse dimensioni della moneta. Nello schema qui sopra sono riassunti i vari processi di ottenimento dei coni. Nel processo A – processo manuale semplice – l’incisore produceva manualmente ciascun conio (con impronte in negativo ed incuso), talvolta con l’ausilio di punzoncini. Nel processo B – processo manuale complesso – l’incisore produceva manualmente la matrice (con impronte in negativo ed incuso), da cui si potevano ottenere più punzoni riproduttori (con impronte in positivo e rilievo) e da ciascuno dei quali si potevano ottenere più coni (con impronte in negativo ed incuso). Nel processo C – processo a pantografo semplice – l’incisore produceva manualmente un calco in gesso (con impronte in negativo ed incuso), da cui si otteneva un modello in bronzo (con impronte in positivo e rilievo). Entrambi avevano dimensioni maggiori rispetto alla moneta. Attraverso il pantografo, dal modello in bronzo si otteneva un punzone riproduttore (con impronte in positivo e rilievo), da cui si potevano ottenere più coni (con impronte in negativo ed incuso). Da ultimo, nel processo D – processo a pantografo complesso – l’incisore produceva manualmente un calco in gesso (con impronte in negativo ed incuso), da cui si otteneva un modello in bronzo (con impronte in positivo e rilievo). Entrambi avevano dimensioni maggiori rispetto alla moneta. Attraverso il pantografo, dal modello in bronzo si otteneva un punzone tipo (con impronte in positivo e rilievo), da cui si potevano ottenere più matrici (con impronte in negativo ed incuso). Da ciascuna matrice si potevano ottenere più punzoni riproduttori (con impronte in positivo e rilievo) e da ciascuno dei quali si potevano ottenere più coni (con impronte in negativo ed incuso). *Figura 82 – Cilindro zigrinato (a sx) e godrone (a dx). Fonte: Cooper (1988)* **Figura 82 – Cilindro zigrinato (a sx) e godrone (a dx). Fonte: Cooper (1988)** Infine, merita fare ancora un accenno alle tecniche di produzione del terzo conio: la virola. Come sappiamo, le pareti interne del foro della virola potevano essere lisce, per la coniazione di monete con contorno liscio, oppure con le legende in incuso, oppure lavorate, per la coniazione di monete con la legenda in rilievo o zigrinate. Quest’ultime erano le più comuni e la zigrinatura poteva essere realizzata in due modi: attraverso un godrone oppure con un cilindro zigrinato leggermente conico. Il godrone è costituito da uno stelo che sostiene una o due rotelline, generalmente temperate o cementate in acciaio rapido sulle quali sono incisi sottili solchi. In particolare, la zigrinatura si ottiene mediante un’operazione di “ricalcatura”, dove attraverso un movimento trasversale, le rotelline vengono premute sulle pareti interne del foro della virola riportando quindi il disegno in rilievo. Il godrone a differenza di altri utensili da tornio, non asporta truciolo, ma si limita ad incidere delle sottili linee sul pezzo in lavorazione. La seconda tecnica – maggiormente utilizzata – consiste, invece, nell’inserire un cilindro zigrinato leggermente conico all’interno di una virola “liscia”. Il cilindro viene pressato finché non si ottiene il diametro desiderato. A differenza del precedente, questo metodo consente di ottenere un numero preciso di solchi della zigrinatura. Naturalmente, la forma leggermente conica fa sì che anche le pareti interne della virola non siano rette, ma leggermente curve e questo favorisce l’espulsione della moneta una volta coniata. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Giuseppe Maria Viti, *Dove e come si fabbricano i nostri soldi*, La Lettura, Anno XII, n.3, 1912 --- ## 4.2 Fabbricazione dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/4-2-fabbricazione-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 ### Fabbricazione dei tondelli nell'epoca industriale La tecnica di produzione dei tondelli non ha subito profondi cambiamenti rispetto all’epoca pre-industriale e a testimoniarlo ci sono parecchi articoli di riviste a cavallo tra il XIX° ed il XX° secolo che ci descrivono in modo molto accurato come venivano fabbricati i tondelli in quell’epoca. In particolare, le citazioni che seguono – salvo diversamente indicato – sono tratte da un articolo di Giuseppe Maria Viti pubblicato sulla rivista “La Lettura” del Corriere della Sera del marzo 1912. Il processo iniziava con la fusione dei metalli i quali potevano essere acquistati dalla Zecca oppure potevano essere ricavati da vecchie monete ormai fuori corso e al riguardo Viti scriveva: “*Un manovale versa nei crogiuoli l’argento e il rame si da ottenere il titolo necessario: e v’aggiunge un sacco di vecchi scudi. […] Lentamente la consistenza del metallo vacilla: la forma quadra del pane s’addolcisce negli spigoli, s’infossa nel centro; gli scudi perdono visibilmente il loro suono tinnulo; tutta la massa sembra esitare, oscilla, diventa indecisa e tenera, si disgrega, perde i suoi contorni, si riduce in bagno. Su questa materia viscida e molliccia si gettano pezzi di carbone ardenti, non già per attivare il calore, ma per ardere le esalazioni dei vapori del rame ed evitare, così, l’ossidazione del metallo fino.* *Figura 83 – Lingottiere dell’argento nella Regia Zecca di Roma. Fonte: Pierotti (1902)* **Figura 83 – Lingottiere dell’argento nella Regia Zecca di Roma. Fonte: Pierotti (1902)** *I manovali […] tormentano il metallo con enormi cucchiai di grafite. Allorché la fondita è giunta a buon punto «si prende la goccia»: una piccola stilla d’argento che vien portata lassù, nel laboratorio dell’alchimista, del chimico saggiatore, insomma, il quale deve controllare la giustezza della lega. Ora la fusione è perfetta. Gli artieri con i cucchiai prendono rapidamente il metallo dai crogiuoli e lo versano nelle oleose lingottiere di ghisa. Un rivolo di fuoco liquido sgorga, bianco come il mercurio, con qualche fuggevole sfumatura d’iride. S’ode la colata discendere ne fori e soffiare e stridere e balzare alla più lieve traccia di ghisa sfuggita all’untume. Giunto al sommo del foro, il metallo si ferma e incupisce. La lingottiera? È un carrello che sopporta una serie di tavolette scanalate e combacianti a coppie, sì da formare numerosi vuoti verticali a sezione rettangolare. Allorché, dopo il versamento e il raffreddamento del metallo, s’allentano i torchi che tenevano strette insieme le tavolette, tante verghe d’argento quanti erano i vuoti vengono liberate e portate, previa pesatura di controllo, alla sala dei grandi laminatoj*”. *Figura 84 – Laminatoio a vapore della Maudslay Sons & Field utilizzato da Boulton* **Figura 84 – Laminatoio a vapore della Maudslay Sons & Field utilizzato da Boulton** Una volta prodotte le verghe, le stesse dovevano essere portate nel reparto dei laminatoi dove venivano ridotte in sottili lastre di metallo. “*I laminatoj sono «azionati» da motori elettrici, che hanno sostituito quelli a gas esistenti fino a ieri nella vecchia Zecca. […] Due cilindri d’acciaio girano verticosamente su cuscinetti bronzei. La verga è posta da un operaio tra i due cilindri che la trascinano per frizione, la dilaniano, la stirano, l’assottigliano, l’allungano. Un altro artiere la riceve dalla parte opposta del laminatoio. Due tre quattro volte la verga, divenuta ormai una lamina, passa tra i due cilindri che man mano s’avvicinano e sembrano già quasi abolire il loro intervallo*”. Con riferimento ai laminatoi, l’innovazione principale introdotta durante l’epoca industriale è stata probabilmente la loro automazione che ha permesso un’accelerazione del lavoro e l’ottenimento di una maggiore uniformità. In particolare, la forza per comprimere le lamine veniva trasmessa attraverso delle cinghie che collegavano la ruota del laminatoio ad un asse ruotato da motori elettrici o a gas. *Figura 85 – Piccolo laminatoio della zecca norvegese (Museo di Krongsberg)* **Figura 85 – Piccolo laminatoio della zecca norvegese (Museo di Krongsberg)** Inoltre, si cominciò a produrre dei laminatoi dedicati a seconda dello spessore del metallo da spianare: (a) laminatoi sgrossatori, (b) laminatoi mezzani e (c) laminatoi rifinitori. “*Ma sotto il tormento e la forza dilaniatrice dei cilindri, il metallo, battuto a freddo, s’ è inasprito: ha raggiunto tale un grado dì densità che una nuova pressione lo frangerebbe. Allora, per ridare la libertà, l’equilibrio, la snellezza alle molecole, si mettono le verghe al forno di rincozione. Le lamine, deposte su una predella girante, sono, con vicenda alterna e regolare, lambite dalle lingue di fuoco di un chiaro carbone ardente. Fatte malleabili, sono portate ancora ai laminatoi: ai laminatoi medi, questa volta. La forza dei cilindri rincrudisce il metallo ad ogni stiratura: e nuove rincozioni s’impongono. Ora, la lucida fascia argentina è matura per subire l’ultima compressione dei laminatoj egualizzatori. Quivi la lamina acquista l’eguaglianza dello spessore voluto*. *Ma, per quanto matematici possano essere i movimenti dei vari laminatoi, non è difficile che i ristretti limiti della tolleranza siano stati sorpassati. Ed allora tre tondelli vengono ricavati dalla lamina: uno al centro e due alle estremità. Si pesano. La lamina è nuovamente compressa o daccapo rifusa, a seconda che i tondelli risultino troppo pesanti o troppo leggeri.* *Figura 86 – Pressa punzonatrice della Zecca di Roma. Fonte: Cerquiglini (1926)* **Figura 86 – Pressa punzonatrice della Zecca di Roma. Fonte: Cerquiglini (1926)** *Se la differenza è minima, le lamine vanno ai tagliuoli, dove, con un sistema analogo a quello usato dai controllori ferroviari per la foratura dei biglietti, un implacabile punzone percuote la lamina che trascorre da sé sola su una superficie piana, interrotta – in corrispondenza del punzone, s’intende – da un foro che inghiotte il bel disco argenteo ottenuto con la percossa: il tondello. […] può tagliare centomila tondelli al giorno… Le lamine escono dai tagliuoli trasformate nella foggia e nel nome: crivellate da due file di buchi, si chiamano cesaglie.* *Così come sono non possono evidentemente servire alla fabbricazione delle monete: bisogna rifonderle, laggiù, nei vasti crogiuoli insieme ai vecchi scudi, ai pani di «fino» e insieme ai tondelli mal tagliati”.* Poteva tuttavia capitare che qualche tondello “mal tagliato” non fosse scartato e finisse tra quelli regolari. Presso la Regia Zecca, la tagliatura dei tondelli avveniva secondo il seguente sistema: “*si portano con la laminazione le lame* [lastre di metallo, ndr] *allo spessore voluto senza prove di taglio, poi le lame sono assortite in tre o più classi con un tagliolo tipo, sennonché i tondelli di prova riescono di peso regolare, eccedente o leggero. Dopo, le lame classificate leggere passano sotto un tagliolo di diametro abbondante e quelle classificate pesanti sotto un tagliolo di diametro scarso. Per tal modo si ottiene una specie di compensazione e si riduce la massa dei tondelli ad avere peso regolare*” (Relazione della Zecca 1911-1912). *Figura 87 – Presse punzonatrici prima metà del XIX° secolo. Fonti: Schlösser (1884) a sinistra e Museo di Kongsberg a destra* **Figura 87 – Presse punzonatrici prima metà del XIX° secolo. Fonti: Schlösser (1884) a sinistra e Museo di Kongsberg a destra** Va segnalato che le presse punzonatrici dei primi anni del XIX° secolo erano delle semplici presse eccentriche montate su una robusta struttura ad arco. Il punzone superiore era fissato alla colonna mobile, mentre il punzone inferiore era fissato al piatto sopra il quale scorreva la lastra di metallo. E’ importante sottolineare che, in queste prime macchine, le lastre di metallo venivano alimentate manualmente dall’addetto alla pressa e solo in seguito furono introdotti dei rulli di alimentazione volti ad automatizzare anche questa fase del processo. Come ci viene testimoniato dalle macchine punzonatrici in uso presso la zecca di Ralph Heaton & Sons questi rulli vennero presto dotati anche di una frizione per evitare che la lastra di metallo ritornasse indietro a causa di malfunzionamenti. *“Poiché i tondelli sono verificati uno ad uno, a mano e a vista, da operai tanto abili che sogguardano con un certo disprezzo una macchina di dubbia utilità – la cernitrice. – Questa, mediante una lunga striscia di tela scorrente su appositi cilindri, dovrebbe presentare automaticamente ed alternativamente, sotto l’occhio vigile dell’operaio, le duplici facce dei tondelli*. *Ecco, invece, un’altra macchina, che è un pressi i simboli a tutto rilievo, il tondello esce capolavoro di delicatezza, di forza, di precisione: la macchina per orlettare. Sembra avere una vista, un udito, un tatto, un senso d’equilibrio straordinari.* *Ma ha anche un segreto: che, i fabbricatori di monete false riescono a far tutto, più o meno approssimativamente, tranne l’orletto: l’incisione meccanica, cioè, della parola Fert, della Stella e del Nodo d’Amore sullo spessore della moneta. È difficile imbattersi in una macchina d’apparenza più semplice di questa. Sembra quasi impossibile che debba contenere un impalpabile segreto. Due blocchetti scanalati si muovono continuamente su un piano orizzontale e in senso inverso: uno a destra e l’altro a sinistra. Nella scanalatura dei blocchetti, come in due piccole rotaie, scivola, compiendo mezzo giro da una parte e mezzo giro dell’altra, il bordo della moneta la quale vien giù da un serbatoio cilindrico. E poiché in fondo alla scanalatura sono impressi i simboli a tutto rilievo, il tondello esce pressi i simboli a tutto rilievo, il tondello esce fuori da un altro tubo con sullo spessore i medesimi simboli, incisi. Penso che il segreto consista nel mantenere alla moneta la perfetta orizzontalità. Una deviazione verticale d’un capello, e sarebbe lo sfacelo*”. *Figura 88 – Macchina orlettatrice della zecca norvegese (Museo di Krongsberg). Legenda: (A) tubi di alimentazione dei tondelli, (B) foro di espulsione dei tondelli orlettati, (C) barra rettilinea fissa, (D) barra rettilinea mobile, (E) tondello grezzo da orlettare e (F) tondello orlettato* **Figura 88 – Macchina orlettatrice della zecca norvegese (Museo di Krongsberg). Legenda: (A) tubi di alimentazione dei tondelli, (B) foro di espulsione dei tondelli orlettati, (C) barra rettilinea fissa, (D) barra rettilinea mobile, (E) tondello grezzo da orlettare e (F) tondello orlettato** Nell’epoca industriale l’operazione di orlettatura è stata notevolmente migliorata e nuove tecniche sono state introdotte. Infatti, la coniazione con le presse monetarie automatizzate e l’utilizzo della virola richiedevano dei tondelli di dimensioni molto regolari. Al riguardo, ci si rese conto che l’orlettatura conferiva alla moneta un diametro regolare e facilitava la coniazione, soprattutto lungo il bordo. Le macchine azionate manualmente non erano quindi più sufficienti a garantire il livello di qualità richiesto e non erano di certo in grado di soddisfare la crescente domanda di monete. Pertanto si dovettero ideare delle nuove macchine più veloci ed efficienti. Come abbiamo visto per la Zecca di Roma, spesso contestualmente all’operazione di orlettatura si procedeva anche all’incisione del contorno utilizzando la stessa macchina. *Figura 89 – Macchina orlettatrice con disco rotante* **Figura 89 – Macchina orlettatrice con disco rotante** In un primo tempo, similmente all’invenzione di Pierre Blondeau e di Jean Castaing poi (cfr. capitolo precedente), l’orlettatura e la coniazione del contorno avveniva attraverso l’azione combinata di due barre rettilinee (una fissa e una mobile) con eventualmente incise le legende o le figure da riportare sul contorno. Tuttavia, invece di avere solo una coppia di barre, le nuove macchine dell’ottocento possedevano due (cfr. Figura 88) o addirittura quattro coppie di barre. Inoltre, i tondelli venivano alimentati attraverso dei tubi che ne consentivano l’impilamento e quindi una velocizzazione del processo. In seguito, le due barre rettilinee furono sostituite da un disco rotante e da una barra curva che riportavano uno o più solchi i quali congiuntamente formavano dei percorsi obbligati dove venivano fatti scorrere (rotolando) i tondelli. Il disco rotante e la barra curva erano posti uno adiacente all’altro in posizione orizzontale o verticale. Tuttavia, nel 1860 Meredith Jones – un’operaia della zecca inglese – ideò una nuova macchina orlettatrice che ebbe un’enorme successo e diffusione presso le zecche europee, tra cui quella di Roma, ed il suo principio di funzionamento è impiegato tuttora. Questa nuova macchina (cfr. Figura 90) prevedeva che il disco rotante fosse in un asse diverso rispetto ad una barra rettilinea. *Figura 90 – Macchina orlettatrice di tipo Jones. Fonte: Ansell (1871)* **Figura 90 – Macchina orlettatrice di tipo Jones. Fonte: Ansell (1871)** In particolare, il disco rotante era posto in verticale, mentre la barra rettilinea era fissata in orizzontale alla base su cui scorrevano i tondelli. Quest’ultima si trovava in una posizione opposta rispetto alla parte inferiore del disco rotante e le due scanalature contrapposte formavano un percorso obbligato per i tondelli. Quest’ultimi venivano portati nell’area di orlettatura attraverso una ruota dentata che li faceva scendere uno ad uno lungo uno scivolo di alimentazione. La macchina orlettatrice di tipo Jones era in grado di produrre 700 tondelli orlettati al minuto. Presso la Regia Zecca di Roma, una volta orlettati, i tondelli venivano messi “*in una specie di buratto da cui scorrono su d’un tappeto girante (tapis roulant), che li mostra prima da una parte e poi capovolti. L’ingegnoso meccanismo è stato inventato da uno dei migliori operai della Zecca, mutilato di guerra, il compianto Basili Quintilio, che ebbe per la sua invenzione la nomina a Cavaliere subito dopo la prima visita di S.E. Mussolini allo stabilimento*” (Cerquiglini, 1926). “*Le scorie della fondita, gli ossidi di rame, gli olii dei laminatoi, il pulviscolo dell’officina, hanno talmente annerito e ingrassato i tondelli, che sarebbe impossibile riconoscere in essi le visibili proprietà dell’argento. Bisogna allora sottoporli al bianchimento. Riscaldati al color rosso entro un vaso chiuso, i tondelli sono deposti in una specie di barile, molto crivellato, che gira su sé stesso e pesca entro un bagno d’acido solforico diluito. Lavati in acqua, con identico sistema, i tondelli, ora bianchissimi, vengono sgocciolati da una macchina centrifuga e asciugati lentamente su tiepidi padelloni di rame, a doppio fondo.* *Figura 91 – Barile in legno girevole. Fonte: Schlösser (1884)* **Figura 91 – Barile in legno girevole. Fonte: Schlösser (1884)** *Ma, oltre al titolo, queste quasi-monete debbono corrispondere al loro peso esatto. Perciò, dal riparto-bianchimento i tondelli passano all’aggiustatoio, dove i pezzi vengono automaticamente pesati e anche «aggiustati» dalle tornitrici se, per avventura, risultino troppo pesanti. Nel caso di soverchia leggerezza non c’è rimedio: i tondelli ritornano in fonderia, che è, in questo senso, il vero refugium peccatorum. Dirò subito che le tornitrici sorta di frese o tornii, riducono di peso i tondelli mediante l’abrasione di un truciolo di metallo. I tondelli assumono, dopo questa operazione, un aspetto curiosissimo: una nera zona circolare, come un fosco alone, interrompe la bianchezza del metallo. Ma un nuovo imbianchimento toglie la bruna impurità emersa dalla sottocute del tondello. Poi naturalmente, nuova pesatura. La quale è fatta con macchine d’una ingegnosità sbalorditiva. Le pesatrici protette da grandi scatole di cristallo, sembrano contenere qualche cosa di più che non quei delicati e lucidi trabocchetti tenuti in bilico dalle àgate prigioni. Piccole mani invisibili di fate, di elfi, di silfidi, di gnomi, di tutti gli immateriali spiriti aerei debbono, certo, trafficare, annaspare, carezzare, scegliere, amare, odiare, là dentro, sotto il cristallo ironicamente trasparente….* *Le pesatrici suddividono i tondelli, a seconda del peso, in sei classi e dunque in sei scatole contigue. Nelle due centrali vanno a cadere i tondelli di peso esatto; nelle due estreme i tondelli decisamente troppo pesanti o troppo leggeri; nelle intermedie – seconda e quinta – quelli che, accostandosi al peso esatto senza tuttavia raggiungerlo, debbono essere nuovamente controllati a mano.* *Figura 92 – Contazione delle monete alla Regia Zecca di Roma. Fonte: Pierotti (1902)* **Figura 92 – Contazione delle monete alla Regia Zecca di Roma. Fonte: Pierotti (1902)** *Una pesatrice è costituita da una fila di bilancette. In un dei piatti di ciascuna bilancia è il peso-tipo; dell’altro – sorta di cestello metallico – una piccola mano di elfo va a deporre uno dei tondelli che con agilissime dita, aveva tolto, poco prima, da un serbatoio tubolare. Ed ecco che il bilico della bilancia, cui irrigidivano due artiglietti di gnomo, viene leggermente liberato da una diafana mano di fata. Ora la bilancia può pesare: ma, assunta che abbia la propria posizione di peso, il vigile gnomo ferma coi suoi artigli il bilico. Un dito geloso s’avanza cauto e scaccia dal cestino il tondello giudicato, lasciando che questi se ne vada al suo destino: in uno, cioè, dei canaletti obliqui che menano alle sei scatole. E’ evidente che, a seconda dell’altezza in cui s’è fermato il piatto a cestino della bilancetta, il tondello precipita in questa o quell’altra imboccatura dei canaletti. Ma appena il tondello è stato cacciato via, gli artiglietti s’allentano un poco per lasciare che la bilancia ritorni alla sua perfetta orizzontalità. Sùbito si richiudono. Ma la piccola mano di fata è già pronta a liberare il bilico perché si giudichi il successivo tondello. I lucidi dischi, così pesati ad uno ad uno, vengono contati, a piccoli lotti uniformi, mediante una speciale tavoletta di legno dove è inciso un determinato numero di cunette, a guisa di grosso e molteplice astuccio per contener medaglie. Come una pala, la tavoletta raccoglie un mucchio di tondelli. Poi, agitata a mo’ di staccio, trattiene tanti tondelli quante sono le cunette e fa scivolar via il superfluo”.* --- ## 4.3 Battitura dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/4-3-battitura-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 ### Battitura dei tondelli nell'epoca industriale La crescente richiesta di monete durante l’epoca industriale, oltre che sulla fabbricazione dei coni e dei tondelli, ebbe ovviamente un’influenza anche sulle macchine volte a battere i tondelli. In particolare, si sentiva sempre più la necessità di aumentare la qualità delle impronte pur garantendo una produttività molto elevata. Ciò avvenne essenzialmente con l’automazione delle macchine per la coniazione e con il perfezionamento dei sistemi di alimentazione ed estrazione dei tondelli. *Figura 93 – Pressa di Boulton. Fonte: Ansell (1781)* **Figura 93 – Pressa di Boulton. Fonte: Ansell (1781)** Come abbiamo visto, il primo che fece un passo verso questa direzione fu l’inglese Matthew Boulton. Al riguardo, è interessante notare che Boulton non modificò il meccanismo della vite dei bilancieri e si limitò essenzialmente ad introdurre due innovazioni: (i) sostituì la forza muscolare con un motore azionato a vapore e (ii) introdusse un sistema per alimentare i tondelli ed estrarre automaticamente le monete appena coniate. Un aspetto tecnico che facilitò l’automazione delle macchine per la coniazione fu una riduzione della lunghezza del braccio del bilanciere a parità di forza di battitura. Ciò fu possibile grazie a due ingegneri francesi – Vaucanson e Senot – i quali perfezionarono il tornio utilizzato per la filettatura della madrevite che poteva così risultare più alta, ma con un diametro inferiore. La struttura della pressa divenne più compatta e robusta e capace di assorbire con maggior facilità il contraccolpo della battitura. Nel 1790 Boulton brevettò una pressa a vite azionata da un motore a vapore. Invero, si trattava di un gruppo di otto presse a vite disposte a gruppi di due in cerchio. I bracci dei vari bilancieri erano mossi da una ruota, dotata di una camma, che ruotava grazie alla forza generata da un motore a vapore. Una descrizione del funzionamento della pressa di Boulton ci viene fornita da Ansell insieme anche ad una rappresentazione grafica (cfr. Figura 93)[1]. In particolare, l’operatore della pressa inseriva una pila di tondelli nell’apposito tubo (E) che, sfruttando la forza di gravità, li faceva scendere uno dopo l’altro. Una volta sceso il tondello dal tubo, un braccio meccanico di alimentazione (D) lo portava attraverso delle apposite “dita” sopra il conio inferiore (K). A questo punto, la ruota eccentrica o camma (A) muoveva la leva (B) che ritirava il braccio di alimentazione dei tondelli attraverso il perno (C). Un ulteriore perno vicino al precedente determinava l’apertura delle “dita”, facendo quindi rilasciare il tondello sopra il conio inferiore. Ora, il movimento rotatorio dell’albero principale della pressa (G) azionava due aste (I) che rilasciavano la virola (F) bloccata da una piccola leva (J). Sospinta dall’elasticità di apposite molle, la virola (F) saliva avvolgendo il tondello. L’albero della pressa continuava il suo moto rotatorio all’interno della madrevite – rappresentata dalle linee tratteggiate tra (G) ed (H) – scendendo velocemente e spingendo verso il basso il conio superiore fissato ad apposito porta-conio (M). Il conio superiore batteva quindi il tondello con una pressione di circa 40 tonnellate e coniava la moneta. La forza sprigionata dalla battitura causava un rinculo della vite che attraverso un apposito meccanismo veniva fatta risalire. Sempre il moto rotatorio (invertito) dell’albero azionava le due aste (I) che spingevano verso il basso la virola, liberando la moneta appena coniata. Con un movimento orizzontale del braccio di alimentazione dei tondelli la moneta appena coniata veniva spinta fuori dalla zona di battitura ed un nuovo tondello veniva rilasciato sopra il conio inferiore. Il processo ricominciava da capo. Come è già stato evidenziato nel capitolo precedente, grazie alla collaborazione tra Droz e Boulton, si tentò anche di ideare un meccanismo per introdurre nella pressa sopra descritta la virola spezzata. Tuttavia, le varie sperimentazioni non ebbero i risultati sperati. *Figura 94* **Figura 94** Infine, è interessante notare che già lo stesso Ansell nel suo libro del 1871[2] abbia messo in evidenza come anche la nuova pressa di Boulton potesse generare degli errori di coniazione in questo modo: “*La pressa per coniare è ancora difettosa: uno di questi difetti è la produzione di monete imperfette, di cui quello della Fig. 20* [cfr. Figura 94, ndr] *è una tipologia comune. Esso è prodotto da un errore del braccio di alimentazione dei tondelli nel posizionare il tondello esattamente sopra il conio inferiore, cosicché la virola, quando sale, non riesce ad avvolgerlo completamente; di conseguenza, quando il conio superiore scende per battere il tondello, solo la parte dello stesso che è a contatto con il conio viene impressa, la virola viene forzata verso il basso dalla pressione dell’altra parte del tondello che si trova sopra la sua superficie. In altre occasioni, il braccio di alimentazione dei tondelli rilascia il tondello troppo presto oppure proprio non riesce a rilasciarlo: in questa evenienza, il braccio di alimentazione dei tondelli viene fortemente “pizzicato”, e si ritrae con le impronte dei due coni nella sua parte terminale; e in entrambe queste ipotesi, coni possono entrare in contatto, e sfigurarsi vicendevolmente, cosicché la moneta successivamente prodotta riporterà su entrambe le facce una tenue impronta di entrambi i coni oltre all’impronta ordinaria […]. Certi errori di produzione sono stati chiamati da autori ignoranti* monete incuse *e storie assurde sono state pubblicate; quando, invece, la loro storia è semplicemente questa: avvenne che l’ultima moneta battuta sia rimasta attaccata al conio superiore, e ha trasmesso le impronte della sua faccia inferiore alla faccia superiore del tondello successivamente coniato. Questo non è un evento raro, e l’effetto di ciò sarebbe che quella moneta avrà le stesse impronte su entrambe le facce; ma certamente una presenta l’impronta in rilievo e l’altra in incuso. Queste sono alcune delle imperfezioni della pressa del Sig. Boulton, e si può forse presumere che le stesse possano essere facilmente superate; ma io non sono a conoscenza dell’esistenza di una pressa senza tali imperfezioni*” (traduzione). In questo breve passaggio, Ansell descrive in modo semplice e lineare alcuni degli errori di coniazione più comuni e che ancora oggi avvengono: battitura decentrata (cfr. par. 2.B.2.), coniazione sul braccio di alimentazione dei tondelli (cfr. par. 2.B.5.), battitura con coni collisi (cfr. par. 2.C.8.) e battitura a specchio o *brockage* (cfr. par. 2.B.6.). Da quanto analizzato sopra, risulta evidente che il meccanismo di base della pressa di Boulton era ancora quello della pressa a vite o bilanciere. Tale sistema di coniazione fu, invece, completamente rivoluzionato da Uhlhorn che per primo inventò la pressa a leva o a ginocchiera, in cui essenzialmente il movimento verticale dell’albero è trasmesso mediante una leva articolata a ginocchiera e non più attraverso il moto rotatorio di una vite. L’aspetto più importante del nuovo sistema è costituito dal fatto che si passò da una coniazione ad impatto ad una coniazione per pressione. Infatti, mentre nel bilanciere e nella pressa di Boulton la forza di battitura non poteva essere regolata, nella pressa di Uhlhorn – grazie alla leva articolata a ginocchiera – poteva essere controllata con un livello di sensibilità mai raggiunto prima. Vediamo ora un po’ più nel dettaglio quest’ultima pressa che rivoluzionò le tecniche di coniazione della seconda metà del XIX° secolo. Partendo dalla struttura della pressa Uhlhorn va innanzitutto notato che l’intero telaio – composto da una cornice frontale e una posteriore, collegate da una base di supporto – era prodotto con un’unica colata di metallo. In questo modo la pressa assumeva una tipica forma ad “H” che tuttavia veniva rinforzata con un’ulteriore barra di congiunzione superiore. Con una seconda colata veniva realizzato l’“albero a gomiti” – una sorta di pistone il cui movimento traslatorio era regolato da una biella – da collegare al telaio. Il movimento rotatorio era generato da una grande ruota (volano) fissata lateralmente al telaio che veniva collegata, attraverso una cinghia, ad un asse azionato da un motore a vapore. La rotazione dell’albero a gomiti non era uniforme, poiché nei cilindri si susseguivano fasi utili e fasi passive; questo fenomeno viene definito come “irregolarità periodica”. Per rendere il più possibile omogenea la rotazione (ovvero per ridurne le accelerazioni e le decelerazioni) si impiegava appunto il volano, costituito da un grosso disco fissato a una estremità dell’albero motore, che accumulava energia meccanica durante le fasi utili per restituirla durante quelle passive. Come nelle presse a vite o bilancieri, il conio inferiore era serrato in un apposito dispositivo (mandrino), eventualmente regolabile, sulla parte inferiore dell’apertura rettangolare della cornice frontale, mentre il nuovo sistema a ginocchiera a cui era agganciato il conio superiore consisteva di tre meccanismi di collegamento: la leva oscillante, la colonna e la leva di martello; il conio superiore veniva fissato all’estremità inferiore di quest’ultima. Le articolazioni di questo nuovo sistema sono paragonabili a quelle di una gamba di una persona, da cui anche il nome “a ginocchiera”. La prima componente, la leva oscillante, si trovava nella parte superiore dell’apertura rettangolare della cornice frontale collegata ad una cavità di giuntura paragonabile all’anca. La leva oscillante, paragonabile al femore, aveva nella parte superiore una specie di nocca che si incastrava nella cavità dell’“anca” e nella parte inferiore un’ulteriore cavità che la collegava alla colonna. Il nome di questa leva deriva dal suo movimento oscillatorio che le veniva conferito dall’albero a gomiti a cui risultava unita attraverso delle leve di giunzione. La colonna, paragonabile alla tibia, era una leva che aveva anch’essa nella parte superiore una specie di nocca che si incastrava nella cavità della leva oscillante e nella parte inferiore un’ulteriore cavità che la congiungeva alla leva di martello. Essa rappresenta una leva intermedia di collegamento tra la leva oscillante e la leva di martello. L’altezza della colonna poteva essere regolata con appositi tasselli al fine alzare o abbassare indirettamente il livello del conio superiore. *Figura 95 – Struttura della pressa Uhlhorn. Fonte: Cooper (1996)* **Figura 95 – Struttura della pressa Uhlhorn. Fonte: Cooper (1996)** Infine, la leva di martello, paragonabile al piede, prende il nome dalla sua forma e presenta nella parte superiore una nocca di giunzione con la colonna e nella parte inferiore il porta-conio superiore. La leva di martello era collegata alla base di supporto attraverso una barra curva, al fine di vincolare il conio superiore ad un piano per conferirgli un movimento all’interno di un foro circolare. Il movimento laterale veniva evitato con delle apposite guide. L’intero meccanismo era tenuto insieme da una trave a sbalzo – vale a dire una barra orizzontale vincolata ad una sola estremità – sotto alla base di supporto, alla cui estremità venivano posizionati dei contrappesi. Quest’ultimi servivano a favorire la risalita della leva di martello e quindi del conio superiore. Invece, la virola si muoveva verticalmente lungo il “collo” del conio inferiore ed era ancorata ad un piatto su cui scorrevano i tondelli. Il meccanismo di alimentazione dei tondelli era montato su quest’ultimo piatto e lo stesso era molto simile a quello della pressa di Boulton, con una differenza: una piccola paletta spingeva il tondello fuori dal tubo di alimentazione fino ad una posizione intermedia, dove il braccio di alimentazione dei tondelli lo caricava e lo portava all’interno dell’area di battitura. Il movimento verticale dell’intero piatto su cui poggiava la virola era conferito da un’apposita leva collegata ad una biella ancorata all’albero a gomiti. In particolare, la leva muoveva delle aste che spingevano verso il basso il piatto, quando la pressione veniva rilasciata la virola risaliva sospinta dall’elasticità di apposite molle. Infine, è importante sottolineare che il movimento dell’intera pressa era reso indipendente dal movimento della grande ruota posta al suo fianco, grazie a due frizioni. Inoltre, l’operatore poteva anche fermare in ogni momento la pressa e ciò si rendeva spesso necessario, in quanto il meccanismo di alimentazione dei tondelli spesso non funzionava correttamente. Il funzionamento delle presse Uhlhorn ci viene anche descritto da Giuseppe Maria Viti nel suo più volte citato articolo: “*Le Presse Uhlhorn e le più moderne Presse Greenwood (macchine coniatrici) mediante lunghe leve snodate che le fanno rassomigliare a colossali ragni, comprimono i tondelli tra due conj e, nello stesso tempo, fanno l’impressione del dritto e del rovescio. La mano dell’uomo prende semplicemente una pila di tondelli e la mette entro il serbatoio tubolare; ma una mano meccanica della pressa fa qualcosa di più e di meglio: prende orizzontalmente tra pollice ed indice il tondello dalla bocca inferiore del serbatoio; si avanza; con la punta dell’indice spinge innanzi la moneta già stampata lungo un liscio corridoio che mena in un pozzo; e, nel momento stesso in cui la moneta sta per affogare, il tondello, ancora prigione tra pollice e indice, viene a trovarsi al posto della moneta scacciata. Ma per poco: che non appena il tondello è divenuto moneta per l’impronta dei conj, l’indice della mano, ch’era tornata indietro, minaccia di riavanzare con l’evidente scopo ugualitario di far posto ed onore al successivo tondello. Le presse stampano in media tremilaseicento pezzi all’ora*”. *Figura 96 – Particolare della zona di battitura di una pressa Uhlhorn. Fonte: Museo di Hall* **Figura 96 – Particolare della zona di battitura di una pressa Uhlhorn. Fonte: Museo di Hall** Le presse Uhlhorn, più compatte delle presse Boulton, rivoluzionarono i processi di coniazione delle principali zecche europee della seconda metà del XIX° secolo e, come abbiamo visto, anche le zecche italiane si dotarono di alcuni esemplari di queste presse. Le presse venivano offerte in quattro diverse versioni, a seconda delle dimensioni e della capacità. Come abbiamo già avuto modo di commentare, i principi su cui si basava la pressa ideata da Uhlhorn sono stati poi ripresi da vari ingegneri e migliorata in alcuni aspetti, anche se l’idea di base è rimasta immutata. Il primo a cimentarsi in un’opera di miglioramento della pressa Uhlhorn fu probabilmente Thonnelier il quale innanzitutto riuscì a rendere ancora più compatto il telaio della pressa e a realizzare un articolazione di leve che fosse più sicura per l’addetto alla pressa. Infatti, nella pressa Uhlhorn se le varie leve non erano correttamente regolate le stesse potevano staccarsi frontalmente e ferire l’addetto, mentre il modello Thonnelier prevedeva un movimento solo verso l’interno, così da evitare ogni possibilità d’infortunio. Dal punto di vista più strettamente tecnico, la principale innovazione introdotta da Thonnelier fu un nuovo sistema di alimentazione ed estrazione dei tondelli e un diverso fissaggio del conio inferiore. In particolare, quest’ultimo non risultava più fisso, bensì anch’esso mobile e ancorato ad una leva di martello collegata ad un contrappeso. Ad essere fisso era invece il piatto su cui veniva fissata la virola e venivano fatti scorrere i tondelli che venivano sempre alimentati da un braccio. Quest’ultimo era dotato di due “dita” che si potevano aprire e chiudere per prendere e rilasciare i tondelli o le monete appena coniate. Il movimento verticale del conio inferiore aveva appunto la funzione di alzare la moneta appena coniata affinché il braccio la afferrasse per allontanarla dalla zona di battitura e lo stesso era generato da una camma o biella posta sotto la leva di martello a cui era fissato. A sua volta, anche la pressa Thonnelier subì dei successivi miglioramenti. Ciò avvenne dapprima ad opera di alcuni ingegneri statunitensi, quali il già ricordato Franklin Peale il quale riuscì a rendere indipendente la grande ruota dall’albero a gomiti e ad introdurre una frizione volta a proteggere i due coni in caso di malfunzionamento della pressa. Inoltre, sostituì la biella o camma con un eccentrico a collare che era più economico e robusto ed eliminò i contrappesi che erano fonte di forti vibrazioni. Anche in Europa, alcune ditte specializzate cercarono di migliorare la pressa Thonnelier apportando alcune modifiche. Al riguardo, si ricordano a titolo esemplificativo la James Watt & Company fondata a Birmingham dal figlio di James Watt e la Taylor & Challen Ltd sempre di Birmingham. In particolare, quest’ultima produsse delle presse sempre basate sul modello Thonnelier molto apprezzate dalle varie zecche europee, tra cui quella di Roma. Infatti, le presse Taylor & Challen erano molto compatte ed erano dotate di particolari dispositivi che consentivano di regolare sia l’altezza del conio inferiore e superiore che l’intera base su cui si poggiava il conio inferiore. Ciò consentiva di adattare la pressa a coni anche di dimensioni fuori dalle misure *standard* e di calibrare i due coni rispetto al tondello nel modo più efficiente possibile. *Figura 97 – Pressa Taylor & Challen. Fonte: theironroom.wordpress.com* **Figura 97 – Pressa Taylor & Challen. Fonte: theironroom.wordpress.com** Nel 1935 la Taylor & Challen produsse una pressa da 250 tonnellate che era in grado di coniare anche i talleri di Maria Teresa da 40 millimetri di diametro. Verso la fine del XIX° secolo, oltre a quelle già citate, furono fondate molte altre società che producevano presse monetarie, principalmente in Europa e Nord America: la Schuler, la Deutsche Wappenfabrik e la Grabener in Germania, la Bliss Company, la Ferracute, la Virginia Trucking Company e la Morgan Orr & Company negli Stati Uniti, la Raskin in Belgio, la Du Bosc in Italia, la Ardboga in Svezia, la Reinhard & Fernau in Austria, la Greenwood & Batley e la Horden Mason & Edwards nel Regno Unito, etc. Le presse monetarie prodotte da queste società si basavano essenzialmente sul modello della pressa di Uhlhorn e Thonnelier con il meccanismo a ginocchiera montato sopra al piatto dove scorrevano i tondelli. L’unica società che pensò di invertire la posizione di quest’ultimo meccanismo fu la Greenwood & Batley, le cui presse – come vedremo – furono acquistate anche dalla zecca di Roma. Più in particolare, il modello Greenwood & Batley prevedeva che il conio di martello, e quindi anche l’intero meccanismo a ginocchiera, fosse posizionato nella parte inferiore mentre il conio d’incudine nella parte superiore. Ciò aveva l’obiettivo di evitare uno sgradevole inconveniente tipico dei modelli tradizionali, vale a dire lo sgocciolamento dell’olio lubrificante sulla zona di battitura dei tondelli. Infatti, l’olio spesso si posizionava tra uno dei due coni ed il tondello formando un cuscinetto che comprometteva il corretto trasferimento delle impronte sulla moneta e generando un comunissimo errore di coniazione denominato “battitura con conio ostruito” o più impropriamente “conio stanco” (cfr. par. 2.C.4.). Ciononostante, questo modello di presse ebbe poco successo. Infine, va menzionata l’invenzione del bilanciere a frizione ad opera del francese Chéret nel 1861, visto che lo stesso, oltre ad essere impiegato per le monete di grande modulo, ha rivestito un ruolo molto importante nella nuova tecnica di produzione dei coni (cfr. *supra*). *Figura 98 – Struttura del bilanciere a frizione* **Figura 98 – Struttura del bilanciere a frizione** Il successo di queste macchine è dovuto al fatto che sono molto durature, resistenti e facili da mantenere, in considerazione della loro struttura piuttosto semplice (cfr. Figura 98). L’energia e quindi la potenza di battitura è contenuta nelle due grandi ruote poste sulla sommità della macchina e che sono mosse da un motore elettrico che le tiene costantemente in rotazione. Quando il bilanciere viene azionato, un cilindro spinge le due ruote contro una cinghia che avvolge la circonferenza del volano, il quale è fissato ad una grande vite. La durata del contatto tra le due ruote ed il volano determina anche la potenza di battitura; quest’ultima può variare dal 10% al 100% della potenza massima disponibile regolando appunto il tempo di contatto. La forza sprigionata dalla battitura viene assorbita dal tondello/moneta ed eventuali eccessi vengono scaricati sulla cornice della pressa; di conseguenza, è importante che la potenza di battitura sia regolata ad ogni processo di coniazione al fine di evitare tali eccessi. Come detto, il moto rotatorio è impartito dalle due ruote di frizione azionate da un motore elettrico che le tiene in continuo movimento. Il contatto con il volano fa sì che il moto rotatorio venga trasferito al volano e da questo alla vite ad esso fissata; se le due ruote si muovono in senso orario, il volano e la vite ruoteranno in senso anti-orario (e viceversa). La vite scende quindi ruotando all’interno della madrevite fissata alla cornice facendo abbassare anche il fittone a cui è collegato il conio superiore. Una volta che il conio superiore ha raggiunto il livello desiderato scatta un freno che fa invertire il moto rotatorio al volano, che a sua volta fa risalire la vite e conseguentemente anche il fittone con il conio superiore. A questo punto la moneta o la medaglia può essere estratta. I bilancieri a frizione avevano una potenza di battitura molto elevata e per questo motivo erano quindi indicati per coniare monete di grande modulo, ma anche per produrre i coni. Per quest’ultima attività, i bilancieri a frizione furono in seguito sostituiti dalle presse idrauliche. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] George Frederick Ansell, *The Royal Mint: its working, conduct and operations, fully and practically explained*, Effingham Wilson, 1871. [2] George Frederick Ansell, *The Royal Mint: its working, conduct and operations, fully and practically explained*, Effingham Wilson, 1871, pagg. 57-58. “*The press for coining is still defective: one of this defects is the production of imperfect coins, of which Fig. 20 is a common type. It is produced by the failure of the automaton hand to place the blank exactly on the lower die, so that the collar, when it rises, fails to enclose it; hence, when the upper die descends to strike the blank, only that part of it which is over the die is impressed, the collar being forced down by the pressure of the other part of the blank upon its upper surface. On other occasions the automaton hand drops its blank too early, or fails to bring it forward at all: on such occasions it sometimes receives a severe pinch, and retires with an impression produced on its end by the dies; and on either of these occurrences, the dies may come forcibly together, and disfigure each other, so that the next coin which is produced carries with it on each side a faint impression of both dies as well as its proper impression. […] Some accidental productions have been called by ignorant writers* incused coins*, and conjectural histories of them have been published; when, in fact, their history is simply this: it so chanced that the coin last struck remained upon the upper die, and gave its lower-side impression to the upper side of the next blank which was coined. This is no uncommon occurrence, and the effect of it would be that such a coin would have the same devise on each side; but of course one would present he design in relief and the other in intaglio. Such being some of the imperfections of Mr. Boulton’s coining press, it may perhaps be assumed that they can be readily overcome; but I am not aware of the existence of any press which is free of them*”. --- ## 4.4 Storia della Regia Zecca - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/4-4-storia-della-regia-zecca/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 Alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 esistevano sei Zecche: Bologna, Firenze, Genova, Torino e Napoli. Tuttavia, nello stesso anno il Governo decise di tenere in esercizio le sole Zecche di Milano, Napoli e Torino, al fine di rendere più efficiente e rapida la conversione di tutte le valute non decimali in corso nelle varie provincie d’Italia in nuove monete decimali. Inoltre, si stabilì che la fabbricazione delle nuove monete d’argento e d’oro fosse eseguita con il sistema dell’appalto, a seguito di concorso pubblico, che fu vinto dalla Banca Nazionale. Nel 1866 con l’annessione del Veneto all’Italia, alle tre Zecche suddette si aggiunse quella di Venezia. Ultimata la fabbricazione delle monete d’argento del nuovo Regno, l’operatività delle quattro Zecche in appalto diventò marginale e si decise di concentrare l’attività in una sola: la Zecca di Milano, in quanto “*la più comoda, la più vasta e ben fornita di materiale, e perciò la più suscettibile a prestarsi in qualunque contingenza ad ogni bisogno*”[1]. Tuttavia, l’affinazione e la partizione dei metalli acquistati dalla Banca Nazionale per la coniazione delle monete continuarono all’interno dei locali della zecca di Genova. Nel 1870 con l’annessione del Lazio, alla Zecca di Milano si affiancò la Zecca Pontificia di Roma che dipendeva direttamente dal Ministero delle Finanze, il quale ne acquisì l’edificio, l’organico, i macchinari ed il patrimonio storico che vi era conservato, vale a dire il Gabinetto Numismatico che raccoglieva, oltre a medaglie e monete, la collezione di coni e punzoni di medaglie pontificie, nucleo originario del futuro Museo della Regia Zecca. La Zecca di Roma fu subito adibita per coniare le monete d’oro da 20 lire e le monete d’argento da 5 lire. Il cav. Filippo Speranza, che aveva ricoperto fino ad allora il ruolo di capo incisore nella Zecca Pontificia, continuò a mantenere tale incarico realizzando i coni della monetazione del Regno. La Zecca di Roma non era sufficiente a far fronte alla richiesta monetaria del nuovo Stato, in quanto non vi erano attrezzature adeguate. Infatti, il nucleo principale dei macchinari in dotazione risaliva alla dominazione francese, quando all’inizio del XIX° secolo furono importati dalla zecca di Parigi un laminatoio, tre tranciatrici, tre aggiustatoi, cinque bilancieri di varie dimensioni e cinque contornatrici. Finita tale dominazione furono introdotte altre opere di miglioria: acquisto di alcuni piccoli torni per metalli preziosi e di alcune lingottiere mobili che sostituirono le forme per colata a terra. Inoltre, venne rinnovata la macchina motrice delle trafilatrici con la costruzione di una grande ruota idraulica in ferro al posto di quella antica molto più piccola ed in legno. Ciononostante, le suddette innovazioni non erano sufficienti a soddisfare la crescente domanda di una maggior quantità di monete ed i bilancieri dovettero ben presto essere sostituiti dalle moderne presse monetarie. Al riguardo, in un articolo di Laura Cretara contenuto nel Supplemento al n. 10 del Bollettino di Numismatica viene data evidenza di questa sostituzione. “*La Zecca di Napoli ne possiede una* [pressa monetaria, ndr] *ed il Nunzio Apostolico della città informa il direttore Mazio che con la nuova macchina si ottiene il triplo del prodotto ottenuto al bilanciere con metà della forza necessaria a tenerlo in azione. La nuova pressa può essere adattata oltre che ad un motore ad acqua anche a quello a vapore che, inventato in Inghilterra alla fine del ‘700 ad opera di Watt e Boulton, è un nuovo gioiello di ingegneria meccanica da considerarsi passaggio fondamentale verso la coniazione moderna. Nel 1848, con approvazione di Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Giuseppe Ferrari, Tesoriere Generale Ministro delle Finanze, viene infine avviata la pratica di acquisto di due presse monetarie richieste al loro inventore e fabbricante signor Uhlhorn di Grevenbroich – Colonia*”. Poi in seguito verranno comprate ulteriori presse Uhlhorn. Tuttavia, una volta che Roma fu annessa all’Italia, si decise di rafforzare dal punto di vista tecnico la zecca trasferendo presso i suoi locali un macchinario acquisito dalla soppressa Zecca di Napoli. Inoltre, fu ristrutturato l’edificio e si attuò una riorganizzazione del lavoro. Nei primi anni la Zecca riuscì a far fronte alla produzione di monete necessarie solo grazie all’apporto della Zecca di Milano. Tuttavia, il 31 dicembre 1874 scadde l’appalto della Zecca di Milano assunto dalla Banca Nazionale, ma le attività della zecca milanese continuarono fino al 1892, anno in cui venne soppressa. Pertanto, l’intera produzione di monete del Regno italiano fu concentrata presso la Zecca di Roma, in via delle Fondamenta, che divenne la Regia Zecca d’Italia. Come abbiamo già osservato, quest’ultima non era in grado di far fronte alle esigenze monetaria del Regno e per questo motivo in alcuni casi si ricorse a Zecche estere: si ricorse alle zecche di Birmingham, Parigi, Strasburgo e Bruxelles per coniare le monete in bronzo da 10 centesimi oppure nel 1894 alla Zecca Arthur Krupp di Bendorf per coniare le monete da 20 centesimi in nichel. *Figura 99 – Nuovo edificio della Zecca di Roma in via Principe Umberto* **Figura 99 – Nuovo edificio della Zecca di Roma in via Principe Umberto** “*Il palazzo della ex Zecca Pontificia sorgeva in un luogo non particolarmente gestibile, gli ambienti non erano funzionali alla produzione e in molti casi mal illuminati e mal areati. Inoltre, non vi era riscaldamento, i pochi bagni erano al di fuori delle officine e non era possibile installare generatori supplementari di forza motrice. Infine la fonderia era adiacente ai palazzi vaticani ed in caso d’incendio si sarebbe innescato un effetto a catena difficilmente controllabile*”[2]. Ci si rese quindi conto della necessità di costruire un nuovo edificio e di potenziare le attrezzature in dotazione della Zecca. Al riguardo, l’ascesa al trono agli inizi del ‘900 di Vittorio Emanuele III – il re numismatico – ha probabilmente favorito questo progetto e nel 1904 fu identificata l’area di via Principe Umberto, una zona centrale e ben accessibile. Fu quindi indetto un concorso fra gli architetti italiani per la costruzione della nuova zecca con Regio Decreto del 20 novembre 1904. Il concorso ebbe esito negativo in quanto nessuno dei progetti presentati soddisfaceva le speciali esigenze di una zecca e, di conseguenza, il Governo dovette assegnare l’incarico all’Ufficio Tecnico del Genio Civile. In particolare, il progetto fu affidato a Carlo Mongini, ingegnere capo del corpo Reale del Genio Civile, con la collaborazione del direttore della Regia Zecca Israel Sacerdote, per la progettazione delle officine e delle opere di sicurezza occorenti. I lavori di costruzione iniziarono ufficialmente il 27 giugno 1908, con una cerimonia a cui ha presenziato anche il re Vittorio Emanuele III, il quale ha posto simbolicamente la prima pietra. E’ interessante ricordare che in tale prima pietra venne inserita una pergamena con su scritto: “*Vittorio Emanuele III il XXVII Giugno MCMVIII pose la prima pietra augurale di una nuova zecca in Roma, officina e scuola dell’arte del conio, continuatrice di gloriose tradizioni, propagatrice di nomi e di fatti memorandi alle genti future*”. Insieme alla pergamena fu inserita la serie di monete del 1908. Poi, i lavori di costruzione finirono circa tre anni dopo e il 27 dicembre 1911 il nuovo edificio della Zecca fu quindi inaugurato ufficialmente nuovamente dal re Vittorio Emanuele III in persona. Nel frattempo il direttore della zecca, l’ingegner Mario Lanfranco, venne inviato in missione presso le principali officine europee (Londra, Parigi, Bruxelles, Utrecht e Vienna) per studiarne le attrezzature e l’organizzazione in modo da poter approntare gli impianti della nuova zecca romana secondo i più moderni criteri. Una speciale commissione esaminò i macchinari da acquistare e sostituire a quelli obsoleti della vecchia zecca. Dal punto di vista delle attrezzature, una preziosa fonte di informazioni è costituita dalla Relazione sui Servizi della Regia Zecca per l’Esercizio finanziario 1911-1912 predisposta dal Ministero del Tesoro. Le citazioni che seguono si riferiscono al predetto documento, salvo laddove specificato diversamente. Il nuovo edificio “*si compone di un sotterraneo, del pianterreno, che occupa tutta l’area, e di quattro piani sopra il terreno, limitatamente però al corpo di fabbricato prospiciente la via Principe Umberto*”. I locali del sotterraneo erano destinati alla centrale elettrica, ai magazzini di deposito dei combustibili (es. carbone *coke* metallurgico, *coke* di gas, carbone fossile, carbone di legna, legna, etc.), alle caldaie per il riscaldamento invernale, alla lavanderia a vapore, alla cucina, al refettorio e ai bagni degli operai. “*Sotto il soffitto del piano sotterraneo corrono i condotti del fumo che dai forni di fusione e di rinconzione e dalle caldaie per il riscaldamento invernale a termosifone, per la cucina, lavanderia, ecc., sboccano nel grande camino che si erge nel cortile d’onore*”. Il pian terreno era invece integralmente destinato “*al servizio delle officine, tranne un locale all’angolo delle vie Principe Umberto e Lamarmora, destinato al signor direttore della R. Scuola dell’Arte della Medaglia.* […] *Ampi corridoi mettono in comunicazione i diversi reparti delle officine, che sono tra loro distinte e separate a seconda delle lavorazioni e dei metalli. In questi corridoi corrono binari di servizio con piattaforme girevoli per accelerare ed agevolare i trasporti ed il passaggio delle materie in lavorazione fra le diverse officine*”. Al primo piano si trovavano “*gli uffici della Direzione con annessa biblioteca, il museo numismatico, il laboratorio d’incisione ed il primo laboratorio dei saggi*. […] *Il laboratorio dei saggi è in condizioni di poter eseguire qualunque analisi: dispone di cinque forni a muffola per analisi di oro, muniti di pirometri elettrici, e di un impianto per analisi elettrolitiche munito di tutti i perfezionamenti, ed è dotato di bilance della maggior precisione”*. Invece, il secondo piano era destinato alla Regia Scuola dell’Arte e della Medaglia, al secondo laboratorio dei saggi, all’alloggio del portiere-custode, al vecchio archivio e a depositi diversi. Al terzo e al quarto piano si trovava l’alloggio della famiglia del direttore e il deposito di materiale della Zecca e della Regia Scuola della Medaglia. *Figura 100 – I due pantografi Janvier della Zecca di Roma (foto Museo della Zecca di Roma)* **Figura 100 – I due pantografi Janvier della Zecca di Roma (foto Museo della Zecca di Roma)** Prima di concentrarci sulle officine, dove si svolgeva il processo di coniazione, va fatto solo un cenno alla sala di incisione che disponeva “*di due pantografi (torni di riduzione) del tipo Janvier di Parigi, l’uno di grande modello e l’altro di modello mezzano, azionati elettricamente con corrente continua fornita dalla batteria di accumulatori, per ottenere una velocità assolutamente costante nel movimento*” (cfr. Figura 100). Tornando ora alle officine ed più in particolare alle fonderie, si precisa che le stesse erano suddivise in tre distinti locali per la fusione: (i) dell’oro, (ii) dell’argento e (iii) dei metalli inferiori, vale a dire bronzo e nichel. Per quanto riguarda la fonderia dell’oro, la stessa era dotata di “*forni a gas sul tipo di quelli in uso nella nuova Zecca di Filadelfia, adoperando però il gas di città invece che il gas degli olii.* […] *L’impianto comprende tre forni fusori a gas per crogioli da 25 chilogrammi di metallo e un forno per crogioli da 10 chilogrammi. L’aria viene soffiata da un ventilatore ad alta pressione azionato a cinghia con apposito motorino elettrico*”. *Figura 101 – Fonderia dell’argento della Regia Zecca di Roma* **Figura 101 – Fonderia dell’argento della Regia Zecca di Roma** Invece, con riferimento alla fonderia dell’argento (cfr. Figura 101), è stato scelto “*il vecchio tipo di forno in muratura, a vento naturale, che è ancora quello adottato presso le più importanti Zecche d’Europa*”. Da ultimo, relativamente ai metalli inferiori, sono stati installati dei “*forni meccanici rovesciabili alimentati con coke metallurgico*” di tipo Morgan che hanno “*la specialità che i prodotti della combustione sono aspirati in basso e possono essere portati ad un camino centrale con condotto sotterraneo in muratura.* […] *Questi forni sono difatti adottati presso quasi tutte le Zecche estere perché consentono una grande rapidità nel lavoro di fusione, con un consumo ridotto di combustibile ed una buona utilizzazione di crogioli, se il forno è ben governato*”. “*Dalle fonderie le verghe passano alle officine dei laminatoi, che sono sistemate in un fabbricato adiacente, nella zona verso strada del fabbricato*”. Le officine di laminazione erano suddivise in due reparti: uno per i metalli nobili (oro e argento) e l’altro per i metalli inferiori. “*I laminatoi sono senza alcun dubbio le macchine più importanti per la preparazione meccanica dei tondelli da passare alle presse monetarie*” e quindi “*molte cure sono state rivolte all’impianto dei laminatoi*”. *Figura 102 – Reparto laminatoi metalli nobili della Regia Zecca di Roma* **Figura 102 – Reparto laminatoi metalli nobili della Regia Zecca di Roma** “*Tutti i laminatoi hanno i cilindri temprati di acciaio fuso con dispositivo per il raffreddamento interno ad acqua. Il movimento ha luogo per mezzo d’ingranaggio (con doppio rapporto per i laminatoi sgrossatori e semplice rapporto per i laminatoi mezzani e rifinitori) con cinghia di trasmissione che lo collega con l’albero sotterraneo. I pignoni d’avantreno stanno fra cuscinetti ed involucro chiuso e rotano in bagno di olio. I denti dei pignoni hanno triplice disposizione per la sicurezza e regolarità del funzionamento. Per gli egualizzatori però il cilindro superiore è comandato dall’inferiore con cinghia. Il reparto laminatoi metalli nobili dispone di un laminatoio sgrossatore, di due laminatoi mezzani, di due rifinitori e due egualizzatori*”*.* Una volta preparate le lastre di metallo, le stesse devono essere “forate” per ottenere i tondelli vergini da coniare con una speciale macchina (pressa punzonatrice o tagliolo). “*L’impianto della Zecca di Roma consiste in n. 5 taglioli, comandati con motori elettrici, 2 nel reparto metalli inferiori e 3 nel reparto metalli nobili. Ciascuna macchina è provvista di porta-punzone e porta-matrice in acciaio per tagliare due o più tondelli per volta. Le lame* [lastre di metallo, ndr] *sono portate sotto i taglioli con rulli di alimentazione all’entrata ed all’uscita della macchina. Un dispositivo può consentire di tagliare automaticamente la cesaglia[3]. La velocità della macchina è di 150 colpi al minuto con una produzione di 300 tondelli con due punzoni.* *I tondelli passano in seguito alla macchina cernitrice (una per ciascun reparto) che è costituita da una tela senza fine che trasporta il tondello e lo presenta successivamente con le due faccie”.* Inoltre, la Zecca di Roma era dotata per i metalli inferiori di due macchine orlettatrici rotative sistema Jones che “*consistono essenzialmente in un albero con puleggia fissa e folle che porta un disco, nel quale è fissato un anello con scanellatura temperato. Di fronte trovasi una ganascia regolabile portante essa pure una scanellatura corrispondente a quella opposta del disco nobile.* […] *La produzione di questa macchina è di circa 600 pezzi al minuto*”. Invece, per i metalli nobili disponeva di “*due macchine rettilinee alternative quadruple: ciascuna macchina porta due tubetti di alimentazione e lavora in doppio, cosicché ad ogni rotazione dell’albero si orlettano quattro tondelli: i cuscinetti per orlettare, nei quali si sviluppa il tondello, sono in acciaio temperato. La produzione di ciascuna macchina è di circa 230 pezzi al minuto*”. Sempre all’interno delle officine si trovavano “*due sale, in una delle quali è collocato il forno di ricottura a muffola e nell’altra le vasche di biancamento. Il forno a rincuocere è semigazogeno con due focolari e due muffole di materiale refrattario.* […] *Il biancamento è fatto in separato locale, che dispone di quattro bacinelle di piombo con saldatura autogena contenenti il bagno d’acqua acidula riscaldata con vapore a bassa pressione sovrariscaldato*”. Per i metalli inferiori, la Zecca disponeva “*di due forni a riverbero a suola rotante con riscaldamento a legna e con gli occorrenti apparecchi per l’imbiancamento del bronzo col cremor di tartaro*”. *Figura 103 – Presse Greenwood & Batley (a sinistra) e presse Uhlhorn (a destra) della Zecca di Roma* **Figura 103 – Presse Greenwood & Batley (a sinistra) e presse Uhlhorn (a destra) della Zecca di Roma** Nella parte centrale del pianterreno invece è stata collocata la sala della stampa, dove sono collocate le presse monetarie. La nuova Zecca di Roma di via Principe Umberto era dotata inizialmente di quindici presse monetarie – della quali dieci presse Uhlhorn provenienti dalla Zecca pontificia e cinque nuove presse americane Greenwood & Batley, “*con la pressione del basso verso l’alto ed a ginocchio doppio, comandate da motore elettrico direttamente con l’ingranaggio. Le presse Uhlhorn possono battere 75 colpi al minuto, le presse di nuova costruzione* [le presse Greenwood & Batley, ndr] *possono battere 90 colpi, quelle di grande modello, e 100 colpi quelle di piccolo modello*”. Inoltre, per la coniazione delle medaglie e, come vedremo, per la fabbricazioni dei coni la Zecca di Roma era dotata anche di quattro bilancieri meccanici a frizione rispettivamente del diametro di 135, 140, 165 e 250 millimetri. *Figura 104 – Bilancieri a frizione della Zecca di Roma. A destra il “grande” bilanciere da 250 millimetri.* **Figura 104 – Bilancieri a frizione della Zecca di Roma. A destra il “grande” bilanciere da 250 millimetri.** “*Tutti questi bilancieri meccanici sono azionati con separati motori elettrici: la forza massima del colpo che questi quattro bilancieri possono esercitare attraverso adatti spessori di metallo è rispettivamente di 100, 160, 250 e 550 tonnellate. Il grande bilanciere è costruito con gabbia in acciaio colato in un sol pezzo con madrevite in bronzo resistente. La vite è di acciaio cannone con la estremità temperata. L’albero di comando è di acciaio dolce e porta alla sua estremità la puleggia azionata con cinghia da un motore elettrico della potenza di 18 HP*”. Peraltro, va osservato che la Regia Zecca era anche dotata di alcuni bilancieri manuali, di cui uno – decorato con gli stemmi pontifici – proveniva dalla Zecca pontificia ed era stato fuso in bronzo nel 1735 sotto il pontificato di Clemente XII, l’altro, ornato dell’aquila napoleonica, proveniva dalla Zecca di Milano ed era stato fuso nel 1803 col bronzo dei cannoni tolti da Napoleone agli austriaci nella battaglia di Austerlitz. Quella qui sopra descritta è la principale attrezzatura della nuova sede della Zecca in via Principe Umberto e la stessa era stata giudicata sufficiente a far fronte alle esigenze monetarie del Regno. Tuttavia, durante il periodo della prima guerra mondiale la Zecca dovette affrontare vari problemi, tra i quali: la riduzione delle maestranze e una scarsità di materiali, principalmente assorbiti dalle necessità belliche. A tale ultimo riguardo, si ricorda che nel 1918 quando fu deciso di emettere delle nuove monete da 20 centesimi per far fronte alla rarefazione degli spiccioli, si pensò di ricorrere ai nichelini umbertini dello stesso valore, che erano state ritirate dalla circolazione ed immagazzinate presso la Zecca (cfr. par. 2.B.5.1.). “*Un altro problema tecnico, che la Zecca dovette risolvere, si presentò quando, nel maggio 1918, un regio decreto autorizzò l’emissione del «Tallero d’Italia» in argento con una leggenda in rilievo sul contorno. Poiché la Zecca italiana non disponeva ancora a quell’epoca di presse monetarie dotate di virola a più settori, la cosa presentava notevoli difficoltà per cui si decise di ricavare la legenda in rilievo sul tondello, coniandolo puoi fuori virola per non danneggiare la scritta. In questo modo, però, il contorno non risultava perfettamente circolare e le impronte sulle due facce della moneta apparivano piuttosto imprecise e sfuggenti verso la periferia dove il materiale del tondello, non contenuto, sotto la pressione esercitata dai coni, si espandeva.* *Figura 105 – Presse Dubosc della Zecca di Roma* **Figura 105 – Presse Dubosc della Zecca di Roma** *Nel 1919, in previsione di dover procedere a coniazioni di grandi quantità di monete per cercare di alleviare la crisi della circolazione metallica verificatasi durante la guerra, furono acquistate altre 35 presse che si aggiungevano alle 15 già in dotazione alla Zecca. Le nuove presse erano di fabbricazione italiana ed erano costruite dalla Soc. An. Dubosc di Torino, che è stata l’unica industria italiana di tutti i tempi che producesse presse monetarie*”[4]. Inoltre, il prezzo dell’argento in quegl’anni era cresciuto notevolmente e la gente tendeva a tesaurizzare le monete fatte di quel materiale. Pertanto, si pensò di sostituire le monete da una e due lire d’argento con monete dello stesso valore (buoni da una e due lire), ma fatte di un materiale inferiore: il nichel. La fornitura dei tondelli fu appaltata a ditte esterne italiane. “*La coniazione di queste monete presentava grandi difficoltà dovute all’altezza ed allo sviluppo dei rilievi, nonché alla durezza del materiale ed alla presenza sul bordo della moneta della godronatura, ritenuta necessaria per distinguere questo taglio da quello dei cinquanta centesimi, che avevano il bordo liscio*”[5]. L’argento derivante dalle monete fuori corso fu, invece, utilizzato per coniare delle nuove monete da 5 e 10 lire. “*Mentre la Zecca aveva la capacità di coniazione necessaria, non era attrezzata per la fabbricazione di un così gran numero di tondelli e pertanto fu necessario rivolgersi all’esterno. La commessa fu affidata alla Società Metallurgica Italiana (SMI), che adibì a questa particolare produzione lo stabilimento di Brescia*”[6]. “*I tondelli forniti dalla Soc. Metallurgica erano completamente finiti e cioè anche con la legenda FERT con stelle e nodi incisa sul contorno* *e non mancava ad essi che la stampa coi coni monetari. […] Allo scopo di distinguere le monete coniate con i tondelli fabbricati in Zecca da quelle coniate con i tondelli forniti dalla Società Metallurgica, se ne modificò opportunamente la legenda sul contorno ponendo una stelletta anziché due tra la legenda FERT ed il nodo d’amore*”[7]. Con riferimento alla fabbricazione dei tondelli, va anche ricordato che verso la fine degli anni ’30 e agli inizi degli anni ’40 furono introdotti due nuovi metalli inventati in Italia: l’acmonital, un acciaio inossidabile con soltanto il 18% di cromo, e il bronzital, una lega di rame, alluminio e zinco. A seguito dell’istituzione della Repubblica Sociale Italiana nel 1943, la Direzione Generale del Tesoro – da cui dipendeva la Zecca – fu trasferita da Roma al Nord d’Italia e si decise quindi di istituire anche una sezione autonoma della Zecca. “*Dopo una breve indagine sulle ditte del Nord Italia in grado di mettere a disposizione locali e macchinari per la fabbricazione delle monete, fu scelta la Società Nazionale Cogne di Aosta, che, oltre a disporre di locali ed impianti idonei, poteva fornire immediatamente una partita di cinque milioni di tondelli per monete da venti centesimi, residuo di precedenti forniture alla Zecca interrotte per mancanza di mezzi di comunicazione e di trasporto a causa degli eventi bellici. Il materiale indispensabile per il funzionamento della Zecca in Alta Italia fu spedito ad Aosta in tre riprese nel mese di aprile del 1944. Furono, inoltre, trasferiti colà sei funzionari della Zecca di Roma tra i quali l’Incisore Capo Pietro Giampaoli, al quale fu affidata la direzione tecnica della Zecca di Aosta*”[8]. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Relazione del Ministro delle Finanze al R.D. 17 febbraio 1870, n. 5527, con il quale fu stabilito il concentramento della fabbricazione delle monete e delle medaglie nella zecca di Milano. [2] Rosa Maria Villani, *La Zecca d’Italia: l’Edificio e la sua storia*, in *Le zecche italiane fino all’Unità*, a cura di L. Travaini, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 2011. [3] La cesaglia è la lastra metallica forata di scarto. [4] Nicola Ielpo, *La moneta metallica in Italia – Breve storia della moneta metallica*, *della Zecca e della tecnologia monetaria*, IPZS, 1980, pag. 90. [5] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008, pag. 78. [6] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008, pag. 79. [7] Nicola Ielpo, *La moneta metallica in Italia – Breve storia della moneta metallica*, *della Zecca e della tecnologia monetaria*, IPZS, 1980, pag. 92. [8] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008, pagg. 82 e 83. --- ## 5. Epoca contemporanea (1940 – oggi) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-epoca-contemporanea-1940-oggi/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Sigla: 5 - Ultima modifica: 2020-03-12 Nella seconda metà del XX° secolo la moneta ha forse attraversato il periodo peggiore di tutta la sua storia. Infatti, i profondi cambiamenti economici, culturali e tecnologici che l’umanità stava sperimentando portarono anche ad una rivoluzione senza precedenti nell’utilizzo del denaro. In particolare, dopo la fine della seconda guerra mondiale comparirono innanzitutto nuovi tipi di monete d’emergenza e la cartamoneta costituì il pilastro del sistema monetario d’occupazione degli Alleati. Come noto, in Italia nel 1943 gli americani stamparono piccole banconote d’occupazione in taglio da una a mille lire (le AM-lire ovvero le *Allied Military* *currency*). Il sistema fu poi esteso alla Francia nel 1944 e, infine, alla Germania e al Giappone. Anche la Russia elaborò e stampò per proprio conto particolari banconote d’occupazione in altre zone dell’Europa centrale e orientale, compreso la Polonia, la Romania, la Cecoslovacchia e l’Ungheria. Queste banconote d’occupazione emesse in grande quantità erano totalmente intercambiabili con la normale valuta locale e ciò contribuì alla pesante inflazione che colpì l’Europa e, quindi anche l’Italia, verso la fine della seconda guerra mondiale. Inoltre, con una grande parte del mondo in rovina e le fabbriche con produzione indirizzata esclusivamente ai fini bellici, vi fu una fortissima richiesta per le poche merci non belliche disponibili. Inevitabilmente i prezzi salirono incredibilmente. In aggiunta, la guerra aveva richiesto l’emissione di enormi quantità di denaro per pagarne i costi, e come conseguenza, il valore unitario della moneta di molti Paesi scese drasticamente. Si assistette quindi alla scomparsa delle coniazioni in metalli preziosi (oro e argento), sostituiti da leghe metalliche di basso valore, quali il rame, il nichel e l’alluminio. In altre parole, l’inflazione determinò una repentina modifica delle monete in circolazione con riferimento al loro valore nominale, al loro aspetto e al loro contenuto metallico. Si pensi ad esempio alla moneta italiana da 10 lire. I primi pezzi da 10 lire “Aratrice” erano coniati in oro; dopo la prima guerra mondiale e con l’avvento del fascismo l’oro fu sostituito con l’argento (10 lire “Biga” e 10 lire “Impero”). Dopo la seconda guerra mondiale e con l’instaurazione del sistema repubblicano, i tipi delle monete da 10 lire furono “semplificati” e così pure il contenuto metallico, che passò dall’argento all’alluminio. Infine, nel 1951 fu anche ridotto il diametro, mantenendo la composizione in alluminio. Pertanto, in un arco temporale di soli 40 anni la moneta da 10 lire passò da un contenuto metallico in oro ed un’elevata qualità delle impronte ad una piccola moneta in alluminio con impronte piuttosto semplici e poco curate. *Figura 106 – Evoluzione del contenuto metallico e delle impronte della moneta da 10 lire* **Figura 106 – Evoluzione del contenuto metallico e delle impronte della moneta da 10 lire** Anche negli altri Stati si assistette ad una completa scomparsa delle monete in oro ed anche quelle in argento gradualmente si avviavano sulla via della sparizione. Attualmente, di fatto, non esistono in alcuna nazione monete destinate alla circolazione che vengano coniate in oro e l’argento si utilizza eventualmente solo per pezzi di taglio elevato, ma comunque raramente. Pertanto, una tradizione che, come abbiamo visto, era nata con il re Creso più di 2500 anni fa è stata completamente abbandonata ed è molto improbabile che il futuro ci porti emissioni in oro ed in argento destinate alla circolazione. Sempre con riferimento ai metalli impiegati per la monetazione, va anche segnalato che, a causa della scarsa disponibilità di rame durante la seconda guerra mondiale, la Germania introdusse dei tondelli laminati vale a dire composti da tre strati di metallo: al centro un cuore di acciaio compresso tra due lamine fatte da una lega di rame o bronzo. La novità ebbe successo presso il pubblico e successivamente fu esportata anche in altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti. Oltre alla sua composizione metallica, negli ultimi anni proprio la moneta stessa come strumento di pagamento è entrata in crisi. Ormai, per quasi tutte le transazioni finanziarie si usano le banconote, mentre le monete sono utilizzate solo come strumento sussidiario, hanno tagli minimi e sono normalmente coniate in materiali di basso valore, quali il rame, il nichel e l’alluminio. Peraltro, attualmente anche la carta moneta sta per essere a sua volta rimpiazzata da altri mezzi di pagamento alternativi: assegni, carta di credito, *bancomat* o altri strumenti elettronici di pagamento. Naturalmente, il declino nell’importanza della moneta all’interno della società e l’esponenziale sviluppo tecnologico che il settore industriale stava attraversando ebbero ovviamente degli effetti sulle tecniche di coniazione. In primo luogo, come è stato già accennato, ci fu un calo nella qualità delle impronte, spesso semplici ed approssimative. Di ciò ne dava evidenza anche la stampa italiana che, nel commentare l’emissione della nuova moneta da 500 lire in argento scrisse: “*Da molti decenni a questa parte, l’Italia non va famosa né per le sue monete, né per i suoi francobolli, i quali sono pur sempre agganciati a una retorica ornamentale che fu cara al Liberty dei Calandra, dei Rubino e dei Bistolfi. Soltanto negli ultimi tempi si sono avuti alcuni felici tentativi di uscire da questa paludetta decorativa, e la nuova moneta da cinquecento lire sarebbe finalmente degna di meritare l’approvazione dei più esigenti cultori del bello. Non vorremmo davvero che in seguito alle osservazioni del nostro lettore, qualcuno decidesse di cambiare soggetto allo scudo pasquale, e riproporci, magari, nuovi aratri, zappe e zappatori…”* (Il Tempo del 10 dicembre 1957). Solo verso la fine del XX° secolo l’arte incisoria fu rivalutata, non tanto perché la moneta tornò ad acquisire l’importanza di un tempo, bensì nell’ottica di una strategia commerciale volta a ravvivare l’interesse dei collezionisti. Si cominciarono così ad emettere serie divisionali riservate ai numismatici sia in stato fior di conio che *proof* (fondo specchio), monete celebrative e commemorative in materiali nobili, etc. In altre parole, la bellezza della moneta non era più funzionale ad esaltare il prestigio del regnante o dello Stato emittente, ma era volta a trasformarla in oggetto d’arte e di investimento. Inoltre, la Zecca cominciò a perdere il suo prestigio ed il ruolo di centralità che aveva in passato; pian piano si cominciò ad esternalizzare definitivamente determinate fasi del processo produttivo, come ad esempio la produzione dei tondelli, e anche le attività che conservava cominciarono ad assomigliare sempre di più ad un normale processo industriale, piuttosto che la “bottega artigiana” di un tempo. Per quanto riguarda gli impianti tecnici delle Zecche, va osservato che per circa vent’anni dopo la seconda guerra mondiale le aziende produttrici continuarono ad offrire la stessa attrezzatura *ante* conflitto e ciò probabilmente per la quasi assenza di concorrenza. Una prima innovazione si ebbe nei primi anni sessanta quando l’Inghilterra decise di transitare al sistema decimale cambiando tutte le monete in circolazione. Per tale impresa, la Zecca inglese si rivolse alla Horden, Mason & Edwards Ltd di Birmingham, la quale produsse 150 presse che si basavano su un nuovo principio introdotto da un ingegnere tedesco di nome Dr. May. Questa pressa aveva il merito di rifarsi al modello di pressa della Greenwood & Batley in cui il meccanismo a ginocchiera si trovava sotto il piatto di alimentazione dei tondelli. Quest’ultimo era fisso, mentre a muoversi era il conio inferiore che alzandosi espelleva la moneta. Il conio superiore era invece fissato ad una sorta di cornice che veniva spinta verso il basso dal meccanismo a ginocchiera contro delle molle che poi facevano risalire la cornice e quindi anche il conio superiore. Il meccanismo di alimentazione dei tondelli era completamente nuovo, in quanto non era più costituito da un “braccio” meccanico, bensì da un disco rotante (cfr. par. 1.5.3). Questo disco ruotava a scatti, muovendosi di 20° ad ogni battitura; ciò consentiva di avere su ogni disco 18 sedi dove collocare i tondelli attraverso un apposito tubo di alimentazione. Questo meccanismo – il cui brevetto era già stato registrato nel 1948 – consentì di incrementare notevolmente il numero di battiture al minuto e di superare quindi il limite delle 120 battute al minuto dei meccanismi con braccio meccanico. *Figura 107 – Disco rotante per l’alimentazione dei tondelli* **Figura 107 – Disco rotante per l’alimentazione dei tondelli** Molte tipologie di presse utilizzano ancora oggi il sistema ideato dal Dr. May, quali ad esempio le presse della Gräbener di Siegen (Germania) e la gran parte utilizzano comunque il sistema di alimentazione dei tondelli basato su un disco rotante. Di recente, la ditta Schuler ha, invece, ideato una nuova pressa con un sistema di coniazione orizzontale che può raggiungere una velocità di circa 750 monete battute al minuto. In questa nuova pressa, viene sfruttato il peso dei tondelli e la forza di gravità per farli rotolare lungo delle guide che li portano nella zona di battitura dove si fermano in posizione verticale. *Figura 108 – Pressa Schuler a coniazione orizzontale. Fonte: Schuler UK* **Figura 108 – Pressa Schuler a coniazione orizzontale. Fonte: Schuler UK** Invece, nelle presse tradizionali a coniazione verticale il tondello deve essere portato meccanicamente nella zona di battitura ed inevitabilmente questo indice negativamente sull’indice di produttività della pressa. I coni ovviamente non sono più posizionati sopra e sotto il tondello, bensì a destra e a sinistra. Inoltre, mentre nelle normali presse verticali il conio di martello è quello deputato a coniare il diritto della moneta, in questa nuova pressa orizzontale il conio di martello riporta normalmente le impronte del rovescio. Tuttavia, questa pressa può essere utilizzata per coniare solo le monete con un tondello tondo e semplice. Invece, le tradizionali presse verticali sono in grado di coniare anche delle monete con tondelli di qualsiasi forma o con tondelli bi- o tri-metallici. L’aspetto esteriore delle presse monetarie attualmente utilizzate dalle più importanti zecche del mondo ha perso il fascino di un tempo, in quanto hanno la forma di grandi scatole metalliche che ben poco lasciano intravedere agli occhi curiosi di noi collezionisti. Il motivo di tale configurazione è legato al fatto che in questo modo è possibile limitare, per quanto possibile, l’inquinamento acustico prodotto da queste macchine. *Figura 109 – Due presse Schuler di ultima generazione. Quella a destra è la nuova pressa orizzontale Schuler MRH 150 che può coniare 12 monete al secondo (750 al minuto). Fonte: Schuler UK* **Figura 109 – Due presse Schuler di ultima generazione. Quella a destra è la nuova pressa orizzontale Schuler MRH 150 che può coniare 12 monete al secondo (750 al minuto). Fonte: Schuler UK** Nelle moderne zecche ad elevata produzione i tondelli vengono inseriti dentro la pressa automaticamente grazie a dei nastri trasportatori che alimentano un gruppo di presse poste in file attraverso degli appositi tubi collegati ai nastri. Pertanto, anche la figura dell’operatore addetto alla singola pressa è venuta meno ed è sufficiente un ispettore che può supervisionare un gruppo di presse contemporaneamente. Per quanto riguarda, invece, la produzione dei coni, la più grande innovazione è stata l’introduzione della pressa idraulica che consente di raggiungere una maggiore pressione, distribuita in modo più uniforme rispetto ai bilancieri a frizione. Invece, il principio dei pantografi è rimasto inalterato anche se le parti meccaniche sono ovviamente migliorate sotto l’aspetto qualitativo ed è aumentata notevolmente la sensibilità della punta di tracciatura e della punta di incisione. Tuttavia, negli ultimi anni anche la tecnica di produzione dei coni sta per essere rivoluzionata dalla grafica digitale e dalla tecnologia di stampa al *laser* 3D. In particolare, l’incisore può realizzare le impronte delle monete direttamente al computer oppure con un calco in gesso che poi verrà scannerizzato da un *computer*. Poi, l’immagine digitale delle impronte può essere trasferita direttamente sul conio attraverso un incisione con raggi *laser*. *Figura 110 – Scanner del calco in gesso (a sinistra) e incisione al laser dei coni (a destra). Fonte: ACSYS* **Figura 110 – Scanner del calco in gesso (a sinistra) e incisione al laser dei coni (a destra). Fonte: ACSYS** Per quanto riguarda, infine, la produzione dei tondelli, la stessa è ormai quasi interamente esternalizzata a fornitori esterni. A livello tecnologico ci sono state delle innovazioni, anche se, come vedremo, il processo è rimasto sostanzialmente quello dell’epoca industriale. Probabilmente la principale novità è stata l’introduzione di diverse tipologie di tondelli, come i tondelli bimetallici, i tondelli placcati ovvero i tondelli a strati. --- ## 5.1 Fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-1-fabbricazione-dei-coni/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-11-07 ### Fabbricazione dei coni nell'epoca contemporanea La preparazione dei coni è un’operazione molto importante e delicata che avviene all’interno della Zecca. La prima fase di questo processo è il disegno delle due facce della moneta da parte dell’artista. In linea generale, il disegno viene effettuato dall’artista a mano su carta e poi dal disegno un incisore crea un modello tridimensionale in plastilina di dimensioni superiori (anche di venti volte) a quelle della futura moneta. Tuttavia, in base alle tecniche più moderne, il disegno viene realizzato al *computer* con appositi programmi di grafica ed il modello in plastilina viene realizzato con delle stampanti tridimensionali, per poi essere eventualmente ritoccato a mano dall’incisore. Il modello è sempre in rilievo ed in positivo, proprio come la moneta che verrà ricavata da esso. *Figura 111 – Realizzazione del disegno al computer a sinistra e ritocco del modello a destra* **Figura 111 – Realizzazione del disegno al computer a sinistra e ritocco del modello a destra** A differenza di quello che si può pensare, nella realizzazione del disegno le proporzioni, la posizione delle figure e la profondità delle incisioni non sono casuali o almeno non dovrebbero esserlo. Infatti, l’esperienza in questo campo ha dimostrato che certe circostanze possono accorciare la vita utile dei coni e aumentare l’insorgere di errori di coniazione. A titolo esemplificativo, è stato dimostrato che la presenza di una figura con incisione profonda vicino al bordo favorisce la rottura del conio. Pertanto, l’artista dovrebbe in linea di principio conoscere e rispettare certe regole nel comporre il disegno della moneta. Dal modello in plastilina (in positivo) viene ricavato un calco in gesso (in negativo) che poi viene a sua volta utilizzato per creare un ulteriore modello in resina epossidica (in positivo) che ricordiamo essere di dimensioni molto superiori a quelle della moneta. Quest’ultimo modello viene analizzato e ritoccato molto accuratamente per evitare qualsiasi tipo di imperfezione. *Figura 112 – Modello 200 lire 1992 sotto pantografo* **Figura 112 – Modello 200 lire 1992 sotto pantografo** Una volta ultimato, il modello in resina epossidica viene collocato sul “tornio a pantografo” che, come già evidenziato, ha la funzione di trasferire, nel rapporto di riduzione voluto, l’immagine dal modello (dimensioni ingrandite) al cd. materiale creatore o punzone tipo (dimensioni reali). In particolare, il tornio a pantografo è costituito da una sottile punta di metallo (punta di tracciatura) che attraverso dei movimenti circolari scorre pian piano sopra la superficie del modello, percorrendo tutta la figura. Specularmente, sempre attraverso un’altra sottile punta in metallo (punta di incisione), viene inciso ogni singolo dettaglio dell’immagine sulla superficie di un cilindro in acciaio vergine (punzone tipo), che, come detto, avrà le dimensioni della futura moneta e avrà le impronte in rilievo ed in positivo. Prima che la procedura sia completata il pantografo può dover passare anche più volte sopra la superficie del modello e tutto il processo può richiedere anche qualche giorno, a seconda della grandezza del modello e della complessità della figura. Siccome dal punzone tipo avranno origine tutti i coni volti a produrre ogni singola moneta di quella emissione è importante che lo stesso sia il più accurato possibile. Per questo motivo il punzone tipo viene ritoccato minuziosamente dall’incisore con un bulino, al fine di sistemare eventuali imperfezioni dovute al processo di riproduzione con il pantografo. Inoltre, al fine di renderlo più resistente e di allungarne quindi la vita utile, il punzone tipo viene sottoposto ad un’operazione di tempra, vale a dire viene riscaldato e portato ad una temperatura di austenizzazione per poi essere raffreddato bruscamente, e poi lucidato. *Figura 114 – Coni vergini e pressa idraulica. Fonte: mas.gov.sg e Wiles (1997)* **Figura 114 – Coni vergini e pressa idraulica. Fonte: mas.gov.sg e Wiles (1997)** A questo punto, il punzone tipo è pronto per la fase successiva. In particolare, lo stesso viene inserito all’interno di una pressa idraulica e posizionato al di sopra di un altro cilindro di acciaio vergine leggermente appuntito. La pressa idraulica viene quindi azionata e con l’applicazione di una graduale pressione idraulica l’immagine (in positivo) del punzone tipo viene trasferita (in negativo) ad un cilindro di acciaio, che prenderà il nome di matrice. Questa operazione prende il nome di “punzonatura a freddo”. Solitamente alla matrice viene aggiunta la data e, se del caso, anche il segno di zecca da parte di un incisore attraverso dei piccoli punzoni. Tuttavia, soprattutto nelle monete più moderne, entrambi possono essere già presenti addirittura sul modello. *Figura 113 – Matrice (sinistra) e punzone riproduttore (destra) del diritto della moneta da 2 euro del 2006. Fonte: IPZS* **Figura 113 – Matrice (sinistra) e punzone riproduttore (destra) del diritto della moneta da 2 euro del 2006. Fonte: IPZS** Terminato ciò, anche la matrice viene sottoposta ad un’operazione di tempra e lucidatura, al fine di essere utilizzata per ricavare il punzone riproduttore con la stessa tecnica appena analizzata. La matrice viene, infatti, inserita all’interno della pressa idraulica posizionata sopra ad un altro cilindro d’acciaio vergine leggermente appuntito da cui si ottiene il cd. punzone riproduttore. Anch’esso, viene sottoposto ad un’operazione di tempra e lucidatura. Il punzone riproduttore riporterà sulla sua superficie l’immagine della moneta in positivo ed in rilievo. Tutta l’operazione viene ripetuta un’ultima volta per ottenere così il conio che verrà utilizzato per battere i tondelli. “*L’esistenza del punzone riproduttore e della matrice serve a garantire l’uniformità e la costanza delle impronte delle monete; infatti una coppia di coni è in grado di coniare un certo numero di monete dopo di che si deve procedere alla loro sostituzione. I coni vengono ricavati dai punzoni riproduttori da ognuno dei quali possono essere ricavati circa 150 coni. Quando il punzone riproduttore si danneggia se ne possono ricavare altri dalla matrice e, se per avventura, si dovesse danneggiare anche questa, se ne può trarre un’altra dal punzone originale* (vale a dire il “punzone tipo”, ndr)”[1]. *Figura 115 – Fornace per la ricottura dei coni. Fonte: Coinnews.net* **Figura 115 – Fornace per la ricottura dei coni. Fonte: Coinnews.net** E’ importante sottolineare che la pressione idraulica applicata dalla pressa per ottenere la matrice, il punzone riproduttore ed infine il conio non è sufficiente per trasferire completamente l’immagine con un’unica compressione. Pertanto sono solitamente necessarie più compressioni. Se l’immagine venisse trasferita con un’unica compressione, lo *stress* che subirebbe il conio rischierebbe di generare delle fratture o quantomeno renderlo più debole. Al riguardo, va tuttavia rilevato che negli ultimi anni è stata introdotta una nuova tecnica che prevede la produzione dei coni attraverso un’unica compressione. Ora, siccome a seguito di ogni compressione l’acciaio subisce un processo di “incrudimento”, vale a dire un fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato (perde elasticità e duttilità) in seguito ad una deformazione plastica a freddo, tra una compressione e l’altra lo stesso viene sottoposto ad un’operazione di ricottura (cfr. Figura 115). In altre parole, il metallo viene scaldato al fine di “rilassare” la sua struttura metallica e poi molto gradualmente viene riportato a temperatura ambiente. Una volta terminate le varie compressioni, il conio può essere sottoposto ad un processo di placcatura al fine di depositare sulla sua superficie un sottile strato di nitruro di cromo per rallentarne l’usura e allungarne quindi la vita utile. *Figura 116 – Controllo del conio da parte dell’incisore* **Figura 116 – Controllo del conio da parte dell’incisore** A questo punto il conio è pronto e può essere mandato all’officina meccanica per assottigliare il tronco del cilindro (detto “collo del conio”), al fine di portarlo alla grandezza necessaria per il suo inserimento all’interno della pressa monetaria. Infine, il conio viene analizzato ed eventualmente ritoccato dall’incisore per verificare che risponda alla caratteristiche prestabilite. Passato anche il controllo di qualità viene conservato in apposito deposito, pronto ad essere utilizzato. E’ interessante notare che la superficie del conio non è perfettamente piatta, ma presenta una leggera convessità. Ciò infatti comporta i seguenti benefici in fase di coniazione: - la pressione di battitura viene concentrata nella zona centrale della moneta, consentendo un miglior trasferimento delle impronte in tale punto; - la forma convessa consente al conio di forzare il metallo del tondello dal centro verso la virola, agevolando la formazione del bordo della moneta. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Nicola Ielpo, *La moneta metallica in Italia – Breve storia della moneta metallica*, *della Zecca e della tecnologia monetaria*, IPZS, 1980, pag. 121. --- ## 5.2 Fabbricazione dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-2-fabbricazione-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 ### Fabbricazione dei tondelli nell'epoca contemporanea A differenza del passato, di norma i tondelli non vengono più prodotti all’interno della zecca, in quanto questa operazione viene solitamente appaltata a fornitori esterni. Nella gran parte dei casi, ciò è dovuto al fatto che le zecche sono solitamente ubicate in prossimità delle città (spesso le capitali) e lo svolgimento di tali operazioni nei locali della zecca comporterebbe quindi notevoli problemi di inquinamento e di carattere ambientale. Inoltre, sul mercato sono presenti delle aziende specializzate in questa attività che riescono ad ottenere un prodotto di alta qualità ad un prezzo inferiore. In Italia la preparazione dei tondelli è stata esternalizzata nei primi anni ’30 in parte alla Società Metallurgica Italiana e, in misura maggiore, alla società Cogne Acciai Speciali di Aosta, quest’ultima società specializzata nei semilavorati per monetazione e che, tra le varie cose, ha ideato la lega denominata Acmonital (Acciaio monetale italiano), un acciaio inossidabile ferritico. Successivamente, l’attività è stata trasferita nel 1989 alla società Verrès Spa di recente posta in liquidazione. Attualmente, la maggior parte dei tondelli coniati dalla Zecca italiana viene importata da fornitori esteri. Al riguardo, si evidenzia che gli errori di coniazione generati in questa fase del processo sono naturalmente gli stessi, a prescindere dal luogo dove vengono effettivamente prodotti i tondelli. Inoltre, si precisa che in questo paragrafo non verranno trattate le specifiche tecniche di produzione dei tondelli placcati (ad esempio quelli utilizzati per produrre le monete da 1, 2 e 5 centesimi di euro), dei tondelli a strati (ad esempio il tondello interno delle monete da 1 e 2 euro) ovvero dei tondelli bimetallici (moneta da 500 lire o da 1 e 2 euro), che saranno analizzati nei paragrafi dedicati ai relativi errori. Ciò premesso, va osservato che la prima operazione compiuta per la produzione dei tondelli è la fusione del metallo per formare la giusta “miscela” o “lega”, di cui sarà appunto formato il tondello. Il metallo (oro, argento, rame, *nichel*, stagno, etc.) arriva solitamente alla zecca (o alla ditta esterna) sotto forma di verghe o lingotti di peso *standard*. Questi lingotti vengono caricati in grandi *container* secondo una proporzione ben definita. Insieme ai metalli puri, accuratamente pesati, vengono mescolati anche eventuali rottami provenienti dal taglio dei tondelli ovvero altri materiali di scarto. Già in questa fase si può astrattamente generare un primo errore. Infatti, se le proporzioni non vengono rispettate il tondello sarà composto da una miscela di metalli diversa da quella prestabilita, conferendo alla moneta un colore o anche un peso specifico diverso dal “normale”. Questa tipologia di errore è tuttavia raro che avvenga già in questa fase ed è più comune che avvenga più avanti nel processo. Infatti, una volta riempito il *container* i lingotti vengono trasferiti attraverso dei nastri trasportatori all’interno della fornace dove, per effetto del calore, il metallo viene fuso e mescolato per ottenere la corretta miscela. Se per qualsiasi motivo il metallo non viene amalgamato in modo uniforme si possono appunto generare i sopra descritti errori. Inoltre, in questa fase si può generare un ulteriore errore derivante dall’inserimento (involontario) nella miscela metallica di corpi estranei, cenere o impurità che andranno ad alterare la composizione metallica del tondello. *Figura 117 – Colata del metallo liquido nelle lingottiere* **Figura 117 – Colata del metallo liquido nelle lingottiere** La miscela di metallo liquido viene poi riversata in stampi raffreddati ad acqua (o con altri sistemi) al fine di generare dei blocchi solidi di metallo molto grandi del peso di alcune tonnellate. Questi blocchi di metallo vengono poi tagliati con un apposito macchinario per ottenere delle barre di metallo che vengono successivamente inserite in un’altra fornace detta “fornace di ricottura” dove resteranno per circa 15 minuti esposti alla temperatura di circa 800° – 900° (a seconda del metallo utilizzato). A questa temperatura il metallo non si fonde, ma diventa più morbido, malleabile e assume un colore giallo-bianco molto acceso. Successivamente le barre di metallo vengono trasportate all’interno di una laminatrice, vale a dire una macchina dotata di presse formate da due grandi cilindri compressori posti uno sopra l’altro e con delle pareti contenitive poste ai lati. Con uno o più passaggi, le barre di metallo vengono assottigliate e, per l’effetto contenitivo delle pareti laterali, si formano delle lunghe lastre metalliche. Durante questa fase il metallo viene ovviamente esposto ad una temperatura molto inferiore a quella della fornace di ricottura e si determina quindi una perdita di calore molto veloce che fa assumere al metallo un colore rosso acceso. Inoltre, la pressione esercitata dai cilindri compressori ed il raffreddamento del metallo ne modificano la sua struttura molecolare, conferendogli una maggiore durezza. *Figura 118 – Laminazione* Figura 118 – Laminazione Le operazioni di assottigliamento del metallo sono congeniate in modo tale che le stesse possono essere guidate sia da un *computer* sia da un intervento manuale di un operatore a seconda delle necessità. Infatti, nel caso in cui ci sia una perdita di calore troppo rapida, il metallo potrebbe diventare troppo “duro” e aver quindi bisogno di più passaggi sotto i cilindri compressori al fine di raggiungere lo spessore necessario. Quello appena descritto è il metodo tradizionalmente impiegato, tuttavia negli ultimi anni si è iniziato ad utilizzare un nuovo processo con cui il metallo viene colato direttamente allo stato liquido sotto forma di lastra e poi solidificato tra due cilindri raffreddati, dai quali emerge la lastra metallica già con lo spessore finale. Ad ogni modo, anche in questo caso le lastre metalliche vengono sottoposte ad una laminazione di finitura per appurare che non vi siano differenze di spessore lungo la lastra. Una volta raggiunto lo spessore desiderato, le lastre di metallo vengono convogliate nella cd. “camera di tempra”, vale a dire una stanza dotata di spruzzi di acqua fredda che hanno la funzione di portare rapidamente il metallo a temperatura ambiente. Le lastre di metallo vengono poi inserite in una macchina fresatrice e piallatrice che rimuove e taglia eventuali imperfezioni e ossidazioni dalla superficie delle lastre. In questa fase, il metallo si asciuga per effetto dell’azione di sfregamento della macchina e passa da un colore scuro ed opaco ad un colore lucido e brillante. Terminata anche questa fase, con un apposito macchinario la parte finale delle lastre viene tranciata per ottenere una forma regolare e vengono poi saldate tre o quattro lastre insieme. In rari casi, può accadere che una delle lastre saldate insieme presenti una larghezza inferiore, a causa di un’errata tranciatura. Se poi questa lastra viene utilizzata per produrre dei tondelli, quelli estratti vicino al bordo della lastra meno larga potrebbero presentare una parte del contorno diritto anziché arrotondato. In questi casi, la moneta dovrebbe presentare i segni della tranciatura (cfr. par. 2.T.4.). In seguito, le lastre così saldate vengono arrotolate formando delle bobine di metallo più facili da maneggiare. Infine, queste bobine vengono srotolate e inserite in un’altra macchina laminatrice che assottiglia e allunga ulteriormente il metallo fino a raggiungere lo spessore esatto che è richiesto per la moneta che verrà successivamente coniata. In alcuni casi, può succedere che lo spessore raggiunto non sia conforme a quello *standard* e che quindi i tondelli, e poi le monete, abbiano uno spessore ed un peso inferiore all’ordinario. *Figura 119 – Laminazione e bobine* **Figura 119 – Laminazione e bobine** Le lastre vengono poi arrotolate nuovamente e immagazzinate sotto forma di bobine. Attualmente ci sono zecche che curano al loro interno le fasi successive della preparazione dei tondelli e che quindi si fanno spedire dalla ditta fornitrice esterna queste bobine. In altri casi, come accade per la Zecca italiana, il fornitore esterno cura interamente il processo di preparazione dei tondelli e quindi consegna alla Zecca i tondelli già pronti per la coniazione. In ogni caso, che avvengano all’esterno o all’interno della zecca, le successive fasi sono le stesse e prevedono in primo luogo la conversione delle lastre di metallo in “tondelli grezzi”, anche detti “tondelli del primo tipo”. Ciò viene fatto da una pressa meccanica ad eccentrico che si chiama “pressa punzonatrice” o “pressa tranciatrice” (*blanking press* in inglese). Le presse punzonatrici di ultima generazione sono in grado di accogliere le lastre di metallo, così come preparate dall’ultima macchina laminatrice citata sopra. Invece, le macchine un po’ più datate richiedono che la lastra di metallo abbia una larghezza ridotta e quindi la stessa deve essere prima “tagliata” per avere la larghezza necessaria. Le presse punzonatrici sono dotate di appositi rulli di alimentazione su cui vengono montate le bobine delle lastre di metallo che vengono quindi srotolate ed inserite nella pressa. All’interno della pressa le lastre vengono colpite da una serie di cilindri di metallo (detti “coni di tranciatura”) che, grazie all’elevata pressione esercitata dalla pressa, perforano le lamine e fanno cadere i tondelli sotto la base – su cui scorrono le lastre – dotata di fori circolari. In certi casi, può accadere che le guide o i rulli di alimentazione non funzionino correttamente e facciano avanzare le lastre di metallo ad una velocità inferiore a quella prestabilita. Se ciò avviene, i cilindri metallici possono perforare una zona della lastra metallica che ha già subito una perforazione. In questo caso si possono originare i cd. tondelli “pizzicati” o “tosati” di cui si tratterà in seguito (cfr. par. 2.T.4.). Quest’ultimo termine, non deve essere confuso con la “tosatura” delle monete effettuata nell’antichità che consiste in una pratica con cui si asportava dalle monete (già coniate) del metallo prezioso (solitamente oro o argento) per poi rivenderlo. Alla fine di questo processo, dalla pressa punzonatrice uscirà una lastra metallica bucherellata (cd. “cesaglia”), che viene ridotta in tanti pezzi più piccoli e più maneggevoli che vengono inviati alla fornace per essere fusi e riutilizzati. Infine, i tondelli vengono sottoposti ad un’operazione di sbavatura che consiste nell’asportazione di una sottile bava prodotta dalla tranciatura della lastra di metallo. Tale operazione viene effettuata mediante una burattatura pezzo contro pezzo, vale di dire attraverso un rotolamento ed urto dei tondelli all’interno di un contenitore simile ad un barile (buratto) ed eventualmente con l’aggiunta di materiale abrasivo che velocizza il processo. I tondelli del primo tipo così ottenuti sarebbero di per sé già pronti per la coniazione. Infatti, sono già dello spessore e del diametro corretti. Tuttavia, gli stessi vengono solitamente sottoposti ad un ulteriore trattamento denominato “orlettatura” che viene effettuato attraverso un’apposita macchina chiamata “orlettatrice” o “orlatrice”. La forma dell’orletto va studiata in funzione delle caratteristiche dimensionali della moneta e della disposizione e dell’altezza della figura in rilievo. *Figura 120 – Macchina orlettatrice. Fonte: medalblog.wordpress.com (immagine a destra)* **Figura 120 – Macchina orlettatrice. Fonte: medalblog.wordpress.com (immagine a destra)** Per ottenere l’orletto, il tondello viene inserito all’interno di questa macchina in una cavità posta tra una ruota girevole e delle pareti a forma di semicerchio. Le pareti non sono lisce, ma incavate a forma di “V”. Il tondello viene sospinto dall’andamento rotatorio della ruota e, mano a mano che lo stesso avanza, lo spazio tra la ruota e le pareti si restringe. Questo fa si che il tondello sia “schiacciato” e che il suo contorno sia sottoposto ad una grande pressione. Siccome le pareti sono incavate a forma di “V” il metallo del contorno tenderà ad andare verso l’alto, formando una specie di bordo rialzato. Con la stessa operazione si possono ricavare sul bordo del tondello iscrizioni in incuso e decorazioni varie, incidendo sulle guide le lettere e le decorazioni in rilievo (si pensi alle monete da 2 euro oppure le 10 lire ulivo). Questi tondelli con il bordo rialzato (orletto) sono denominati “tondelli del secondo tipo”. Questa operazione di orlettatura viene effettuata per diversi motivi, tra i quali si ricordano i seguenti: - certe volte i tondelli del primo tipo hanno un diamentro leggermente superiore a quello della virola. Con l’operazione di orlettattura, il diametro di questi tondelli viene ricondotto alla “normalità”; - l’operazione di battitura è facilitata se il bordo della moneta è già parzialmente formato; - i tondelli del secondo tipo si muovono lungo le varie fasi del processo di coniazione in modo più efficiente e veloce rispetto ai tondelli del primo tipo e questo perché la parte esterna del tondello (bordo) è a contatto con le superfici su cui si poggia; - il bordo rialzato protegge la parte interna del tondello da graffi o abrasioni; - i tondelli del secondo tipo tendono meno ad “appiccicarsi” uno con l’altro. D’altro canto, va osservato che il tondello sia per effetto della pressione esercitata dalla pressa punzonatrice prima e della macchina orlettatrice poi subisce un processo di “incrudimento”, vale a dire un fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato (perde elasticità e duttilità) in seguito ad una deformazione plastica a freddo. Un tondello a questo stadio sarebbe difficile da lavorare e determinerebbe una precoce usura dei coni. Di conseguenza, il tondello va sottoposto ad ulteriori trattamenti al fine di conferirgli maggiore “morbidezza” e duttilità. In particolare, i tondelli vengono sottoposti ad un trattamento di “ricottura” che consiste nell’inserimento degli stessi in un forno che ha la funzione di riscaldarli ad una temperatura tale da “distendere” la struttura molecolare del metallo conferendogli la malleabilità necessaria. Nelle macchine più moderne, i tondelli vengono inseriti dentro questo forno attraverso degli appositi nastri trasportatori. La macchina per la ricottura ha solitamente una sezione a forma tubolare che ruota su se stessa, simile ad una betoniera. In questa fase le monete vengono quindi fatte rotolare all’interno di questo forno rotante e al tempo stesso riscaldate. Terminato il processo di ricottura, i tondelli vengono sottoposti all’operazione di lucidatura all’interno di vasche (buratti) rotanti con delle soluzioni detergenti, dei granuli d’acciaio e del materiale ceramico che hanno la funzione di eliminare eventuali impurità, di levigare e quindi di lucidare il metallo. Come sappiamo, questa fase è anche detta “imbiancamento” in quanto nei tondelli di lega d’argento e di rame l’ossido che si forma è quello di rame e, asportandolo, in superficie resta soltanto uno strato di argento fino di colore bianco. Dopo la lucidatura, i tondelli vengono lavati con acqua corrente per eliminare le sostanze detergenti e asciugati con getti d’aria calda. Terminata anche questa fase, i tondelli vengono controllati al fine di identificare eventuali tondelli difettosi (scarti). Tale ispezione può essere fatta manualmente con delle macchine cernitrici oppure, nei tempi più moderni, automaticamente con dei *computer* dotati di telecamere che verificano se i tondelli rispettano gli *standard* prefissati. Infine, viene controllato il peso “*mediante pesatrici automatiche che paragonano il peso del tondello con quello di un campione ed avviano in recipienti diversi quelli con peso giusto, quelli leggeri e quelli pesanti. Questi ultimi, in passato, venivano raccolti e, mediante un tornio speciale, veniva asportato dallo loro superficie un po’ di metallo per riportarne il peso all’esatto valore. Questa operazione era detta aggiustamento ed il reparto in cui essa veniva effettuata era denominato aggiustatoio*”[1]. I tondelli sono quindi pronti per essere coniati ed essere quindi trasportati alla pressa monetaria ovvero alla zecca committente, se i tondelli sono stati preparati da un fornitore esterno. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Nicola Ielpo, *La moneta metallica in Italia*, IPZS, 1980, pag. 116. --- ## 5.3 Battitura dei tondelli - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-3-battitura-dei-tondelli/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-12 ### Battitura dei tondelli nell'epoca contemporanea Una volta preparati i coni ed i tondelli, quest’ultimi devono essere portati alle presse monetarie per essere battuti. In passato ciò avveniva manualmente con appositi cassoni dotati di ruote, invece oggi le zecche sono solitamente dotate di processi automatizzati di trasporto dei tondelli, attraverso appositi nastri trasportatori e sistemi di alimentazione dei tondelli all’interno delle presse. Questo ha consentito di aumentare la produttività delle presse che, in caso di picchi di lavoro, possono anche lavorare 24 ore su 24. Le presse sono oggi delle macchine industriali dotate di potenti motori e completamente automatizzate. Inoltre, come è già stato evidenziato per ridurre l’inquinamento acustico, sono avvolte da pannelli metallici che “nascondono” agli occhi curiosi dei collezionisti – qualora sia data loro la rara possibilità di poterle ammirare dal vivo – la parte più interessante in assoluto del processo di coniazione delle monete, vale a dire la zona di battitura. Inoltre, va osservato che le moderne presse utilizzare per coniare le monete destinate alla circolazione sono dotate di due coppie di coni (*tandem*) o addirittura, in certi casi, anche di quattro (*quad*) e questo sempre al fine di aumentarne la produttività. Al riguardo, si pensi che le presse più moderne sono in grado di coniare più di 750-800 monete al minuto. *Figura 121 – Interno di una pressa monetaria singola (per monete a fondo specchio). Fonte: Coinnews.net* **Figura 121 – Interno di una pressa monetaria singola (per monete a fondo specchio). Fonte: Coinnews.net** La coniazione è un processo di compressione a freddo del metallo che, per effetto di una rilevante pressione (tra le 30 e 100 tonnellate di forza, a seconda delle dimensioni della moneta e del metallo impiegato), viene forzato dentro le cavità presenti nei coni e nella virola, al fine di formare le figure, le scritte ed i disegni desiderati (le “impronte”). In linea di principio, maggiore è la pressione applicata e più nitide saranno le impronte in rilevo coniate sulle moneta. D’altro canto, una pressione elevata accorcia la vita utile dei coni che dovranno essere sostituiti più frequentemente. Pertanto, nel fissare la pressione da esercitare (cd. “tonnellaggio”) va identificato un giusto equilibrio tra le due esigenze. Generalmente le monete vengono coniate a temperatura ambiente, ma in alcuni casi rari – in particolare per speciali monete commemorative di dimensioni rilevanti – il tondello può essere riscaldato prima di essere inserito nella zona di battitura, al fine di “ammorbidire” il metallo e rendere più agevole la coniazione. Quest’ultima tecnica è tuttavia impraticabile per la coniazione di monete destinate alla circolazione. Prima di iniziare la fase di battitura, i coni devono essere montati sulla pressa e regolati. Infatti, i due coni devono essere perfettamente allineati, posizionati ad una distanza prestabilita e correttamente orientati. Nelle presse moderne questa delicata attività viene guidata da appositi sistemi automatizzati. Nelle immagini che seguono – tratte da alcuni disegni realizzati dallo studioso statunitense Mort Goodman – cercherò di rappresentare graficamente questa importante fase. Queste immagini non vogliono di certo rispettare la precisione ingegneristica del funzionamento meccanico della pressa, ma servono a rendere chiara la sua dinamica di funzionamento, che è fondamentale per poi capirne gli eventuali malfunzionamenti che possono produrre degli errori. Qui sopra si può apprezzare una rappresentazione stilizzata della zona di battitura che è così composta: (1) il conio superiore o di martello, che nella maggior parte dei casi è volto a battere il dritto della moneta, (2) il conio inferiore o di incudine, che nella maggior parte dei casi è volto a battere il rovescio della moneta, (3) la virola o collare, detta anche “terzo conio”, che ha la funzione di conferire alla moneta una forma circolare e al contempo di trasferire un determinato *design* sul contorno della moneta; come si può vedere la virola è montata su molle che, come vedremo, hanno la funzione di attutire eventuali collisioni, (4) il tondello, che è “appoggiato” al conio inferiore e posto all’interno della virola, (5) il braccio di alimentazione dei tondelli o “mano meccanica” che ha la duplice funzione di inserire i tondelli dentro la virola e di tirarli fuori dalla zona di battitura una volta che la coniazione è conclusa e, infine, (6) la camma, che conferisce al conio inferiore un moto verticale (“su e giù”). I tondelli vengono sollevati mediante un nastro trasportatore che li scarica in un contenitore a forma di tronco di piramide o di cono capovolto, munito di apertura sul fondo (tramoggia). Dalla tramoggia vengono fatti scendere, per effetto della forza di gravità, su piatti rotanti intorno ad assi inclinati, che li spingono verso l’imbocco dei canali di alimentazione attraverso i quali vengono impilati in tubi posti verticalmente (cfr. Figura 122). *Figura 122 – Tubo di alimentazione dei tondelli* **Figura 122 – Tubo di alimentazione dei tondelli** Sotto questi tubi vi è il braccio di alimentazione dei tondelli che è dotato di un apposito foro volto a contenere un tondello. Con un movimento rapido, il braccio di alimentazione porta il tondello dentro la virola, dove viene battuto dai due coni (anzi tre se si considera anche la virola). Al riguardo, va osservato che nelle presse più recenti il meccanismo di alimentazione dei tondelli è costituito da un disco rotante composto da tante lastre di metallo con all’estremità una rientranza sagomata a forma di semicerchio volta ad accogliere il tondello. Con un movimento rotatorio, quest’ultimo viene portato dentro la virola, il disco superiore si ferma un istante, il conio superiore scende e la moneta viene battuta (cfr. par. 1.5.). Quando la moneta viene battuta, il conio superiore viene premuto sopra il tondello con una pressione di alcune decine di tonnellate, in modo tale che il tondello si trovi compresso tra il conio superiore, il conio inferiore e la virola. Una volta che la moneta è stata battuta il conio superiore si ritrae verso l’alto e, attraverso un moto rotatorio della camma, il conio inferiore si alza fino a raggiungere lo stesso livello della virola. Al contempo, il conio inferiore spinge verso l’alto anche la moneta appena coniata. A questo punto, il braccio di alimentazione dei tondelli compie un movimento orizzontale per raggiungere la moneta coniata e, allo stesso tempo, carica in un apposito vano un nuovo tondello vergine. Tutte queste azioni vengono effettuate in una frazione di secondo. Ora, il braccio di alimentazione dei tondelli spinge fuori dall’area di battitura la moneta coniata e “scarica” dentro la virola il nuovo tondello. Sempre attraverso un moto rotatorio della camma, il conio inferiore torna ad abbassarsi. Il braccio di alimentazione dei tondelli si ritrae velocemente e il processo inizia da capo. Nei meccanismi di alimentazione dei tondelli con disco rotante, il processo è simile. Infatti, subito dopo che la moneta è battuta, il conio inferiore sale ed espelle la moneta e il disco con uno scatto porta via la moneta e fa cadere all’interno della virola il tondello successivo. Una volta che le monete sono state coniate, devono essere effettuati dei controlli per verificare che le stesse rispettino gli *standard* richiesti. Dal lotto delle monete coniate, a campione, viene prelevato un certo numero di monete e su queste vengono controllate tutte le caratteristiche. “*Viene innanzitutto effettuato un esame visivo per individuare eventuali difetti superficiali dovuti ad usura o rottura dei coni. Si procede, quindi, al controllo dei valori del diametro, del peso e della conducibilità elettrica. Qualora si riscontri che uno o più parametri sono al di fuori dei valori standard, si ferma la produzione e si scarta l’intero lotto di appartenenza. Una volta che il lotto è stato accettato, si procede alla contazione e al confezionamento delle monete per avviarle alla spedizione*”[1]. In particolare, un tempo le monete venivano inserite dentro sacchetti, con un prefissato numero di monete, chiusi dentro dei barili metallici sigillati che vengono spediti alle Tesorerie Provinciali della Banca d’Italia attraverso dei vagoni ferroviari. Oggi, vengono confezionate in rotolini. Da ultimo, si segnala che Domenico Luppino nel suo interessantissimo libro[2] riporta che alla Zecca italiana vengono eseguite le seguenti operazioni di controllo per verificare la conformità delle monete: - *“Prelevamento e registrazione su un registro cartaceo dei numeri di matricola dei coni installati sulla pressa;* - *Avviamento della macchina a colpo singolo (quindi non a ripetizione, ma coniando un pezzo per volta) per la messa a punto definitiva della stampa dopo il cambio dei coni;* - *Controllo qualitativo, dimensionale e di allineamento delle immagini impresse sulle prime tre monete prodotte e relativa registrazione sul rapportino scritto inerente la produzione;* - *Accantonamento delle prime tre monete prodotte dopo il cambio dei coni per le eventuali verifiche effettuate durante il turno da parte del responsabile del turno stesso o dagli stesse tecnici della Zecca;* - *Controllo periodico della qualità delle monete prima che il relativo contenuto di monete coniate venga riversato nel cassone;* - *Segnalazione al capo turno dell’eventuale produzione di monete non conformi per qualsiasi motivo;* - *Registrazione sul registro di produzione delle monete non conformi eventualmente prodotte ed indicazione della tipologia della non conformità;* - *Isolamento e messa a scarto delle monete non conformi ovvero, in caso di inquinamento del cassone, dell’intero contenuto del contenitore stesso”.* Infine, si precisa che normalmente, prima di procedere alla coniazione in serie delle monete destinate alla circolazione, possono essere eseguiti dei progetti che, dopo aver superato alcune prove di carattere tecnico (misure, peso e titolo) ed estetico (gradimento da parte dell’autorità emittente), passano allo stadio delle prove. La prova è in tutto e per tutto uguale all’esemplare “normale” ma con la dicitura “PROVA” scritta in caratteri minuti sul campo. Queste monete di prova passavano poi al vaglio dell’autorità per l’autorizzazione finale a procedere[3]. Tutto ciò posto, va osservato che la coniazione delle monete da parte di una coppia di coni è un processo che conferisce alla superficie della moneta delle caratteristiche uniche e peculiari che non si riscontrano in altri casi (es. battitura con conio singolo, fusione, etc.). Ad esempio, gli angoli ed i bordi delle figure in rilievo hanno una tipica forma arrotondata che è una caratteristica peculiare del processo di coniazione. Questa considerazione ci serve per introdurre un concetto fondamentale nel collezionismo degli errori di coniazione: “*il processo di coniazione termina nel momento in cui la coppia di coni comprime il tondello formando la moneta*”[4]. Tutto quello che accade dopo questo istante, che avvenga o meno all’interno della zecca, non è parte del processo di coniazione e non è atto ad aggiungere alcun valore numismatico alla moneta. Infatti, le caratteristiche peculiari presenti nella superficie della moneta a seguito della battitura, consentono una sorta di “certificazione di autenticità” di tutto ciò che è avvenuto prima di quell’istante. Ciò che invece avviene successivamente non può essere provato e tracciato, e quindi va considerato come “danneggiamento” o “alterazione”, anche se astrattamente si possa verificare dentro la pressa. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008, pag. 110. [2] Domenico Luppino, *Stato e collezionismo – Indagine sulla numismatica*, Montenegro Editore, 2009. [3] Cronaca Numismatica, Speciale n. 6/1998, pag. 25. [4] Alan Herbert, *Official Price Guide to Mint Errors*, House of Collectibles, VI^ ediz., 2002, pag. 40. --- ## 5.4 Storia della Zecca dello Stato - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-4-storia-della-zecca-dello-stato/ - Sezione: Tecniche di coniazione - Ultima modifica: 2020-03-22 Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la proclamazione della Repubblica la Zecca italiana attraversò un periodo di rinnovamento e di sviluppo. Infatti, il neo-nato Stato repubblicano aveva bisogno di una propria monetazione e gli impianti ormai obsoleti e decimati durante il periodo bellico non erano certo in grado di far fronte alla crescente domanda di moneta. Di conseguenza, nel decennio a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 la Zecca dello Stato visse un lungo periodo di ampliamento e rimodernamento sia con riferimento agli impianti di produzione sia con riferimento ai locali, anche mediante sopraelevazioni per accogliere le nuove macchine. Questo processo di miglioramento viene descritto da Nicola Ielpo nel seguente modo: “*la fonderia, che disponeva di attrezzature ormai obsolete, tranne un forno ad induzione ad alta frequenza, ceduto, però durante la guerra, ai tedeschi, fu dotata di tre forni ad induzione a media frequenza e di un impianto completo di fusione e colata semicontinua per leghe leggere di alluminio. Fu installato anche un laminatoio duo reversibile di notevole potenza capace di laminare a caldo ed a freddo i metalli. Esso era dotato di due forni di preriscaldo di cui uno elettrico e l’altro a gas propano. Più tardi ancora fu installato un impianto completo per la ricottura dell’argento in atmosfera controllata ed un impianto automatico di decapaggio dei tondelli*”[1]. Inoltre, anche la sala di stampa è stata rafforzata acquistando undici nuove presse monetarie dalla ditta inglese Taylor & Challen da 120 tonnellate con una capacità di coniazione di circa 120 monete al minuto. *Figura 123 – Pressa Taylor & Challen della Zecca di Roma. Fonte: Zecca (1955)* **Figura 123 – Pressa Taylor & Challen della Zecca di Roma. Fonte: Zecca (1955)** L’introduzione di queste nuove presse, congiuntamente all’aumento del personale dedicato alla fase di battitura, ha portato ad un notevole incremento della produttività. Infatti, nella relazione della Zecca per l’anno 1954 è stato osservato: “*Gli indici di produttività per le macchine e per la mano d’opera per il 1954 e per i precedenti anni 1951, 1952 e 1953, dimostrano gli incrementi assai notevoli ottenuti sulla produzione complessiva nonché i sensibili aumenti realizzati nell’utilizzazione delle presse.* […] *Tali incrementi produttivi si sono realizzati principalmente con l’aumento del personale nel reparto stampa monete al quale è stato assegnato il maggior numero degli operai distaccati. Ma una parte non trascurabile dell’aumentata produzione è anche da attribuirsi all’installazione di nuove presse, nonché agli ampliamenti ed ai miglioramenti introdotti nei mezzi meccanici e nell’organizzazione dei servizi posteriormente al 1951.* […] *Inoltre, dopo la totale revisione, iniziatasi nel 1952, di 35 presse* [si tratta delle presse Du Bosc, ndr]*, in funzione dal 1920, con la modifica di numerose parti meccaniche è stato possibile aumentare la velocità di queste presse da 85 a 105 colpi al minuto*”. Similmente a quanto avvenuto presso la Regia Zecca, il sempre crescente fabbisogno di moneta ha fatto sì che i tondelli per coniare le monete non potessero essere tutti prodotti internamente e, di conseguenza, nella maggior parte dei casi si ricorse a ditte fornitrici esterne. Infatti, nella relazione della Zecca per l’anno 1954 è stato precisato: “*I tondelli in Italma o di Acmonital occorrenti per la monetazione provengono invece per la quasi totalità dall’industria privata, presso la quale la Zecca si deve approvvigionare date le speciali attrezzature di fusione e colata, occorrenti per tale leghe*”. In particolare, i tondelli delle monete da 50 e 100 lire in acmonital furono forniti dalla Società Nazionale Cogne. Invece, in altri casi, la produzione dei tondelli veniva effettuata interamente dalla Zecca oppure anche solo parzialmente acquistando dei semi-lavorati da ditte esterne. A quest’ultimo riguardo, una conferma si può trovare sempre nella citata relazione per il 1954 dove si legge: “*La produzione del laminatoio è stata limitata alle fabbricazioni di tondelli in Italma per le monete da L. 2, 5 e 10, partendo da piatti estrusi forniti dall’industria privata*”. Per quanto riguarda, invece, un caso di moneta il cui ciclo di produzione è stato completamente effettuato in Zecca, lo stesso è rappresentato dalle 500 lire caravelle e ciò è testimoniato dai principali quotidiani nazionali che il 6 dicembre 1957 hanno pubblicato degli articoli descrivendo la visita del Ministro sen. Medici alla cerimonia di coniazione della prima moneta da 500 lire in argento. Ad esempio, nel quotidiano Il Tempo del 6 dicembre 1957 si legge: “*Alla cerimonia del «battesimo» della nuova moneta ha presenziato il Ministro del Tesoro Medici, il quale […] ha assistito a tutte le varie fasi dalla lavorazione della fusione dei lingotti alla coniazione, attraverso i successivi stadi della colata, del laminatoio, della finitura, del taglio, della cernita, dell’orlatura, dell’imbiancamento attraverso il bagno in acido solforico, della pesatura e finalmente del conio*”. A partire dalla seconda metà degli anni ’50 e quasi fino alla fine degli anni ’70 l’attività della Zecca fu alquanto ridotta sia in termini di produzione di monete che in termini di creatività. Come ricorda Nicola Ielpo, ciò è la “*conseguenza di diverse cause: la decrescente disponibilità di manodopera, la riduzione dell’orario di lavoro, la necessità di adibire una parte del personale ai lavori di installazione degli impianti acquistati, la maggiore complessità delle lavorazioni per la fabbricazione e per la produzione si ricorse a diversi provvedimenti, quali la retribuzione a cottimo in alcune fasi della lavorazione. Questa progressiva riduzione ebbe i suoi effetti, lenti ma continui, sulla circolazione monetaria. La situazione della circolazione metallica andò via via degradando anche per la scomparsa di alcuni tagli dal sistema monetario. Infatti degli otto tagli componenti inizialmente la serie, le monete da 500 lire venivano tesaurizzate sempre di più per il crescente aumento del prezzo dell’argento, quelle da 1, 2 e 5 lire avevano perso progressivamente potere di acquisto, la coniazione delle monete da venti lire fu sospesa dal 1959 al 1968 per difficoltà di reperimento del materiale, per cui la circolazione era affidata a soli tre tagli: 10, 50 e 100 lire*”[2]. *Figura 124 – Pressa Schuler acquistata dalla Zecca nel 1972. Fonte: Domenica del Corriere (1973)* **Figura 124 – Pressa Schuler acquistata dalla Zecca nel 1972. Fonte: Domenica del Corriere (1973)** Verso la fine degli anni settanta, questa strutturale mancanza di monete diventò ormai insostenibile, tanto che gli operatori economici dovettero ricorrere a dei succedanei della moneta come il gettone telefonico, i miniassegni, i francobolli e addirittura le caramelle. Si tornò per certi versi all’epoca del baratto. Al fine di superare questo periodo di “crisi degli spiccioli”, la Zecca Italiana dovette subire nuovamente un processo di rinnovamento sia a livello organizzativo che a livello di attrezzature. Per quanto riguarda il primo aspetto, il 20 aprile 1978 fu approvata una legge che prevedeva la “*costituzione della Sezione Zecca nell’ambito dell’Istituto Poligrafico dello Stato*” il quale assunse quindi la denominazione di Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (IPZS). Inoltre, l’anno successivo fu nominato come direttore della sezione Zecca l’ing. Nicola Ielpo. Con riferimento all’attrezzatura, già nel 1972 furono acquistate – al prezzo di 20 milioni di lire ciascuna – sedici presse monetarie più moderne e produttive (300 pezzi al minuto), delle presse Schuler, e furono dismessi molti dei vecchi macchinari ormai obsoleti. Invece, per la coniazione delle monete commemorative e celebrative (non destinate alla circolazione) sono state acquistate delle presse Schuler MRV 150M semi-automatiche che raggiungono velocità di coniazione non superiore a 40 pezzi al minuto. *Figura 125 – Nuovo stabilimento della Zecca di via Capponi. Fonte: ilpostalista.it* **Figura 125 – Nuovo stabilimento della Zecca di via Capponi. Fonte: ilpostalista.it** Grazie a tutti questi cambiamenti, verso la fine degli anni settanta, la produzione di monete della Zecca raggiunse livelli mai conseguiti prima; si pensi che nel 1978 si superò il miliardo di monete coniate. Si riprese a coniare la moneta da 20 lire e si iniziò a produrre la moneta da 200 lire. Questa intensa attività produttiva ebbe tuttavia anche delle conseguenze sul livello di qualità delle monete prodotte durante quel periodo. Infatti, i coni venivano talvolta spinti anche oltre la loro vita utile, causando spesso i tipici errori derivanti da un conio usurato: frattura e rottura del conio, impronte evanescenti, sdoppiamento delle impronte, danneggiamento dei coni, etc. Inoltre, vista la forte richiesta di moneta circolante e in considerazione del fatto che gli scarti di produzione (errori di coniazione) costituiscono un costo di esercizio per la Zecca, anche gli *standard* minimi di qualità si abbassarono ed entrarono così in circolazione numerosi errori di coniazione. Pertanto, questo lasso di tempo costituisce un periodo d’oro per il collezionisti di errori di coniazione. Una volta terminata questa intensa attività produttiva, nei primi anni ottanta la Zecca si poté rifocalizzare sul “*core business*”, perpetuando le arti incisorie e manifatturiere dei numerosi artisti italiani e intraprese delle strategie di mercato per incrementare le vendite dei prodotti numismatici. Ad esempio, si ricominciò ad emettere le serie divisionali e ogni anno si procedette alla coniazione di monete d’argento commemorative. *Figura 126 – Sala delle presse dello stabilimento di via Capponi (sinistra) e linea di confezionamento dell’euro (destra). Fonte: Cronaca Numismatica n. 132/2001.* **Figura 126 – Sala delle presse dello stabilimento di via Capponi (sinistra) e linea di confezionamento dell’euro (destra). Fonte: Cronaca Numismatica n. 132/2001.** Inoltre, sempre agli inizi degli anni ottanta la Zecca italiana riuscì a riacquistare una posizione di prestigio in campo internazionale, grazie anche all’apporto del suo direttore ing. Nicola Ielpo, che inventò e brevettò una nuova tecnica per la fabbricazione di monete bimetalliche. Nel 1982 vennero quindi coniate le 500 lire bimetalliche che rappresentano la prima moneta bimetallica al mondo prodotta per la circolazione e anche la prima a presentare il valore in *braille*. La nuova moneta ebbe un enorme successo e fu imitata in tutto il mondo. La produzione delle monete da 500 lire aveva però l’inconveniente di produrre molto materiale di scarto (parte centrale dell’anello esterno) e così nel 1989 si pensò di recuperarlo utilizzandolo come tondello per la coniazione delle 100 e 50 lire “mignon” entrate in circolazione l’anno successivo. Tuttavia, queste monete furono poco gradite dal pubblico, probabilmente perché fu deciso di mantenere le stesse impronte delle vecchie monete, e così dopo soli tre anni furono sostituite da altre monete. Il successo delle 500 lire bimetalliche fu di ispirazione per l’introduzione nel 1997 di un’altra moneta di “grande” taglio: le 1000 lire bimetalliche. La nuova moneta ebbe un inizio un po’ travagliato, in quanto a causa di un errore da parte dell’incisore, la cartina dell’Europa posta sul rovescio riportava i confini della Germania non ancora unificata. Infine, nel 2002 l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato è stato trasformato in una società per azioni, il cui azionista unico è lo Stato. L’istituto ha circa 2.800 dipendenti distribuiti tra la sede centrale di piazzale Verdi a Roma, dove è rimasta l’officina carte valori e ha sede anche la Libreria dello Stato, lo stabilimento di via principe Umberto, il nuovo stabilimento di via Capponi (sull’Appia Nuova a Roma, non lontano dalla Basilica di San Giovanni) entrato in funzione nel 1999 in occasione della coniazione dell’euro e lo stabilimento di Foggia impegnato prevalentemente nella produzione della carta. La storia recente della Zecca italiana, ma anche delle principali zecche europee, è strettamente legata all’introduzione dell’euro, un evento senza precedenti nella storia monetaria mondiale. Per affrontare la nuova sfida, la Zecca italiana ha rinnovato nuovamente i propri impianti acquistando delle presse Schuler di nuova generazione in grado di coniare 320 monete al minuto e con un ritmo medio complessivo di 18 milioni di pezzi al giorno. L’introduzione dell’euro ha comportato enormi sforzi da parte della Zecca, che ha dovuto cominciare a produrre le monete molto prima della data della loro effettiva entrata in circolazione. In particolare, già nel gennaio 1999, con una cerimonia alla quale parteciparono le più alte autorità istituzionali, fu iniziata la coniazione delle nuove monete. Con la coniazione delle monete in euro, per la prima volta la Zecca italiana si è appoggiata massicciamente a ditte estere per la fornitura dei tondelli. In particolare, una società della Corea del Sud, la Poong San – assieme ad un *partner* italiano, la padovana Tekkon – si è aggiudicata la fornitura del tondelli interni per i pezzi da 2 euro, entrambi i lotti (tondello interno e anello esterno) per la realizzazione di quella da 1 euro e anche l’appalto per il materiale dei 50 eurocent. Gli inglesi della Royal Mint hanno fornito invece gli anelli del pezzo da 2 euro e i canadesi della Westaim Corporation i tondelli della moneta da un eurocent. Unica impresa continentale a ricavarsi un piccolo spazio nell’asta del Poligrafico è stata la tedesca Deutsche Nickel, che ha rifornito la Zecca italiana di tondelli per le monete da 2 eurocent. Inoltre, una buona parte dei tondelli mancanti sono arrivati dagli impianti della Verres S.p.A., società controllata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Per quanto riguarda lo smaltimento delle monete in lire ritirate dalla circolazione, si ricorda che, circa due mesi prima dell’ingresso dell’euro, lo Stato italiano ha incaricato l’industria tedesca EuroCoin di Schwerte in Nord Reno-Westfalia di mettere fuori uso le vecchie monete in lire. In particolare, l’affiliata della Vereinigte Deutsche Nickel – secondo quanto reso noto dalla EuroCoin – ha portato in Italia due impianti “decoiner” che hanno deformato e obliterato le monete in lire (cfr. par. 3.1.). Altre due macchine hanno invece provveduto a separare le monete bimetalliche. Nell’operazione sono state interessate circa 35.000 tonnellate di monete in lire precedentemente scambiate con euro. Oltre alle lire italiane, EuroCoin ha distrutto anche gli scellini austriaci e i marchi tedeschi. [https://www.erroridiconiazione.com/files/5-4-storia-della-zecca-dello-stato__la-fabbrica-del-denaro-svelati-i-misteri-della-zecca.mp4](https://www.erroridiconiazione.com/files/5-4-storia-della-zecca-dello-stato__la-fabbrica-del-denaro-svelati-i-misteri-della-zecca.mp4) \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Nicola Ielpo, *La moneta metallica in Italia – Breve storia della moneta metallica*, *della Zecca e della tecnologia monetaria*, IPZS, 1980, pag. 93. [2] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008, pag. 86. --- ## Errori di coniazione - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/errori-di-coniazione/ - Sezione: Errori di coniazione › Panoramiche sugli errori - Ultima modifica: 2020-10-04 *Errare* *humanum est*…e di certo anche nel processo di coniazione, essendo pur sempre basato direttamente o indirettamente su un’attività umana, si possono verificare degli errori più o meno rilevanti ed è proprio di questi che ci occuperemo in questa sezione del sito. Tuttavia, è prima utile partire definendo cosa si intende per “errore di coniazione”. Una moneta con un errore di coniazione viene solitamente definita come una moneta che presenta un’anomalia dovuta ad un malfunzionamento involontario di una o più fasi del processo di coniazione. Spesso gli errori di coniazione vengono confusi con le varianti, in quanto in alcuni casi l’errore si può riprodurre allo stesso modo su uno svariato numero di monete. In questo caso si parla di errori “ripetitivi”. Si pensi ad esempio alle 5 lire 1989 con il timone rovesciato. Come vedremo, questo errore di coniazione è il risultato di un errato orientamento dei coni nella pressa monetaria. Tuttavia, è importante sottolineare che, a differenza degli errori di coniazione, una “variante” è una moneta che non presenta alcuna anomalia in quanto il processo di coniazione ha funzionato correttamente. Malgrado ciò, si distingue da una “normale” moneta per il fatto che ad un certo punto del processo di coniazione la Zecca ha volontariamente modificato le impronte della moneta. Tale modifica non deve però essere finalizzata a correggere un errore commesso nella precedente “versione” della moneta, come invece può avvenire negli errori di coniazione, bensì a modificare alcune caratteristiche d’ordine grafico, quali ad esempio la disposizione delle scritte e dei numeri, la grandezza dei busti o degli stemmi. A titolo esemplificativo, costituisce una variante le 5 lire 1954 con firma dell’incisore “Romagnoli” posizionata ad un millimetro dal bordo. Infatti, nel corso del 1954 la Zecca ha modificato il conio del diritto della moneta da 5 lire, cambiandone alcune caratteristiche, tra cui appunto la posizione della firma dell’incisore. Pertanto, tutte le monete coniate dal 1951 al 1953 presentano la firma distanziata dal bordo, mentre le monete coniate dal 1955 al 2001 presentano la firma vicina o attaccata al bordo. Con riferimento al 1954 (anno della transizione), alcune monete presentano la firma distanziata, altre (più numerose) presentano la firma vicina al bordo. Per uno studio completo sull’analisi delle varianti del dritto delle 5 lire Delfino si rimanda alla lettura dell’apposita sezione ([CLICCA QUI](https://www.erroridiconiazione.com/5-lire/)). Peraltro, a rigore, la “variante” dovrebbe essere la moneta con la firma vicina al bordo, visto che è essa a discostarsi dall’impronta precedentemente utilizzata. Tuttavia, siccome la prima versione del conio è meno comune, si è stabilito convenzionalmente che la variante è la moneta che presenta la firma dell’incisore “Romagnoli” posizionata ad un millimetro dal bordo. Ad ogni modo, a prescindere da quale sia la variante, è importante evidenziare che la modifica del conio non era finalizzata a correggere alcun errore, bensì si è probabilmente resa necessaria al fine di sostituire il punzone tipo, forse a causa del rilevante quantitativo di monete coniate fino al momento del cambio, ed è questo l’aspetto che caratterizza le varianti. Diverso è, invece, il caso delle 1000 lire 1997 “Germania divisa”. Anche in quell’occasione il conio – in questo caso del rovescio – è stato modificato in corso d’anno. Tuttavia, la modifica si è resa necessaria, a seguito di numerose polemiche, al fine di correggere un errore di coniazione ed in particolare un errore di rappresentazione grafica dei confini geografici della Germania. Pertanto, le 1000 lire 1997 “Germania divisa” vanno più correttamente qualificate come un errore di coniazione e non come una variante. Questa sezione del sito si occuperà unicamente degli errori di coniazione. Per una trattazione delle varie varianti si rimanda alla sezione apposita. Ciò posto, va innanzitutto evidenziato che gli errori di coniazione collezionabili e degni di attenzione da parte dei collezionisti sono quelli prodotti involontariamente ed entrati in circolazione accidentalmente. Tuttavia, non tutti gli errori di coniazione che si trovano in commercio hanno questa origine, visto che gli stessi possono anche essere: 1. prodotti involontariamente, ma portati fuori illegalmente dall’Officina Monetaria, invece di essere annullati; 2. realizzati di proposito da un addetto disonesto della Zecca e fatti uscire illecitamente dall’Officina Monetaria. A titolo esemplificativo, il Corriere della Sera del 9 gennaio 2002 scriveva: “*a novembre un dipendente della Zecca venne denunciato dopo essere stato sorpreso, al termine del suo turno di lavoro, con monete da 2 euro coniate su tondini da 1 euro nascoste dentro la cintura*”. Gli errori di coniazione che hanno questa origine, oltre ad avere scarso interesse numismatico, non possono essere collezionati. Infatti, il loro possesso è illegale e può essere sottoposto a sequestro da parte delle Forze dell’Ordine: la normativa italiana prevede, infatti, che le monete in circolazione debbano essere conformi alle caratteristiche riportate nel decreto ministeriale che ne ha autorizzato la circolazione. Ora, è altresì evidente che con riferimento alle monete in lire (sia del Regno che della Repubblica) il sequestro non possa più di fatto avere luogo, visto che le stesse sono ormai fuori corso legale da un periodo di tempo sufficiente a prescrivere i relativi reati. Discorso ovviamente diverso va fatto per le monete in euro che, essendo ancora in circolazione, possono essere tutt’oggi oggetto di sequestro. Come peraltro è avvenuto in passato con le monete 20 *eurocent* Italia 1999 e l’*eurocent* “mole”, quest’ultimo attualmente “sdoganato” da una sentenza del Tribunale di Roma (1278/13). Inoltre, va ricordato che costituisce reato anche l’alterazione delle monete. Infatti, con l’articolo 3, della decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 29 maggio 2000 è stato stabilito che “*ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie per assicurare che costituiscano reato le condotte seguenti: a) […] alterazione fraudolenta di monete, qualunque ne sia il modo*”. Invero, a livello italiano, l’alterazione di monete è un reato previsto dall’articolo 454 del codice penale, ma, più che verso il mero danneggiamento della moneta, tale articolo è rivolto contro chi compie alterazione con lo scopo di perpetrare attività illecita. Pertanto, a titolo esemplificativo, commette reato chiunque altera le caratteristiche fisiche e morfologiche delle monete per simulare degli errori di coniazione “genuini” e trarne profitto a discapito di ingenui collezionisti. Tanto doverosamente premesso, va anche detto che la Zecca può anche compiere effettivamente degli errori e farli entrare accidentalmente in circolazione. Non si ritiene condivisibile la seguente affermazione riportata sul Corriere della Sera del 9 gennaio 2002 “*per la Finanza, è impossibile accada* [gli errori di coniazione, ndr.]*: i macchinari sono estremamente sofisticati e calibrati per intercettare anche le più piccole anomalie, scartando il prodotto riuscito male*”. Infatti, non si deve dimenticare che l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato è pur sempre una Società per Azioni, con una logica di profitto, e tra le sue varie attività c’è appunto quella di produrre le monete da rivendere allo Stato italiano che paga un corrispettivo fisso per ogni pezzo consegnato. Pertanto, la Zecca dello Stato ha tutto l’interesse a ridurre al minimo le monete da scartare, in quanto costituiscono un costo di esercizio come per una normale impresa industriale. Questo fa sì che i livelli di qualità accettati siano spesso bassi, anche se lo Stato ha ovviamente l’interesse contrapposto di far circolare delle monete di elevata qualità. Invero, va anche riconosciuto che negli ultimi anni le principali zecche mondiali hanno migliorato i loro impianti ed i sistemi di controllo di qualità e quindi ridotto la probabilità che errori di coniazione – soprattutto quelli maggiormente evidenti – entrino effettivamente in circolazione. Tuttavia, non è stato possibile azzerare completamente tale eventualità. Al riguardo, si segnala che la Zecca statunitense il 4 agosto 2000 – in occasione della scoperta del clamoroso errore di coniazione meglio noto sotto il nome di “Sacagawea mule” (cfr. par. 2.B.10.) – diramò una storica dichiarazione di cui si riporta un breve estratto qui di seguito. “*The U.S. mint goes to great lengths to avoid making mistakes when it manufactures coins. In fact, in its 208-year history coin errors are a rare occurrence, but occasionally, misstrikes happen. We are proud of our track record and reputation as producers of the highest-quality coins in the world*” (traduzione: la zecca statunitense fa di tutto per evitare di commettere errori quando fabbrica monete. Infatti, nei suoi 208 anni di storia gli errori di coniazione sono un evento raro, ma di tanto in tanto gli errori accadono. Noi siamo orgogliosi della nostra serie di successi e della nostra reputazione come produttori di monete della più alta qualità al mondo). Ora, circoscritto il campo di trattazione di questa sezione del sito, bisogna stabilire un metodo per classificare gli errori di coniazione. A differenza di una collezione di monete ordinaria, nel caso specifico ha poco senso utilizzare come metodo di classificazione principale il valore facciale (1 lira, 2 lire, etc.), le impronte della moneta (100 lire Minerva I tipo, 100 lire Minerva II tipo, etc.) oppure il millesimo (50 lire 1954, 50 lire 1955, etc.). Infatti, l’attributo essenziale che caratterizza gli errori di coniazione è la tipologia di errore (moneta decentrata, moneta ribattuta, etc.) e le altre caratteristiche sopra descritte assumono un’importanza secondaria, magari ai fini di una sotto-classificazione (es. collezione di monete decentrate divise per valore e millesimo). Peraltro, ad essere rigorosi, ad un collezionista di errori di coniazione dovrebbe assumere un’importanza secondaria anche l’autorità emittente (Italia, Germania, Francia, etc.), in quanto, come detto, la prerogativa fondamentale è il tipo di errore. Tuttavia, è anche vero che quasi tutti i collezionisti tendono a concentrarsi normalmente sulla monetazione del proprio Stato d’origine. Per questo motivo, anche in questo sito non ha senso seguire i classici metodi di classificazione utilizzati nei cataloghi di monete “normali”, bensì verrà seguita una classificazione per tipologia di errore, cercando di privilegiare – laddove possibile – gli errori della monetazione italiana. Al riguardo, si segnala che negli Stati Uniti lo studioso Alan Herbert ha ideato un particolare metodo di classificazione denominato PDS, dall’acronimo delle tre parole ***P****lanchet* – ***D****ie* – ***S****trike* (traduzione: Tondello – Conio – Battitura) che peraltro coincide con l’acronimo delle tre zecche statunitensi: Philadelphia, Denver e San Francisco. Tale metodo – tra i più utilizzati al mondo – sottende una classificazione degli errori in tre macro-categorie che rispecchiano le tre principali fasi di produzione delle monete: 1. *Planchet* (tondello): errori commessi nella fase di preparazione dei tondelli 2. *Die* (conio): errori commessi nella fase di preparazione dei coni 3. *Strike* (battitura): errori commessi nella fase di battitura dei tondelli. Tuttavia, negli ultimi anni alcuni studiosi di errori di coniazione stanno cominciando a discostarsi da tale metodo di classificazione, introducendo alcune varianti, anche se viene quasi sempre rispettato il concetto di base. Ad esempio, lo studioso francese Jean-Claude Chort nel suo recente libro[1] ha proposto un’ulteriore suddivisione della terza categoria sopra descritta, al fine di dare maggior rilievo alla causa dell’errore, piuttosto che al momento in cui lo stesso avviene. In particolare, Chort propone di distinguere la terza fase in: (i) vera e propria battitura materiale della moneta e (ii) montaggio e regolazione dei coni (compresa la virola) nella pressa monetaria. Infatti, mentre nel primo caso si tratta si un errore meccanico (la causa è la macchina) e l’errore è solitamente non ripetitivo, nel secondo caso si tratta, invece, di un errore umano (la causa è l’uomo) e l’errore è solitamente ripetitivo. Invero, la medesima sotto-suddivisione potrebbe essere effettuata anche per le altre due fasi. Tuttavia, come vedremo, in questi casi l’errore umano assume un’importanza marginale. In questo sito verrà tuttavia seguito il metodo di classificazione tradizionale e quindi gli errori di coniazione saranno raggruppati in tre macro-categorie: (1) errori sul tondello, (2) errori sui coni e (3) errori di battitura. Inoltre, si precisa che, nell’ambito di ciascuna macro-categoria, saranno trattate le principali e le più frequenti tipologie di errori di coniazione. Infatti, non sarebbe possibile, e avrebbe anche poco senso, descrivere tutte le tipologie di errori esistenti, visto che ogni giorno vengono scoperti nuovi errori e l’evolvere delle tecnologie di coniazione comporta normalmente la scomparsa o la riduzione di certi errori, ma anche la nascita di nuove tipologie. Tuttavia, si può ragionevolmente ritenere che le tipologie qui trattate coprono circa il 90% degli errori di coniazione in circolazione o in commercio. Peraltro, laddove esistenti, a margine delle varie tipologie di errori saranno analizzati con un particolare grado di dettaglio i cd. “errori celebri” appartenenti alla tipologia di volta in volta trattata. Per errori celebri si intendono quegli errori normalmente riportati nei principali cataloghi o che comunque sono normalmente conosciuti dai collezionisti. Infine, va ricordato che, a seconda della loro ripetitività, gli errori di coniazione si possono raggruppare idealmente in tre categorie: 1. *errori ripetitivi*: l’errore si ripete uguale su una serie di monete (es. 2 centesimi 1915 “quattro mani”, 1000 lire 1997 “Germania divisa”, 100 lire 1972 “barretta”, etc.). In questa categoria, rientrano tendenzialmente la maggior parte degli errori sui coni e gli errori di battitura dovuti ad un errato montaggio o installazione della pressa; 2. *errori progressivi*: lo stesso errore si manifesta su una serie di monete in modo progressivo (es. 5 lire 1969 con “1 capovolto”, 200 lire 1978 “mezza luna sotto il collo, etc.). In questa categoria, rientrano tendenzialmente alcune tipologie di errori sui coni, solitamente si tratta della frattura o della rottura di un conio; 3. *errori unici*: l’errore si manifesta su una sola moneta con caratteristiche uniche (es. monete con battitura decentrata, monete con doppia battitura, etc.). In questa categoria, rientrano tendenzialmente quasi tutti gli errori sul tondello e gran parte degli errori di battitura, salvo quelli dovuti ad un errato montaggio o installazione della pressa. A quest’ultimo riguardo, si è solitamente portati a ritenere che gli errori unici possano valere di più rispetto a quelli ripetitivi. Tale convinzione deriva solitamente dal fatto che nelle monete “normali” la tiratura è uno degli elementi principali che definisce la rarità di una moneta. Solitamente una moneta con una tiratura bassissima è anche generalmente considerata molto rara. In realtà, ciò non è necessariamente vero nel caso degli errori di coniazione, visto che ci sono degli errori “unici” estremamente comuni e degli errori “ripetitivi” molto rari. Si pensi ad esempio alle monete con battitura decentrata, per le quali è di fatto impossibile trovare due monete che presentano la stessa decentratura, visto che si possono sempre riscontrare delle piccolissime variazioni. Tuttavia, le monete con battitura decentrata sono riconosciute universalmente come un errore di coniazione comune. Ciò è dovuto al fatto che la rarità di un errore di coniazione è maggiormente legata alla frequenza della tipologia di errore piuttosto che all’unicità della moneta con quell’errore. Per questo motivo una moneta battuta con un conio doppio (errore ripetitivo) è molto più rara di una moneta con doppia battitura (errore unico), in quanto la prima tipologia di errore si manifesta molte meno volte rispetto alla seconda. Inoltre, va ricordato che gli errori di coniazione si possono combinare tra di loro, vale a dire una moneta può presentare più tipologie di errori di coniazione contemporaneamente (es. doppia battitura con *brockage* parziale), formando molteplici sotto-tipologie di errori. Naturalmente, va osservato che ci sono delle tipologie di errori che sono incompatibili con altre tipologie e che quindi non potranno mai manifestarsi sulla stessa moneta (es. battitura debole con battitura forte). Inoltre, va considerato che una combinazione di errori ha quasi sempre un grado di rarità maggiore di ciascuna delle tipologie di errore in essa contenuta. Pertanto, nell’acquistare monete con errori di coniazione è molto importante saper identificare correttamente la tipologia (o tipologie) di errore e conoscerne la relativa frequenza o rarità per poi poterne determinare il valore. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Jean-Claude Chort, *Le monnayage et les monnaies fautées*, Victor Gaudoury Editions, 2009, pag. 79. --- ## T. errori sul tondello - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-errori-sul-tondello/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: T - Ultima modifica: 2020-03-26 Come abbiamo analizzato nella prima parte del sito, la produzione dei tondelli richiede un processo complesso formato da più attività: la preparazione della lega metallica e dei lingotti, la laminazione, la punzonatura delle lastre metalliche, la ricottura, l’orlettatura, etc. In ognuna di queste fasi si può generare un errore che, se non viene scartato dai controlli di qualità della zecca o della ditta esterna fornitrice, verrà riportato sulla moneta coniata da quel tondello difettoso, per la gioia di noi collezionisti. Peraltro, negli ultimi anni l’introduzione di tondelli sempre più complessi (es. tondelli bimetallici, tondelli placcati, tondelli forati, etc.) ha aumentato ulteriormente le cause che possono generare un errore di coniazione. Una delle caratteristiche che accomuna tutte le tipologie di errori sul tondello è che si tratta di errori non ripetitivi, vale a dire non ci possono essere due errori perfettamente uguali, anche se la medesima causa può determinare una serie di tondelli con la stessa tipologia di errore. Infine, si segnala che in questa sezione del sito, contraddistinta dalla lettera “T” inserita nella numerazione delle pagine, non vengono trattati gli eventuali errori sul contorno generati dalla macchina marchiatrice. Infatti, gli stessi sono stati inseriti per comodità espositiva nella [pagina dedicata](https://www.erroridiconiazione.com/b-12-errori-sul-contorno/) a cui si rimanda. --- ## Ta – Errori nella lega metallica - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-1-errori-nella-lega-metallica/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Ta - Ultima modifica: 2026-05-29 ### Tondelli con errore nella preparazione della lega metallica Come abbiamo già avuto modo di analizzare, i tondelli solo raramente sono composti da un metallo puro e, di fatti, nella maggior parte dei casi sono fatti di una lega metallica, vale a dire l’unione di due o più metalli. Le leghe metalliche sono formate da un *mix* ben definito di metalli e, al riguardo, va ricordato che l’Italia ha anche creato delle leghe metalliche tutte proprie, tra le quali si ricordano: 1. il *bronzital* (rame, alluminio e nichel): è una lega di bronzo composta inizialmente da rame ed alluminio e che inizialmente conteneva come agente affinante della lega una piccola percentuale di titanio. A partire dal 1968, il titanio è stato sostituito dal nichel (più facile da reperire) che rendeva peraltro la lega più splendente e meno soggetta ad ossidazione; 2. l’*acmonital* (acciaio, nichel, cromo e vanadio): è un acciaio *inox* ferritico normalmente ferromagnetico e di conseguenza viene attratto dalle calamite; tale proprietà si riduce fino quasi al suo azzeramento quando la percentuale di nichel nella lega diventa rilevante; 3. l’*italma* (alluminio, magnesio e manganese): è una lega metallica molto leggera introdotta in Italia nell’immediato dopoguerra come metallo autarchico. Ora, può accadere che per errore vengano fusi insieme dei metalli in proporzioni differenti da quelle prestabilite oppure che i vari metalli non vengano miscelati insieme in modo appropriato. ##### LEGHE CON PROPORZIONI DIFFERENTI Nel primo caso (metalli in proporzioni differenti), la moneta può presentare un’alterazione del colore e del peso. Al riguardo, si segnala che piccole variazioni di peso – che rientrano nei limiti di tolleranza fissati dal decreto che dispone le caratteristiche tecniche della moneta – sono del tutto fisiologici. Nella seguente [PAGINA](https://www.erroridiconiazione.com/t-1-1-tolleranze-di-peso/) è riporta una tabella con il peso legale e le relative tolleranze delle monete in lire coniate per la circolazione durante il periodo della Repubblica Italiana ed il Regno d’Italia (Vittorio Emanuele III). Un esempio di tale errore è facile da riscontrare nelle monete da 200 lire che spesso – soprattutto quelle dei primi anni ’80 – possono presentare una percentuale di rame superiore a quella *standard*. Ciò porta ad una diversa colorazione, molto più scura e tendente al marrone. Al riguardo, va fatta molta attenzione perché esistono molti falsi con queste caratteristiche. Qui sotto si può apprezzare una 200 lire 1980 (falsa) prodotta con una lega differente dal bronzital presumibilmente con un’alta percentuale di rame. Il peso è di 5,25 grammi (al di sopra del limite massimo di tolleranza). Inoltre, una diversa composizione metallica può alterare anche le proprietà della moneta. A titolo esemplificativo, in alcune monete del Regno è abbastanza comune che, per lo stesso anno e la stessa tipologia di moneta, la diversa percentuale di nichel possa cambiarne il magnetismo (da magnetica ad amagnetica o viceversa). Tuttavia, siccome il cambiamento della percentuale di nichel contenuto nelle monete è avvenuto a cavallo tra il 1939 ed il 1940, non è possibile escludere che la presenza di monete amagnetiche dopo il 1940 possa essere dovuta anche all’utilizzo di rimanenze di magazzino di tondelli prodotti prima del 1940. Il mantenimento delle proprietà elettriche e magnetiche delle monete è oggigiorno molto importante, in quanto le macchine e le casse automatiche identificano il valore della moneta proprio sulla base di tale proprietà. Pertanto, la zecca e le ditte fornitrici esterne sono sempre più attente su questo aspetto. ##### MISCELAZIONE DELLA LEGA NON UNIFORME Per quanto riguarda il secondo caso (miscelazione non corretta), i due metalli possono non amalgamarsi in modo uniforme e ciò determina l’insorgenza sulla superficie della moneta di striature di diverso colore. La tipica forma a “striscia” – da cui anche il nome di “monete tigrate” – è dovuta al processo di laminazione a cui sono sottoposti i lingotti che comporta un appiattimento ed un allungamento del metallo. Essendo il “problema” legato al metallo del tondello le strisce coinvolgono non solo il campo della moneta, ma anche le impronte in rilievo, il bordo e in certi casi anche il contorno. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 20 centesimi 1894 KB con miscelazione non corretta (si notino le classiche strisce sia al dritto che al rovescio). Qui sotto si può apprezzare una bella moneta da 10 centesimi Ape 1921 con miscelazione non corretta della lega metallica (si notino le classiche strisce). Pertanto, anche eventuali “sacche” di metallo non amalgamato subiranno un processo di allungamento. ##### BOLLE O VESCHICHE DI GAS (BLISTERS), SOFFIATURE E PUNTE DI SPILLO Infine, si segnala che i gas disciolti nella lega allo stato liquido talvolta possono rimanere imprigionati nella massa metallica in via di solidificazione. I gas possono provenire dal metallo per diminuita solubilità nel passaggio da stato liquido-solido, da reazioni metallo-forma, o dall’aria trascinata dalla turbolenza del metallo che riempie la forma. In particolare, quando i gas rimangono imprigionati a livello superficiale ricoperti da una sottile lamina di metallo, il calore sviluppato dalla battitura della moneta espande il gas che spinge verso l’alto il metallo creando una sorta di bolla o vescica metallica (*bliste*r). In certi casi, le bolle possono anche rompersi. Nel caso in cui i gas imprigionati nella vescica riescano a sfuggire dalla lega di metallo in fase di solidificazione, si formeranno invece delle cavità denominate “soffiature”. Inoltre, la solubilità di alcuni gas (ad esempio l’idrogeno, l’azoto e il monossido di carbonio) nelle leghe metalliche decresce bruscamente nel passaggio da stato liquido a stato solido comportando la formazione di microporosità o micro cavità nel solido denominate “punte di spillo” (*pinholes*). All’interno di queste micro cavità si può trovare un sottile strato di ossido dovuto all’interazione ad alta temperatura tra l’aria e il metallo liquido. La distribuzione finale delle cavità all’interno del getto dipende dal cammino del metallo. Le vesciche di gas sono piuttosto frequenti nelle monete in nichel e in italma, molto più rare nelle monete in acmonital. Infatti, gli acciai speciali – vale a dire quegli acciai che oltre al ferro e al carbonio contengono altri elementi (es. cromo) – vengono sottoposti ad una procedura di calmaggio, cioè un’operazione che precede la colata dell’acciaio allo scopo di eliminare dal bagno metallico i gas in esso disciolti. Nella moneta che segue (100 lire 1979 FAO) si può apprezzare una “vescica” in rilievo sulla superficie della moneta (al dritto) che presenta la classica forma allungata generata dal processo di laminazione. Sotto la rosetta si può vedere una vescica di gas rotta e sotto la “L” di ITALIANA una soffiatura. Qui sotto si può invece apprezzare un centesimo “Italia su prora” del 1915 che presenta delle “punte di spillo” superficiali molto marcate. Le micro cavità sono leggermente “allungate” per effetto del processo di laminazione. Al dritto la moneta presenta anche una piccola rottura marginale del conio. Ultimo aggiornamento: 10/06/2021 --- ## Ta1 – Tolleranze di peso - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-1-1-tolleranze-di-peso/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Ta1 - Ultima modifica: 2022-07-20 ### Tolleranza di peso delle monete del Regno – Vittorio Emanuele III *(escluso oro)* | MONETA | DIAMETRO | PESO | PESO MIN. | PESO MAX. | DECRETO | | --- | --- | --- | --- | --- | --- | | 1 centesimo Valore | 15,00 mm | 1,000 gr. | 0,985 gr. | 1,015 gr. | [R.D. n. 92 del 7/3/1901\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-valore-rd-n-92-del-731901-gu-n-73-del-2731901.pdf) | | 1 centesimo Prora | 15,00 mm | 1,000 gr. | 0,985 gr. | 1,015 gr. | [R.D. n. 629 del 29/10/1908\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-prora-rd-n-629-del-29101908-gu-n-271-del-19-novembre-1.pdf) | | 2 centesimi Valore | 20,00 mm | 2,000 gr. | 1,970 gr. | 2,030 gr. | [R.D. n. 92 del 7/3/1901\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-valore-rd-n-92-del-731901-gu-n-73-del-2731901.pdf) | | 2 centesimi Prora | 20,00 mm | 2,000 gr. | 1,970 gr. | 2,030 gr. | [R.D. n. 629 del 29/10/1908\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-prora-rd-n-629-del-29101908-gu-n-271-del-19-novembre-1.pdf) | | 5 centesimi Prora | 25,00 mm | 5,000 gr. | 4,950 gr. | 5,050 gr. | [R.D. n. 629 del 29/10/1908\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-prora-rd-n-629-del-29101908-gu-n-271-del-19-novembre-1.pdf) | | 5 centesimi Spiga | 19,50 mm | 3,250 gr. | 3,201 gr. | 3,299 gr | [R.D. n. 1219 del 13/7/1919](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__5-centesimi-spiga-rd-1219-del-13719-gu-187-del-6819.pdf) | | 5 centesimi Impero (Cu) | 19,50 mm | 3,250 gr. | 3,201 gr. | 3,299 gr | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 5 centesimi Impero (Ba) | 19,50 mm | 2,950 gr. | 2,906 gr | 2,994 gr. | [R.D. n. 727 del 22/5/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__5-e-10-centesimi-bronzital-rd-727-del-22539-gu-127-del-31539.pdf) | | 10 centesimi Cinquantenario | 30,00 mm | 10,000 gr. | 9,900 gr. | 10,100 gr. | [R.D. n. 53 del 19/1/1911\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-cinquantenario-2-lire-e-10-centesimi-rd-n-53-del-19119.pdf) | | 10 centesimi Ape | 22,50 mm | 5,400 gr. | 5,319 gr. | 5,481 gr. | [R.D. n. 1618 del 4/9/1919](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__10-cent-ape-e-50-cent-leoni-rd-n-1618-del-491919-gu-n-243-de.pdf) | | 10 centesimi Impero (Cu) | 22,50 mm | 5,400 gr. | 5,319 gr. | 5,481 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 10 centesimi Impero (Ba) | 22,50 mm | 4,900 gr. | 4,826 gr. | 4,973 gr. | [R.D. n. 727 del 22/5/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__5-e-10-centesimi-bronzital-rd-727-del-22539-gu-127-del-31539.pdf) | | 20 centesimi Libertà Librata | 21,50 mm | 4,000 gr. | 3,960 gr. | 4,040 gr. | [R.D. n. 22 del 23/1/1908](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-centesimi-libertà-librata-rd-22-del-2311908-gu-n-31-del-7.pdf) | | 20 centesimi Esagono | 21,00 mm | 4,000 gr. | 3,880 gr. | 4,120 gr. | [D.T. 11/4/1918](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-centesimi-esagono-dt-11418-gu-n-89-del-1541918.pdf) | | 20 centesimi Impero (Ni) | 21,50 mm | 4,000 gr. | 3,960 gr. | 4,040 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 20 centesimi Impero (Ac) | 21,70 mm | 4,000 gr. | 3,920 gr. | 4,080 gr. | [R.D. n. 606 del 20/4/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-acmonital-rd-606-del-2041939-gu-99-del-26439.pdf) | | 25 centesimi Aquila | 21,50 mm | 4,000 gr. | 3,960 gr. | 4,040 gr. | [R.D. n. 54 del 13/2/1902](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__25-centesimi-rd-n-54-del-1321902-gu-n-55-del-731902.pdf) | | 50 centesimi Leoni | 24,00 mm | 6,000 gr. | 5,940 gr. | 6,060 gr. | [R.D. n. 1618 del 4/9/1919](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__10-cent-ape-e-50-cent-leoni-rd-n-1618-del-491919-gu-n-243-de.pdf) | | 50 centesimi Impero (Ni) | 24,00 mm | 6,000 gr. | 5,940 gr. | 6,060 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 50 centesimi Impero (Ac) | 24,10 mm | 6,000 gr. | 5,880 gr. | 6,120 gr. | [R.D. n. 606 del 20/4/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-acmonital-rd-606-del-2041939-gu-99-del-26439.pdf) | | 1 lira Aquila | 23,00 mm | 5,000 gr. | 4,975 gr. | 5,025 gr. | [R.D. n. 92 del 7/3/1901](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-valore-rd-n-92-del-731901-gu-n-73-del-2731901.pdf) | | 1 lira Quadriga veloce | 23,00 mm | 5,000 gr. | 4,975 gr. | 5,025 gr. | [R.D. n. 14 del 12/1/1908\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__quadriga-veloce-rd-14-del-1211908-gu-n-20-del-2511908.pdf) | | 1 lira Quadriga briosa | 23,00 mm | 5,000 gr. | 4,975 gr. | 5,025 gr. | [R.D. n. 5 del 4/1/1914\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-quadriga-briosa-rd-5-del-4114-gu-n-14-del-19114.pdf) | | 1 lira Buono | 26,50 mm | 8,000 gr. | 7,920 gr. | 8,080 gr. | [R.D. n. 1829 del 15/12/1921](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__buoni-1-lira-rd-1829-del-15121921-gu-301-del-211221.pdf) | | 1 lira Impero (Ni) | 26,50 mm | 8,000 gr. | 7,920 gr. | 8,080 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 1 lira Impero (Ac) | 26,70 mm | 8,000 gr. | 7,840 gr. | 8,160 gr. | [R.D. n. 606 del 20/4/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-acmonital-rd-606-del-2041939-gu-99-del-26439.pdf) | | 2 lire Aquila | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 92 del 7/3/1901](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-valore-rd-n-92-del-731901-gu-n-73-del-2731901.pdf) | | 2 lire Quadriga veloce | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 14 del 12/1/1908\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__quadriga-veloce-rd-14-del-1211908-gu-n-20-del-2511908.pdf) | | 2 lire Cinquantenario | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 53 del 19/1/1911\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-cinquantenario-2-lire-e-10-centesimi-rd-n-53-del-19119.pdf) | | 2 lire Quadriga briosa | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 5 del 4/1/1914\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-quadriga-briosa-rd-5-del-4114-gu-n-14-del-19114.pdf) | | 2 lire Buono | 29,00 mm | 10,000 gr. | 9,900 gr. | 10,100 gr. | [R.D. n. 1537 del 14/6/1923](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__buono-2-lire-rd-n-1537-del-14623-gu-n-176-del-27723.pdf) | | 2 lire Impero (Ni) | 29,00 mm | 10,000 gr. | 9,900 gr. | 10,100 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 2 lire Impero (Ac) | 29,60 mm | 10,000 gr. | 9,800 gr. | 10,200 gr. | [R.D. n. 606 del 20/4/1939](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-acmonital-rd-606-del-2041939-gu-99-del-26439.pdf) | | 5 lire Cinquantenario | 37,00 mm | 25,000 gr. | 24,925 gr. | 25,075 gr. | [R.D. n. 761 del 25/6/1911\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-cinquantenario-5-lire-e-50-lire-rd-n-761-del-2561911-g.pdf) | | 5 lire Quadriga briosa | 37,00 mm | 25,000 gr. | 24,925 gr. | 25,075 gr. | [R.D. n. 5 del 4/1/1914\*](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-quadriga-briosa-rd-5-del-4114-gu-n-14-del-19114.pdf) | | 5 lire Aquilotto | 23,00 mm | 5,000 gr. | 4,975 gr. | 5,025 gr. | [R.D. n. 1651 del 30/9/1926](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__5-e-10-lire-aquila-e-biga-rd-1651-del-30926-gu-231-del-51026.pdf) | | 5 lire Impero | 23,00 mm | 5,000 gr. | 4,975 gr. | 5,025 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 10 lire Biga | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 1651 del 30/9/1926](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__5-e-10-lire-aquila-e-biga-rd-1651-del-30926-gu-231-del-51026.pdf) | | 10 lire Impero | 27,00 mm | 10,000 gr. | 9,950 gr. | 10,050 gr. | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | | 20 lire Littore | 35,50 mm | 15,000 gr. | 14,925 gr. | 15,075 gr. | [R.D. n. 1916 del 8/9/1927](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-lire-littore-rd-1916-del-8927-gu-n-243-del-20101927.pdf) | | 20 lire Elmetto | 35,50 mm | 20,000 gr. | 19,900 gr. | 20,100 gr | [R.D. n. 1031 del 24/5/1928](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-lire-elmetto-rd-1031-del-2451928-gu-n-121-del-2451928.pdf) | | 20 lire Impero | 35,50 mm | 20,000 gr. | 19,900 gr. | 20,100 gr | [R.D. n. 2511 del 3/9/1936](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__serie-impero-rd-n-2511-del-3936-gu-n-106-del-8-5-1937.pdf) | \* Il decreto non contiene la tolleranza del peso. In questi casi la tolleranza è stata tratta dalla Relazione della Regia Zecca esercizi 1914-1939. ### Tolleranza di peso delle monete della Repubblica Italiana | MONETA | DIAMETRO | PESO | PESO MIN. | PESO MAX. | DECRETO | | --- | --- | --- | --- | --- | --- | | 1 lira Arancia | 21,60 mm | 1,250 gr. | 1,225 gr. | 1,275 gr. | [D.C.P.S. 6/9/1946 n. 298](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-2-5-10-lire-italma-dcps-6-9-46-n-298-gu-261-del-1946.pdf) | | 1 lira Cornucopia | 17,20 mm | 0,625 gr. | 0,613 gr. | 0,637 gr. | [D.P.R. 31/12/1951](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-5-10-50-100-lire-dpr-31-dicembre-1951-gu-35-del-11-2-1952.pdf) | | 2 lire Spiga | 24,10 mm | 1,750 gr. | 1,725 gr. | 1,775 gr. | [D.C.P.S. 6/9/1946 n. 298](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-2-5-10-lire-italma-dcps-6-9-46-n-298-gu-261-del-1946.pdf) | | 2 lire Ulivo | 18,30 mm | 0,800 gr. | 0,760 gr. | 0,860 gr. | [D.P.R. 2/5/1953](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__2-lire-dpr-2-maggio-1953-gu-118-25-5-1953.pdf) | | 5 lire Uva | 26,70 mm | 2,500 gr. | 2,450 gr. | 2,550 gr. | [D.C.P.S. 6/9/1946 n. 298](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-2-5-10-lire-italma-dcps-6-9-46-n-298-gu-261-del-1946.pdf) | | 5 lire Delfino | 20,20 mm | 1,000 gr. | 0,980 gr. | 1,020 gr. | [D.P.R. 31/12/1951](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-5-10-50-100-lire-dpr-31-dicembre-1951-gu-35-del-11-2-1952.pdf) | | 10 lire Ulivo | 29,00 mm | 3,000 gr. | 2,940 gr. | 3.060 gr. | [D.C.P.S. 6/9/1946 n. 298](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-2-5-10-lire-italma-dcps-6-9-46-n-298-gu-261-del-1946.pdf) | | 10 lire Spighe | 23,30 mm | 1,600 gr. | 1,568 gr. | 1,632 gr. | [D.P.R. 31/12/1951](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1-5-10-50-100-lire-dpr-31-dicembre-1951-gu-35-del-11-2-1952.pdf) | | 20 lire Quercia – rigata | 21,30 mm | 3,600 gr. | 3,528 gr. | 3,672 gr. | [D.P.R. 16/3/1956](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-lire-dpr-30-maggio-1956-gu-151-del-30-6-1956.pdf) | | 20 lire Quercia – liscia | 21,30 mm | 3,600 gr. | 3,528 gr. | 3,672 gr. | [D.P.R. 22/3/1968](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__20-lire-cambio-contorno-e-lega-dpr-22-marzo-1968-gu-132-del.pdf) | | 50 lire Vulcano I | 24,80 mm | 6,250 gr. | 6,094 gr. | 6,406 gr. | [D.P.R. 30/7/1955](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__100-lire-e-50-lire-dpr-30-luglio-1955-gu-96-del-6-9-55.pdf) | | 50 lire Vulcano II | 16,55 mm | 2,700 gr. | 2,550 gr. | 2,850 gr. | [D.P.R. 6/7/1989](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__50-e-100-lire-secondo-tipo-dpr-6-7-89-gu-130-del-10-8-89.pdf) | | 50 lire Turrita | 19,20 mm | 4,500 gr. | 4,300 gr. | 4,700 gr. | [D.T. 26/4/1996](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__50-lire-terzo-tipo-dt-26-4-96-gu-105-del-7-5-96.pdf) | | 100 lire Minerva I | 27,80 mm | 8,000 gr. | 7,800 gr. | 8,200 gr. | [D.P.R. 30/7/1955](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__100-lire-e-50-lire-dpr-30-luglio-1955-gu-96-del-6-9-55.pdf) | | 100 lire Minerva II | 18,30 mm | 3,300 gr. | 3,200 gr. | 3,400 gr. | [D.P.R. 6/7/1989](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__50-e-100-lire-secondo-tipo-dpr-6-7-89-gu-130-del-10-8-89.pdf) | | 100 lire Turrita | 22,00 mm | 4,500 gr. | 4,400 gr. | 4,600 gr. | [D.T. 1/2/1993](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__100-lire-terzo-tipo-dt-1-2-93-gu-55-del-8-3-93.pdf) | | 200 lire Lavoro | 24,00 mm | 5,000 gr. | 4,900 gr. | 5,100 gr. | [D.P.R. 18/10/1976](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__200-lire-dpr-18-10-76-gu-323-del-3-12-76.pdf) | | 500 lire Quirinale | 25,80 mm | 6,800 gr. | 6,650 gr. | 6,950 gr. | [D.P.R. 29/7/1981](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__500-lire-quirinale-dpr-29-7-81-gu-10-del-12-1-82.pdf) | | 500 lire Caravelle | 29,00 mm | 11,000 gr | 10,945 gr. | 11,055 gr. | [D.P.R. 4/3/1958](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__500-lire-argento-dpr-4-3-58-gu-80-del-2-4-58.pdf) | | 1000 lire Roma | 31,40 mm | 14,600 gr. | 14,527 gr. | 14,673 gr. | [D.P.R. 16/7/1970](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1000-lire-concordia-dpr-16-7-70-gu-215-del-27-8-1970.pdf) | | 1000 lire Turrita | 27,00 mm | 8,800 gr. | 8,500 gr. | 9,200 gr. | [D.T. 30/7/1997](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-1-1-tolleranze-di-peso__1000-lire-bimetalliche-decreto-30-luglio-1997-gu-197-25-08-1.pdf) | --- ## Tb – Errori di laminazione - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-2-tondelli-laminati/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Tb - Ultima modifica: 2026-03-24 ### INCLUSIONI NON METALLICHE (CD. “TONDELLI LAMINATI”) Anche nei processi più avanzati di preparazione delle leghe metalliche, l’omogeneità del prodotto risulta sempre alterata dalla presenza di particelle solide non metalliche, comunemente denominate “inclusioni non metalliche” o anche, semplicemente, “inclusioni”. Sulla natura, la forma, le dimensioni, la quantità e la distribuzione delle inclusioni influiscono: (i) le modalità di lavorazione (tipo di forno impiegato, materiali di carica, condotta del processo, etc.), (ii) le condizioni di solidificazione (durata della permanenza allo stato liquido prima della solidificazione, velocità di raffreddamento, etc.) e (iii) le successive operazioni di deformazione plastica (infatti durante la lavorazione a caldo del lingotto le inclusioni plastiche vengono più o meno allungate nel senso della lavorazione, quelle dure possono venire frantumate o, se sono molto piccole, come i nitruri, rimanere inalterate). In rapporto alla loro provenienza, le inclusioni vengono invece generalmente distinte in due grandi classi: (1) *inclusioni di natura endogena*, vale a dire quelle originate da reazioni che hanno avuto luogo nel metallo liquido o, soprattutto, durante la solidificazione e (2) *inclusioni di natura esogena*, vale a dire introdotte nelle lega metallica per via meccanica e provenienti quindi dai refrattari dei forni di fabbricazione, dai rivestimenti delle secchie di colata, etc., si distinguono dalle prime in quanto, generalmente, sono di maggiori dimensioni. Qui sopra si può apprezzare una moneta da 50 lire 1977 in cui le inclusioni si sono staccate prima della battitura “desquamando” la moneta sia al dritto che al rovescio (peso 5,78 grammi). Nella produzione dei tondelli, se sono presenti delle inclusioni nella lega, la stessa tende a desquamarsi e a sfaldarsi. In particolare, ciò avviene solitamente nella fase della laminazione – da qui anche la denominazione di “tondelli laminati” – dove le impurità vengono appiattite e sottoposte a maggiore pressione. Tuttavia, può anche accadere che le impurità rimangano intrappolate nel tondello e, sempre per effetto del processo di laminazione, le stesse vengano allungate ed assumano la forma di lunghe strisce, che talvolta vanno da un estremo all’altro del bordo della moneta. Qui sotto si può apprezzare un raro esemplare di una lira del 1936 con delle inclusioni non metalliche che hanno generato sia delle strisce da laminazione che delle sfogliature di metallo. Poi, quando la moneta viene battuta, se le inclusioni non metalliche si sono già staccate creando un avvallamento, l’impronta della moneta verrà trasferita anche in queste zone infossate, anche se la stessa solitamente sarà più debole ed evanescente, a seconda della profondità della cavità (cfr. prima lettera “A” della scritta “ITALIA” della moneta qui sopra). Invece, nel caso in cui l’inclusione non metallica sia ancora presente in fase di battitura può accadere che la stessa si stacchi durante o dopo questa fase creando delle aree scrostate o raschiate sulla superficie della moneta, degli avvallamenti, delle crepe, ovvero delle zone di metallo poroso. Nei casi più eclatanti, un’inclusione di una certa dimensione presente al centro del tondello può anche arrivare a spezzare in due la moneta. Si rileva che, in certi casi rari, può accadere che la sfogliatura di metallo distaccata rimanga sopra il tondello, solitamente in prossimità della zona da cui si è separata, e che venga battuta rimanendo intrappolata nella moneta. In questo caso si parla di moneta con sfogliatura da laminazione trattenuta. Qui sotto si può apprezzare un 5 centesimi 1941 impero con sfogliatura di metallo ripiegata e trattenuta. Si noti al rovescio la mancata formazione del bordo ad ore 05:00; ciò è dipeso dal fatto che la ripiegatura della sfogliatura ha reso più sottile il tondello in quel punto causando una riduzione della pressione di battitura. Quest’ultimi sono probabilmente gli errori da laminazione più rari e ricercati dai collezionisti ed in particolare se le impronte vengono battute sopra la sfogliatura di metallo trattenuta. Come detto, la presenza di inclusioni nella lega metallica può comportare anche la formazione di crepe o di sfogliature rettilinee che possono essere confuse dai collezionisti meno esperti per altre tipologie di errori di coniazione come le [fratture del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-1-frattura-del-conio/) ovvero le [fratture del tondello](https://www.erroridiconiazione.com/t-6-tondelli-con-frattura/). Qui sotto si può apprezzare una moneta da 50 centesimi 1940 (collezione Mosca Silvano) che presenta un’evidente sfogliatura rettilinea al dritto che talvolta viene denominata “frattura da laminazione”. Si noti la tipica forma allungata e retta dovuta appunto al processo di laminazione che tende a distendere e ad allungare il metallo. Naturalmente le monete “laminate” sono una diversa dall’altra in quanto la collocazione dell’inclusione, la sua composizione, la sua forma e l’eventuale distaccamento sono del tutto casuali. Inoltre, nei casi in cui le inclusioni si distacchino dal tondello, va osservato che il peso della moneta potrebbe essere inferiore al limite inferiore della tolleranza e la differenza dipenderà dalla grandezza dell’inclusione. Un fenomeno frequentemente osservabile sulle monete italiane in nichel quasi puro dei primi decenni del Novecento è la presenza di una fine puntinatura scura diffusa, spesso visibile su entrambe le facce del tondello. A prima vista, tali manifestazioni possono essere erroneamente interpretate come effetti di ossidazione superficiale o contaminazione ambientale. Tuttavia, un’analisi metallurgica più approfondita rivela una natura completamente differente. Il nichel, per sua natura, è un metallo estremamente stabile e poco reattivo agli agenti atmosferici; risulta pertanto improbabile che fenomeni ambientali possano generare una puntinatura così uniforme e diffusa senza alterare significativamente il resto della superficie. L’origine di questi punti deve invece essere ricercata nei limiti tecnologici dei processi metallurgici dell’epoca. Durante la fusione del nichel, che richiede temperature molto elevate, era inevitabile l’introduzione nel bagno metallico di micro-impurità provenienti dai crogioli, dai combustibili o dalle materie prime stesse. Particelle di carbonio, ossidi metallici o tracce di ferro rimanevano intrappolate nella struttura cristallina del metallo durante la solidificazione e la successiva laminazione. Per “disossidare” il bagno fuso si usava spesso il magnesio, ma il processo non era perfetto. Quando il metallo veniva colato e poi laminato in lastre, queste micro-particelle di carbonio, ferro e ossidi rimanevano intrappolate nel reticolo cristallino del nichel. In fase di coniazione, l’intensa deformazione plastica subita dal tondello poteva portare queste inclusioni a emergere in prossimità della superficie. Nel corso del tempo, tali micro-disomogeneità, chimicamente diverse dalla matrice di nichel, diventano sedi preferenziali di reazioni localizzate, spesso di natura galvanica, che ne determinano l’annerimento. Il risultato visivo è una distribuzione puntiforme di piccoli punti scuri, uniformemente diffusi sull’intera moneta. Si tratta, in sostanza, di un fenomeno intrinseco al materiale, una sorta di “impronta metallurgica” nota con il nome di “peppering” (“pepatura”). Qui sotto si può apprezzare un 20 centesimi Italia Librata con un’evidente “pepatura”. Infine, va osservato che la placcatura di alcune monete (es. 1, 2 e 5 *eurocent*) ha ridotto drasticamente i fenomeni di laminazione, anche se ha dato origine ad un’altra tipologia di errore ([errori di placcatura](https://www.erroridiconiazione.com/t-9-errori-di-placcatura-o-stratificazione/)). ### CILINDRI DI LAMINAZIONE “IMPASTATI” Come abbiamo visto, al fine di raggiungere lo spessore desiderato le lastre di metallo vengono poste all’interno di una laminatrice, vale a dire una macchina dotata di presse formate da quattro grandi cilindri compressori posti uno sopra l’altro (due di spinta e due di lavoro) e con delle pareti contenitive poste ai lati. Con uno o più passaggi, le barre di metallo vengono assottigliate e, per l’effetto contenitivo delle pareti laterali, si formano delle lunghe lastre metalliche. Al fine di conseguire una superficie ottimale e liscia, i cilindri di laminazione vengono lavorati con un macchinario chiamato “rettificatrice” che ha come utensile una mola a grana fine ed estremamente dura. Se questa lavorazione non viene effettuata a regola d’arte la superficie del cilindro può presentare una “rugosità” eccessiva che sulle lastre di metallo si manifesta sotto forma di sottilissime strisce superficiali. Inoltre, la superficie dei cilindri si può “alterare” anche durante il loro utilizzo. Infatti, nonostante i cilindri abbiano un’elevata durezza, la loro superficie deve essere frequentemente “pallinata” per recuperare la necessaria rugosità e il *grip* persi durante le fasi di laminazione. In leghe metalliche particolarmente lucide e duttili – come ad esempio l’italma – è molto frequente poter rilevare delle strisce superficiali dovute appunto alla rugosità dei cilindri di laminazione. Durante le operazioni di laminazione può anche accadere che delle sottilissime sfogliature superficiali di metallo si stacchino dalla lastra oppure dello sporco o del materiale estraneo si “attacchi” al cilindro di laminazione generando una cd. “impastatura”. L’impastatura del cilindro genera sulla lastra delle strisce ben visibili che possono assumere diverse colorazioni a seconda del materiale che si è attaccato al cilindro. Essendo sul cilindro, l’impastatura sarà “ricalcata” con ripetitività sulla lastra. Nell’immagine riportata sopra si può vedere una lastra di metallo che presenta un difetto di impastatura del cilindro di laminazione. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 10 lire 1991 (collezione Pietro Falco) che evidenzia al dritto una striscia superficiale bianca (freccia blu) dovuta ad un’impastatura del cilindro di laminazione e delle ulteriori strisce superficiali meno evidenti (cfr. freccia rossa) dovute ad un’eccessiva rugosità dei cilindri di laminazione. Da notare l’orientamento delle strisce che assume la stessa direzione (tenendo conto dell’asse alla francese) sia al dritto che al rovescio. ### INTERPOSIZIONE DI CORPI ESTRANEI TRA LA LASTRA ED IL CILINDRO DI LAMINAZIONE Durante il processo di laminazione può accadere che un oggetto o un corpo estraneo si interponga tra il cilindro di laminazione e la lastra metallica. Sotto la pressione dei cilindri, ciò andrà a generare una cavità sulla lastra e quindi sul tondello e sulla moneta. Tuttavia, la presenza di una cavità sulla moneta non è sempre attribuibile a questo fenomeno e l’individuazione della corretta causa che l’ha originata non è sempre agevole e richiede anche l’esame di altri fattori. In particolare, alcuni degli elementi che devono essere analizzati sono i seguenti: - *peso della moneta*: una cavità generata in fase di laminazione genera un peso del tondello inferiore. Naturalmente la differenza di peso dipenderà dall’ampiezza della cavità, per cui con riferimento a piccole cavità può accadere che la variazione di peso rientri comunque nei limiti di tolleranza; - *conformazione della cavità*: una cavità generata in fase di laminazione ha solitamente una forma allungata e presenta solitamente dei solchi “rettilinei” derivanti dall’effetto trascinamento del corpo estraneo ad opera del cilindro; - *impronte nella cavità*: se la cavità si origina in fase di laminazione ed è posizionata in un punto a cavallo con le impronte della moneta, si dovrebbero vedere delle tracce di tali impronte all’interno della cavità soprattutto nelle zone periferiche della cavità; - *evanescenza nella zona opposta*: nei casi di cavità ampie e profonde va osservata la moneta nel lato diametralmente opposto in quanto le cavità determinano un calo della pressione di battitura in quel punto e il completo trasferimento delle impronte potrebbe essere compromesso generando un’evanescenza. Questo è un chiaro segno che la cavità si è originata prima della battitura; - *assenza di sfogliature o inclusioni*: per escludere che la cavità si è originata da un’inclusione non metallica o da una bolla di gas che si è rotta, va analizzata la moneta al fine di escludere la presenza di sfogliature superficiali Qui sotto si può apprezzare una 50 lire 1996 che presenta una cavità al rovescio ad ore 11:30. La moneta presenta un peso (4,35 gr.) che è inferiore allo *stardard* (4,50 gr.) anche se all’interno del limite minimo di tolleranza fissato dal decreto ministeriale (4,30 gr.). Dentro la cavità si possono osservare dei solchi “rettilinei” (freccia rossa) derivanti dall’effetto trascinamento del corpo estraneo ad opera del cilindro. La moneta presenta un’evanescenza nel punto diametralmente opposto alla cavità (freccia blu). Non ci sono sfogliature di metallo o altri elementi che possano far pensare ad un “tondello laminato” oppure ad una soffiatura o bolla di gas rotta. Pertanto, l’ipotesi più probabile e verosimile è che la cavità si sia originata da un interposizione di un corpo estraneo in fase di laminazione. Ultimo aggiornamento: 26/03/2021 --- ## Tc – Errori di tranciatura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-3-errori-tranciatura/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Tc - Ultima modifica: 2022-03-17 ##### TONDELLI PIZZICATI Come abbiamo visto, i tondelli vengono ricavati da lunghe lastre di metallo che vengono perforate da un apposito macchinario denominato “pressa punzonatrice”, creando dei dischetti metallici circolari. Le lastre perforate (cfr. immagine qui sotto) che escono dalla pressa (cd. “cesaglie”) vengono poi a loro volta spezzate in piccoli frammenti e inviate nuovamente alle fornaci per essere fuse e riutilizzate. Come intuitivo, le lastre di metallo arrotolate in voluminose bobine sono molto lunghe e quindi molto pesanti. Pertanto, la pressa deve essere dotata di una forza propulsiva considerevole, tale da far scorrere in avanti tali lastre con la dovuta precisione e velocità. *Cesaglia con fori “accavallati”* **Cesaglia con fori “accavallati”** Infatti, la pressa è dotata di potenti motori che, oltre a srotolare, distendere e spingere la lastra, devono anche conferire alla stessa un movimento di tipo “*stop and go*” (a scatti), affinché la lastra di metallo scorra all’interno della pressa punzonatrice, venga perforata dai punzoni e la porzione di lastra appena forata liberi la zona di perforazione per lasciare spazio ad un’altra porzione di lastra da forare. Al fine di evitare che la lastra di metallo oscilli lateralmente, la pressa è inoltre dotata di apposite guide laterali che mantengono la giusta posizione. Questo è quello che normalmente accade se tutto va bene. Tuttavia, può succedere che questo processo non funzioni correttamente ed in particolare ciò può avvenire se la lastra di metallo avanza ad una velocità inferiore a quella prestabilita e quindi la perforazione avviene su una porzione di lastra già precedentemente forata. In questo caso i tondelli presenteranno un segmento curvo concavo (cd. ***tondelli pizzicati curvi***). Peraltro, può accadere che la lastra venga perforata a cavallo di due o più fori creando dei tondelli pizzicati curvi doppi o tripli. Come abbiamo visto, le lastre di metallo prima di essere inserite nella pressa punzonatrice (soprattutto nei modelli più vecchi) devono essere tagliate, per ridurne la larghezza della metà. Al riguardo, nell’operazione di taglio può accadere che il macchinario perda il controllo della lastra di metallo e che la stessa non venga recisa al centro, generando così una lastra con una larghezza inferiore al normale. Ora, se questa lastra viene inserita nella pressa punzonatrice, le guide laterali non saranno in grado di evitare delle oscillazioni e la lastra potrebbe spostarsi lateralmente facendo sì che i punzoni la trancino a cavallo del bordo, creando dei tondelli con un segmento retto (cd. ***tondelli pizzicati dritti***). Infine, si segnala un’ulteriore situazione da cui si può verificare questa tipologia di errore. Infatti, come sappiamo, le lastre di metallo vengono ottenute assottigliando dei lingotti grazie ad un macchinario denominato “laminatrice” che attraverso dei pesanti cilindri comprime il metallo fino a portarlo allo spessore desiderato. Queste operazioni di compressione fanno sì che le due estremità della lastra assumano una forma irregolare e certe volte più sottile. Prima di inserire la lastra all’interno della pressa punzonatrice, la stessa viene tagliata nella parte iniziale per conferirle una forma regolare. Invece, la parte terminale (al centro della bobina) non viene tagliata, in quanto la pressa punzonatrice viene solitamente fermata prima che tale parte terminale finisca nella zona di perforazione. In certi rari casi, può accadere che ciò non avvenga e che quindi anche tale porzione della lastra finisca sotto i punzoni creando dei tondelli con un segmento dalla forma irregolare (cd. ***tondelli pizzicati irregolari***). *Tondelli pizzicati curvi (n. 1), tondelli pizzicati dritti (n. 2) e tondelli pizzicati irregolari (n. 3)* **Tondelli pizzicati curvi (n. 1), tondelli pizzicati dritti (n. 2) e tondelli pizzicati irregolari (n. 3)** Le monete con il tondello pizzicato curvo sono piuttosto comuni, soprattutto nelle ipotesi meno rilevanti, vale a dire dove la porzione di metallo mancante è minima, mentre quelle con il tondello pizzicato dritto sono meno frequenti. Quelle con il tondello pizzicato irregolare sono molto rare. Al riguardo, si precisa che al fine di misurare la percentuale di porzione mancante, la tecnica più utilizzata consiste nel pesare la moneta e nel verificare la differenza di peso rispetto a quello *standard*. Pertanto, a titolo esemplificativo, se una moneta pesa ordinariamente 10 grammi e la moneta pizzicata pesa 9 grammi, ci si troverà di fronte ad una moneta pizzicata per il 10% (= (10 – 9) / 10). Inoltre, i collezionisti di errori di coniazione identificano solitamente la posizione della zona pizzicata utilizzando le ore di un orologio analogico. Le monete pizzicate sono solitamente molto criticate, in quanto si è portati a pensare che siano facilmente “ricreabili” al di fuori della zecca attraverso una tranciatura della moneta con appositi macchinari. Tuttavia, il processo di coniazione delle monete conferisce a questa tipologia di errori delle caratteristiche peculiari che nella maggior parte dei casi consentono di distinguere le monete autentiche da quelle artefatte. La prima caratteristica si può riscontrare in prossimità della zona pizzicata della moneta. Infatti, la presenza di quell’area “incompleta” fa sì che la moneta non aderisca perfettamente alla virola e conseguentemente, per effetto della pressione dei coni, in quella zona il metallo è libero di espandersi e tenderà leggermente a riempire il “vuoto”. Questo è il motivo per cui le monete che presentano una parte pizzicata non troppo ampia possono apparire come delle monete con una forma quasi “normale”. Pertanto, le monete con una “pizzicatura” perfettamente curva vanno analizzate molto bene e vanno identificati altri elementi distintivi (vedi *infra*), che ne testimonino la genuinità. *1 lira 1955 con pizzicatura diritta* **1 lira 1955 con pizzicatura diritta** L’espansione del metallo nella zona pizzicata determina una riduzione della pressione esercitata dai coni e quindi gli elementi della figura vicini a tale zona sono solitamente meno definiti e talvolta lievemente allungati e distorti come si può apprezzare nel centesimo 2002 riportato qui sotto. Si noti la distorsione delle stelle vicino alla “pizzicatura” (collezione Federico Finocchi). Inoltre, il contorno della zona pizzicata non sarà completamente liscio, ma in parte ruvido ed irregolare. In particolare, nei tondelli pizzicati curvi una parte del contorno della zona pizzicata sarà liscia, mentre un’altra parte sarà granulosa. La parte granulosa corrisponde al lato inferiore della lastra metallica da cui è stato ricavato il tondello (cfr. Figura 135). *Contorno moneta pizzicata curva* **Contorno moneta pizzicata curva** Infatti, quando il cono di tranciatura della pressa punzonatrice penetra la lastra di metallo, forza il tondello all’interno di un foro posto sulla base su cui scorre la lastra stessa. La pressione esercitata dalla pressa fa sì che il contorno liscio e tagliente del punzone tagli il lato superiore della lastra metallica, mentre la parte inferiore del tondello viene letteralmente “strappata” dalla lastra e spinta dentro il foro della base. La parte “strappata” è quella che genera la zona granulosa, che può essere più o meno ampia. Nei tondelli pizzicati dritti, il contorno potrà essere invece variabile (liscio, ruvido, granuloso, etc.)[1] a seconda della tecnica con cui la lastra di metallo è stata tagliata. Tuttavia, una delle caratteristiche essenziali è che la zona pizzicata deve essere dritta. Al riguardo, si osserva che nelle monete di più grandi dimensioni, per effetto del loro usuale maggiore spessore, tale zona sarà rigorosamente dritta. Invece, nelle monete più piccole ci potrebbe essere qualche leggera distorsione a causa dell’espansione del metallo dovuta alla pressione esercitata dalla battitura. Infine, nei tondelli pizzicati irregolari, il contorno pizzicato sarà solitamente molto ruvido e poroso, soprattutto laddove manchi una porzione rilevante del tondello. Talvolta, si possono riscontrare anche delle crepe o delle fessure. In certi casi, nella fase di orlettatura – operazione successiva alla tranciatura dei tondelli – il bordo del tondello pizzicato curvo può assumere una particolare forma in prossimità della zona tranciata, che non è possibile riprodurre qualora la moneta venga tranciata dopo la sua coniazione. Nello specifico si tratta di una scanalatura verso l’interno al termine del bordo, subito prima dell’area tranciata (cfr. figura A). Va ripetuto che non tutte le monete tranciate originali presentano questa particolare conformazione del bordo. Invece, nel caso in cui la moneta fosse tranciata dopo l’operazione di orlettatura, la zone terminale del bordo presenterebbe una scanalatura verso l’esterno (cfr. figura B). Qualora la moneta tranciata abbia quest’ultima tipologia di bordo, vanno identificate altre caratteristiche peculiari che ne dimostrino la genuinità. Qui sotto è riportato un tondello delle 100 lire I° tipo con una piccola pizzicatura curva dove si può apprezzare la particolare forma “rientrante” del bordo in prossimità della tranciatura. Un’ulteriore caratteristica che, in certi casi, si può riscontrare in questa tipologia di errore è il cd. *effetto Blakesley*, che prende il nome dal suo scopritore statunitense ed, in particolare, anche questo effetto sorge all’interno della macchina orlettatrice. Infatti, come abbiamo già analizzato, la macchina orlettatrice esercita una forte pressione sul contorno del tondello, comprimendolo in una specie di morsa, e le sue cavità a forma di “V” portano il bordo ad assumere una forma rialzata. Ora, nel caso di tondello pizzicato, la macchina orlettatrice non riuscirà ad esercitare la dovuta pressione nella zona pizzicata e ciò implica che il bordo posizionato nel punto diametralmente opposto alla cavità possa non rialzarsi e rimanere piatto. La presenza dell’effetto *Blakesley* è garanzia di autenticità della moneta, anche se è bene ribadire che lo stesso non è presente in tutte le monete con questa tipologia di errore. Ad esempio, nei metalli più duttili, la pressione esercitata dai coni può ricreare la porzione di bordo mancante e cancellare questo effetto. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 50 lire del 1978 che presenta una grande pizzicatura curva. Come si può facilmente notare, nella zona della moneta posizionata nella parte opposta a quella della tranciatura c’è una sorta di avvallamento del bordo e la superficie della moneta risulta più porosa; questo è il famoso effetto *Blakesley*. Pertanto, prima di acquistare una moneta con questa tipologia di errore, è opportuno verificare la presenza di una o più delle caratteristiche sopra descritte e, laddove non ci siano, è consigliabile consultare un esperto. Infine, si segnala una particolare variante di questa tipologia di errore: moneta bimetallica con tondello interno pizzicato. Come vedremo, i tondelli bimetallici sono ottenuti attraverso l’unione di due tondelli separati (disco centrale e la corona esterna). Ora, nel caso in cui il disco centrale presenti una “pizzicatura” curva, dritta o irregolare, la moneta bimetallica presenterà un foro nella zona centrale. Queste monete sono utili per gli studiosi di errori di coniazione perché consentono di analizzare la tecnica di assemblaggio dei due tondelli[2]. Qui sotto si può apprezzare una 500 lire 1988 con pizzicatura curva sul disco interno e una 1000 lire 1998 con pizzicatura dritta sul disco interno ### Tondello con tranciatura incompleta Per quanto riguarda il tondello con tranciatura incompleta, l’errore si verifica nell’ambito della regolazione della profondità di penetrazione della pressa punzonatrice. Infatti, la stessa deve essere regolata per far sì che il punzone penetri nella lastra di metallo ad una profondità tale da poter perforare completamente la lastra e separare il tondello appena tranciato. Tuttavia, la pressa va regolata con precisione in quanto una penetrazione troppo profonda implicherebbe al punzone un maggior tempo per ritirarsi, impedendo alla lastra di metallo di avanzare per la successiva perforazione, mentre una penetrazione poco profonda implicherebbe una non completa tranciatura del tondello che resterebbe quindi ancorato alla lastra di metallo. Pertanto, nella fase di regolazione della pressa punzonatrice, la stessa viene solitamente avviata ad una velocità inferiore a quella consueta e sulla parte iniziale della lastra di metallo vengono effettuati dei *test*per individuare la profondità di penetrazione più appropriata. Naturalmente una volta regolata correttamente la pressa, la porzione della lastra di metallo con i *test* di tranciatura viene tagliata e inviata nuovamente alle fornaci. Ora, può accadere che per errore la lastra di metallo con i *test*venga fatta retrocedere e venga quindi poi utilizzata per tranciare dei tondelli destinati alla coniazione. In questo caso la moneta che verrà coniata su quel tondello presenterà i segni più o meno marcati della tranciatura incompleta, da qui il nome “tondello con tranciatura incompleta”. **25 centesimi di dollaro canadese e 25 centesimi di peseta spagnola con tranciatura incompleta.** **La seconda moneta presenta una tranciatura incompleta del foro centrale.** Siccome in numerosi casi questa tipologia di errore risulta abbinata a casi di tondelli pizzicati, ci sono certi studiosi i quali ritengono che la stessa possa avvenire anche durante il normale processo di tranciatura dei tondelli e non solo nella fase di regolazione della pressa. Tuttavia, ad oggi non ci sono prove certe. In ogni caso, si tratta di errori di coniazione piuttosto rari e spesso si possono trovare sul mercato delle monete artefatte. Al riguardo, si segnala che nelle monete autentiche la tranciatura incompleta presenta le seguenti caratteristiche: 1. è chiara e sottile; 2. su entrambe le facce la figura della moneta non appare distorta; 3. penetra sulla superficie della moneta; 4. è visibile anche sul bordo; 5. ha la stessa curvatura della moneta; 6. è presente su entrambe le facce. Se una supposta moneta coniata su un tondello con tranciatura incompleta non presenta queste caratteristiche è opportuno consultare un esperto per verificarne l’autenticità. ### Tondello ovale o crescente Una variante molto rara di questa tipologia di errore è il cd. tondello ovale o crescente. Come nel precedente caso, si suppone che lo stesso si verifichi nella fase di regolazione della pressa punzonatrice e sempre nell’ipotesi in cui la lastra con i *test* di tranciatura venga fatta retrocedere e che quindi venga poi utilizzata per tranciare dei tondelli destinati alla coniazione. Ora, se la pressa punzonatrice trancia la lastra a cavallo di due precedenti tracce di tranciatura si può formare: - un tondello con due tracce di tranciatura incompleta; ovvero - un tondello con la forma ovale ed un tondello con la forma crescente, soprattutto nel caso in cui la prima tranciatura era particolarmente profonda. Un’ulteriore teoria, forse più accreditata, ipotizza che questa tipologia di errore possa verificarsi quando un tondello appena tranciato non viene separato dalla lastra di metallo e rimane dentro il foro da cui è stato ricavato (vedi figura qui sopra). Se poi la pressa punzonatrice per qualsiasi motivo si inceppa ed avanza più lentamente, può accadere che quel tondello venga tranciato nuovamente creando quindi un tondello ovale ed un tondello crescente. Se il tondello ovale viene coniato all’interno della virola, può riportare (solo) in un lato l’eventuale godronatura o legenda del contorno. E’ inoltre importante sottolineare che questa tipologia di errore presenta alcune delle caratteristiche dei tondelli tranciati ed in particolare il bordo interno rientrante e l’espansione del metallo nella zona priva di bordo. **10 lire Ulivo con tondello ovale** Qui sopra è possibile apprezzare una rara moneta da 10 lire ulivo (anno ignoto) coniata su un tondello ovale. Si noti la forma leggermente deformata della curvatura senza bordo causata dall’espansione del metallo per effetto della pressione esercitata dai due coni e si noti anche la parte terminale del bordo leggermente rientrante, tipica di questa tipologia di errori. Inoltre, la moneta presenta il contorno liscio lungo il bordo il rilievo e il contorno con legenda in incuso lungo il bordo “piatto”. Un’ulteriore elemento che caratterizza questi errori è il fatto che, essendo parzialmente tranciato, il tondello oppone meno resistenza ai coni e questo determina una maggiore forza di battitura. Ciò comporta che nella zona periferica del tondello a contatto con la virola si generi un bordo rialzato sottile, tipico delle [battiture forti](https://www.erroridiconiazione.com/b-13-battitura-debole-o-forte/). **1 cent canadese con tondello crescente** Infine, anche il tondello crescente può finire nell’area di battitura ed essere coniato. Come per il tondello ovale, il contorno può riportare (solo) in un lato l’eventuale godronatura o legenda. Qui sopra è riportato 1 cent canadese 1980 con tondello crescente. Per distinguerlo dal tondello pizzicato curvo, il tondello crescente deve avere una mancanza di metallo di almeno il 75%. Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2021 \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Nelle monete del Regno e della Repubblica Italiana le monete con pizzicatura diritta presentano, nella maggior parte dei casi, il contorno liscio e leggermente appuntito (ovviamente solo nella zona pizzicata). [2] Una moneta da 500 lire bimetallica con tondello centrale pizzicato è stata riportata nel numero speciale autunno della rivista Cronaca Numismatica n. 10/1999 a cura dello studioso Mario Traina. --- ## Td – Errori su tondelli bimetallici - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-4-errori-bimetallici/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Td - Ultima modifica: 2021-10-20 Le monete bimetalliche destinate alla circolazione, vale a dire le monete coniate su un tondello composto da due metalli o leghe differenti, sono state introdotte per la prima volta nel 1982, e proprio in Italia, anche se si conosco delle monete bimetalliche sperimentali risalenti anche ad alcuni secoli prima. In Italia la prima moneta bimetallica è stata la moneta da 500 lire, introdotta appunto a partire dal 1982. L’impiego di due metalli è nato dall’esigenza di rendere più difficoltosa la falsificazione e quindi di poter usare le monete metalliche anche per valori facciali più elevati. Come intuitivo, il tondello è composto dall’unione di due distinti tondelli: il tondello o corona esterna in acmonital, con un foro al centro (prodotto dalla società Nuova Sias S.p.A.) ed il tondello interno o disco centrale in bronzital (prodotto da La Metalli Industriale S.p.A.), di dimensioni leggermente inferiori al foro del tondello esterno. In particolare, si precisa che la corona esterna può essere prodotta in vari modi. Un primo sistema prevede la produzione di un normale tondello, al quale viene poi praticato un foro al centro con una macchina perforatrice. Invece, in base ad un secondo sistema, la corona esterna viene prodotta da una speciale macchina punzonatrice che – grazie a dei coni di tranciatura di diametro differente posti in successione – effettua prima il foro centrale sulla lastra di metallo e poi perfora la corona esterna. Il disco centrale di scarto viene solitamente inviato alle fornaci per essere rifuso e quindi riutilizzato, anche se esistono delle tecniche per riutilizzarlo come “cuore” del tondello interno “a strati” ovvero come tondello per una moneta più piccola. Ad esempio, il disco centrale di scarto delle 500 lire è stato utilizzato come tondello per le 50 lire “micro”. Sebbene non si abbiano certezze, al momento l’ipotesi più verosimile è che la corona esterna delle 500 lire fosse prodotta con il secondo sistema qui descritto. Inoltre, è probabile che contestualmente alla creazione del foro centrale venisse prodotta anche la linguetta di metallo (anello di calettatura) posta all’interno della corona esterna (cfr. *infra*) e che ha la funzione di saldare l’unione tra i due tondelli. Ciò premesso, esistono varie tecniche per assemblare insieme i due tondelli e gli errori di coniazione di monete bimetalliche hanno consentito indirettamente uno studio più approfondito di queste tecniche. A titolo esemplificativo, la tecnica utilizzata per i tondelli delle 500 lire fu inventata dall’ing. Nicola Ielpo (ex direttore della Zecca Italiana), con brevetto internazionale del 1982 registrato a nome dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (scaricabile [qui](https://www.erroridiconiazione.com/risorse/)), e consiste in un particolare sistema di aggraffaggio che può resistere a carichi di sfilamento molto elevati. E’ interessante ricordare che dal 17 al 19 maggio 1982 si è svolta a Lisbona la XII Conferenza dei direttori delle zecche europee ed extra-europee. In quella occasione è stata ufficialmente presentata la moneta bimetallica da 500 lire. A tutti i partecipanti è stato distribuito un elegante astuccio contenente il “trittico” – vale a dire la corona esterna, il tondello interno e la moneta assemblata e coniata – di cui ne sono stati emessi 1.000 esemplari (cfr. foto seguente). Tornando ora alla tecnica di produzione di questa tipologia di moneta, come già anticipato, lungo il foro centrale dell’anello esterno veniva creato un anello di calettatura che, per effetto del fenomeno di espansione del metallo causato dalla pressione esercita dall’assemblaggio prima e dalla battitura dei coni poi, era destinata ad essere avvolta dal metallo del tondello interno. Inoltre, al fine di evitare che il tondello centrale potesse ruotare, nel tempo sono stati introdotti due particolari sistemi di aggraffaggio. In base ad un primo sistema adottato dal 1982 al 1985/1986, nell’anello di calettatura venivano creati 8 piccoli dentini posti a 45° che con l’assemblaggio prima e la battitura poi penetravano nel tondello interno in bronzital saldando l’unione dei due tondelli. Probabilmente questo sistema si è dimostrato non del tutto soddisfacente e dopo alcuni anni è stato sostituito da un secondo sistema di aggraffaggio. In base al secondo sistema di aggraffaggio, nell’anello di calettatura venivano creati delle scanalature o slot che con l’assemblaggio prima e la battitura poi venivano avvolte dal metallo del tondello interno in bronzital saldando l’unione dei due tondelli. In particolare, si conoscono tondelli che presentano due slot posti a 180° in una posizione diametralmente opposta nelle due facce e tondelli con tre slot posti a 120° e sempre in una posizione diametralmente opposta nelle due facce. *Figura 150 – Sulla destra moneta da 500 lire fortemente decentrata, che consente uno studio della tecnica di assemblaggio dei due tondelli. Si vedono chiaramente sia la sporgenza dell’anello esterno sia le scanalature* **Figura 150 – Sulla destra moneta da 500 lire fortemente decentrata, che consente uno studio della tecnica di assemblaggio dei due tondelli. Si vedono chiaramente sia la sporgenza dell’anello esterno sia le scanalature** Inoltre, il tondello interno presenta una sorta di “bombatura” (viene formata nella fase di assemblaggio del tondello) che sotto la pressione del conio dovrebbe distendersi e coprire la discontinuità tra i due tondelli. La tecnica ad “incastro” sopra illustrata, seppure indubbiamente innovativa, ha tuttavia evidenziato alcuni difetti, principalmente causati dall’anello di calettatura della corona esterna. Infatti, accadeva abbastanza di frequente che la moneta coniata presentasse una fessura tra i due tondelli che, in certi casi, comprometteva anche il trasferimento di certi elementi dell’impronta ed in particolare la data. Ad esempio, ci sono certe monete del 1988 che, a causa della data “tagliata” da una fessura, sembrano riportare un millesimo dell’anno 1000. Questo difetto è dovuto appunto al fatto che la presenza dell’anello di calettatura richiedeva un tondello interno abbastanza più piccolo del foro della corona esterna e, di conseguenza, ciò determinava che in certi casi (es. battitura con una pressione leggermente inferiore del normale o errata doppia convessità della superficie del conio) il metallo del tondello interno non si congiungesse con il metallo del tondello esterno. Un altro esempio noto sono le 500 lire 1993 Banca d’Italia con la cifra “1” della data “1893” mancante a causa della non felice posizione della predetta cifra nel conio (cfr. immagine qui sopra)[1]. Infatti, il caso ha voluto che la cifra “1” fosse posizionata proprio sopra la fessura tra i due tondelli. Una volta accortasi dell’errore, la Zecca ha provveduto a modificare il conio della moneta rimpicciolendo le date e ravvicinandole rispetto al monogramma della Banca d’Italia. Un ulteriore difetto che è possibile riscontrare sulle 500 lire è il cd. “doppio bordo interno” (cfr. immagine qui sotto). L’origine di tale anomalia non è certa, ma da ricerche recenti l’ipotesi più plausibile è che la stessa derivi da una deformazione plastica della superficie del conio per usura. Nelle 500 lire tale “doppio bordo” si manifesta anche nel tondello interno, in quanto il conio presenta una doppia convessità. Oltre a queste problematiche, la presenza della sporgenza favoriva anche l’accavallamento del tondello interno sull’anello esterno creando una tipologia di errore abbastanza frequente nelle monete da 500 lire (cfr. *infra*). Per la coniazione dell’altra moneta bimetallica in lire (1000 lire) emessa in circolazione nel 1997, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha utilizzato un’altra tecnica per assemblare i due tondelli, registrata con brevetto internazionale del 1992 (scaricabile [qui](https://www.erroridiconiazione.com/risorse/)) e inventata sempre da Nicola Ielpo e Pietro Patarini. Tale tecnica si è dimostrata più efficace rispetto alla precedente e il suo studio è stato possibile grazie ad alcuni esemplari che presentano il tondello interno pizzicato. In particolare, la tecnica prevedeva di creare un solco lungo il contorno interno della corona esterna, simile a quello presente nel contorno delle monete da due centesimi di euro. Inoltre, per evitare che l’anello interno potesse ruotare una coniata, tale solco veniva effettuato in modo discontinuo. Infine, sul tondello interno veniva creata una lieve sporgenza che, per effetto della pressione esercitata dai due coni, si espandeva fino a riempire i solchi. Un’ulteriore tecnica simile, utilizzata ad esempio per le monete da uno e due euro, è quella di creare un solco nel tondello centrale (cfr. immagine qui sotto), invece che sulla corona esterna, in modo tale che, a seguito della battitura, il metallo dell’anello esterno possa espandersi al suo interno ed unire insieme i due tondelli. *Figura 151 – 2 sterline 2007 del Regno Unito, l’anello esterno pizzicato lascia intravedere l’anello interno. Fonte: Errorscope n. 5/2014* **Figura 151 – 2 sterline 2007 del Regno Unito, l’anello esterno pizzicato** **lascia intravedere l’anello interno. Fonte: Errorscope n. 5/2014** Come già anticipato, l’assemblaggio dei due tondelli avveniva nella fase di battitura attraverso uno speciale meccanismo di alimentazione dei tondelli basato su un disco rotante e che è stato descritto dallo stesso Ielpo in un suo libro[2] (meccanismo delle 500 lire). In particolare, i due tondelli (anello esterno e tondello interno) venivano alimentati in una pressa meccanica attraverso dei tubi posti verticalmente. Nel caso dei tondelli bimetallici, c’erano ovviamente due tubi: uno per il tondello esterno ed uno per il tondello interno. Sotto questi due tubi c’era un disco rotante composto da tante lastre di metallo con all’estremità una rientranza sagomata a forma di semicerchio, volta ad accogliere i tondelli (cfr. Figura 152). *Figura 152* **Figura 152** Nello specifico, in primo luogo, veniva fatto scendere la corona esterna e, con un movimento rotatorio, lo stesso veniva portato sotto il secondo tubo da cui scendeva il tondello centrale, di dimensioni leggermente inferiori al foro della corona esterna. A questo punto i tondelli venivano assemblati attraverso una leggera compressione con un particolare stampo sagomato che faceva incastrare i due tondelli e che formava la “bombatura” descritta sopra (qui sotto è riportata l’immagine del tondello assemblato). Una volta assemblato, il tondello veniva portato dentro la virola della pressa monetaria dove veniva battuto dai due coni ed unito in modo permanente, salvo ovviamente manomissioni. Da quanto risulta da un’[intervista](https://www.erroridiconiazione.com/files/t-4-errori-bimetallici__intervista-direttore-zecca-2011.pdf) del 2011 rilasciata dall’ex direttore della Zecca dott. Angelo Rossi, in una fase successiva è stato possibile integrare le due fasi del processo, assemblando e coniando la moneta allo stesso momento e la ditta Schuler realizzò una pressa monetaria in grado di compiere questa operazione. Questo è quello che accadeva normalmente, ma come intuitivo questo complesso processo in determinati casi poteva fallire e si potevano quindi formare degli errori che andremo a descrivere nel prosieguo. ### Tondello interno decentrato Una prima tipologia di errore consiste nell’errata perforazione della corona esterna. Infatti, a seconda della tecnica utilizzata per produrre la corona esterna, può accadere che il foro destinato a contenere il tondello interno non venga effettuato al centro del tondello oppure che la tranciatura finale della corona esterna non sia centrata rispetto al foro. ### Tondello interno a cavallo della corona esterna (cd. “occhio di bue”) Per le motivazioni che andremo qui di seguito ad analizzare, il tondello centrale può non posizionarsi correttamente all’interno del foro della corona esterna, bensì a cavallo tra il foro e la corona esterna[3]. Quando i due coni batteranno questo tondello mal assemblato, il metallo del tondello interno andrà in parte a coprire la corona esterna, formando una specie di “sbavatura”, vale a dire il metallo del disco centrale che copre il metallo della corona esterna. Le cause di questo errore possono essere le seguenti: 1. rottura o malfunzionamento di uno dei coni di tranciatura e conseguentemente il foro della corona esterna potrebbe avere un diametro inferiore a quello *standard*, impedendo al tondello centrale di entrare completamente all’interno del foro; 2. nella fase di assemblaggio può accadere che il tondello interno non cada esattamente dentro il foro della corona esterna posizionandosi “a cavallo” tra il foro e la corona esterna. Inoltre, se l’assemblaggio non unisce completamente il tondello interno con la corona esterna, può accadere che il tondello interno si sposti e si collochi quindi “a cavallo” tra il foro e l’anello esterno; 3. il tondello interno può avere una forma irregolare, che non gli consente di entrare completamente all’interno del foro. La causa più frequente è sicuramente la seconda. Vediamo ora un po’ più nel dettaglio la dinamica di questo errore dovuto alla causa *sub* ii. con la ricostruzione grafica riportata qui sopra. Al riguardo si segnala che la moneta sulla destra della ricostruzione grafica è solo a titolo illustrativo, in quanto non corrisponde alla dinamica riportata a fianco, visto che la sbavatura del tondello interno è sul rovescio e non sul diritto. Come si può vedere dall’immagine sopra riportata, nel punto in cui si accavallano i due tondelli si formano due sbavature: (A) la sbavatura del tondello interno che solitamente è più marcata in quanto soggetta ad una pressione maggiore e (B) la sbavatura della corona esterna che solitamente è meno marcata e fa assumere all’anello centrale una forma ovale. Questa tipologia di errori – noti con il termine “occhi di bue” – può presentare vari gradi di accavallamento del tondello interno. Il **primo grado di accavallamento** (prima moneta da sinistra) è quello più lieve, in cui il tondello interno si accavalla “solo” con la sporgenza/linguetta di metallo posta nella parte interna della corona esterna. La seconda moneta da sinistra è un “occhio di bue” con un **accavallamento di secondo grado** che coinvolge solo metà della corona esterna. La terza moneta da sinistra è un “occhio di bue” con un **accavallamento** **di terzo grado** che coinvolge tutta la corona esterna fino al bordo della moneta. Infine, l’ultima moneta è un “occhio di bue” con un **accavallamento** **di quarto grado**, quello più rilevante che oltre a coinvolgere tutta la corona esterna avvolge anche parte del contorno della moneta e solitamente presenta una fessura più o meno ampia tra il tondello interno e la corona esterna. Più elevato è il grado di accavallamento e maggiore sarà la rarità della moneta e quindi il suo valore. Una collezione di occhi di bue può essere quindi organizzata in base ai gradi di accavallamento del tondello interno e alla direzione della sbavatura. *Figura 154 – 2 euro 2003 Italia con tondello centrale a cavallo* **Figura 154 – 2 euro 2003 Italia con tondello centrale a cavallo** Naturalmente, questo errore – come del resto anche gli altri descritti nel presente paragrafo – si verifica anche nelle monete in euro bimetalliche e sono estremamente ricercate dai collezionisti, soprattutto se riguarda le monete da 2 euro commemorative. ### Rottura dello stampo di rastremazione Come abbiamo analizzato sopra, il sistema di aggraffaggio della corona esterna con il tondello interno delle 500 lire era basato sulla produzione di otto dentini oppure di 2-3 slot sull’anello di calettatura. Ciò veniva fatto da una pressa su cui veniva montato uno stampo di rastremazione. Lo stampo “schiacciava” il bordo interno della corona esterna e creava quindi l’anello di calettatura con gli otto dentini o con gli slot. In certi casi poteva accadere che lo stampo si rompesse nella zona periferica, quella soggetta a maggiore stress, ed in particolare nel punto in cui si formavano i dentini o gli slot. Nell’immagine qui sopra è possibile apprezzare una 500 lire 1993 con una piccola appendice al rovescio nella parte interna della corona esterna (freccia blu) che è stata causata dalla rottura marginale dello stampo di rastremazione in prossimità di uno dei tre slot. Le trecce verdi indicano gli altri due slot posizionati a 120°. ### Coniazione della sola corona esterna Come abbiamo visto, la dinamica di assemblaggio del tondello bimetallico prevede l’unione della corona esterna con il tondello centrale all’interno della pressa monetaria. In particolare, in primo luogo, viene fatto cadere da un primo tubo la corona esterna e, con un movimento rotatorio, lo stesso viene portato sotto il secondo tubo da cui cade il tondello centrale, di dimensioni leggermente inferiori al foro dell’anello esterno. A questo punto i tondelli vengono assemblati attraverso una leggera battitura lungo l’area esterna del tondello interno che fa incastrare i due tondelli e che forma la “bombatura” descritta sopra. Nell’ambito di questa dinamica può succedere che il tondello centrale non scenda all’interno del foro della corona esterna oppure si posizioni a cavallo della corona esterna per poi uscire prima di entrare nella camera di battitura. Se ciò accade, ad essere coniato sarà solo l’anello esterno. La pressione esercitata dai due coni farà espandere il metallo verso l’interno, trasferendo alla corona esterna elementi dell’impronta della moneta che solitamente vengono coniati sul tondello interno. Questa è una caratteristica fondamentale che distingue questa tipologia di errore dalle monete artefatte ricavate estraendo da una “normale” moneta il tondello centrale (si osserva che questa tipologia di errore è molto interessante perché consente di analizzare il meccanismo di incastro dei due tondelli). La presenza di un foro all’interno della corona fa anche sì che il tondello opponga una minore resistenza ai due coni e di conseguenza la pressione di battitura è generalmente superiore a quella di un normale tondello. Questo spiega come mai le corone esterne coniare presentano il bordo periferico rialzato, come una sottile linguetta di metallo, caratteristica tipica delle [battiture forti](https://www.erroridiconiazione.com/b-13-battitura-debole-o-forte/). ### Coniazione del solo tondello interno Questa tipologia di errore può capitare quando ad essere coniato sia solo il disco centrale, perché ad esempio la corona esterna per un malfunzionamento non è scesa correttamente sul disco rotante. In questo caso, siccome il tondello centrale non è cinto dalla virola, la pressione esercitata dai due coni tende ad appiattire molto il tondello, facendo espandere notevolmente il metallo. In certi casi, se il tondello si posiziona a contatto con la virola, può essere presente anche qualche segno di zigrinatura del contorno. *Figura 156 – 500 lire in cui è stato coniato solo l’anello interno* **Figura 156 – 500 lire in cui è stato coniato solo l’anello interno** ### Coniazione della corona esterna senza foro (cd. monete monometalliche) Questa tipologia di errore avviene quando il tondello destinato a creare l’anello esterno non viene perforato e quindi non presenta il foro destinato ad accogliere il tondello centrale. Pertanto, in questo caso, la moneta non sarà più ovviamente bimetallica, bensì “monometallica”. Si tratta di un errore molto raro e ricercato e molto spesso manomesso attraverso delle operazioni di galvanizzazione. Pertanto, un aspetto fondamentale che deve essere verificato per accertarsi che la moneta sia realmente monometallica è il peso. Una 1000 lire battuta su tondello monometallico in bronzital deve pesare circa 8,25 grammi, anzichè 8,80 grammi (il bronzital ha un peso specifico inferiore al cupro-nichel), mentre una 500 lire battuta su un tondello monometallico in acmonital deve pesare circa 6,35 grammi, anzichè 6,80 grammi (l’acmonital ha un peso specifico inferiore al bronzital). *Figura 157 – 1000 lire 1998 monometallica* **Figura 157 – 1000 lire 1998 monometallica** \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Questo errore è stato recensito nella rivista Cronaca Numismatica n. 196/2007 a pag. 15. [2] Nicola Ielpo, *La fabbrica del denaro*, Texmat, 2008. [3] Una moneta da 500 lire bimetallica con questa tipologia di errore è stata riportata nel numero speciale autunno della rivista Cronaca Numismatica n. 10/1999 a cura dello studioso Mario Traina. --- ## Te – Danneggiamento del tondello - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-5-danneggiamento-del-tondello/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Te - Ultima modifica: 2021-10-20 ### Tondello con bordo ripiegato Infine, una terza tipologia di errore generato da un malfunzionamento della pressa punzonatrice è il cd. “tondello con bordo ripiegato”. In particolare, questo errore di coniazione si può formare a seguito di una rottura marginale, vale a dire lungo il bordo, di uno dei coni di tranciatura della pressa punzonatrice. In questo caso, quando il punzone rotto andrà a perforare la lastra di metallo formando il tondello, lo stesso presenterà una sorta di linguetta di metallo rialzata in prossimità del punto corrispondente alla zona difettosa del punzone (cfr. Figura 144). Successivamente quando questo tondello del primo tipo verrà sottoposto all’operazione di orlettatura, la linguetta di metallo si ripiegherà verso l’interno sopra la superficie del tondello. Infine, quando questo tondello verrà battuto dai coni della pressa monetaria, la linguetta di metallo verrà appiattita più o meno allo stesso livello della superficie del tondello e, in certi casi, potrebbe riportare anche parte delle impronte. Pertanto, questo errore per formarsi completamente richiede l’intervento di tre diverse macchine: la pressa punzonatrice, la macchina orlettatrice e la pressa monetaria. Proprio per questo motivo, sebbene lo stesso punzone rotto possa produrre più tondelli difettosi, questo errore non sarà mai identico nelle monete prodotte da tali tondelli e la sua collocazione sarà ovviamente casuale, in quanto dipende da come il tondello si posizionerà all’interno della virola nella fase di battitura. Al fine di poterlo distinguere da altre tipologie di errori – ed in particolare dalla [rottura marginale del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-2-rottura-marginale/) – è opportuno evidenziare le caratteristiche principali di questa particolare forma di errore: 1. la moneta presenta lungo il bordo un’area leggermente rialzata che inizia in un punto del bordo e termina in un altro punto del bordo; 2. il bordo della moneta è completamente formato, solitamente anche lungo la predetta area rialzata. Tuttavia, se la linguetta di metallo è molto piccola, la stessa non avrà sufficiente metallo per formare il bordo, il quale potrebbe essere più sottile del normale; 3. all’estremità dell’area rialzata c’è una sorta di dislivello che la separa dalla superficie della moneta. Qui sopra si può apprezzare un raro tondello che presenta una piccola linguetta di metallo. Gli esemplari con un’area rialzata ampia e con parte delle impronte coniate sopra il bordo ripiegato sono quelli più rari e ricercati. L’errore si può riscontrare sia al dritto che al rovescio. Inoltre, siccome la moneta presenta un peso e una forma regolare, questa tipologia di errore normalmente sfugge a tutti i controlli di qualità e si può teoricamente trovare tra le monete in circolazione. *A sinistra 20 centesimi del 1942 con bordo ripiegato e ultima cifra della data coniata parzialmente sopra. A destra 20 centesimi del 1941 con bordo ripiegato particolarmente evidente e ampio* **A sinistra 20 centesimi del 1942 con bordo ripiegato e ultima cifra della data coniata parzialmente sopra. A destra 20 centesimi del 1941 con bordo ripiegato particolarmente evidente e ampio** Infine, va segnalata una tipologia di errore – denominata “sbavatura del bordo” o “bordo danneggiato ante battitura” – molto simile e che coinvolge sempre il bordo della moneta, ma che tuttavia ha una dinamica molto differente, in quanto non deriva da un’errata punzonatura. Infatti, il tondello viene ritagliato e orlettato regolarmente, ma lungo il processo di coniazione, prima di essere battuto, lo stesso viene danneggiato sul bordo formando una piccola scheggia o linguetta di metallo che rimane fissata al tondello. Il danneggiamento può verificarsi per il contatto con gli altri tondelli o più spesso perché il tondello si impiglia nei cassoni o nei nastri trasportatori. Se poi questo tondello arriva alla pressa, la scheggia o la linguetta di metallo può essere compressa sulla superficie della faccia della moneta, similmente all’errore precedente. Tuttavia, in questo caso il bordo, e spesso anche il contorno, non sarà perfettamente formato, ma mostrerà generalmente i segni del danneggiamento e solitamente presenterà una forma più affusolata e meno regolare. *20 lire 1982 con sbavatura del bordo* **20 lire 1982 con sbavatura del bordo** Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2021 --- ## Tf – Tondelli con frattura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-6-tondelli-con-frattura/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Tf - Ultima modifica: 2021-10-20 Questa tipologia di errore è dovuta al fatto che il tondello presenta un metallo meno malleabile e quindi più fragile dello standard prefissato al punto da generare delle fratture o crepe che normalmente partono dal contorno fino ad espandersi al campo della moneta. Nei casi più rilevanti la frattura determina una divisione completa della moneta. Come già visto, ciò si può verificare anche i tondelli laminati, solo che mentre in quest’ultimo caso la separazione avviene lungo il piano orizzontale, nel caso dei tondelli fratturati la divisione avviene lungo il piano verticale. Normalmente, la frattura coinvolge entrambi i lati della monete (dritto e rovescio) anche se in rari casi – come la moneta di seguito riportata – può coinvolgere solo un lato. Questa maggiore fragilità del metallo può essere dovuta a diversi fattori tra i quali si ricordano qui di seguito i principali: - degli agenti contaminanti entrano erroneamente nella lega metallica rendendo il metallo anormalmente duro e fragile; - la lega metallica non viene amalgamata in modo omogeneo e quindi il tondello può presentare delle concentrazioni dei singoli metalli in proporzioni differenti rispetto a quelle prefissate; - una ricottura non effettuata in modo corretto (es. temperatura troppo bassa). La frattura o crepa del tondello si può originare prima, durante o dopo la battitura. Quando si verifica prima della battitura, in prossimità della frattura il contorno, il bordo o le impronte possono presentare delle leggere anomalie (es. evanescenze, mancanze, deformazioni e allungamenti delle impronte, etc.). 5 centesimi 1940 con tondello fratturato prima della battitura. Si noti la deformazione del bordo in prossimità della lettera “E” 200 lire 1989 decentrate e con tondello fratturato (cfr. lungo il collo al dritto e a sinistra della bandiera al rovescio). Probabilmente la frattura del tondello si è verificata in fase di battitura in quanto le monete decentrate sono sottoposte ad una maggiore pressione Questa tipologia di errore – soprattutto dai collezionisti meno esperti – viene spesso confusa con una [frattura del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-1-frattura-del-conio/) oppure con una frattura di un [tondello laminato](https://www.erroridiconiazione.com/t-2-tondelli-laminati/). Nella moneta che segue (2 centesimi 1905) è possibile apprezzare la differenza tra una frattura sul conio (1) ed un tondello fratturato (2). --- ## Tg – Errori sullo spessore - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-7-errori-sullo-spessore/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Tg - Ultima modifica: 2021-10-20 ### Tondelli sottili o spessi Sempre nella fase della laminazione si può generare un’altra tipologia di errore ed in particolare uno spessore della lamina metallica non conforme agli *standard* (più sottile o più spesso). In primo luogo, ciò può dipendere da un’errata regolazione della macchina che può essere impostata per generare uno spessore del metallo diverso da quello *standard* oppure dal fatto che i tondelli sono stati ritagliati dalla testa o dalla coda della lunga lastra di metallo. A tale ultimo riguardo, sebbene la macchina sia stata impostata correttamente, va rilevato che nella parte iniziale e finale della lastra il metallo tende ad allungarsi maggiormente in quanto è libero di espandersi. Pertanto, in quei punti la lastra può essere leggermente più sottile. Anche per questo motivo, i primi e gli ultimi tondelli tranciati dalla macchina punzonatrice vengono normalmente scartati. In secondo luogo, può accadere che, sebbene la lastra sia stata laminata correttamente, nella pressa punzonatrice venga inserita una bobina di metallo sbagliata. Infatti, come abbiamo già avuto modo di osservare, le lastre di metallo vengono immagazzinate arrotolate in grandi bobine, che di solito hanno tutte lo stesso diametro (per essere più facilmente trasportabili), anche se lo spessore (e quindi la lunghezza) della lastra può essere differente, ad esempio perché destinate a due tipi di tondelli diversi. Ora, siccome nelle monetazioni di molti Paesi è frequente che più monete siano fatte dello stesso metallo sebbene con spessore diverso (es. le 50 e le 100 lire oppure 10, 20 e 50 centesimi di euro), può capitare che la bobina sbagliata venga inserita nella pressa punzonatrice. In tal caso, il tondello potrebbe avere un diametro e una composizione metallica corretta, ma uno spessore più sottile o più spesso dello *standard*. Si tratta di errori molto rari, in quanto, oltre a derivare da cause fortuite e non frequenti, lo spessore delle lastre ed il peso dei tondelli è sottoposto a rigidi controlli. Inoltre, va tenuto conto che nelle monete in circolazione eventuali variazioni nello spessore nell’ordine del 5%-10% possono derivare da un normale processo di usura. --- ## Th – Errori su tondelli forati - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-8-errori-su-tondelli-forati/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Th - Ultima modifica: 2021-10-20 Al momento in Italia non sono mai state coniate monete destinate alla circolazione con un foro al centro del tondello, mentre in altri Stati sono oppure erano molto comuni (es. Francia, Danimarca, Giappone, etc.). Tuttavia, durante il Regno d’Italia ci sono stati dei casi di monete di prova con il foro. *Figura 158 – Prova di 10 centesimi 1915* **Figura 158 – Prova di 10 centesimi 1915** Il foro non ha una particolare funzione, se non probabilmente quella di rendere la moneta più facilmente distinguibile dalle altre in circolazione. Peraltro, la presenza del foro fa sì che il metallo necessario sia ovviamente inferiore e conseguentemente questa tipologia di moneta può tornare utile in particolari periodi di crisi, ad esempio in periodi di guerra. Come viene effettuata la perforazione? E’ difficile fornire una risposta sicura e certa a questa domanda, sia in relazione al momento del processo di coniazione in cui viene effettuata sia con riferimento al metodo applicato. Tuttavia, in merito al primo punto, gli esperti sono abbastanza concordi nel ritenere che il foro venga praticato prima che la moneta venga battuta. Con riferimento, invece, al metodo di perforazione non si hanno molte informazioni al riguardo, ma si ritiene che le tecniche impiegate siano molto simili a quelle impiegate per produrre l’anello esterno delle monete bimetalliche. In particolare, il metodo più utilizzato dovrebbe essere quello in base al quale il tondello forato viene prodotto da una speciale macchina punzonatrice che – grazie a dei coni di tranciatura di diametro differente posti in successione – effettua prima il foro centrale sulla lastra di metallo e poi perfora l’anello esterno. *Figura 159 – Alla lastra metallica viene prima praticato il foro centrale (destra) e poi viene ritagliato il tondello (sinistra). Tutto il processo avviene all’interno della stessa macchina.* **Figura 159 – Alla lastra metallica viene prima praticato il foro centrale (destra) e poi viene ritagliato il tondello** **(sinistra). Tutto il processo avviene all’interno della stessa macchina.** Ciò posto, si rileva che la perforazione del tondello può portare a diverse tipologie di errori di coniazione, delle quali si ricordano le principali qui di seguito. **Monete prive di foro**: in questo caso il tondello non viene perforato: la parte centrale può essere integra oppure in certi casi può riportare i segni di una perforazione non riuscita (cfr. immagine di dettaglio qui a fianco). Nel primo caso il tondello ha proprio “saltato” la perforazione, mentre nel secondo la perforazione non è andata a buon fine. Si tratta di monete molto rare e molto ricercate dai collezionisti di errori di coniazione. La moneta qui sopra è un 10 centesimi di franco francese del 1922. **Monete con foro decentrato**: la perforazione del tondello non viene praticata nella zona centrale, bensì in una zona periferica. Più il foro è lontano dal centro e maggiormente la moneta è rara. Particolarmente ricercate sono le monete con un foro che non tocca la parte centrale del tondello. Jean-Claude Chort ha individuato nel suo libro[1] due diversi metodi per classificare questa particolare tipologia di errore di coniazione. Il primo riguarda la distanza del foro dal centro del tondello, individuando nove classi di errore (la classe I è quella con il foro più vicino al centro, mentre la classe IX è quella col foro più lontano). Il secondo metodo riguarda, invece, la posizione del foro che viene individuata attraverso le ore di un orologio analogico. In particolare, la moneta dell’immagine qui sopra (2 Fillér 1963 ungheresi) sarebbe un errore di classe IV ad ore 3:00. **Monete con doppio foro**: la perforazione del tondello viene effettuata una prima volta solitamente al centro del tondello ed una seconda volta decentrata. Questa tipologia di errore si può suddividere a sua volta in due diverse varianti: (a) due fori sovrapposti, che formano una specie di “8” oppure (b) due fori non sovrapposti. Questa seconda variante è sicuramente più rara rispetto alla prima. La moneta dell’immagine è un 50 centesimi di peseta spagnola con data ignota a causa del secondo foro che l’ha “nascosta”. **Monete con foro parziale**: in certi casi può accadere che il foro centrale non sia perfettamente circolare, ma abbia una forma circolare “incompleta”. Si pensa che questa tipologia di errore sia principalmente dovuta alla rottura del cono di perforazione. La moneta qui sopra è un 10 lepta del 1965 della Grecia. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Jean-Claude Chort, *Le Monnayage et les Monnaies Fautées*, Editions Victor Gadoury, 2009, pag. 323. --- ## Ti – Errori di placcatura o stratificazione - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-9-errori-di-placcatura-o-stratificazione/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sul tondello - Sigla: Ti - Ultima modifica: 2021-10-20 Forse non tutti sanno che le monete da 1, 2 e 5 centesimi di euro sono battute su tondelli d’acciaio placcato rame (94,64% di acciaio e 5,36% di rame). La placcatura permette la sovrapposizione e l’unione di un metallo di base (acciaio) con un metallo di riporto (rame) con funzioni estetiche e protettive. In particolare, il processo di placcatura consiste nel ricoprire il metallo di base con una sottile pellicola (solitamente 25 micron) di un metallo più nobile sfruttando un processo denominato galvanostegia. La vita media di una moneta placcata (ben riuscita) è stata stimata in circa 25-30 anni e in certi casi anche oltre. Senza entrare troppo nel dettaglio del processo in parola, va innanzitutto precisato che i tondelli da trattare devono essere non solo perfettamente rifiniti, poiché la galvanizzazione non copre le irregolarità di superficie, ma anche accuratamente puliti, cioè esenti da tracce anche minime di grasso e di ossidi, al fine di non compromettere il deposito del sottile strato di rame sulla superficie d’acciaio. Pertanto, in primo luogo i tondelli d’acciaio perfettamente levigati vengono lavati in bagni caustici e poi risciacquati parecchie volte. Una volta puliti i tondelli vengono immersi dentro apposite vasche in bagni galvanici contenenti cianuro. In tali vasche viene quindi immerso il rame in barre o sfere rinchiuso in contenitori di titanio e viene applicata una scarica di corrente. Gli elettrodi sono gli elementi di materiale conduttore che permettono alla corrente elettrica di scorrere attraverso la soluzione e di far avvenire la galvanostegia. Dopo la placcatura elettrolitica viene immediatamente effettuato un trattamento di passivazione che aumenta la resistenza alla corrosione del deposito di rame. Infatti, la passivazione è un trattamento chimico effettuato attraverso dei bagni passivanti e che viene utilizzato per dare una protezione superficiale contro la loro corrosione e per restituire al metallo passivato le sue originarie caratteristiche di inossidabilità. Infine, i tondelli placcati vengono nuovamente risciacquati e accuratamente asciugati per poi essere contati e spediti alle varie zecche. La placcatura nella maggior parte dei casi conferisce alla moneta un bel aspetto ramato e brillante, ma in alcuni casi ha anche mostrato alcuni problemi e difetti. *Figura 147 – 2 eurocent 2005 Italia con bolle e placcatura distaccata* **Figura 147 – 2 eurocent 2005 Italia con bolle e placcatura distaccata** Infatti, se tra il cuore di acciaio e la placcatura di rame si interpone qualche impurità o gas, si possono formare delle antiestetiche “bolle” o “vesciche” che possono portare al distacco totale o più spesso parziale della placcatura. Inoltre, anche se il tondello viene fabbricato correttamente, può accadere che durante la circolazione della moneta la placcatura venga “scheggiata” o “ammaccata” facendo emergere il suo cuore di acciaio. Siccome si tratta di un acciaio dolce – vale a dire un acciaio altamente corrodibile – se lo stesso entra in contatto con dell’acqua o comunque con un ambiente umido, si può facilmente formare della ruggine che si può espandere lungo la superficie della moneta formando degli antiestetici “crateri”. Quest’ultimo fenomeno non può essere considerato un errore di coniazione, in quanto non si forma durante il processo di coniazione, ma costituisce una forma di danneggiamento successiva priva di alcun interesse numismatico. *Figura 148 – 5 eurocent 2002 Italia con imperfezione sul tondello in acciaio che ha compromesso una corretta placcatura* **Figura 148 – 5 eurocent 2002 Italia con imperfezione** **sul tondello in acciaio che ha compromesso una** **corretta placcatura** E’ un fenomeno abbastanza frequente e che si è verificato anche in molti altri Stati, come ad esempio negli Stati Uniti dove a partire dal 1982 la moneta da 1 centesimo di dollaro è stata coniata su un tondello fatto di puro zinco e placcato in rame. Visti i numerosi difetti di questo tipo, la zecca americana ha poi modificato la composizione del tondello introducendo una percentuale minima di rame (2,5%) per fare in modo che la placcatura aderisse con più facilità ed in effetti la qualità delle monete è incrementata. Questo errore non deve essere confuso con quello denominato “laminazione”. Infatti, in quest’ultimo caso le impurità ed il gas sono intrappolate dentro la lega che compone il tondello e non tra il cuore del tondello e la placcatura. Invece, un’altra tipologia di errore di placcatura può avvenire quando il tondello viene solo in parte placcato oppure non viene proprio placcato. Ciò può accadere perché, ad esempio, nella fase di placcatura due o più tondelli erano totalmente o parzialmente sovrapposti oppure perché un corpo estraneo aderiva alla superficie del tondello. *Figura 149 – Due monete da 1 eurocent con placcatura parziale* **Figura 149 – Due monete da 1 eurocent con placcatura parziale** Questa tipologia di errore risulta spesso artefatta facendo ricorso a degli acidi. Pertanto, è opportuno fare molta attenzione prima di ogni acquisto e rivolgersi ad un esperto di errori di coniazione che ne possa verificare l’autenticità. Infine, si segnala che, oltre alla placcatura, esiste un’altra tecnica per “rivestire” il tondello; tale tecnica prevede la produzione di appositi laminati a più strati di metallo, vale a dire una lastra di metallo con sopra e sotto un’altra lastra fatta di un metallo differente (cd. effetto *sandwich*). In particolare, tre lastre di metallo vengono pulite accuratamente da apposite spazzole e poi passano sotto due rulli compressori che esercitano una fortissima pressione, tale da deformare il metallo e unire le tre lastre indissolubilmente. In questa operazione può essere applicato del calore, anche se lo stesso non è strettamente necessario se uno dei metalli è duttile. Naturalmente, anche questa operazione può generare dei potenziali errori di coniazione. Infatti, ad esempio, a causa di una pulizia non accurata delle lastre di metallo, le stesse possono non unirsi perfettamente ed una parte o tutto lo strato superiore e/o inferiore si può staccare prima o dopo l’operazione di battitura. Sia nella monetazione del Regno d’Italia che della Repubblica italiana non ci sono casi di monete coniate su questi tondelli “a strati”, mentre in altri Stati (es. Germania o Stati Uniti) questa tecnica viene utilizzata da parecchi anni. Tuttavia, con l’introduzione dell’euro anche in Italia hanno iniziato a circolare monete coniate su tondelli “a strati” (seppur in parte) ed in particolare si tratta dei tondelli centrali delle monete da uno e due euro. Il disco centrale della moneta da un euro è fatto dai seguenti tre strati: rame-nichel, nichel, rame-nichel; mentre il disco centrale della moneta da due euro è fatto dai seguenti tre strati: nichel-ottone, nichel, nichel-ottone. Pertanto, errori di questo tipo si possono attualmente riscontrare anche nella monetazione in euro. --- ## C. errori sui coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-errori-sui-coni/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: C - Ultima modifica: 2020-03-09 La fabbricazione dei coni è probabilmente la fase più delicata del processo di coniazione, in quanto un eventuale errore o difetto sui coni può riflettersi su un numero molto elevato di monete. Infatti, una delle caratteristiche principali di questa categoria di errori di coniazione è la loro ripetitività. Ciò rappresenta un aspetto molto importante per i collezionisti visto che, in linea di principio, questa ripetitività consente di rendere noti e celebri determinati errori e teoricamente di stilare una lista, almeno dei principali. Inoltre, l’interesse aumenta se si tratta di errori progressivi per i quali è possibile creare una serie di monete che evidenzino l’evoluzione della formazione dell’errore, come ad esempio può avvenire nella frattura o nella rottura del conio. Purtroppo, in Italia ci sono poche informazioni circa il processo di produzione dei coni e gran parte delle informazioni a nostra disposizione si possono desumere indirettamente proprio dallo studio di alcuni di questi errori. Tradizionalmente, gli errori sui coni vengono suddivisi in due macro-categorie a seconda della causa dell’errore: (1) quelli derivanti da un’usura o un danneggiamento dei coni e (2) quelli derivanti da un errata fabbricazione dei coni. --- ## Ca – Frattura del conio - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-1-frattura-del-conio/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ca - Ultima modifica: 2021-10-20 ### Frattura semplice Per realizzare un’intera tiratura di una determinata moneta destinata per la circolazione sono normalmente necessari molti coni. Infatti, un conio ha una vita utile limitata e si stima da qualche decina di migliaia di monete a qualche centinaio di migliaia di monete, a seconda della grandezza della moneta, del metallo del tondello e della complessità delle impronte sulle due facce della moneta. Invece, una virola ha solitamente una vita utile cinque volte superiore a quella di un conio. Inoltre, il conio superiore tende a resistere meno del conio inferiore. Una normale pressa monetaria batte circa 130-150 monete per minuto e ciò implica che ogni mezzo secondo viene battuta una moneta. La forte pressione a cui sono soggetti i due coni ed il sostenuto ritmo di battitura fanno sì che dopo un lungo periodo la struttura molecolare del metallo cominci a modificarsi, diventando più fragile e vulnerabile. Inoltre, va osservato che la causa principale della fratturazione del conio deriva dal processo di produzione dello stesso ed in particolare dalla compressione del punzone riproduttore sul conio vergine che rende più fragili le zone incise (in rilievo sul punzone riproduttore). Per questo motivo, quasi tutte le fratture del conio coinvolgono almeno un elemento della figura della moneta. Ciò posto, può accadere di frequente che il conio si fratturi e che sulla sua superficie si formino delle crepe o delle fessure. Siccome anche la figura riportata sul conio è in incuso, questa frattura (anch’essa ovviamente in incuso) genererà un ulteriore ed imprevisto elemento sopra le impronte della moneta. Solitamente le fratture si verificano vicino agli elementi (date, segni di zecca, volti, contorno, etc.) della figura del conio, in quanto, come detto, sono le zone più vulnerabili. Oltre alla pressione del punzone riproduttore, tale fragilità è accentuata dal fatto che ad ogni battitura il metallo del tondello costretto dalla forza di compressione della pressa si insinua in questi elementi (in incuso) della figura, sottoponendoli qui ad uno *stress* maggiore. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 100 lire del 1966 con una frattura sulla terza cifra del millesimo che ha allungato la parte terminale del 6. Inoltre, si è riscontrato che certe monete presentano dei “punti deboli”, più facilmente soggetti a fratture. Ad esempio, la moneta da 10 e 20 centesimi di euro presenta un punto debole tra lo “zero” della cifra 10 e 20 ed il contorno adiacente oppure le 200 lire presentano un punto debole sotto il collo della testa femminile oppure le 100 lire presentano un punto debole nell’esergo a causa della profonda linea raffigurante il terreno su cui poggia i piedi Minerva. Infatti, in circolazione si possono riscontrare molte monete che presentano una frattura o una rottura del conio in quest’area. *Figura 160 – 5 centesimi 1940 Impero con frattura* **Figura 160 – 5 centesimi 1940 Impero con frattura** Va evidenziato che le fratture non emergono solo a seguito di un utilizzo prolungato dei coni, visto che le stesse si possono formare anche per effetto di un non corretto funzionamento della pressa. A titolo esemplificativo, ciò può avvenire quando: i due coni collidono perché un tondello non è stato inserito all’interno della virola, il conio superiore collide contro la virola o contro il braccio di alimentazione dei tondelli oppure in numerosi casi simili. Si segnala inoltre che, oltre al conio superiore e inferiore, anche la virola può fratturarsi (cfr. [Rottura della virola](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-6-rottura-della-virola/)). E’ altresì importante ricordare che talvolta questa tipologia di errore viene scorrettamente denominata “eccedenza di metallo”, “esubero di metallo” oppure “difetto sul tondello”. Al riguardo, è ormai quasi superfluo osservare che il difetto si manifesta sul conio e non sul tondello, conseguentemente la moneta avrà un peso regolare e l’errore si ripeterà allo stesso modo sulle monete battute dopo che il conio si è fratturato. Nella maggior parte dei casi la frattura assume una forma lineare irregolare che genera quindi una linea o una barra in rilievo sulla superficie della moneta. Naturalmente, può capitare che nello stesso conio ci sia una compresenza di più fatture, in questo caso si avrà una **frattura multipla**. Ad un certo punto, una stessa fattura si può inoltre diramare in varie fatture secondarie, in questo caso si avrà una **frattura diramata**. Le fratture multiple e le fratture diramate sono più rare rispetto alle fatture singole. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 50 centesimi impero del 1939 che presenta una frattura multipla e diramata. Infatti, la moneta presenta una prima grande frattura principale (freccia blu) che parte dall’occhio dell’aquila, attraversa le ali fino ad arrivare alla data. Tuttavia, prima di uscire dalle ali la fattura si dirama in altre due fratture secondarie (freccia gialla e freccia rossa). Infine, la moneta presenta una seconda frattura indipendente vicino al segno di zecca (freccia verde). --- ## Ca1 – Frattura bisezionale - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-1-1-frattura-bisezionale/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ca1 - Ultima modifica: 2022-10-13 In certi casi, il prolungamento della fase di battitura può far si che la frattura aumenti fino anche a portare alla rottura del conio. Pertanto, tutte le monete battute da quel conio fratturato possono mostrare una sorta di “progressione” della frattura. In altre parole, le monete coniate subito dopo la fattura mostreranno un segno in rilevo più lieve, che poi pian piano si prolunga nelle successive monete coniate dallo stesso conio fratturato. In questi casi, molti collezionisti di errori di coniazione ricercano una serie di monete che metta in evidenza la progressione della fattura. Siccome la frattura si verifica normalmente nella fase finale della vita utile del conio, le monete che presenteranno il segno della fattura sono leggermente più rare delle monete prive di tale elemento. Questo può derivare anche dal fatto che l’addetto alla pressa oppure i controlli di qualità individuino il difetto e che il conio venga quindi sostituito dopo che pochi esemplari sono stati coniati. Ciononostante, le fratture di conio rimangono degli errori di coniazione piuttosto frequenti e che generalmente aggiungono un modesto valore alla moneta, salvo in tre casi. Il primo riguarda il caso delle fratture “bisezionali” (altrimenti dette “fratture da bordo a bordo”) che si estendono dal bordo fino al punto opposto del bordo, idealmente dividono la moneta in due sezioni di ampiezza quasi equivalente. Questa tipologia di frattura è piuttosto rara ed indica che il conio ha iniziato a spezzarsi in due parti. L’andamento della frattura può essere dritto, irregolare o curvo. In certi casi la frattura può peggiorare ed espandersi al “collo” del conio, spaccandolo in due sezioni distinte. *Figura 161 – 20 centesimi 1942 con frattura da bordo a bordo* **Figura 161 – 20 centesimi 1942 con frattura da bordo a bordo** *Figura 161bis – 20 centesimi 1943 con conio spaccato in due* **Figura 161bis – 20 centesimi 1943 con conio spaccato in due** Il confine tra frattura bisezionale e spaccatura in due (o in più parti) del conio è molto labile e di solito quest’ultima si verifica quando il segno della crepa trasferito alla moneta ha uno spessore superiore a 0,5 mm. Qui sopra si può notare come la frattura della Figura 161 sia più sottile della frattura nella Figura 161bis. Naturalmente, una frattura da bordo a bordo derivante da un conio spaccato in due è più rara rispetto ad una frattura da bordo a bordo “semplice”. Qui sotto si può invece apprezzare un conio spaccato in tre parti o sezioni. Si veda come la frattura si è estesa fino al collo e alla base del conio. Una forma ancora più rara di frattura che coinvolge i due bordi opporsi della moneta è la cd. “**frattura radiale**” o altrimenti detta “**frattura bilaterale**” (se le fratture sono due). In realtà si tratta di una tipologia di frattura multipla in cui le fratture si sviluppano partendo dai poli opposti del bordo per proseguire verso il centro senza mai incontrarsi. Qui sotto si può apprezzare una progressione di frattura radiale su una moneta da 5 lire 1989 (timone rovesciato). In particolare, la prima moneta presenta una frattura che attraversa la lettera “C” e arriva fino al centro della moneta. La seconda moneta, oltre alla precedente, presenta un’ulteriore frattura che attraversa la lettera “L” e prosegue verso il centro della moneta, senza però incontrare la prima frattura. Infine, una terza moneta che, oltre alle due precedenti, presenta un’ulteriore frattura che attraversa la lettera “A” e arriva fino al centro della moneta, senza però incontrare le altre due. Da statistiche, lo stadio più raro risulta essere quello con due fratture. --- ## Ca2 – Frattura marginale - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-1-2-frattura-marginale/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ca2 - Ultima modifica: 2021-10-20 Un’altra tipologia di frattura che coinvolge due punti distinti del bordo della moneta, è quella frattura che parte dal bordo, entra all’interno del campo e poi ritorna verso il bordo formando una sorta di semi-cerchio (cd. fratture marginali). Come si può desumere anche dal nome, questa tipologia di frattura rappresenta la fase iniziale di una futura potenziale [rottura marginale del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-2-rottura-marginale/). Peraltro, come avremo modo di analizzare più nel dettaglio nel prosieguo, tra la fase della frattura marginale e la fase della rottura marginale, può verificarsi un’ulteriore fase denominata “[rottura marginale del conio con frammento trattenuto](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-3-rottura-con-frammento-trattenuto/)“. *Figura 162 – 500 lire 1989 con frattura marginale* **Figura 162 – 500 lire 1989 con frattura marginale** Pertanto, essendo la frattura marginale un primo stadio di un errore meno comune, fa sì che la stessa sia più ricercata delle normali fratture, in quanto, come detto, i collezionisti di errori di coniazione – in particolare quelli specializzati in rotture del conio – amano ricostruire i vari stadi di formazione delle rotture del conio. Qui sotto si può apprezzare la progressione da una frattura semplice, alla frattura marginale fino alla successiva rottura marginale in una moneta da 50 centesimi del 1941. --- ## Ca3 – Frattura a scalino - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-1-3-frattura-a-scalino/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ca3 - Ultima modifica: 2022-01-16 Come abbiamo visto finora, le fratture del conio assumono la forma di una sottile linea di metallo, più o meno spessa, che si estende all’interno del campo della moneta e normalmente parte dal bordo. Questa particolare configurazione (linea in rilievo) è dovuta al fatto che la frattura forma una crepa sulla faccia del conio al cui interno si inserisce il metallo del tondello sotto la pressione della battitura. In certi casi, invece di formare una sottile linea di metallo, la frattura può generare uno “scalino” ovvero di un “dislivello” sulla moneta, ciò è dovuto al fatto che una sezione del conio “affonda” a seguito della sua fratturazione. Il dislivello è solitamente su un piano longitudinale più alto rispetto al normale livello della moneta, questo perchè – come detto – nel conio la sezione fratturata si affossa e quindi nella moneta battuta apparirà ad un livello più elevato. Tuttavia, se la frattura coinvolge il conio superiore (che batte il dritto delle monete), può accadere che per effetto della forza di gravità il dislivello risulti più basso rispetto al normale livello della moneta Si tratta di un errore più raro di una normale frattura e spesso viene confuso con una rottura marginale con frammento trattenuto oppure con un danneggiamento del conio che causa un dislivello sulla faccia della moneta. Al riguardo, va osservato che a differenza di una rottura marginale con frammento trattenuto, la frattura con scalino presenta un disallineamento solo sul piano verticale e non anche sul piano orizzontale; mentre rispetto al un danneggiamento, la frattura con scalino ha solitamente un andamento “irregolare” tipico di una frattura. Qui sotto è riportata una rara frattura marginale a scalino sul dritto di una moneta da 500 lire del 1998. A livello visivo si può notare che la frattura non ha creato la classica linea di metallo in rilevo, bensì una sorta di scalino. In questo caso il dislivello è molto leggero (lo si apprezzare nella foto di dettaglio a destra nel punto di incontro tra i due tondelli, cfr. frecce rosse). Si può notare anche che la moneta presenta le classiche linee radiali che sono il tipico segno di un conio esausto e arrivato alla fine del suo ciclo di vita. Qui sotto è invece riportata una moneta da 20 lire del 1957 che presenta al dritto sia una frattura “semplice” (freccia verde) che una frattura “a scalino” (freccia blu). Invero, la causa che ha portato alla formazione dello scalino non è certa. Infatti, vista la sua forma rettilinea e regolare, potrebbe far pensare ad un danneggiamento del conio per effetto dell’interposizione di un oggetto estraneo tra il conio e la moneta. Tuttavia, la presenza di una seconda frattura sulla stessa moneta fa ritenere che il dislivello si è creato più probabilmente a causa di una fratturazione multipla del conio. Questo fa capire quanto sia difficile talvolta distinguere un errore di coniazione da un’altro. --- ## Cb – Rottura del conio - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-rottura-del-conio/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb - Ultima modifica: 2021-10-20 Questa tipologia di errore è forse una delle prime ad essere stata studiata dai ricercatori di errori di coniazione. Uno dei pionieri in questo ambito è stato Mort Goodman che nel 1969 scrisse un libro intitolato “*The Design Cud*” e dedicato agli errori di coniazione derivanti da una rottura marginale del conio (in inglese denominati *cud*). Vista l’ampiezza dell’argomento, conviene suddividere la trattazione nei seguenti sotto-argomenti: 1. Dinamica della rottura e le relative cause 2. Rottura marginale del conio 3. Rottura con frammento di conio trattenuto 4. Rottura del bordo del conio 5. Rottura centrale del conio 6. Rottura della virola Come intuitivo, il comune denominatore delle varie tipologie di errore sopra riportare è la rottura di uno dei due coni o meglio dei tre coni, se si considera anche la virola. Prima di entrare nel merito delle singole tipologie è importante però analizzare le cause che possono portare alla rottura di uno dei coni. --- ## Cb1 – Dinamica della rottura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-1-dinamica-della-rottura/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb1 - Ultima modifica: 2021-10-20 ### Dinamica della rottura e le relative cause Nelle operazioni di battitura, il conio superiore o conio di martello viene spinto verso il basso contro il tondello con una forza di qualche decina di tonnellate, a seconda della grandezza della moneta e del metallo impiegato. Siccome il metallo sotto pressione si muove verso la via più “facile”, il metallo del tondello tende ad allontanarsi dalla zona di pressione esercitata dal conio e tende a riempire le cavità presenti nella figura riportata in incuso sui due coni. Al riguardo, va osservato che i coni sono leggermente convessi e quindi la zona centrale del tondello riceve il primo contatto e subisce per primo la pressione del conio. Al verificarsi del primo contatto, il metallo tende quindi ad allontanarsi dal centro e ad andare verso il contorno dove si scontra con le pareti della virola. Qui non potendo più avanzare, viene forzato dentro le cavità vicine al bordo del conio. Va invece rilevato che, come riportato da Luppino[1], il conio utilizzato per le monete bimetalliche “*presenta in sezione una duplice convessità, maggiormente accentuata nella zona di contatto tra i due metalli del tondello. In tal modo viene esercitata in quei punti una maggiore pressione, per consentire la completa giunzione tra il disco centrale interno e la corona circolare esterna*”. Le continue battiture, ad un ritmo molto sostenuto, a lungo andare possono quindi portare ad una rottura di una porzione del conio. Ciò avviene anche perché la compressione del conio contro il tondello tende a modificare la struttura molecolare del conio indurendo il metallo, fino a romperlo. Per certi versi avviene qualcosa di simile al processo di passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello solido. Il ghiaccio assume una struttura cristallina ordinata, che gli conferisce durezza, ma anche fragilità. Al riguardo, va osservato che, siccome il conio superiore subisce un maggiore *stress* rispetto a quello inferiore, lo stesso è più soggetto a rotture e per questo motivo si riscontrano più facilmente al dritto delle monete. In linea di principio, per evitare una rottura del conio lo stesso dovrebbe essere assoggettato ad una procedura di “ricottura” che, come abbiamo visto nel caso della fabbricazione dei tondelli, ha la funzione di rendere più “morbido” il metallo. Tuttavia, ciò non è possibile in quanto il conio deve avere una determinata durezza per poter essere in grado di battere un certo numero di monete. Inoltre, il processo di ricottura tende a distorcere l’immagine riportata sul conio. Un’altra causa che può portare alla rottura di una parte del conio è la collisione del conio superiore con la virola. Naturalmente il conio inferiore che è posizionato all’interno della cavità della virola non può mai collidere con quest’ultima, ma come vedremo può collidere con un’altra parte della pressa. La collisione può avvenire perché, ad esempio, il conio superiore non è allineato correttamente. Infatti, siccome c’è uno spazio di appena 0,10-0,15 mm tra la virola ed il conio, il conio superiore deve essere allineato perfettamente con il conio inferiore per poter evitare collisioni. Pertanto, se il conio superiore non viene correttamente allineato può accadere che lo stesso entri in contatto con la virola e ciò può comportare dei danni al conio. Infatti, sebbene la virola sia montata su molle che hanno appunto la funzione di assorbire eventuali urti, il contatto tra il conio superiore e la virola non è esente da conseguenze. Una prima conseguenza è che, se il disallineamento è marcato, sul conio può rimanere una traccia del contatto con la virola e questo può portare sulla moneta la presenza di un “doppio bordo” parziale. In altri casi, il conio si può prima indebolire e poi, se le collisioni vengono ripetute, è probabile che si origini una frattura ed eventualmente anche una rottura di parte del conio. Nella maggior parte dei casi il disallineamento è molto lieve e quindi la rottura coinvolge solo il bordo del conio, ma può anche accadere che il disallineamento sia importante e la rottura può coinvolgere anche una porzione della figura in incuso del conio generando una rottura più ampia, detta “marginale”. E’ interessante notare che il disallineamento del conio superiore può portare ad una sequenza di due tipologie di errori differenti: prima una [coniazione disallineata](https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/) e poi una coniazione con conio rotto di cui stiamo parlando in questo paragrafo. Oltre che da una collisione con la virola, il conio può rompersi a causa di una collisione con il braccio di alimentazione dei tondelli. Come è già stato evidenziato, nelle presse moderne per le monete destinate per la coniazione il braccio di alimentazione dei tondelli può assumere varie forme. Una prima forma è quella riportata nella figura qui sotto. A sinistra del braccio si può notare un foro dove viene inserito il tondello vergine che viene poi “trascinato” e “depositato” all’interno della virola per essere battuto. A destra del braccio, si può notare, invece, una rientranza incavata e coperta che ha la funzione di spostare fuori dalla zona di battitura la moneta appena coniata. Le due azioni – inserimento del tondello ed espulsione della moneta – avvengono contestualmente con un movimento orizzontale del braccio. In particolare, una volta battuta la moneta, il conio inferiore inizia ad alzarsi per effetto della rotazione di un elemento meccanico denominato “camma” che effettua un moto rotatorio. Quanto il conio inferiore ha raggiunto l’altezza massima in allineamento con la superficie superiore della virola, il braccio di alimentazione dei tondelli avanza e spinge fuori dalla zona di battitura la moneta appena coniata. Ora, può accadere che il conio inferiore, raggiunta la massima altezza, si trovi ad un livello leggermente superiore a quello della virola, ad esempio perché la virola – montata su molle – si trova in una posizione più bassa del normale, e ciò può determinare una collisione del braccio di alimentazione dei tondelli con il bordo del conio inferiore, determinandone anche la rottura. Un’altra tipologia di braccio di alimentazione dei tondelli è quella riportata qui sotto. Come si può vedere, il meccanismo di alimentazione dei tondelli è costituito da una sorta di ruota girevole composta da più lastre di metallo (in certi casi può essere anche un pezzo unico circolare) con all’estremità una rientranza incavata deputata ad accogliere il tondello che, con un moto rotatorio, viene portato all’interno dell’area di battitura e, sempre con tale moto rotatorio, viene portata fuori la moneta. Questo meccanismo richiede evidentemente una perfetta sincronizzazione del meccanismo di alimentazioni dei tondelli e della pressa. Talvolta, può capitare che tale sincronizzazione non sia perfetta e che quindi si verifichi una collisione che può anche portare alla rottura di parte di uno dei due coni. Nelle fotografie successive si può apprezzare il risultato di una mancata sincronizzazione. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Domenico Luppino, *Stato e collezionismo – Indagine sulla numismatica*, Montenegro Editore, 2009, pag. 383. --- ## Cb2 – Rottura marginale - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-2-rottura-marginale/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb2 - Ultima modifica: 2021-10-20 Come abbiamo già avuto modo di analizzare, la forza di compressione dei due coni fa sì che il metallo del tondello si insinui nelle impronte in incuso presenti nelle due facce dei due coni. Al riguardo, si osserva che quando il metallo del tondello si inserisce nelle cavità del conio, lo stesso esercita una forza simile a quella di un cuneo conficcato in un tronco di legno. Peraltro, più la cavità del conio è profonda e più sarà la forza esercita dal metallo che si inserisce nella stessa. Inoltre, se la cavità più profonda è localizzata vicino al bordo, la rottura del conio è molto più probabile che avvenga proprio in questa zona rispetto alle altre. Infatti, in tal caso, un’eventuale frattura del conio dovrà fare meno “strada” per raggiungere il bordo esterno del conio e causare un distacco/rottura di una porzione del conio. Se invece la frattura avviene nella zona centrale del tondello, la “strada” che deve fare per raggiungere il bordo è più lunga e ciò riduce le probabilità di un’eventuale rottura del conio. Questo è il motivo per cui in certe monete ci sono delle zone in cui si verifica più frequentemente una rottura del conio. A titolo esemplificativo, nella moneta da dieci, venti e cinquanta centesimi di euro, la zona tra lo “zero” della cifra ed il bordo adiacente è frequentemente soggetta a fratture e rotture. *Figura 163 – 20 eurocent 2002, 10 centesimi 1943 e 10 centesimi 1941 con rottura marginale del conio. Si noti che in tutte e tre le monete la rottura marginale si è originata al dritto.* **Figura 163 – 20 eurocent 2002, 10 centesimi 1943 e 10 centesimi 1941 con rottura marginale del conio. Si noti** **che in tutte e tre le monete la rottura marginale si è originata al dritto.** Questo perché lo “zero” è la parte più in rilievo e quindi la cavità del conio più profonda. Inoltre, la vicinanza con il bordo rende questa zona della moneta estremamente fragile. Un’altra zona soggetta a rotture frequenti è solitamente quella posta alla base del busto della figura femminile o maschile riportata al dritto di molte monete. Come abbiamo già visto, in casi rari la rottura laterale di una parte del conio può essere determinata anche dalla collisione del conio superiore con la virola. Quando un pezzo del conio si stacca, lo stesso lascia ovviamente una cavità in quella zona che solitamente è la più profonda di tutta la figura del conio. *Figura 164 – Esempio di conio rotto. Fonte: Collezione Ken Potter* **Figura 164 – Esempio di conio rotto. Fonte: Collezione Ken Potter** Come già detto, nella fase di battitura il metallo del tondello sotto la pressione del conio tende a riempire le cavità della figura, tra cui ovviamente la cavità lasciata dalla frattura del conio. Ora, è probabile che non ci sia abbastanza metallo disponibile e una pressione sufficiente da riempire integralmente tale cavità. Pertanto, il metallo si “accumula” in questa zona e forma una specie di globulo di metallo (in inglese “*cud*”) che spesso viene erroneamente denominato “esubero” o “eccedenza” o “eccesso” di metallo. Nella maggior parte dei casi questo globulo di metallo ha un’altezza leggermente superiore a quella della figura riportata nella faccia della moneta in cui si trova. Sebbene all’apparenza possa sembrare come un’aggiunta di metallo *post* coniazione, va precisato che i globuli di metallo derivanti da una rottura del conio non sono affatto del metallo aggiuntivo, bensì un accumulo di metallo del tondello vergine. L’originalità di questa tipologia di errore può essere verificata – almeno nei casi più evidenti – in due modi. Il primo consiste nel pesare la moneta. Se il globulo di metallo fosse aggiunto, la moneta dovrebbe pesare di più rispetto al suo peso *standard*. Il secondo metodo consiste semplicemente nel girare la moneta e analizzare la zona opposta al punto in cui si trova il globulo di metallo. Come abbiamo già osservato, il metallo sotto pressione si muove verso la via più facile e quindi tenderà a riempire in primo luogo la profonda cavità lasciata dalla rottura del conio. Siccome il metallo del tondello non sarà sufficiente a riempire tale cavità, nel lato opposto non verrà esercitata una pressione sufficiente a definire la figura dell’altro conio. Pertanto, l’impronta della moneta nella zona opposta al globulo di metallo sarà poco definita e in certi casi anche assente. *Figura 165 – 100 lire e 1000 lire con rottura marginale del conio sopra il millesimo. Si noti l’evanescenza della scritta “REPVBBLICA” posta sul dritto delle 1000 lire nella zona opposta alla rottura del conio (frecce blu).* **Figura 165 – 100 lire e 1000 lire con rottura marginale del conio sopra il millesimo****. Si noti l’evanescenza della scritta “REPVBBLICA”** **posta sul dritto delle 1000 lire nella zona opposta alla rottura del conio (frecce blu).** Nel caso in cui a rompersi sia solo il bordo del conio (vedi *infra*) questo effetto non è riscontrabile, vista la zona ridotta del conio coinvolta. Tuttavia, come vedremo, questa tipologia di errore ha una fisionomia ben riconoscibile e difficilmente riproducibile al di fuori della zecca. Infine, va osservato che le rotture marginali del conio possono essere “statiche” ovvero “dinamiche”. Nel primo caso, la rottura del conio non si espande e quindi tutte le monete battute mostreranno lo stesso globulo di metallo, in quanto – ad esempio – il conio è stato sostituito prima che altro metallo si staccasse. Invece, nel secondo caso la rottura del conio si ingrandisce pian piano e quindi le monete battute da quel conio mostreranno una progressione crescente nella formazione del globulo di metallo. Le forme dinamiche di rottura marginale del conio sono più rare e più apprezzate dai collezionisti. --- ## Cb3 – Rottura con frammento trattenuto - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-3-rottura-con-frammento-trattenuto/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb3 - Ultima modifica: 2021-10-20 In certi casi può accadere che il frammento di conio rotto rimanga nella sua posizione e venga quindi trattenuto all’interno della camera di battitura. Al riguardo, va precisato che tra il bordo esterno del conio inferiore e la virola c’è uno spazio di circa un decimo di millimetro. Nel caso in cui una porzione laterale del conio inferiore si rompa, la stessa scivolerà verso il basso di pochi millimetri, formando un’area depressa, e le pareti laterali della virola la sosterranno all’interno della zona di battitura in una posizione adiacente al conio inferiore. Del pari alle altre cavità del conio, anche questa zona depressa andrà ad originare nella moneta un’area rialzata sulla cui superficie riporterà la porzione di immagine presente nel pezzo di conio che si è staccato. Invero, in certi rari casi può accadere che il frammento del conio scenda sensibilmente verso il basso, tanto da non consentire il trasferimento delle impronte. In quest’ultimo caso, le monete battute presenteranno un’ordinaria rottura marginale del conio. In considerazione del piccolissimo spazio tra la virola e il conio inferiore, il frammento rimarrà pressoché adiacente al conio inferiore, anche se le impronte coniate sopra il frammento trattenuto e quelle coniate sulla rimanente superficie della moneta risulteranno leggermente “sfalsate”. *Figura 166 – 100 lire 1978 con rottura marginale del conio (vedi linea blu) e con frammento di conio trattenuto. Nel segno di zecca si può notare che lettera R risulta parzialmente “sfalsata” e rialzata a causa dello spostamento orizzontale e verticale del frammento di conio. L’errore è nella fase i* **Figura 166 – 100 lire 1978 con rottura marginale del conio (vedi linea blu) e con frammento di conio trattenuto.** **Nel segno di zecca si può notare che lettera R risulta parzialmente “sfalsata” e rialzata a causa dello spostamento** **orizzontale e verticale del frammento di conio. L’errore è nella fase iniziale. A destra il dettaglio di 2** **piastre egiziane del 1916 (protettorato inglese) in cui si può apprezzare un forte spostamento orizzontale e** **verticale del frammento di conio (si noti la discontinuità delle perline lungo il bordo).** In seguito, il frammento di conio potrebbe uscire dalla zona di battitura, perché ad esempio rimane attaccato alla moneta appena coniata e viene espulso insieme ad essa. In tale ipotesi, le successive monete coniate presenteranno un’ordinaria rottura laterale del conio. In questi casi è ovviamente interessante collezionare varie monete che mostrano la progressione dell’errore (cfr. Figura 167). *Figura 167 – Nelle immagini a sinistra di può apprezzare la frattura del conio intorno al millesimo prima della sua rottura marginale. A destra un esemplare di moneta battuta con il conio rotto. La freccia blu indica la classica evanescenza presente nella zona opposta a quella della rottura del coni* **Figura 167 – Nelle immagini a sinistra di può apprezzare la frattura del conio intorno al millesimo prima della sua rottura marginale. A destra un esemplare di moneta battuta con il conio rotto. La freccia blu indica la classica evanescenza presente nella zona opposta a quella della rottura del conio.** E’ importante evidenziare che, per effetto della forza di gravità, questa tipologia di errore coinvolge quasi esclusivamente il conio inferiore e, di conseguenza, nella maggior parte dei casi la faccia della moneta coinvolta sarà il rovescio. Invero, in certi casi molto rari, un fenomeno simile si può verificare anche sul conio superiore e ciò può accadere quando il frammento di conio rotto rimane attaccato al conio solo in minima parte e la forza di gravità fa sì che lo stesso tenda verso il basso, creando uno “scalino” leggermente obliquo (la zona più rialzata sarà tendenzialmente opposta alla porzione di frammento attaccata al conio). Questo crea sulla moneta un’area depressa – vale a dire più bassa rispetto alla normale superficie – sul dritto e se lungo la frattura si accavallano delle lettere o dei disegni, gli stessi saranno leggermente sfalsati. *Figura 168 – Rara moneta da 50 lire 1978 con frammento di conio superiore trattenuto* **Figura 168 – Rara moneta da 50 lire 1978 con frammento di conio superiore trattenuto** --- ## Cb4 – Rottura del bordo - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-4-rottura-del-bordo/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb4 - Ultima modifica: 2021-10-20 La zona più esterna del conio – la “grondaia” – è costituita da una cavità circolare leggermente più profonda della zona più depressa dell’immagine (in incuso) riportata sulla superficie del conio. A seguito della battitura, questa cavità circolare darà origine al bordo rialzato della moneta che ha una duplice funzione: (i) proteggere la moneta durante la circolazione e conservare più a lungo l’immagine coniata e (ii) consentire di poter impilare più monete una sopra l’altra. Infatti, in assenza del bordo rialzato una pila di monete tenderebbe a vacillare in quanto i rilievi presenti sulla superficie delle due facce hanno altezze differenti. Ciò posto, può accadere che la rottura del conio coinvolga solo la cavità che è volta a produrre il bordo e ciò solitamente avviene a causa di una collisione del conio superiore con la virola. Infatti, è stato riscontrato[1] che questa tipologia di errore è più frequentemente presente al dritto, anche se può benissimo accadere ugualmente sul rovescio della moneta. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 2 lire 1915 in cui la rottura della grondaia del conio si è originata a seguito di una collisione del conio di martello con la virola. Infatti, in questa moneta si può osservare il segno di collisione con la virola (freccia blu), il frammento di grondaia che in parte è rimasto ancora attaccato al conio (freccia verde), ma in una posizione regredita rispetto al resto della grondaia. Si può notare la scanalatura del bordo tipica di queste monete che degrada dolcemente e in una posizione leggermente spostata rispetto alla restante scanalatura. Infine, un pezzetto di frammento di grondaia che si è staccato o sprofondato in una posizione tale che non gli consentiva di toccare più il metallo del tondello (freccia rossa). \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Marvin-Margolis, *The Design Cud*, 1979 --- ## Cb5 – Rottura centrale - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-5-rottura-centrale/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb5 - Ultima modifica: 2021-10-20 Naturalmente, il conio si può rompere anche nella porzione centrale della sua superficie, vale a dire in una zona che non coinvolge il bordo del conio. A differenza di una frattura, la rottura del conio implica che si stacchi un frammento di metallo del conio. Pertanto, a seguito della coniazione la moneta non presenterà solamente una sottile linea in rilievo, bensì un’area in rilievo più o meno grande e che può assumere varie forme. Convenzionalmente si parla di rottura centrale del conio quando il globulo di metallo ha un’area superiore a quattro millimetri quadrati. Solitamente la rottura centrale del conio è il frutto di un processo progressivo che implica dapprima una frattura, la quale poi evolve fino a portare al distacco di un pezzo del conio. Anche in questo caso, dal punto di vista collezionistico, è molto interessante studiare varie monete che mostrano la progressione e lo sviluppo della rottura. Va sottolineato che in certi casi la rottura del conio può essere determinata dalla presenza di un corpo estraneo (es. frammento metallico) all’interno della zona di battitura, che può andare a scheggiare la superficie del conio. Da ultimo, si rileva che la rottura centrale del conio può riguardare sia il conio inferiore che il conio superiore, anche se è più frequente su quest’ultimo. ***L’errore celebre: 5 lire 1969 con l’uno capovolto*** Le 5 lire 1969 con l’uno capovolto sono forse uno degli errori della monetazione repubblicana tra i più noti. L’errore deriva da un’usura del conio che ha determinato la presenza nella moneta di tre elementi caratteristici: 1. una sorta di alone opaco su entrambe le facce della moneta; 2. una lieve linea di frattura in rilievo sopra la cifra cinque del valore che dal bordo si estende sopra la cifra; 3. una piccola goccia di metallo in rilievo a circa un terzo di millimetro dalla base della cifra uno della data conferendole l’aspetto di un uno capovolto (rotazione verticale di 180°). Invero, oltre ad essere capovolto l’uno sarebbe anche rovescio (rotazione orizzontale di 180°). Questo errore è stato oggetto di numerosi approfondimenti da parte degli esperti del settore, tra i quali si ricorda l’articolo di Emilio Tevere pubblicato nella rivista Cronaca Numismatica n. 111 del 1999, poi ripreso da Giovanni Attardi nella seconda edizione del libro Varianti ed errori nelle monete della Repubblica Italiana. In particolare, Tevere analizza la progressione della frattura del conio che in una prima fase ha generato i caratteristici aloni opachi, poi si è formata la frattura sopra la cifra cinque del valore che piano a piano si è ampliata ed infine il conio si deve essere prima fatturato e poi scheggiato in prossimità della cifra uno della data. La moneta in parola è storicamente oggetto di una particolare attenzione da parte dei collezionisti probabilmente sia perché all’epoca ha avuto un’ampia risonanza a livello mediatico sia perché viene inserita in tutti i cataloghi della monetazione repubblicana. Già il 26 maggio 1970 le potenzialità di rivalutazione di questa moneta venivano esaltate in un articolo pubblicato sulla Domenica del Corriere n. 21 utilizzando queste parole: “*c’è chi sostiene trattarsi di un errore, ma si afferma anche che il «baffetto» unito al bastoncino è dovuto a una imperfezione di conio. Comunque sia questo 5 lire con la cifra 1 capovolta, che potrebbe considerarsi una curiosità, è ricercato sul mercato numismatico e sino a questo momento viene conteso da 4.995 lire in più. E la sua quotazione potrebbe aumentare ancora*”. Si pensi che 5.000 lire del 1970 (un anno dopo la sua coniazione) equivalgono a circa 40-45 euro del 2014. Ciò ha determinato sia un’eccessiva sopravvalutazione della moneta – la quale in realtà è molto meno rara rispetto ad altri errori di coniazione – che l’apparizione sul mercato di numerosi falsi, spesso fatti molto bene. Si consiglia pertanto di prestare particolare cautela nell’acquisto di questa moneta e di avvalersi del consulto di un esperto. Sempre nel succitato articolo della Domenica del Corriere è stata riportata la seguente dichiarazione dell’allora direttore della zecca dott. Ariberto Guarino: “*si è parlato di monete da 5 lire del 1969 con l’«1 rovesciato». Bene: l’uno non poteva rovesciarsi, e per convincersene basta guardare una comune moneta da L. 5. Si è trattato di un banale incidente di lavorazione purtroppo sfuggito alla verifica e che l’incidente sia avvenuto durante la lavorazione è provato dagli esami di laboratorio effettuati non appena la Zecca è ritornata in possesso di alcuni pezzi”.* Infine, a titolo di curiosità si riporta un estratto di un articolo del Bollettino Numismatico del 1970 – sempre a ridosso della scoperta dell’errore in parola – intitolato “*Varietà, Errori di conio e varianti di tirature nella monetazione italiana*” di Luigi Nicolò Castellana: “*Alcune ditte offrono la moneta da L. 5 del 1969 avente la ipotetica stanghetta dell’«1» del millesimo capovolta. Non ho avuto modo di controllare tale moneta in quanto mi rifiuto di credere l’esistenza di un simile errore di conio; infatti, tale errore potrebbe essere credibile se la moneta normale avesse l’1 del millesimo con la stanghetta: in tal caso, e solo in tal caso, il rovesciamento dell’1 avrebbe provocato l’errore*”. ***L’errore celebre: 200 lire 1978 “mezzaluna sotto il collo”*** La moneta da 200 lire del 1978 “mezzaluna sotto il collo” costituisce un chiaro esempio di rottura centrale del conio. Spesso questo errore viene impropriamente definito come un’eccedenza o un esubero di metallo sotto il collo. Ad esempio nel numero speciale autunno della rivista Cronaca Numismatica n. 10/1999 lo studioso Mario Traina l’ha descritto in questo modo “*più che di un errore si tratta di un difetto di conio dovuto ad una scaglia del metallo che si è sovrapposta al conio*”. Tuttavia, è chiaro che non può essere così, visto che l’errore si è ripetuto in numerose monete, a meno che non si voglia pensare che delle scaglie di metallo della stessa grandezza si siano sovrapposte al conio sempre nella stessa zona. Semmai, la scaglia di metallo interposta può essere stata l’elemento che ha determinato la rottura del conio. Tuttavia, questa ricostruzione non è comunque verosimile. Infatti, come abbiamo già avuto modo di osservare, la zona della moneta sotto il collo della testa raffigurata al diritto costituisce un particolare “punto debole”, spesso soggetto a rottura. Infatti, come spiegato nella pagina dedicata alla [dinamica della rottura del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-1-dinamica-della-rottura/), quella zona presenta una cavità ampia e profonda in prossimità del bordo della moneta. Casi simili di rottura del conio nella stessa zona si possono riscontrare in altri millesimi delle 200 lire lavoro e anche in altre monete (es. 20 lire quercia o 10 centesimi impero). *Figura 173 – Mezza luna in incuso* **Figura 173 – Mezza luna in incuso** Tornando all’errore in esame, va osservato che lo stesso si è probabilmente originato a causa di un utilizzo prolungato di uno dei coni del dritto (si ricorda che nel 1978 sono state coniate all’incirca 461 milioni di monete da 200 lire). Come già evidenziato, il conio del dritto è quello che subisce un maggiore *stress* ed è quindi maggiormente soggetto a rottura. Infatti, anche dando un’occhiata all’immagine sopra riportata si possono osservare i classici segni di un’usura del conio. In particolare, si noti la zona centrale della moneta dove i contorni della figura femminile cominciano ad essere evanescenti e quindi meno definiti. Ora, è probabile che il frammento di conio rotto sia rimasto in una prima fase “attaccato” al conio, ed in particolare lungo il bordo dell’estremità del collo. Tuttavia, per effetto della forza di gravità e delle sollecitazioni esercitate dalle continue battiture, il frammento si deve essere spostato verso il basso creando una sorta di “scalino”. Ciò spiega l’esistenza di esemplari che presentano una specie di “mezza luna” in incuso sotto il collo. Peraltro, si può notare che la cavità della mezza luna in incuso è meno profonda vicino al bordo del collo e più profonda vicino al contorno della moneta. Da ciò si desume che il frammento sia rimasto “attaccato” nella parte lungo il bordo del collo. In una seconda fase, invece, il frammento del conio si dev’essere staccato dal conio lasciando una cavità che ha generato il celebre “globulo” di metallo sotto il collo. Da un’analisi accurata di tale globulo, si può notare che la cavità generata dalla rottura del conio è più profonda lungo il bordo del collo e poi degrada man mano che ci si avvicina al contorno della moneta, vale a dire l’effetto opposto a quello della mezza luna in incuso. Successivamente, a seguito della forza esercitata dalle continue battiture, la cavità generata dalla rottura del conio si è pian piano ampliata fino a quando probabilmente l’addetto alla pressa si è accorto della rottura e ha sostituito il conio superiore. Per questo motivo, si possono trovare delle monete con una diversa configurazione del globulo di metallo. Invero, da un’osservazione accurata delle varie “mezze lune” presenti nelle monete da 200 lire del 1978 è altamente probabile che si siano verificati anche altri casi di mezza luna sia in rilievo che in incuso, forse a causa dell’elevato numero di monete coniate in quell’anno. Sicuramente il caso più noto è quello descritto qui sopra, in cui la rottura del conio ha generato una cavità con una profondità non uniforme e che diminuisce “a scalini” all’avvicinarsi del contorno della moneta. Si possono infatti notare chiaramente degli “scalini” circolari, soprattutto nella fase più avanzata dell’errore (cfr. immagine A qui sotto). Invece, in altri casi la rottura del conio ha generato una cavità con una profondità abbastanza regolare e ha mantenuto una grandezza abbastanza contenuta (cfr. immagine B qui sotto). Da ultimo, si segnala che anche nel millesimo successivo (1979) e nel 1995 si è verificata la stessa tipologia di errore (cfr. immagini rispettivamente C e D qui sotto). --- ## Cb6 – Rottura della virola - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-2-6-rottura-della-virola/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cb6 - Ultima modifica: 2022-03-26 Oltre al conio superiore ed inferiore, anche la virola – che talvolta viene definito terzo conio – può rompersi. Come noto, la funzione della virola è quella di contenere il metallo del tondello in fase di battitura, di conferire alla moneta una forma circolare e talvolta di coniare una zigrinatura, un disegno o una scritta sul contorno della moneta. Naturalmente, la pressione e la forza d’urto a cui è soggetta la virola è molto inferiore a quella a cui sono soggette le due facce dei coni. Infatti, quest’ultimi devono battere il tondello con una notevole forza per farlo penetrare nelle cavità della figura, mentre la virola deve “solo” trattenere il metallo del tondello che tende ad espandersi a seguito della compressione dei due coni. Per questo motivo la virola resiste più a lungo rispetto ai due coni e deve essere sostituita meno frequentemente. Un altro motivo per cui la virola è così resistente è legato al fatto che la parte interna (quella a contatto con il tondello) è rivestita da un anello di acciaio al carburo di tungsteno, un tipo di acciaio estremamente resistente. In particolare, la virola viene riscaldata in modo tale da ammorbidire il metallo e l’anello di acciaio viene inserito con forza all’interno del foro, che poi nel processo di raffreddamento si contrae aderendo all’anello centrale. *Figura 170 – Serie di monete coniate con una virola fratturata* **Figura 170 – Serie di monete coniate con una virola fratturata** Nonostante la resistenza dell’anello centrale, dopo milioni di battiture anche la virola comincia a presentare i segni dell’usura e se non viene sostituita per tempo può fratturarsi. Ora, come abbiamo visto la distanza che separa il conio inferiore e la virola è minima e, una volta coniata, la moneta aderisce con forza alle pareti della virola. Tanto che una volta espulsa si “distende” e raggiunge una larghezza leggermente superiore al diametro della virola. Pertanto, il movimento verticale (su e giù) del conio inferiore per espellere la moneta coniata causa uno *stress* sulla parete della virola che, se già fatturata, si può anche rompere. Pertanto, in questo caso la virola perderà la sua forma circolare, in quanto ci sarà una porzione più o meno grande che si sarà staccata. Le monete che saranno coniate all’interno di quella virola mostreranno una sorta di appendice laterale curva. *Figura 171 – Virola fratturata. Fonte: numismaticnews.net* **Figura 171 – Virola fratturata. Fonte: numismaticnews.net** L’errore di coniazione derivante dalla rottura della virola è una tipologia piuttosto rara, in quanto – trovandosi sul contorno della moneta – non viene facilmente identificata, a meno che non si rompa una porzione ampia. Inoltre, essendo la virola più resistente del conio superiore e inferiore, la sua rottura avviene ovviamente meno frequentemente. Peraltro, questa tipologia di errore non è neppure molto apprezzata dai collezionisti visto che è difficilmente fotografabile ed è difficile da esporre ed evidenziare in un raccoglitore di monete. Qui sotto si può apprezzare una 100 lire 1978 con un punto di rottura della virola. L’errore appena descritto non deve essere confuso con un’altra tipologia simile che deriva non da una rottura della virola, ma da un suo errato posizionamento rispetto al conio inferiore in fase di battitura. In particolare, può accade che durante la battitura il conio inferiore rispetto alla virola sia posizionato troppo in basso o sia leggermente inclinato, creando una sorta di fessura. Il metallo spinto dalla pressione esercitata in fase di battitura può quindi fuoriuscire da tale fessure creando una sottile appendice laterale (cfr. immagine qui a fianco). *Figura 172 – 1/12 Anna 1918 Giorgio V* **Figura 172 – 1/12 Anna 1918 Giorgio V** --- ## Cc – Danneggiamenti del conio - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-3-danneggiamenti-del-conio/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cc - Ultima modifica: 2021-10-20 Per vari motivi, può accadere che la superficie del conio si danneggi creando delle strisce, dei graffi o dei punti che saranno trasferiti a tutte le monete coniate da quel conio. I graffi o le ammaccature del conio normalmente si verificano quando del materiale estraneo entra inavvertitamente nella zona di battitura ponendosi tra il punzone riproduttore ed il conio vergine oppure meno frequentemente tra il conio ed il tondello. In questo scenario, può accadere che, a seguito del contatto tra il materiale estraneo ed il conio, quest’ultimo risulti danneggiato con la formazione di un graffio, di un’ammaccatura o di un punto, la cui grandezza e forma dipenderà ovviamente dall’oggetto estraneo. Siccome questa tipologia di errore si verifica durante le operazioni di fabbricazione di un singolo conio oppure di battitura, dallo stesso conio usciranno prima delle monete prive di errore e, a seguito del danneggiamento, una serie di monete con l’errore. *Figura 202 – A partire da sinistra: 20 lire 1979, 10 lire 1979 e 50 lire 1983 tutte con conio graffiato* **Figura 202 – A partire da sinistra: 20 lire 1979, 10 lire 1979 e 50 lire 1983 tutte con conio graffiato** Spesso questa tipologia di errore risulta molto simile alla frattura o alla rottura del conio e non è sempre agevole distinguere le due forme di errore. Le principali differenze sono le seguenti: 1. la frattura o la rottura del conio deriva da un processo di usura del conio, mentre nel caso in esame si ha un danneggiamento dovuto ad un oggetto estraneo; 2. la frattura o la rottura del conio si può spesso riscontrare una “progressione” dell’errore, cosa che invece non si verifica nei graffi o nelle ammaccature del conio; 3. solitamente i graffi o le ammaccature hanno una forma ben definita, mentre le fratture e le rotture hanno una forma più irregolare; 4. la frattura o la rottura del conio si trova quasi sempre a contatto con un elemento dell’impronta della moneta, mentre i graffi o le ammaccature possono essere ovunque. Si fa presente che i danneggiamenti del conio a causa di graffi o ammaccature sono piuttosto frequenti e solitamente i collezionisti di errori di coniazione dimostrano scarso interesse per questa tipologia di errore. Una tipologia di danneggiamento più rara e ricercata è invece il “danneggiamento bi-facciale”. Questa forma di danneggiamento si forma quando un corpo estraneo entra nell’area di battitura in assenza di un tondello. I due coni battendo si danneggiano allo stesso momento e nello stesso punto. Nella moneta che segue è possibile apprezzare un piccolo danneggiamento bi-facciale. In certi casi il danneggiamento può coinvolgere la parte più esterna della superficie del conio a ridosso della grondaia formando una sorta di globulo di metallo adiacente al bordo della moneta. Questa forma di danneggiamento prende il nome di “danneggiamento periferico”. A prima vista potrebbe essere confuso con una rottura marginale del conio, ma si differenzia da quest’ultimo per il fatto che il conio non è “rotto”, ma “ammaccato” ed, essendo la grondaia ad un livello inferiore, il bordo non è coinvolto ed è perfettamente formato. Invece, nella rottura marginale del conio anche la grondaia viene coinvolta e di conseguenza anche il bordo della moneta. Qui sotto è riportata l’immagine di una 20 lire 1985 con un danneggiamento periferico ad ore 09:00 del rovescio. Talvolta, un danneggiamento del conio causato dall’interposizione di un oggetto fra il conio e una moneta può generare uno scalino o dislivello del tutto simile alla “[frattura a scalino](https://www.erroridiconiazione.com/c-1-3-frattura-a-scalino/)” ed è estremamente difficile distinguere un’errore dall’altro. ***L’errore celebre: 100 lire 1972 / (barretta dopo la data)*** Questo errore rappresenta un classico esempio di graffio o ammaccatura di conio a causa di un corpo estraneo che si è posto tra il conio ed il tondello in prossimità della data andando a danneggiare il conio. In questo modo tutte le monete successivamente battute, presentano una piccola barretta obliqua dopo la data. Il fatto che si tratti di un danneggiamento del conio e non di una frattura lo si può desumere da alcuni indizi. In primo luogo, la barretta ha una forma ben definita e retta, tipica di questa tipologia di errore. Inoltre, la barretta è nel campo della moneta e non è a contatto con alcun elemento dell’impronta della moneta (né con il “2” della data né con la base dove poggia i piedi Minerva). Infine, di questo errore non si conosce una “progressione”, in quanto tutte le monete che finora ho avuto modo di analizzare presentavano una barretta sostanzialmente regolare e con le stesse dimensioni. Invero, dello stesso millesimo si possono riscontrare delle monete che presentano delle ipotetiche proto-barretta (cfr. immagini pagina successiva). Tuttavia, da un’analisi accurata e confrontandole con la barretta originale (immagine “C”) si può notare che le stesse hanno delle caratteristiche differenti. A titolo esemplificativo, la proto-barretta “A” inizia in un punto più basso e più lontano dalla cifra “2” della data. Pertanto, si deve ritenere che la moneta “A” rappresenti un danneggiamento diverso presente in un altro conio dello stesso millesimo. La proto-barretta “B” presenta, invece, un’inclinazione differente rispetto alla barretta originale e la parte iniziale della proto-barretta è più lontana rispetto a quella dell’immagine “C”. Pertanto, anche in questo caso, si dovrebbe trattare di un danneggiamento diverso, presente in un altro conio dello stesso millesimo. Sebbene non ci sia certezza, tutti questi elementi portano comunque a ritenere che le 100 lire 1972 “barretta” siano a pieno titolo un esempio di danneggiamento di conio. Nella storia della monetazione repubblicana, danneggiamenti di questo tipo sono un errore piuttosto frequente che si può riscontrare in varie monete. Pertanto, non si capisce come mai solo questa moneta sia così ricercata dai collezionisti. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che, a differenza di altri errori simili, questo viene riportato nei principali cataloghi di monete. Infatti, va osservato che questo errore è stato identificato contestualmente ad un altro della stessa tipologia, sempre sulla moneta da 100 lire 1972 (cfr. l’articolo qui sotto riportato). Tuttavia, la seconda versione delle 100 lire 1972 barretta (sconosciuta a molti) non è stata inserita nei cataloghi ed in termini di rarità è sostanzialmente equivalente alla variante più famosa. ***L’errore celebre: 1 lira 1940 XVIIII “quattro stanghette”*** Similmente al precedente, anche l’errore in questione è sorto da un graffio o da un’ammaccatura del conio probabilmente causata da un corpo estraneo che si è posto tra il conio ed il tondello in prossimità dell’anno in numeri romani dell’era fascista, andando a danneggiare il conio. La fortuita posizione[1] del graffio/ammaccatura ha generato una quarta stanghetta più piccola, sottile e leggermente rialzata rispetto alle altre. Con la stanghetta aggiuntiva l’anno riportato sulla moneta appare essere quindi il 19° (XVIIII) – che comunque in cifre romane doveva essere scritto “XIX” – anziché il 18° (XVIII). Come curiosità, si rileva che nella rivista Cronaca Numismatica n. 183 del 2006 l’errore è stato descritto nel seguente modo: “*errore dovuto all’errato montaggio del conio, leggermente inclinato nella pressa, che ribattendo ha inciso un’astina in più*”. E’ invece evidente che l’errore in questione non sia affatto il frutto di una ribattitura del conio e lo dimostra il fatto che esistono varie monete che mostrano lo stesso errore e il fatto che se il conio avesse effettivamente battuto due volte anche altri elementi della figura sarebbero stati coniati con la seconda battitura. Non si sa esattamente quanti pezzi presentino questo errore. Inizialmente l’errore era considerato estremamente raro (R3). Tuttavia, a seguito del suo inserimento in vari cataloghi, sono apparsi sul mercato numerosi esemplari che fanno ritenere che l’errore in questione sia meno raro di quanto ipotizzato inizialmente. ***L’errore celebre: 2 lire 1958 con danneggiamento del conio*** Forse non tutti sanno che anche la rara moneta da 2 lire del 1958 presenta una piccola ammaccatura del conio – probabilmente a causa di un corpo estraneo – in prossimità della firma dell’incisore ed in particolare sopra la lettera “L” di “ROMAGNOLI”. Sebbene Giovanni Attardi menzioni nel suo libro[2] l’esistenza di una versione del diritto della moneta in esame senza tale ammaccatura e che la stessa sia addirittura meno rara (almeno ciò lo si desume indirettamente dalle quotazioni riportate), si deve invece ritenere innanzitutto che la versione con l’ammaccatura sia sicuramente la più comune e anzi c’è più di qualche dubbio che esista una versione senza. Tuttavia, potrebbe essere che effettivamente l’ammaccatura si sia generata attraverso l’inserimento accidentale di un piccolo corpo estraneo dopo che sono stati coniati pochi pezzi. In questo caso, i primi pezzi coniati non avrebbero l’ammaccatura, mentre tutti gli altri si. Infatti, la bassa tiratura (125.000) ha determinato che fosse sufficiente un unico conio (ammaccato) del diritto per battere tutte le monete di quel millesimo. Ad ogni modo, ad oggi non ci sono prove certe che dimostrino l’esistenza di esemplari privi dell’ammaccatura. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Sebbene non ci siano delle prove certe, secondo Luppino la particolare posizione della stanghetta “*dà motivo di ritenere che si tratta di una varietà realizzata di proposito*” (cfr. Domenico Luppino, *Stato e collezionismo – Indagine sulla numismatica*, Montenegro Editore, 2009 pag. 370). [2] Giovanni Attardi, *Varianti ed errori nelle monete della Repubblica Italiana*, Nomisma, 2002-2003, pagg.185 e 187. --- ## Cc1 – Errori di lucidatura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-3-1-errori-di-lucidatura/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cc1 - Ultima modifica: 2021-10-20 Per diversi motivi, che adesso analizzeremo, durante la loro vita utile i coni possono subire varie operazioni di lucidatura o spazzolatura. A seguito di queste operazioni si possono verificare degli errori che possono essere suddivisi in due categorie: (i) errata lucidatura iniziale ed (ii) errata lucidatura durante l’utilizzo del conio. ### Errata lucidatura iniziale (linee concentriche) Come sappiamo, i coni sono ottenuti da lunghe barre di acciaio che vengono ritagliate in segmenti più piccoli e poi lavorate con un tornio al fine di conferire alla parte superiore una forma conica appuntita. In particolare, la tornitura del conio prevede che la barra di acciaio venga posta in un movimento rotatorio. Una punta di metallo (utensile) entrando in contatto con la barra in rotazione, penetra nel metallo e ne stacca una parte in eccesso (truciolo). A questo punto, l’utensile fa un piccolo movimento rettilineo sia in profondità che verso la parte terminale della barra ed asporta un’altra porzione concentrica di metallo e così via. Questa sequenza di piccoli movimenti rettilinei dell’utensile lasciano una serie di linee concentriche sulla superficie del conio vergine. *Figura 178 – “Moti nella tornitura”. Fonte: wikipedia.it* **Figura 178 – “Moti nella tornitura”. Fonte: wikipedia.it** Naturalmente, prima di essere utilizzato il conio vergine deve essere sottoposto ad un’operazione di lucidatura con un utensile abrasivo, che – se tutto va bene – dovrebbe cancellare queste linee concentriche. Tuttavia, se l’operazione di lucidatura (iniziale) del conio non è accurata, possono rimanere delle tracce di queste linee le quali successivamente daranno origine ad altrettante linee concentriche sulla superficie della moneta. Per quanto riguarda la monetazione italiana (*ante* euro), va segnalato che spesso è possibile riscontrare queste linee concentriche sul bordo della moneta. Risulta invece meno frequente riscontrare tali linee sul campo della moneta. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 50 lire del 1977 con evidenti linee concentriche sul campo. Ora, siccome il bordo della moneta è in rilievo, lo stesso rappresenta sul conio una profonda cavità lungo la sua circonferenza, che in gergo tecnico viene chiamata “grondaia”. Normalmente la grondaia viene formata con il processo di punzonatura a freddo, ma è tuttavia probabile che la zecca italiana la realizzasse successivamente attraverso un’operazione di tornitura. *Figura 179 – 50 lire 1995 con linee concentriche sul bordo* **Figura 179 – 50 lire 1995 con linee concentriche sul bordo** ### Errata lucidatura durante l’utilizzo del conio Durante la fase di battitura può accadere che uno dei due coni si ostruisca ovvero si danneggi, ad esempio a causa di una collisione. In tale ipotesi, al fine di prolungarne la vita utile, il conio viene normalmente sottoposto ad un’operazione di spazzolatura o di lucidatura. Queste operazioni possono essere fatte manualmente oppure utilizzando una macchina lucidatrice elettrica. In particolare, nel caso di ostruzione viene solitamente utilizzata una spazzola con delle setole molto dure e rigide. La spazzola viene quindi strofinata finché il conio non sarà liberato dall’ostruzione e questa operazione potrebbe lasciare dei lievi graffi sulla superficie del conio che potrebbero poi formare delle sottili linee in rilievo sul campo delle monete battute con quel conio. Invece, nel caso di collisione il conio viene sottoposto ad un procedimento di lucidatura più invasivo, visto che devono essere eliminati dei segni in rilievo dalla superficie del conio. A tal fine, viene utilizzata una stecca di bosso (legno) ricoperta da carta abrasiva e della pasta diamantata oppure un’apposita macchina lucidatrice elettrica, le quali raschiando il campo del conio (la parte più alta del conio) asportano un lieve strato di metallo. Questa operazione, oltre a lasciare dei graffi, può anche rendere evanescenti certi elementi dell’impronta della moneta. Tuttavia, tutti questi effetti negativi sono tollerati dalla Zecca che ritiene preferibile allungare la durata del conio, seppur a discapito della qualità delle monete coniate. Questi errori di coniazione sono scarsamente apprezzati dai collezionisti e quindi sono anche poco ricercati. Nell’immagine sopra riportata si può apprezzare una moneta da 2 centesimi 1915 con un residuo di tracce di collisione (frecce blu – parte della nuca di Vittorio Emanuele III), mentre le altre sono state asportate da un processo di lucidatura che ha lasciato degli evidenti graffi in rilievo (frecce verdi) e che ha reso evanescente una delle due barche a sinistra del ramo d’ulivo. Infine, va rilevato che, se l’utensile abrasivo viene premuto troppo vigorosamente, lo stesso potrebbe erodere la zona circostante ad alcuni elementi dell’impronta cancellandone i rilievi. Nella moneta che segue (trovata da Franco Saltarelli), si può apprezzare un’abrasione parziale di parte del collo causata da una profonda operazione di lucidatura resasi necessaria a seguito di una collisione dei due coni. Infatti, inclinando leggermente il rovescio della moneta si possono vedere sia le tracce della lucidatura (righe orizzontali sotto la fiaccola) che le tracce molto lievi della collisione. In altri casi, una forte lucidatura può smussare le cavità delle impronte sul conio. Questi avvallamenti creeranno delle corrispondenti zone in rilievo sulla moneta che daranno origine ad un effetto sdoppiamento molto simile allo sdoppiamento derivante da un’usura del conio. In linea generale, per poter confermare con ragionevole certezza che si tratta di un effetto sdoppiamento da lucidatura del conio vanno ricercati anche altri elementi caratterizzanti quali la presenza dei tipici graffi derivanti dall’abrasione della superficie del conio, l’evanescenza di alcuni elementi delle impronte oppure la presenza di tracce di una collisione del conio. Ciò posto, si rileva che gli studiosi hanno identificato due possibili varianti di questo fenomeno: (i) sdoppiamento da lucidatura del conio interno e (ii) sdoppiamento da lucidatura del conio esterno. La variante *sub* (i) è quella più frequente e si origina quando l’utensile abrasivo penetra nelle cavità delle impronte smussandone il bordo e allargando alcuni elementi dell’impronta. Si veda la rappresentazione grafica con la lettera B di cui sopra. L’area in giallo è la zona del conio smussata dall’utensile abrasivo. La variante *sub* (ii) è invece più rara e si verifica quando l’utensile abrasivo entrando ed uscendo dalle cavità delle impronte (ad esempio per liberare una cavità ostruita) “rimbalza” sulla superficie del conio generando una lieve depressione attorno alla cavità. Si veda la rappresentazione grafica con la lettera C di cui sopra. Questa depressione creerà una zona in rilievo sulla moneta dalla forma irregolare, ma sostanzialmente simile all’elemento dell’impronta sdoppiato. Una caratteristica tipica è che l’impronta secondaria non è in contatto con l’impronta primaria. Va doverosamente osservato che questa tipologia di sdoppiamento non è stata ancora confermata in modo incontrovertibile e alcuni autorevoli ricercatori, tra cui l’*ex* presidente del CONECA Mike Diamond, ne mettono addirittura in dubbio l’effettiva esistenza. --- ## Cd – Conio usurato - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-4-conio-usurato/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cd - Ultima modifica: 2021-10-20 L’utilizzo prolungato può ovviamente determinare anche un’usura del conio. Invero, in linea di principio, prima che il conio inizi ad usurarsi, lo stesso dovrebbe essere sostituito dall’addetto alla pressa. Tuttavia, per motivazioni di carattere economico, può capitare che il suo utilizzo venga prolungato, anche grazie alle operazioni di lucidatura accennate sopra. Pertanto, può capitare che delle monete vengano coniate da coni usurati. Al riguardo, si ricorda che i coni sono leggermente convessi e, di conseguenza, la parte centrale è quella soggetta ad uno *stress* maggiore e ad un’usura più veloce. Inoltre, il conio superiore (quello che batte solitamente il dritto della moneta) è soggetto ad un’usura più veloce rispetto al conio inferiore. Oltre alle impronte più evanescenti, uno dei tipici segni dell’usura sono degli aloni lucidi nel campo della moneta che spesso assumono la forma di “raggi” che vanno dal centro della moneta verso l’esterno oppure di porosità sulla superficie della moneta (cd. “superficie a buccia d’arancia”). Qui sotto si può apprezzare a sinistra una 100 lire 1998 che presenta una tipica superficie a buccia d’arancia soprattutto in prossimità della scritta “REPVBBLICA” e a destra una 100 lire 1979 con evidenti raggi radiali. Si noti in quest’ultima moneta anche l’evanescenza nella parte centrale che, come detto, costituisce un altro segno tipico di usura del conio. Un altro segno molto frequente dell’usura del conio è costituito dal cosiddetto “doppio bordo”. Come più volte sottolineato, la leggera convessità del conio spinge il metallo del tondello dal centro verso l’esterno per poi fermarsi lungo il bordo. A lungo andare, dopo centinaia di migliaia di battute, questo “flusso” di metallo può portare ad una deformazione plastica del conio in prossimità del bordo, soprattutto se la pressione di battitura è più alta rispetto all’usuale, ad esempio perché è stato fissato un tonnellaggio maggiore oppure perché la distanza minima tra i due coni è inferiore rispetto alla norma. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 10 centesimi di euro del 2002 che presenta un evidente doppio bordo su entrambe le facce della moneta. Nelle 500 lire bimetalliche il doppio bordo, oltre che in prossimità del bordo, si può sviluppare anche all’interno nel disco centrale in bronzital. Ciò è dovuto alla doppia convessità del conio che crea una prima barriera al fluire del metallo dal centro verso l’esterno. Soprattutto quando la doppia convessità è più accentuata del normale, nel punto in cui inizia la rima convessità si viene a creare un maggiore stress per il conio che, in una prima fase, forma una fascia circolare di piccoli raggi radiali. Nella fase successiva, si inizia a generare una deformazione plastica che conio creando una scanalatura circolare (nella moneta sarà ovviamente in rilievo) associata ai raggi radiali. Infine, nell’ultima fase la scanalatura sul conio si accentua e viene a formarsi un doppio bordo interno. In inglese viene chiamato “ridge ring” che tradotto in italiano prende la denominazione tecnica di “anello di cresta”. Questa tipologia di errore è molto frequente nelle 500 lire 1993 Banca d’Italia del secondo tipo (con impronte piccole e firma dell’incisore “GROSSI” grande). Probabilmente, la Zecca – visti i difetti riscontrati nella coniazione della 500 lire 1993 Banca d’Italia del primo tipo (con impronte grandi e firma dell’incisore “GROSSI” piccola) – ha aumentato la convessità interna del conio, oltre a rimpicciolire le impronte. Ciò al fine di favorire la completa unione tra i due tondelli, ma al contempo con l’effetto indesiderato di favorire la formazione di un doppio bordo interno. ### Sdoppiamento da usura Una particolare forma di usura del conio è quella dello sdoppiamento da usura del conio (*die deterioration doubling* in inglese). Similmente allo sdoppiamento da danno meccanico, questa tipologia di errore è generalmente confusa con un errore da conio doppio, che invece è molto più raro, oppure ancora più banalmente con una doppia battitura. Invece, a sostanziale differenza dallo sdoppiamento da danno meccanico, l’errore in parola non si origina per effetto della battitura, bensì è legato ad un problema sul conio. In particolare, come è già stato evidenziato, dopo centinaia di migliaia di battiture la superficie del conio può cominciare a mostrare gli effetti di un suo deterioramento. Siccome con la battitura il metallo viene spinto dalla pressione dentro le cavità del conio, quest’ultime sono sottoposte ad un forte *stress* e gradualmente gli angoli più acuti iniziano ad erodersi. In altre parole, il bordo delle impronte, e nello specifico gli elementi della figura più stretti ed in rilievo (come lettere o numeri), iniziano ad arrotondarsi e a smussarsi formando delle depressioni vicino tali impronte. Naturalmente queste nuove cavità secondarie – solitamente meno profonde della cavità principale da cui si originano – formeranno delle immagini in rilievo sulla superficie della moneta. Inoltre, visto che queste impronte secondarie sono vicine alle impronte primarie, si può originare un effetto di sdoppiamento dell’immagine che prende il nome di “sdoppiamento da usura del conio”. Questo effetto può assumere diversi tipi di forme. Solitamente questo sdoppiamento ha un aspetto più tondeggiante, meno regolare e più “tozzo” rispetto allo sdoppiamento da danno meccanico e le impronte secondarie possono coinvolgere entrambi i lati dell’impronta principale (cfr. immagine qui a lato – fusto dell’albero d’ulivo delle 100 lire Minerva). Inoltre, nella maggior parte dei casi l’orientamento dello sdoppiamento è verso il bordo, proprio perchè lo stesso si origina dal fluire del metallo dal centro verso il l’esterno. Al riguardo, va anche osservato che nella monetazione italiana questo effetto tende ad assumere una forma più regolare e lineare rispetto ad altre monetazioni estere e questo è essenzialmente dovuto al fatto che i coni impiegati dalla zecca italiana venivano (e probabilmente vengono tutt’oggi) ricoperti da un sottile strato di nitruro di cromo che rende più resistente la superficie. Ciò rende ancora più difficile distinguere questo effetto dai danneggiamenti da schiacciamento e quindi è utile ricercare altri marcatori che ne confermino l’origine. Qui sotto si può apprezzare una bella 20 lire 1970 (collezione Joel Gerard) che presenta un evidente sdoppiamento da usura sulla data e sul valore. Da notare come lo sdoppiamento sia associato ad altri “effetti” tipici di un’usura del conio (la superficie a “buccia d’arancia” e la distorsione delle impronte ed in particolare il SdZ) e come l’orientamento dello sdoppiamento sia verso il bordo. ***L’errore celebre: 200 lire “collo lungo”*** L’effetto “collo lungo” viene spesso erroneamente considerato una variante di conio, ma in realtà si tratta banalmente di una conseguenza derivante dall’utilizzo prolungato del conio e quindi da una sua usura. Nella moneta riportata qui sopra la causa dell’errore è particolarmente evidente, anche grazie alla presenza di un altro effetto tipico di un conio usurato, vale a dire i “raggi” radiali presenti sul dritto della moneta. Sia i raggi che il prolungamento del conio sono originati dai solchi presenti sulla superficie del conio superiore, a loro volta causati dal continuo defluire del metallo dei tondelli coniati dal centro verso l’esterno. Infatti, la pressione esercitata dalla compressione dei coni e la loro forma leggermente convessa fa si che il metallo del tondello tenda a defluire verso l’esterno. A lungo andare, ciò determina dei solchi radiali sulla superficie del conio. Nel caso delle 200 lire, dove il collo delle figura femminile posta al dritto ha un’estremità appuntita, il metallo defluendo sulla cavità del collo e confluendo su quella estremità appuntita tenderà a prolungarla creando il celebre effetto “collo lungo”. Questa tipologia di errore è riscontrabile in vari millesimi. La foto sopra riportata è relativa ad una moneta del 1979. ***L’errore celebre: 200 lire 1979 “testa pelata”*** Le 200 lire 1979 “testa pelata” rappresentano un tipico esempio di conio superiore usurato. Al riguardo, va innanzitutto osservato che la zona dei capelli del diritto delle 200 lire rappresenta un particolare punto debole di questa moneta. Infatti, si tratta di una zona molto elaborata, con delle scanalature profonde molto ravvicinate e posizionate al centro della moneta. Come è già stato evidenziato, il conio superiore, che è solitamente deputato a coniare il dritto della moneta, è maggiormente soggetto ad usura ed in particolare nella zona centrale, a causa della convessità del conio. Inoltre, la presenza delle scanalature dei capelli favoriscono l’inserimento di materiali estranei che spesso portavano alla parziale ostruzione del conio. Per tutti questi motivi, in molte monete da 200 lire la zona dei capelli risulta spesso poco nitida e all’apparenza “consumata”. Inoltre, nell’esemplare riportato qui sopra si può notare il noto fenomeno del “collo lungo” che, come analizzato, è un altro classico segno di usura del conio sulle monete da 200 lire. Visto che deriva da un’usura del conio, questa tipologia di errore “testa pelata” si può riscontrare in vari millesimi, sebbene il millesimo più conosciuto è quello del 1979. --- ## Ce – Conio ostruito - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-5-conio-ostruito/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ce - Ultima modifica: 2021-10-20 Questa tipologia di errore è piuttosto comune ed implica la mancanza di certe parti della figura o della legenda impressa sul conio (es. cifre della data, il segno di zecca, la firma dell’incisore, etc). Talvolta questo errore viene confuso e denominato “conio stanco”, sottendendo una moneta battuta da un conio usurato. Qui sotto si può apprezzare una 500 lire “senza data”. Tuttavia, va sottolineato che questa tipologia di errore, nella maggior parte dei casi, non deriva da un’usura del conio, visto che la causa principale è essenzialmente legata al liquido lubrificante, alla polvere metallica o a piccolissimi detriti di metallo che, durante la fase di battitura, si introducono nelle cavità del conio. Infatti, come tutti i macchinari, anche la pressa necessita di un liquido lubrificante e alle volte può accadere che lo stesso finisca nella zona di battitura dentro le cavità del conio. In egual modo può succedere che della polvere metallica o dei piccolissimi detriti si inseriscono in qualche elemento della figura in incuso riportata sul conio. Se ciò si verifica, quando il tondello viene battuto, la cavità ostruita non sarà in grado di trasferire in tutto o in parte la sua immagine alla moneta. La zona ostruita può essere più o meno ampia e può riguardare anche un’intera scritta o un’intera figura. Al riguardo, va osservato che, almeno nelle presse verticali, le ostruzioni si verificano più frequentemente sul conio inferiore e quindi sul rovescio della moneta. Ciò è dovuto semplicemente alla forza di gravità che rende meno “facile”, ma non impossibile, l’ostruzione del conio superiore. Inoltre, l’ostruzione si verifica normalmente nelle cavità più piccole e meno profonde del conio (firma dell’incisore, segno di zecca, millesimo, etc.), in quanto più agevolmente “ostruibili” in modo duraturo. Infatti, l’ostruzione della cavità può durare da un paio di battute fino ad alcune decine di migliaia di battute (creando il medesimo errore su molte monete) e ciò a seconda del materiale (liquido o solido) che ha ostruito la cavità ed il conio interessato (superiore o inferiore). Infatti, il liquido lubrificante dopo poche battute solitamente scompare, mentre i detriti e/o la polvere metallica possono ostruire più a lungo la cavità. Inoltre, l’ostruzione dura più a lungo se riguarda il conio inferiore rispetto al conio superiore, sempre per effetto della forza di gravità che tende ad espellere il materiale estraneo. In rari casi, può accadere che il materiale estraneo dopo una serie di battute divenga compatto e assuma la forma della cavità in cui si è insinuato. Se successivamente si stacca dal conio e si appoggia al tondello, la moneta coniata successivamente al distacco presenterà una lettera, un numero o un disegno aggiuntivo (in incuso) creando un errore raro e molto ricercato. Nella foto qui a fianco si può apprezzare una moneta da 50 lire 1955 con a cifra “5” aggiuntiva in incuso a fianco della data. Nel caso in cui la lettera o il numero secondario vengono impressi sul campo della moneta (come nel caso di specie), l’autenticazione dell’errore è molto difficile. Viceversa, laddove venga impresso a cavallo di un’impronta, l’autenticazione è molto più agevole. Infine, si segnala che la mancanza di alcune parti del disegno della moneta può essere dovuta anche ad un’altra causa. In particolare, al fine di “risparmiare” sul ricambio dei coni, in certi casi le zecche utilizzano la tecnica della lucidatura per prolungare la vita utile del conio. Talvolta, tale operazione può avere un effetto abrasivo sulle parti meno pronunciate del conio. A parte casi particolari, tra i quali quello illustrato sopra del numero in incuso aggiuntivo, gli errori di coniazione derivanti da un conio parzialmente ostruito sono molto comuni e si trovano facilmente anche tra le monete in circolazione. Pertanto, non hanno generalmente un grosso valore aggiunto e non interessano molto i collezionisti di errori di coniazione. Infatti, nella produzione di massa delle monete destinate alla circolazione, neanche la Zecca li considera errori e gli stessi non vengono solitamente scartati, in quanto il livello di qualità comunemente accettato consente che ci possano essere piccole imperfezioni di questo tipo. ***L’errore celebre: 20 lire 1970 “P anziché R”*** L’errore di coniazione presente sulle 20 lire 1970 e denominato “P anziché R” consiste essenzialmente nella graduale ostruzione della “gambetta” che forma la lettera “R” del segno di zecca. Peraltro, va osservato che tale lettera “R” presentava già di per sé allo stato “normale” la gambetta più sottile e meno pronunciata rispetto al resto della forma grafica della lettera (cfr. dettaglio figura n. 1 sopra riportata). Nella figura di dettaglio numero 2 e 3 riportate qui sopra si può apprezzare il processo di otturazione della gambetta, che alla fine sparisce completamente. Il fatto che si possano riscontrare più monete che mostrano la progressione dell’errore esclude la possibilità che già il conio fosse difettoso. Infatti, l’errore dev’essere sicuramente maturato durante la fase di battitura e l’ipotesi più accreditata è appunto l’ostruzione parziale del conio. Inoltre, il fatto che l’ostruzione abbia riguardato il conio inferiore, ha probabilmente determinato un prolungamento della durata dell’ostruzione e la coniazione di molte monete con il medesimo errore. Si tratta di un errore piuttosto comune e che si può riscontrare facilmente anche in altri millesimi della stessa moneta da 20 lire. Pertanto, non si capisce come mai solo questa moneta sia così ricercata dai collezionisti. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che, a differenza di altri errori simili, questo viene riportato nei principali cataloghi di monete. E’ interessante notare che varie monete che presentano questo errore sono state inserite anche nelle serie divisionali della Zecca Italiana del 1970. Infine, a titolo di curiosità si segnala che questa moneta è stata scelta da Giovanni Attardi per la copertina del suo libro “*Varianti ed errori nelle monete della Repubblica Italiana*”, 2002. Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2021 --- ## Cf – Coni collisi - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-6-coni-collisi/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cf - Ultima modifica: 2021-10-20 Questa tipologia di errore si origina da una collisione dei due coni, da qui la denominazione di “coni collisi”. Detta collisione può accadere quando la pressa viene azionata in assenza di un tondello (ovvero di un altro oggetto) tra i due coni. Normalmente, nelle presse monetarie la distanza minima tra i due coni viene regolata in modo tale che gli stessi non collidano, anche in assenza di un tondello. Tuttavia, può accadere che per un’errata regolazione oppure per un malfunzionamento della pressa questa distanza minima si riduca a zero. In questo caso, il conio superiore potrebbe collidere con il conio inferiore trasmettendogli parte della sua immagine (in positivo e in rilievo) e, allo stesso modo, il conio inferiore potrebbe trasmettere parte della sua immagine (in positivo e in rilievo) al conio superiore. La collisione può avvenire una sola volta oppure per un numero ripetuto di volte. Maggiore sarà il numero di collisioni e più intensa sarà l’immagine trasferita vicendevolmente tra i due coni. Se dopo la collisione (o le collisioni) vengono alimentati dei tondelli all’interno della virola senza che i due coni siano sostituiti, le monete riporteranno, oltre che le normali figure (in positivo e in rilievo) nelle due facce, anche una porzione della figura della faccia opposta in negativo e in incuso. Normalmente quando i due coni collidono, gli stessi vengono analizzati, estratti ed inviati all’ufficio competente per un’eventuale riparazione che, nella maggior parte dei casi, consiste in una profonda lucidatura volta a levigare leggermente la superficie del conio per eliminare le tracce della collisione. Questa tipologia di errore si verificava frequentemente anche nell’antichità con la coniazione a martello. In particolare, ciò poteva accadere quando, nella frenesia delle varie operazioni di battitura, l’addetto deputato a posizionare il tondello nel conio d’incudine si dimenticava di adempiere al suo compito e la battitura avveniva quindi “a vuoto”, danneggiando uno o tutti e due i coni. *Figura 184 – 200 lire 1990 con segni di collisione al dritto (collezione Lamberto G. Moris). Sulla sinistra del volto femminile si possono distinguere chiaramente le tre finestre del Palazzo Spada segnate in blu* **Figura 184 – 200 lire 1990 con segni di collisione al dritto (collezione Lamberto G. Moris). Sulla sinistra del volto femminile si possono distinguere chiaramente le tre finestre del Palazzo Spada segnate in blu** Una delle caratteristiche importanti di questa tipologia di errore da verificare per identificare eventuali monete artefatte è costituita dal fatto che (i) le tracce della faccia opposta sono in negativo, vale a dire i segni in rilievo saranno in incuso ed i segni in incuso saranno in rilievo (cfr. finestre del Palazzo Spada qui sopra che nel rovescio sono in incuso, mentre le relative tracce nel dritto sono in rilievo) e (ii) le tracce sono posizionate nello stesso punto della faccia opposta, tenendo ovviamente conto dell’orientamento dell’asse (“alla tedesca” oppure “alla francese”). Ad esempio, nella moneta da 200 lire riportata qui sopra la data (1978), oltre ad essere in negativo, è posizionata nella parte opposta e capovolta). Questo perché le monete da 200 lire (come le altre monete in lire della Repubblica) sono coniate con la tecnica “alla francese”, vale a dire presentano un asse di rotazione a 180°. Invero, in casi molto rari, può accadere che uno dei due coni sia anche ruotato o disallineato al momento della collisione, consentendo quindi il trasferimento dell’immagine in una posizione differente. La collisione dei coni è più comune nelle monete più antiche, in quanto – proprio al fine di evitare la collisione dei due coni – le presse moderne, oltre alla suddetta distanza minima tra i coni, sono dotate anche di un impilatore nel quale vengono inseriti i tondelli prima di essere trasferiti all’interno della virola. In tale impilatore c’è un sensore volto a bloccare il funzionamento della pressa qualora si verifichi un malfunzionamento nel sistema di alimentazione dei tondelli. Tuttavia, in rari casi, può capitare che anche questo sensore non operi correttamente e che le presse continuino a funzionare, collidendo una contro l’altra. Invece, le presse più antiche non erano dotate di questo sistema e l’errore si presentava più frequentemente. Qui sopra si possono apprezzare una moneta da 20 centesimi impero del 1941 con tracce della figura femminile del rovescio sul dritto e una moneta da 2 centesimi del 1967 con delle tracce del volto di Vittorio Emanuele II sul rovescio. Le monete che presentano questa tipologia di errore possono essere trovate “facilmente” anche tra le monete in circolazione, in quanto hanno una forma regolare e le tracce della collisione sono spesso poco evidenti. Pertanto, questo errore può sfuggire facilmente ai controlli di qualità della Zecca. Oltre che con il conio inferiore, il conio superiore può collidere anche con la virola e ciò può tipicamente avvenire se, per un mal funzionamento della pressa lo stesso risulta leggermente disallineato. Questa collisione andrà a danneggiare il bordo del conio che riporterà i segni dell’eventuale zigrinatura del contorno. Il dritto della moneta presenterà da un lato un doppio bordo che appunto presenterà una sorta di zigrinatura interna (cfr. immagine qui sotto). *Figura 185 – Conio colliso con virola (sinistra) e bordo con segni di collisione con la virola (destra).* **Figura 185 – Conio colliso con virola (sinistra) e bordo con segni di collisione con la virola (destra).** Inoltre, qui sopra si possono osservare gli effetti sul bordo del conio superiore di una collisione con la virola. Infine, si osserva che spesso si trovano in vendita degli esemplari manomessi aventi delle tracce in incuso della faccia opposta della moneta, ottenute comprimendo una moneta (o parte di moneta) sopra un’altra con una pressa idraulica. Al riguardo, per cercare di identificare questi esemplari “fasulli”, è importante ricordare che le tracce in incuso non sono mai presenti sopra le impronte in rilievo, bensì sul campo, e questo perché le impronte in rilievo corrispondono a delle cavità del conio, mentre il campo costituisce la superficie del conio. Pertanto, in caso di collisione dei coni, le cavità di un conio possono solo andare ad incidere la superficie – vale a dire il campo – dell’altro conio. Inoltre, essendo i coni leggermente convessi è più probabile che le tracce in incuso siano più marcate nella parte centrale del campo, per poi degradare all’avvicinarsi del bordo. Inoltre, l’errore derivante dalla collisione dei coni nella maggior parte dei casi ha le tracce in incuso esattamente nel punto diametralmente opposto (basta girare la moneta e verificare che la traccia in incuso coincida all’impronta in rilievo della faccia opposta). Da questo punto di vista si può verificare il caso che l’asse della moneta sia leggermente ruotato a causa di un [mal posizionamento dei coni nella pressa](https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/). In tal caso anche le impronte trasferite all’altra faccia della moneta presenteranno la stessa rotazione dell’asse. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 200 lire 1990 con asse di rotazione ruotato di circa 15°. Si noti in particolare la posizione delle “finestre” dietro la nuca rispetto all’immagine riportata all’inizio di questa pagina. Tra gli errori di coniazione che determinano il trasferimento dell’immagine sull’altra faccia della moneta, si segnala una particolare forma denominata “trasferimento indiretto dell’immagine” che spesso viene confusa con un errore di battitura con coni collisi. Tuttavia, in questa specifica circostanza, il trasferimento non avviene attraverso il contatto con una moneta precedentemente battuta oppure a seguito della collisione dei due coni, bensì a causa dell’usura del conio. Infatti, la genesi di questa particolare tipologia di errore è la seguente. Quando il conio superiore (solitamente corrispondente al diritto della moneta) batte il tondello, la forza di compressione viene trasferita – attraverso il tondello – al conio inferiore. Naturalmente, siccome i coni sono leggermente convessi, la zona dove viene esercitata la pressione maggiore è normalmente il centro. Ora, nel caso di monete che presentano al centro del dritto una figura con rilievi marcati, quale ad esempio il busto di una persona, la parte centrale del conio superiore corrispondente a tale figura presenterà un’area in incuso. Pertanto, in tale ipotesi, la zona che subisce il primo contatto e la maggiore pressione di compressione è quella posta lungo i contorni della figura rappresentata al dritto. Ogni battitura trasferirà quindi parte di tale forza al conio inferiore che, con il passare del tempo, genererà un’immagine a specchio della figura del dritto. Questa tipologia di errore si verifica più frequentemente su monete con un ampio diametro, sottili nello spessore, con una figura al centro del diritto dai rilievi abbastanza marcati e con il campo del rovescio piuttosto ampio. Qui sopra si può apprezzare un soldo del 1866 dello Stato Pontificio che presenta un trasferimento indiretto dell’immagine di Pio IX°. Al rovescio si può chiaramente distinguere la traccia del busto del pontefice. Si noti che, rispetto ad un errore da battitura con coni collisi, in questo caso i contorni dell’immagine trasferita sono più sfumati ed evanescenti. L’errore – dovuto come detto ad un utilizzo prolungato dei coni – è stato favorito dalla grande figura di Pio IX° e dal rovescio abbastanza sgombro da immagini. Infatti, l’immagine trasferita risulta più nitida sul campo del rovescio. *Figura 186 – 20 centesimi 1940 con collisione doppia* **Figura 186 – 20 centesimi 1940 con collisione doppia** Un’ulteriore rara forma di errore di coniazione derivante da una collisione dei coni è la cd. contro-collisione che, similmente ai casi visti in precedenza, è atta a determinare il trasferimento (di una parte) dell’immagine di una faccia della moneta in una posizione spostata rispetto all’ordinaria oppure nell’altra faccia della moneta. In particolare, una prima tipologia di contro-collisione si ha quando, dopo una prima collisione tra i due coni, una parte dell’immagine di un conio viene trasferita all’altro conio e viceversa. Ora, nel caso in cui avvenga un’ulteriore successiva collisione tra i due coni, potrà accadere che: (a) la porzione di immagine trasferita possa essere ritrasferita al conio di provenienza creando un effetto sdoppiamento molto simile allo sdoppiamento da danno meccanico e/o (b) un ulteriore trasferimento di immagine da un conio all’altro sebbene in una posizione diversa, determinando anche in questo caso uno sdoppiamento dell’immagine trasferita. L’effetto *sub* (a) viene denominato contro-collisione, mentre l’effetto *sub* (b) viene denominato collisione doppia. Una seconda tipologia di contro-collisione estremamente rara si genera quando un corpo estraneo fatto di un materiale abbastanza robusto (es. acciaio) entra nella zona di battitura e viene compresso tra i due coni solitamente insieme al tondello da coniare. A seguito della battitura, una parte dell’immagine del conio a contatto con il corpo estraneo si sarà trasferito su di esso. Se il corpo estraneo rimane tra i due coni anche nella successiva battitura, l’immagine ad esso trasferita si può ritrasferire al conio di provenienza, spesso in una posizione differente, determinando quindi un effetto sdoppiamento. Peraltro, se il corpo estraneo rimane per più battiture tra i due coni, l’immagine si può ritrasferire anche due, tre o quattro volte e più. Invero, questa tipologia di errore si potrebbe verificare anche quando, a causa di un inceppamento della pressa, più tondelli rimangono incastrati nella zona di battitura. La battitura di più tondelli contemporaneamente aumenta la pressione di battitura e se questi tondelli sono composti di un materiale molto duro, come ad esempio il nichel, può accadere che parte delle impronte della moneta vengano trasferite al conio. *Figura 187 – 50 centesimi 1920 Leoni con contro-collisione doppia di secondo tipo. Le frecce blu evidenziano la prima contro-collisione leggermente spostata in obliquo (tre teste di leoni e una zampa), mentre le frecce nere mettono in evidenza la seconda contro-collisione* **Figura 187 – 50 centesimi 1920 Leoni con contro-collisione doppia di secondo tipo. Le frecce blu evidenziano la prima contro-collisione leggermente spostata in obliquo (tre teste di leoni e una zampa), mentre le frecce nere mettono in evidenza la seconda contro-collisione** --- ## Cg – Errori sulla virola - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-7-errori-sulla-virola/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Cg - Ultima modifica: 2024-03-08 ### Virola più grande e monete con bordo largo In certi casi può succedere che la moneta presenti un diametro superiore a quello *standard*, in quanto è stata coniata all’interno di una virola con un foro di diametro più grande. Questa tipologia di errore è molto rara ed è anche difficile da identificare, in quanto in molti casi la differenza di dimensione è veramente minima. Le cause che possono portare a questo errore sono essenzialmente quattro: 1. una virola destinata per la coniazione di una certa moneta viene inserita in una pressa utilizzata per coniare una moneta che dovrebbe avere un diametro inferiore; 2. la virola è stata fabbricata erroneamente con un foro più grande; 3. una virola corretta viene utilizzata per un periodo prolungato e a causa delle eccessive battiture il foro si espande leggermente; 4. la presenza di tre o più fratture permette alla virola di espandersi. E’ stato riscontrato che le ultime due cause sono quelle più frequenti. Un errore di coniazione appartenente a questa tipologia molto noto è la moneta in argento da 5 lire 1872 di Vittorio Emanuele II con il bordo più largo. Autorevoli autori[1] ritengono che questo errore sia invece dovuto ad un’errata regolazione, da parte dell’operatore della macchina orlettatrice, che quindi ha creato dei bordi più larghi. Invero, l’ipotesi più plausibile è che la moneta sia stata coniata in una virola più grande. Infatti, se il tondello avesse avuto gli orli più grandi a parità di diametro, la legenda lungo il bordo dovrebbe trovarsi adiacente allo stesso. Invece, la distanza tra la legenda e il bordo è la stessa di una moneta “normale”. Ciò fa pensare ad un diametro maggiore. Si tratta di una moneta estremamente rara e, ad oggi, sul mercato sono apparsi pochissimi esemplari tra i quali si ricordano: Collezione Rocca (Asta Negrini 11/1998), Collezione Vitalini (Asta Nomisma 10/2009) e InAsta n. 12/2006 lotto n. 1702. *Figura 174 – 5 lire 1872 bordo largo (sotto una moneta con bordo normale per il confronto)* **Figura 174 – 5 lire 1872 bordo largo (sotto una moneta con bordo normale per il confronto)** Ben diverso è invece il caso di monete che, a parità di diametro, presentano il bordo più largo dell’ordinario. Infatti, nelle monete in parola è evidente che l’anomalia – se così si può chiamare – non dipende dalla virola, bensì dal conio. Al riguardo, va infatti ricordato che il bordo delle monete viene prodotto in fase di battitura da una cavità posta lungo il contorno del conio detta “grondaia”. Pertanto, l’ampiezza del bordo dipende dall’ampiezza della grondaia. *Figura 175 – 2 eurocent 2003 “bordo largo”* **Figura 175 – 2 eurocent 2003 “bordo largo”** Una grondaia più ampia rispetto all’ordinario può essere dovuta principalmente a due cause: 1. una modifica volontaria del conio. In questo caso sarebbe forse più opportuno parlare di “variante” piuttosto che di errore di coniazione. A titolo esemplificativo, rientrano in questa categoria le 5 lire aquilotto 1926/1930 e le 10 lire biga 1926 con il bordo più largo; 2. ad un’errata fabbricazione della grondaia. Infatti, come vedremo, quest’ultima viene solitamente realizzata nel processo di punzonatura a freddo del conio oppure attraverso un’operazione di torniatura. In questo secondo caso, può accadere che il tornio venga impostato in modo errato e che la cavità della grondaia sia più ampia dell’ordinario. Infine, va osservato che, siccome l’anomalia è legata al conio, la moneta potrebbe presentare solo una delle due facce con il bordo largo oppure tutte e due. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Attardi – Gaudenzi, *Prove-Varianti-Errori-Falsi nelle monete dei Savoia*, Vol. I, 2008, pag. 257 --- ## Ch – Errori di fabbricazione dei coni - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-8-fabbricazione-coni/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ch - Ultima modifica: 2021-10-20 L’errore di coniazione denominato “conio doppio” è forse la tipologia di errore meno conosciuta in Italia, ma invece è tra le più popolari nei Paesi anglosassoni ed *in primis* negli Stati Uniti. In Italia questa tipologia di errore viene comunemente confusa con una “[doppia battitura](https://www.erroridiconiazione.com/b-3-battitura-doppia-o-multipla/)”, ma in verità non ha nulla a che vedere con una doppia battitura. Al riguardo, va subito precisato che le monete moderne destinate alla circolazione vengono sempre battute una sola volta, a meno che ovviamente non ci sia qualche malfunzionamento della pressa. Invece, le monete a fondo specchio o *proof* vengono solitamente battute più di una volta, a seconda del metallo di cui è fatto il tondello. --- ## Ch1 – Errori di punzonatura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-8-1-lettere-o-numeri-ribattuti/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ch1 - Ultima modifica: 2021-10-20 In Italia, come in molti altri Paesi, la fabbricazione dei coni con il sistema della punzonatura a freddo è stato introdotto nella seconda metà del XVIII° secolo. In particolare, quando il pantografo doveva essere ancora inventato, i coni venivano fabbricati attraverso il processo manuale complesso. Peraltro, come è già stato evidenziato, fino agli inizi del XX° secolo le varie zecche italiane facevano comunque un utilizzo limitato del pantografo, in quanto lo stesso era ancora troppo impreciso e lento, e si preferiva quindi l’incisione diretta. Solo con l’acquisto dei due pantografi Janvier, la Regia Zecca passò sistematicamente al processo di produzione a pantografo. Ciò posto, si deve ritenere che nella prima metà del XIX° secolo le matrici incise a mano contenessero solo le impronte principali e centrali della moneta. E’ molto probabile che la legenda, il valore, il millesimo, il segno di zecca e gli altri elementi “standard” delle impronte vicini al bordo venissero inseriti manualmente direttamente sui coni, con l’impiego di appositi punzoncini. In certi casi, il punzone riproduttore poteva contenere solo le prime due o tre cifre della data (es. “19XX”). Ciò era dovuto al fatto che la punzonatura a freddo dei coni avveniva con dei grossi bilancieri che all’epoca non erano ancora dotati di un tonnellaggio tale da poter imprimere delle incisioni nette e nitide, soprattutto lungo i bordi (si ricorda che i coni sono leggermente convessi). Solo i potenti bilancieri a frizione introdotti successivamente consentirono di raggiungere una migliore qualità. *Figura 182 – Incisione del segno di zecca. Fonte: doubleddie.com* **Figura 182 – Incisione del segno di zecca. Fonte: doubleddie.com** L’incisione manuale di certi elementi delle impronte non è peraltro venuta meno a seguito dell’adozione del pantografo e del bilanciere a frizione. Infatti, gli elementi “variabili” delle impronte – quali ad esempio la data – continuarono ad essere incisi a mano, con appositi punzoncini. Al riguardo, si osserva che i punzoncini potevano contenere una singola lettera o un singolo numero ovvero anche una parola intera o un gruppo di numeri. Al riguardo, va precisato che nelle monete in lire e in euro della Repubblica Italiana la data è già presente nel punzone tipo e quindi anche nel modello. Di ciò si ha indiretta conferma nell’art. 8 del D.T. 30 luglio 1983 (“Regolamento per la fabbricazione e l’emissione delle monete e dei biglietti a debito dello Stato”) dove viene precisato che “*I punzoni tipo per le monete nazionali, che recano impresso l’anno di fabbricazione, hanno il segno caratteristico riportato nel decreto del Presidente della Repubblica che approva le caratteristiche dei singoli tagli*“. Analoga disposizione è stata riprodotta nell’art. 8 del D.M. 5 maggio 1999 n. 524 emanato in visione dell’introduzione dell’euro. Questa attività manuale poteva comportare spesso degli errori, soprattutto nelle monete di piccolo modulo (es. monete da uno o due centesimi). Inoltre, siccome una singola tiratura prevedeva l’impiego di più coni, poteva capitare spesso che per lo stesso millesimo esistano più tipologie di errori di punzonatura. Tra i principali errori di punzonatura si ricordano: 1. numeri o lettere in una posizione leggermente spostata – ad esempio più in alto o più in basso – rispetto all’ordinario; 2. numeri o lettere ribattuti. Ciò era dovuto al fatto che, al fine di ottenere la qualità desiderata delle impronte, era spesso necessario battere più volte lo stesso punzoncino e, se tra una battuta e l’altra si verificava un leggero spostamento, la cifra o la lettera poteva apparire “sdoppiata”; 3. numeri o lettere battuti sopra altri numeri o lettere. Ciò poteva essere dovuto ad un banale errore circa il punzoncino da utilizzare (casistica più frequente) oppure nel caso in cui un conio di un determinato anno non aveva ancora esaurito la vita utile poteva essere utilizzato anche nell’anno successivo previa ribattitura dell’ultima cifra della data; 4. inversione o capovolgimento di numeri e lettere. Questo è forse l’errore di punzonatura più evidente e ricercato. Nella monetazione del Regno sono tipologie di errori molto frequenti e, salvo casi particolari, aggiungono poco valore alla moneta. *Figura 183 – Partendo da sinistra: 1 centesimo 1904 con “N” più alta, mezzo tornese 1849 con “1” capovolto, 1 centesimo 1904 con “4” ribattuto, 2 centesimi 1903 con “C” ribattuta, 1 centesimo 1895 con “5” sopra l’“8” e 1 centesimo 1908 con “9” sopra lo “0”* **Figura 183 – Partendo da sinistra: 1 centesimo 1904 con “N” più alta, mezzo tornese 1849 con “1” capovolto,** **1 centesimo 1904 con “4” ribattuto, 2 centesimi 1903 con “C” ribattuta, 1 centesimo 1895 con “5” sopra l’“8”** **e 1 centesimo 1908 con “9” sopra lo “0”** ***L’errore celebre: 2 centesimi 1861 e 1862 N “grande”*** Alcune monete da 2 centesimi del 1861 e 1862 coniate nella zecca di Napoli presentano il segno di Zecca di dimensioni superiori all’ordinario (1,4 mm anziché 1,1 mm). Ciò è dipeso dal fatto che per errore su alcuni coni è stato usato il punzoncino del segno di Zecca dei 5 centesimi (che misura appunto 1,4 mm), anziché quello dei 2 centesimi. Nell’immagine qui sotto è invece riportata la 2 centesimi 1861 “N” grande. La moneta presenta anche una rottura marginale al rovescio da ore 06:00 ad ore 09:00 e tracce di collisione dei coni al dritto. In alcuni cataloghi queste monete vengono riportate con un grado di rarità estremamente elevato (tra R4 e R5). Tuttavia, da recenti verifiche, è stato accertato che questo errore è più diffuso di quello che si pensava inizialmente ed è presente in più coni di rovescio sia del 1861 che del 1862. --- ## Ch2 – Sdoppiamento del conio - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ch2 - Ultima modifica: 2022-08-17 L’errore in questione non avviene nella fase di battitura, vale a dire nel processo di trasferimento dell’immagine dal conio al tondello, bensì nella fase di produzione del conio, vale a dire nel processo di trasferimento dell’immagine dal punzone riproduttore al conio da utilizzare nella pressa. Come abbiamo avuto modo di analizzare, il conio viene realizzato attraverso una pressa idraulica che comprime il punzone riproduttore contro una barra di metallo leggermente appuntita (conio vergine) con una pressione di centinaia di tonnellate. Siccome una sola compressione non è di norma sufficiente per trasferire l’immagine ad un livello di qualità soddisfacente, si eseguono solitamente due o anche più compressioni. Al riguardo, si osserva che, dopo la prima compressione, il conio subisce un processo di “incrudimento”, vale a dire un fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato (perde elasticità e duttilità) in seguito ad una deformazione plastica a freddo. Pertanto, per conferirgli maggiore “morbidezza” e duttilità il conio viene prima riscaldato e poi raffreddato tra le varie compressioni. Di conseguenza, il conio si espande e si contrae ogni volta che subisce questo trattamento. A causa di differenze nella composizione della lega d’acciaio è possibile che, in queste espansioni e contrazioni, la forma del conio si modifichi leggermente. Per effettuare la seconda compressione, il punzone riproduttore viene prima posto sopra il conio già compresso facendo “combaciare” le rispettive immagini (una in rilievo e l’altra in incuso) e poi viene azionata la seconda compressione. Ora, se il conio si è leggermente deformato nella fase di riscaldamento e raffreddamento, dopo la seconda compressione l’immagine impressa sul conio risulterà non perfettamente allineata con l’immagine precedentemente trasferita sul conio. Ciò conduce, quindi, ad una sorta di effetto “sdoppiamento” di qualche elemento (lettera, numero, etc.) della figura del conio che ovviamente si trasferirà alle monete coniate con quel conio. *L’immagine di sinistra mostra la prima compressione del punzone riproduttore contro il conio vergine, mentre l’immagine di destra mostra il punzone riproduttore posto sopra il conio (già compresso una volta) pronto per una seconda compressione. Fonte: doubleddie.com* **L’immagine di sinistra mostra la prima compressione del punzone riproduttore contro il conio vergine, mentre l’immagine di destra mostra il punzone riproduttore posto sopra il conio (già compresso una volta) pronto per una seconda compressione. Fonte: doubleddie.com** Nel caso appena descritto l’effetto “sdoppiamento” è molto lieve ed è comunemente accettato dalla Zecca. Tuttavia, può accadere che per errore in una delle varie compressioni il punzone riproduttore ed il conio non siano posizionati uno sopra l’altro correttamente e quindi in questo caso l’effetto “sdoppiamento” può essere anche più pronunciato. Al riguardo, va evidenziato che, a causa della durezza dell’acciaio di cui è fatto il conio, la compressione successiva non riesce a cancellare totalmente la compressione precedente. Di conseguenza, se il punzone riproduttore ed il conio non sono allineati in una delle compressioni successive alla prima, l’immagine del conio mostrerà almeno qualche segno della compressione precedente. Al fine di evitare errori di questo tipo, negli ultimi decenni le zecche hanno introdotto dei sistemi ad incastro per assicurare il perfetto (o quasi) allineamento tra il punzone riproduttore ed il conio (cfr. foto qui sotto). Inoltre, va evidenziato che nei processi più moderni di produzione dei coni è stata abbandonata la tecnica delle compressioni multiple ed è stata impiegata una nuova tecnica di compressione singola (soprattutto per le monete più piccole) che ha ridotto drasticamente i casi di conio doppio, specie le tipologie più evidenti. Autorevoli studiosi statunitensi[1] hanno individuato ben otto classi distinte di questa tipologia di errore e prima di analizzarle brevemente è importante fornire alcuni concetti base: - per descrivere la distanza tra le due immagini sdoppiate si usa il termine “espansione”; - la direzione dello sdoppiamento va sempre dall’impronta più debole all’impronta più forte; - nella quasi totalità dei casi l’effetto sdoppiamento riguarda solo una faccia della moneta. Teoricamente è possibile che entrambi i coni siano “doppi”, ma ciò rappresenta un evento molto raro e comunque l’espansione e la direzione dello sdoppiamento sono diversi, in caso contrario è probabile che si tratti di un caso di doppia battitura; - a differenza di una doppia battitura, la seconda impronta di un conio doppio non cancella totalmente la prima impronta. Ciò premesso, entriamo nel merito delle cinque classi di conio doppio più importanti. ***Classe I – Sdoppiamento ruotato***: la prima compressione del conio avviene normalmente, mentre nella seconda compressione (o nelle successive), il punzone riproduttore risulta ruotato sul suo asse in senso orario ovvero antiorario. Pertanto, sul conio e sulle monete coniate da quel conio appariranno due immagini sdoppiate che si espandono in senso orario ovvero antiorario. La seconda compressione creerà l’impronta più forte. Il punto di rotazione è solitamente il centro, ma nulla vieta che possa essere un qualsiasi punto della superficie del conio. Questa classe è una delle più ricercate e più rare, in quanto è atta a generare gli effetti di sdoppiamento più evidenti. *A destra 1 centesimo di dollaro Lincoln del 1955 con conio doppio ruotato* **A destra 1 centesimo di dollaro Lincoln del 1955 con conio doppio ruotato** Nella monetazione italiana, una moneta che presenta questa classe di conio doppio, sono i 2 centesimi Italia su prora del 1915 detta “quattro mani”. Come vedremo, si tratta più propriamente di un conio doppio ruotato parziale. ***Classe II – Sdoppiamento distorto***: questa classe si verifica quando in una delle compressioni viene utilizzato un punzone riproduttore che si è distorto in larghezza. Ciò può accadere quando il punzone riproduttore viene utilizzato a lungo, anche per creare centinaia di coni. Infatti, in tal caso, il punzone tende a distendersi leggermente, ad allargarsi e l’immagine risulterà leggermente distorta e allungata verso l’esterno. Se il punzone distorto viene utilizzato nella prima compressione, l’effetto sdoppiamento tenderà ad espandersi verso il centro, se il punzone distorto viene utilizzato nella seconda compressione (o nelle successive) l’effetto sdoppiamento tenderà ad espandersi verso il bordo. In questi casi l’effetto sdoppiamento è minimo e si nota maggiormente nella figura o nelle scritte vicino ai bordi. Ciò implica che anche il valore di questa classe sia inferiore a quello della precedente e che questa tipologia di errore sia meno ricercata dai collezionisti. *1 cent 1971 USA con conio doppio distorto. Fonte: doubbleddie.com* **1 cent 1971 USA con conio doppio distorto. Fonte: doubbleddie.com** ***Classe III – Sdoppiamento con impronta differente***: questa classe è forse la più intuitiva e si verifica quando in una delle compressioni viene utilizzato un punzone riproduttore che presenta un elemento (es. cifra di una data, lettera di una parola, segno di zecca, firma, etc.) leggermente diverso oppure posizionato in modo diverso. Il migliore esempio si ha quando il punzone di un determinato anno viene utilizzato per comprimere il conio dell’anno successivo, creando una sovrapposizione dell’ultima cifra della data. Questo errore non deve essere confuso con gli [errori di punzonatura](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-1-lettere-o-numeri-ribattuti/), in quanto in questo caso la data è già presente nel punzone riproduttore e non viene ribattuta due volte sul conio. *Figura 191 – 1 lira 1939 “doppia firma”* **Figura 191 – 1 lira 1939 “doppia firma”** Nella monetazione italiana, questa classe di sdoppiamento del conio è stata riscontrata ad esempio nella lira del 1939 XVIII cd. “doppia firma”. ***Classe IV – Sdoppiamento spostato***: la prima compressione del conio avviene normalmente, mentre nella seconda compressione (o nelle successive) il punzone riproduttore risulta spostato sul suo asse in qualsiasi direzione. A differenza dello sdoppiamento ruotato, in questo caso l’asse del conio non ruota su se stesso in senso orario o antiorario, ma si sposta interamente verso una specifica direzione. Invero, non è possibile stabilire se ad essere spostato era il conio ovvero il punzone riproduttore, ma per convenzione si attribuisce lo spostamento al conio. Per certi versi, si tratta di un errore simile ad una [battitura con conio disallineato](https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/), solo che nel caso in esame ad essere disallineato è il punzone riproduttore rispetto al conio (o viceversa) e non il conio rispetto al tondello. Il risultato classico di questa tipologia di errore è una moneta che presenta una seconda immagine leggermente spostata verso una determinata direzione. L’effetto sdoppiamento può riguardare tutta la faccia della moneta ovvero solo una zona (generalmente posta al centro della moneta). In particolare, come vedremo nell’analizzare la 2 centesimi 1915 “quattro mani”, quest’ultimo caso si può verificare quando viene effettuata una prima compressione “spostata” solo parziale, vale a dire il punzone riproduttore non viene spinto “fino in fondo”, ed essendo il conio vergine leggermente appuntito solo una zona della moneta viene compressa. Nella successiva/e compressione/i “centrate” il punzone riproduttore viene invece compresso integralmente. Questo è il caso della moneta raffigurata nella seguente fotografia gentilmente concessa da Gianluigi Fino e Andrea Fino che riguarda un 2 centesimi prora 1910 con la parte centrale della figura femminile parzialmente sdoppiata e spostata verso destra (si ricorda che la direzione dello spostamento va dall’impronta più debole a quella più forte). *2 centesimi 1910 con conio doppio parziale e spostamento verso destra (Collezione Fino). Le frecce blu indicano la direzione dello spostamento, mentre le frecce nere evidenziano le parti della figura sdoppiata* **2 centesimi 1910 con conio doppio parziale e spostamento verso destra (Collezione Fino). Le frecce blu indicano la direzione dello spostamento, mentre le frecce nere evidenziano le parti della figura sdoppiata** ***Classe V – Sdoppiamento con perno***: la prima compressione del conio avviene normalmente, mentre nella seconda compressione (o nelle successive) il punzone riproduttore risulta ruotato o spostato facendo perno su un punto della faccia del conio, che solitamente è posto vicino al bordo. In questa tipologia di errore l’effetto sdoppiamento si apre “a ventaglio” dal punto che funge da perno. In altre parole, in prossimità del perno l’immagine risulterà “normale”, ma – mano a mano che ci si allontana dal perno – l’espansione tra le due immagini aumenta fino a raggiungere l’ampiezza massima nel punto opposto al perno. *5 centesimi di euro con conio doppio su perno (punto blu). Si notino le stelle e le linee che in alto a destra sono “normali”, ma man mano che si va verso il lato opposto si aprono “a ventaglio”* **5 centesimi di euro con conio doppio su perno (punto blu). Si notino le stelle e le linee che in alto a destra sono “normali”, ma man mano che si va verso il lato opposto si aprono “a ventaglio”** Oltre alle cinque classi maggiori appena analizzate, esistono anche tre classi minori di cui si farà un breve cenno qui di seguito per completezza di trattazione. ***Classe VI – Sdoppiamento disteso***: la prima compressione del conio avviene con una pressione maggiore a quella usuale, nella seconda compressione (o nelle successive) il punzone riproduttore risulta leggermente spostato, in modo tale che qualche elemento (lettere, numeri, etc.) della moneta appare con uno spessore più grande del normale. Questa è l’unica classe di conio doppio che non prevede il classico effetto sdoppiamento. ***Classe VII – Sdoppiamento modificato***: il punzone riproduttore utilizzato per fare il conio viene modificato in qualche elemento tra le varie compressioni. In questo caso, l’effetto sdoppiamento non dipende dal contatto tra il punzone riproduttore e il conio. ***Classe VIII – Sdoppiamento inclinato***: la prima compressione del conio avviene normalmente, mentre nella seconda compressione (o nelle successive) il punzone riproduttore risulta inclinato in modo tale che il punzone entri in contatto con il conio esercitando una pressione differente sulla sua superficie. Pertanto una parte del punzone penetrerà nel conio maggiormente rispetto all’altra. Infine, va fatto presente che la maggior parte delle monete con un effetto sdoppiamento delle impronte non presentano l’errore da “conio doppio”, bensì tale effetto si origina a seguito di altre dinamiche, tra cui si ricordano le due principali: (i) sdoppiamento da danno meccanico, probabilmente il più diffuso e (ii) sdoppiamento da usura. ***L’errore celebre: 2 centesimi 1915 prora “quattro mani”*** Come già anticipato, la moneta da 2 centesimi 1915 “quattro mani” costituisce un bellissimo esempio di conio doppio ruotato parziale (classe I). Per molti anni è stato confuso con altre tipologie di errori ed in particolare con una doppia battitura. A titolo esemplificativo, nella rivista Cronaca Numismatica n. 183 del 2006 l’errore è stato descritto nel seguente modo: “*sembra quasi che durante la doppia battuta il conio sia ruotato (dovuto al gioco che si a creare in fase di coniazione) di alcuni gradi a sx provocando non sia le doppie mani che altri svolazzi*”. E’ invece chiaro che l’errore in questione sia il frutto di un conio doppio parziale. Infatti, è evidente che, in primo luogo, una doppia battitura con rotazione del conio a sinistra avrebbe innanzitutto comportato la cancellazione totale o quantomeno parziale della precedente impronta e, in secondo luogo, avrebbe dovuto riguardare tutta l’immagine e non solo certe parti (braccia e nastri del vestito). Inoltre, è praticamente impossibile che una doppia battitura si ripeta allo stesso modo per una serie di monete, creando lo stesso identico effetto. Ciò posto, è interessante analizzare come questo errore ha avuto origine. *Figura 200 – A sinistra la prima compressione del punzone riproduttore e a destra la seconda leggermente ruotata a sinistra* **Figura 200 – A sinistra la prima compressione del punzone riproduttore e a destra la seconda leggermente ruotata a sinistra** Come già detto, il conio vergine è costituito da un cilindro metallico leggermente appuntito che viene compresso più volte dal punzone riproduttore. Nella moneta in esame, è altamente probabile che nella prima compressione il punzone riproduttore non sia stato spinto fino in fondo. Ciò può essere dovuto al fatto che il punzone riproduttore non era posizionato in modo appropriato (leggermente spostato verso ore 12:00). Ora, essendo il cilindro vergine appuntito, l’immagine del punzone è stata trasferita solo parzialmente al conio. La seconda compressione (ed eventualmente le successive) è invece stata effettuata integralmente, posizionando il punzone riproduttore leggermente ruotato in senso orario (cfr. immagine sopra). Ciò ha dato origine all’effetto sdoppiamento delle quattro mani, o meglio delle quattro braccia! Al riguardo, va evidenziato che l’immagine “secondaria” è meno definita e certi particolari della figura possono non essere evidenti o comunque sono meno visibili. Ciò è dovuto alla pressione esercitata dalla pressa nelle compressioni successive alla prima. Peraltro, i dettagli della figura secondaria sopravvissuti a tale forza sono quelli presenti nel campo della moneta, vale a dire la zona meno in rilievo e quindi meno soggetta a “schiacciamento”. Va anche evidenziato che esistono esemplari dell’errore in parola – anche in elevata conservazione – che presentano le scritte “CENT. 2” e “VITTORIO” leggermente evanescenti. Ciò è dipeso ad una parziale usura del conio in fase di battitura. Risulta interessante osservare che, sempre nello stesso millesimo, si è verificata la stessa tipologia di errore sebbene in modo diverso. Infatti, come si può vedere nell’immagine qui sotto (collezione Marco Urbanetti), esistono degli esemplari di monete 2 centesimi 1915 con “tre braccia” che rappresenta un errore di conio doppio parziale di classe IV. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 02:00 (infatti si ricorda che la direzione dello spostamento va misurata dall’impronta più debole a quella più forte). In questo caso, con la prima compressione è stata trasferita solo un’area ristretta del rovescio e per questo motivo l’effetto sdoppiamento ha riguardato solo il braccio sinistro e qualche nastro tra il braccio sinistro primario ed il ventre. Le altre tracce della prima compressione probabilmente a cavallo del busto dell’Italia sono state cancellate dalle successive compressioni. Allo stesso modo, non hanno resistito alla pressione del punzone riproduttore alcune dita della mano sinistra secondaria (medio, anulare e mignolo), mentre del pollice e dell’indice – in quanto maggiormente in rilievo rispetto alle altre dita – sono rimaste delle tracce evidenti, così come dell’avambraccio. L’errore detto “tre braccia” è eccezionale per l’ampiezza dello spostamento tra la prima e le altre compressioni. Infatti, gli errori di conio doppio sono solitamente caratterizzati da uno spostamento piuttosto lieve. E’ inoltre interessante notare che, con riferimento al rovescio delle monete con l’Italia Prora, questa tipologia di errore si è verificata più di una volta e con diverse classi di conio doppio. In particolare, la stessa tipologia di errore è stata ad oggi riscontrata anche nel centesimo del 1915 e nei 2 centesimi del 1910. **1 centesimo 1915 “quattro mani”** Con riferimento alla moneta da un centesimo del 1915 Italia prora si conoscono ad oggi due diverse tipologie di errore da conio doppio sul rovescio ed una sul dritto (cfr. infra). Nell’immagine qui sopra si può apprezzare una moneta da un centesimo del 1915 con un errore di conio doppio di classe V. Il perno è probabilmente collocato in prossimità dell’orizzonte sotto la parola “CENT.”. Infatti, si può chiaramente notare come l’effetto sdoppiamento aumenta mano a mano che ci si allontana da quel punto. A titolo esemplificativo, l’effetto sdoppiamento del braccio destro è meno pronunciato di quello del braccio sinistro, in quanto quest’ultimo è più lontano dal punto di perno. Inoltre, anche l’effetto sdoppiamento dei due punti della scritta “CENT.1.” è meno pronunciato dell’effetto sdoppiamento della data. Al riguardo, si notino le tracce della data secondaria poste sotto alla data primaria. E’ interessante anche rilevare che lo sdoppiamento ha riguardato un’area abbastanza ampia della moneta e questo porta a pensare che la prima compressione sia stata integrale oppure che l’errore si sia verificato in una compressione successiva alla prima. Nell’immagine qui sopra si può apprezzare una moneta da un centesimo del 1915 con un errore di conio doppio parziale di classe IV. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 01:00 (infatti si ricorda che la direzione dello spostamento va misurata dall’impronta più debole a quella più forte). Anche in questo caso, con la prima compressione è stata trasferita solo un’area ristretta del rovescio e per questo motivo l’effetto sdoppiamento ha riguardato solo la zona centrale, anche se la stessa è più ampia della più nota 2 centesimi “quattro mani” (si noti l’effetto di sdoppiamento nel viso e della gamba destra). **1 centesimo 1913 “quattro braccia”** Con riferimento alla moneta da 1 centesimo 1913 Italia su prora si conosce ad oggi una sola tipologia di errore da conio doppio. Nell’immagine qui sopra si può vedere il primo caso documentato di centesimo 1913 “quattro mani” che rappresenta anch’esso un errore di conio doppio di classe IV. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 01:00. Inoltre, lo spostamento è piuttosto marcato. Anche in questo caso, la prima compressione del punzone riproduttore ha riguardato solo una porzione centrale del rovescio della moneta. Per questo motivo, è possibile notare l’effetto sdoppiamento solo su alcuni particolari. **2 centesimi 1910″tre braccia e tre seni”** Con riferimento alla moneta da 2 centesimi del 1910 Italia su prora si conoscono ad oggi due diverse tipologie di errore da conio doppio. Qui sopra si può apprezzare una moneta da 2 centesimi 1910 detta “tre mani e tre seni” (collezione Fino) che rappresenta anch’essa un errore di conio doppio di classe IV. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 04:00. Inoltre, lo spostamento è piuttosto lieve. Anche in questo caso, la prima compressione del punzone riproduttore ha riguardato solo una porzione centrale del rovescio della moneta. Per questo motivo, è possibile notare l’effetto sdoppiamento solo su alcuni particolari (il braccio sinistro e – in misura inferiore – quello destro, il seno destro e una zona del vestito a destra). Infine, qui sopra si può apprezzare una moneta da 2 centesimi 1910 detta “tre mani e tre seni” che rappresenta anch’essa un errore di conio doppio di classe IV. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 03:00. Sebbene a prima vista lo sdoppiamento dell’immagine possa apparire uguale alla moneta precedente, da un’analisi più accurata si possono notare alcune differenze. In particolare, il fatto che si tratti di una diversa tipologia di conio doppio parziale si desume dallo sdoppiamento del pollice sinistro. Mentre nella prima moneta il pollice “fantasma” si trova più in alto rispetto al pollice “principale”, nella seconda moneta il pollice “fantasma” si trova sullo stesso piano del pollice principale. La presenza di (almeno) sei casi di errore di conio doppio in un arco temporale così ristretto e tutti sul rovescio raffigurante l’Italia prora rappresenta un fatto eccezionale. Probabilmente tale maggior concentrazione di questa tipologia di errore in quel periodo, potrebbe essere dovuta al fatto che la Zecca nel passaggio dai centesimi “valore” ai centesimi “prora” ha cambiato metodo nella produzione dei coni passando da un’incisione diretta manuale dei coni con degli appositi punzoncini (almeno per alcuni elementi delle impronte) al sistema di punzonatura a freddo descritto sopra. Forse la scarsa dimestichezza nell’utilizzo del nuovo metodo associata al modulo particolarmente ridotto di queste monete, ha contribuito ad incrementare la frequenza di quell’errore. Infine, va evidenziata l’estrema rarità di queste monete che difficilmente si trovano in vendita, fatta eccezione per la più nota 2 centesimi 1915 “quattro mani”. In quest’ultimo caso, siccome tale errore viene menzionato nei principali cataloghi di monete, lo stesso è particolarmente ricercato sia da chi colleziona errori di coniazione sia da chi colleziona monete del Regno d’Italia e ciò ha fatto probabilmente “emergere” un maggior numero di pezzi. Invece, le altre cinque monete con l’errore di conio doppio sono poco pubblicizzate e (al momento) se ne conoscono pochissimi esemplari. La loro rarità probabilmente potrebbe dipendere anche dal fatto che l’errore è stato scoperto dalla Zecca dopo aver battuto un numero contenuto di monete e conseguentemente il conio “difettoso” è stato subito scartato. Tuttavia, le monete già battute con l’errore sono state fatte entrare lo stesso in circolazione per un tornaconto della Zecca, così come è avvenuto nel 1955 negli Stati Uniti con il penny 1955 Lincoln “*Doubled Die*” (cfr. infra). ***L’errore celebre: 1 lira 1939 XVIII “doppia firma”*** In particolare, come abbiamo avuto modo di analizzare, il conio viene realizzato attraverso una pressa idraulica che comprime il punzone riproduttore contro una barra di metallo leggermente appuntita (conio vergine) con una pressione di centinaia di tonnellate. Siccome una sola compressione non è di norma sufficiente per trasferire l’immagine ad un livello di qualità soddisfacente, si eseguono solitamente due o anche più compressioni. Ora, può capitare che le varie compressioni vengano effettuate utilizzando dei punzoni riproduttori differenti (ad esempio perchè uno dei punzoni si è danneggiato oppure usurato). Qui sopra si può apprezzare una moneta da 1 lira del 1939 “doppia firma” che rappresenta un bel esempio di sdoppiamento del conio di classe III. Nel caso di specie, il conio è stato prodotto utilizzando due punzoni riproduttori che presentavano la firma “G. Romagnoli” e alcune lettere della legenda (in particolare le lettere “ELE”) disposte in due posizioni leggermente differenti. Ciò ha determinato un classico effetto sdoppiamento limitato ad alcuni elementi delle impronte. Questa moneta è particolarmente importante sia perché rappresenta il primo caso documentato di sdoppiamento del conio di classe III nella monetazione italiana, ma anche perché l’effetto sdoppiamento della firma è particolarmente rilevante. Infatti, gli sdoppiamenti di questa classe sono solitamente molto lievi. ***L’errore celebre: 1 lira 1915 “doppio orecchio”*** Qui sopra si può apprezzare una moneta da 1 lira 1915 Quadriga Briosa detta “doppio orecchio” che rappresenta un errore di conio doppio parziale di classe IV. Oltre all’orecchio anche l’occhio risulta adoppiato. In particolare, le compressioni successive alla prima sono spostate ad ore 02:30. Un errore molto simile (conio doppio parziale di classe IV) si è verificato sempre nel 1915 sulla moneta da 1 centesimo prora. Anche in questo caso, oltre all’orecchio anche l’occhio risulta sdoppiato. E’ curioso osservare che un errore simile si è verificato anche nella monetazione statunitense ed in particolare con il penny del 1984, che mostra Lincoln con un doppio orecchio. ***L’errore celebre: 1 penny 1955 Lincoln Doubled Die*** ****L’errore in questione è un conio doppio ruotato ed è forse tra i più famosi errori di coniazione degli Stati Uniti e del mondo. Infatti, la moneta appare anche nel film americano *UHF*, nel quale viene erroneamente riportato che la stessa è stata coniata nella zecca di Denver, quando invece è stata coniata nella zecca di Philadelphia. E’ stato stimato che di queste monete ne sono state coniate 24.000, tutte durante la stessa notte presso appunto la zecca di Philadelphia. Appena coniate le monete sono state mescolate con altri *cent* che non presentavano l’errore in esame. La zecca accortasi dell’errore giudicò troppo oneroso fondere tutta la partita e le monete da 1 *cent* con l’errore “conio doppio” entrarono quindi in circolazione. In particolare, le monete con questo errore sono state incluse nei pacchetti di sigarette erogati da alcuni distributori automatici nel New England. Infatti, all’epoca un pacchetto di sigarette costava 23 *cent* e, siccome il distributore richiedeva l’inserimento di una moneta da 25 centesimi (*quarter*), il pacchetto conteneva due monete da un *penny* come resto. Subito dopo la sua scoperta, in tutti gli Stati Uniti è partita la caccia all’errore che dura tutt’oggi. Il suo valore può arrivare anche a $ 40.000 in conservazione fior di conio rame rosso. Nel collezionismo degli errori di coniazione, questa moneta risulta particolarmente importante, in quanto la stessa rappresenta il punto di inizio di tutta una serie di ricerche nello studio dei processi di coniazione e di formazione dei relativi errori, senza le quali il nostro grado di conoscenza di questa branca della numismatica non sarebbe oggi così avanzato. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] John Wexler, *The Encyclopedia of double dies*, Volume 1, 1981. --- ## Ci – Errori sulle impronte - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori sui coni - Sigla: Ci - Ultima modifica: 2022-07-22 Questa tipologia di errore avviene in una delle primissime fasi del processo di coniazione, vale a dire nel momento in cui vengono abbozzate le impronte che dovranno essere riprodotte nelle due facce della moneta. In tale fase, può accadere che il disegnatore compia inconsapevolmente un errore di tipo grammaticale, di tipo logico o di tipo storico oppure semplicemente commetta un banale refuso, che può ad esempio trovarsi nella figura, nella legenda, nella data, nel nome dell’incisore, nel segno di zecca, etc. *Figura 180 – 1 lira 1810 “Natoleone”* **Figura 180 – 1 lira 1810 “Natoleone”** Al riguardo, si ricorda il caso celebre di alcuni esemplari di moneta da 1 lira “Natoleone”, anziché “Napoleone”, coniate a Milano nel 1810. Questo errore fu ricordato dallo stesso Bonaparte nel suo “Memoriale”. Inoltre, pare che l’errore non fu involontario, bensì voleva essere un’allusione satirica al carattere dell’imperatore. Si sospettò che autore di questo conio fosse lo stesso capo incisore della zecca di Milano, Luigi Manfredini, il quale, forse proprio per questo motivo, venne allontanato dopo il 1810 da Milano; solo con la caduta di Napoleone poté rientrare e riprendere il suo incarico in zecca, che tenne fino al 1830. Sempre su monete coniate a Milano, accanto al nome del Bonaparte si può riscontrare la scritta “imperapore” e “imperarore”, screditando un titolo a cui lui teneva moltissimo, tanto da mettere in dubbio anche in questo caso l’accidentalità dell’errore. Ad ogni modo, essendone stati coniati pochi pezzi, queste monete con la legenda errata sono molto rare e ricercate da parte dei collezionisti. Invece, in certi casi, la moneta contenente l’errore può risultare addirittura più comune di quella corretta. A titolo esemplificativo si ricordano i 5 centesimi 1913 “con punto” che riportano la legenda: “*Vittorio • Emanuele • III • re • d’•Italia*”. Naturalmente il punto dopo l’apostrofo costituisce l’errore. Il conio errato è stato successivamente sostituito con uno corretto, privo di punto dopo l’apostrofo. Siccome i pezzi coniati con l’errore sono più numerosi di quelli corretti, quest’ultimi sono più rari e hanno un maggior valore. Secondo alcuni, la tipologia di errore analizzata in questo paragrafo costituisce una sotto-classe delle varianti, ma – a parere di chi scrive – ciò non è corretto per i seguenti motivi: 1. una variante presuppone sempre la coniazione di due versioni differenti della stessa moneta e ciò non si verifica sempre nella tipologia di errore qui analizzata. Infatti, ci sono casi in cui l’errore viene riprodotto in tutte le monete dello stesso anno (es. 500 lire 1957 con bandiere controvento); 2. nel caso delle varianti, la sostanza complessiva delle due versioni della moneta è sempre la stessa e, al limite, la seconda versione può avere delle piccole differenze dovute ad una riproduzione non fedele del precedente conio oppure per migliorare in certi aspetti una prima versione già sostanzialmente corretta. Ben diverso è il caso di un errore, in cui la moneta presenta un’imprecisione – seppur involontaria – dal punto di vista grammaticale, di battitura, logico o storico, che poi viene corretta in una seconda versione della moneta. Solitamente questa tipologia di errore è una tra quelle che risulta oggetto di una maggiore risonanza mediatica, in quanto la stessa implica un preciso errore umano – seppur involontario nella maggior parte dei casi – che peraltro non va ad alterare la morfologia della moneta, cioè la sua struttura formale, bensì la sua struttura sostanziale, vale a dire il messaggio che le impronte della moneta dovrebbero trasmettere. ***L’errore celebre: 500 lire 1957 con “bandiere controvento”*** Le 500 lire 1957 con le “bandiere controvento” sono probabilmente l’errore di coniazione più celebre dell’intera monetazione italiana. L’esecuzione del progetto della moneta fu affidata al noto medaglista Prof. Pietro Giampaoli, allora incisore capo della Zecca di Stato. Per giungere alla realizzazione della moneta, l’autore produsse diverse monete di studio per verificare l’efficacia delle immagini, la compatibilità di queste con la produzione e con la lega metallica prevista. Giampaoli iniziò il suo percorso per la nuova moneta partendo dallo stile consueto delle monete già in corso, per giungere ad una moneta completamente diversa e nuova, seppure nella sua classicità. Egli modellò il diritto delle 500 lire che rappresenta un volto di donna, tratteggiato con linea e rilievo rinascimentali, molto simile a quello del celebre ritratto del Bronzino, raffigurante l’effige della nobildonna pistoiese Lucrezia Panciatichi. In realtà, il ritratto dovrebbe raffigurare la consorte del Giampaoli, Letizia Savonitto. Attorno al profilo femminile sono disposti a corona gli stemmi di tutti i capoluoghi di provincia italiani. L’elaborata rappresentazione degli stemmi delle regioni o dei relativi capoluoghi ha subito, nei diversi progetti, varie modifiche di realizzazione e di sequenza. Siccome Giampaoli era già molto impegnato nel suo ruolo di capo incisore ed i tempi per la consegna della nuova moneta stringevano, la creazione del rovescio fu affidata al giovane Ing. Guido Veroi. Il rovescio doveva sviluppare un tema che si ricollegasse con l’idea rinascimentale espressa dal dritto della nuova moneta. Veroi dovette quindi in pochissimo tempo realizzare un modello per il rovescio e si ispirò al viaggio di Cristoforo Colombo, evento storico che segna l’inizio del Rinascimento. Alcuni studiosi, tra cui Umberto Moruzzi, hanno ipotizzato che in realtà entrambe le facce della moneta (dritto e rovescio) siano opera di Pietro Giampaoli e che Guido Veroi fu soltanto l’esecutore del rovescio definitivo, che poi ha firmato (nella moneta di “prova” manca infatti la firma del Veroi). Le tre caravelle, quindi, potevano bene esprimere l’idea di questa nuova rinascita italiana. L’idea piacque al Direttore della Zecca e il 5 dicembre 1957 fu coniata la prima moneta “prova”, che riscosse un discreto successo presso il pubblico. In questo stesso periodo, si stava concludendo la legislatura e il ministro, forse anche per fini elettorali, ritenne particolarmente significativo consegnare a tutti i parlamentari che erano giunti a fine del loro mandato quest’ultima moneta “prova”, che fu coniata tempestivamente in 1.070 pezzi, consegnati quindi ai membri del Parlamento nel corso del 1958 (all’interno della bustina in carta di riso riportata qui a fianco). Un’indagine della Guardia della Finanza del 2000, però, non trovò conferma di questa tiratura, tra l’altro non indicata in nessun documento, ma accertò che la moneta fu battuta in più di 2.200 esemplari. Sennonché, il 10 dicembre 1957 il quotidiano romano Il Tempo pubblicò una lettera inviata da un lettore che segnalava un’anomalia nella disposizione delle vele delle tre caravelle. Al riguardo, si riporta qui di seguito integralmente il testo della lettera e la risposta della redazione del quotidiano: *“Sig. Direttore,* *nella prima pagina del suo giornale ho avuto modo di vedere la riproduzione del nuovo scudo da 500 lire che entrerà in circolazione in Italia dopo Pasqua. La mia qualità di marittimo mi ha portato a notare un certo anacronismo laddove, nel verso dello scudo, le bandiere delle tre navicelle naviganti col vento in poppa, o quasi, sono dirette in senso contrario al moto. Ciò non è possibile che avvenga perché la velocità che può raggiungere un veliero non supera mai quella del ven-to, per la qualcosa, la bandiera non può orientarsi in senso opposto al moto. Non ritengo sia il caso di fare alcune dissertazioni, relativamente alla direzione del vento e della nave, poiché scopo di questa mia segnalazione è semplicemente quello di richiamare l’attenzione di chi di dovere, per esaminare se non sia il caso di provvedere prima che sia troppo tardi.* *Roma, Capitano Giusco di Calabria* ∼ ◊ ∼ *Al perspicace capitano Giusco di Calabria i nostri rallegramenti. C’eravamo caduti tutti nell’errore ch’egli ha rilevato. Ora non vorremmo però che le sue giuste osservazioni provocassero il peggio. Da molti decenni a questa parte, l’Italia non va famosa né per le sue monete, né per i suoi francobolli, i quali sono pur sempre agganciati a una retorica ornamentale che fu cara al Liberty dei Calandra, dei Rubino e dei Bistolfi. Soltanto negli ultimi tempi si sono avuti alcuni felici tentativi di uscire da questa paludetta decorativa, e la nuova moneta da cinquecento lire sarebbe finalmente degna di meritare l’approvazione dei più esigenti cultori del bello. Non vorremmo davvero che in seguito alle osservazioni del nostro lettore, qualcuno decidesse di cambiare soggetto allo scudo pasquale, e riproporci, magari, nuovi aratri, zappe e zappatori…Si tratta semplicemente di operare un piccolo ritocco. Capitano Giusco di Calabria, ordinate il “Volta le bandiere!”.”* Dopo soli 9 giorni, il 19 dicembre 1957, un altro lettore (colonnello del Genio Navale) segnalò, invece, che la disposizione delle vele era da considerarsi corretta, introducendo il concetto del “vento di bolina”. Si riporta qui di seguito il testo integrale della lettera e la risposta della redazione del quotidiano: *“**Signor Direttore,* *l’osservazione del Capitano Giusco di Calabria sarebbe perfettamente esatta se il vento, che spinge le tre caravelle, spirasse proprio, come suol dirsi, in poppa e se il rilevamento della formazione delle navi fosse preso dal traverso. Ma, nella moneta, appare che il rilevamento non sembra preso proprio da traverso, ma bensì più da prora a diritta: mentre la posizione della vela fa apparire che le navi navighino stringendo il vento di bolina, magari anche a cinque quarte a sinistra. Questo porta che le bandiere, spinte dal vento nella sua direzione, possono venire ad apparire all’osservatore come sono appunto realizzate nella moneta. Pertanto nessun comando “volta le bandiere”; e, per nostra fortuna, elogio ancora alla decisione encomiabile che ha effettivamente portato alla scelta – da mantenere senza correzioni – del bel soggetto storico realizzato sullo scudo d’argento. Roma**.* *L.T.* ∼ ◊ ∼ *L’argomento si fa ora più complesso e non saremo certo noi, usi a navigare non sul mare, come il cap. Giusco di Calabria o il col. Del Genio Navale L.T., ma fra rotative, linotype e caratteri a mano, a dare l’esatta soluzione. L’ing. G.B. di Torino, ma sarà anche quest’ultimo un marinaio d’acqua dolce, segnala che le bandiere controvento sono riportate a milioni sui verdi pacchetti delle “nazionali esportazioni”. Per noi rimane valido il desiderio di non cambiare il soggetto dello scudo d’argento. Il resto lo lasciamo agli specialisti**”**.* Lo stesso Guido Veroi confermò il fatto che la disposizione delle bandiere era assolutamente regolare e che, quindi, non fu commesso alcun errore nella disposizione delle stesse sul rovescio della moneta. Del resto, Cristoforo Colombo era un navigatore esperto e poteva navigare anche di bolina. Infatti, proprio il giornale di bordo testimoniava che, durante il lungo viaggio, l’esperto navigatore genovese dovette necessariamente navigare anche di bolina: “*Mi fu assai conveniente questo vento contrario, ne fu rincuorata la mia gente che pensava non spirassero in questi mari venti per tornare in Spagna…*“. Tuttavia, anche se non si trattava di un errore e non era ancora iniziata la coniazione vera e propria, fu comunque deciso di capovolgere le bandiere disponendole nel senso tradizionale, di modo che, il rilevamento della formazione la facesse navigare di “gran lasco”, e non di “bolina”. A titolo di curiosità, si segnala che un simile errore in tema di direzione del vento è stato commesso nella moneta commemorativa in argento da 1000 lire 1996 Olimpiadi di Atlanta cd. “fiaccola controvento”. In quel caso, la fiaccola portata dalla Tedofora è posizionata nella stessa direzione della corsa, vale a dire controvento (cfr. foto qui sopra). Tuttavia, questo errore non ha avuto la stessa risonanza mediatica delle caravelle con le bandiere controvento ed è quindi poco conosciuto[1]. ***L’errore celebre: 1000 lire 1997 “Germania divisa”*** Quarant’anni dopo l’episodio delle 500 lire con le bandiere controvento, un errore simile si è verificato con le nuove 1000 lire bimetalliche. Infatti, dopo poco la loro entrata in circolazione, l’11 novembre 1997 il numismatico comasco Arturo Arcellaschi scoprì che sul rovescio della moneta, dove è raffigurata la cartina dell’Europa, la Germania veniva raffigurata con i confini orientali antecedenti alla caduta del muro di Berlino, ovvero senza la *Deutsche Demokratische Republik* (DDR), vale a dire l’*ex* Repubblica Democratica. Arcellaschi ha poi confezionato una serie limitata a 200 pezzi da lui autografata contenente quattro monete del 1997: 1000 lire Germania divisa, 1000 lire Germania unita, 1000 lire Vaticano e 1000 lire San Marino (cfr. immagine qui di seguito). La Zecca ha subito giustificato tale errore come “*un’interpretazione artistica di un disegno*”. Peraltro, si osserva che i confini della Germania non erano l’unico errore, visto che non si distinguevano i confini dell’Olanda, i confini dell’Austria e della Svizzera erano approssimativi ed i confini della Danimarca erano sbagliati. Anche in questo caso la scoperta dell’errore ebbe una rilevante risonanza mediatica e furono molte le polemiche, tanto che l’allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, si è dovuto ufficialmente scusare con l’ambasciata tedesca a Roma, esprimendo “rincrescimento” per il clamoroso errore. Inoltre, il ministro ordinò l’immediato blocco della produzione della moneta. La Zecca dovette quindi nel giro di una settimana preparare un nuovo modello di moneta con i confini della Germania esatti, per poi riprendere la produzione. Tuttavia, anche il secondo conio della moneta continuava a presentare degli errori visto che la posizione geografica della Danimarca era sbagliata. Inoltre, uno studioso astronomico ha osservato che “*sul retro della moneta sono segnati quattro paralleli che, ad occhio, si possono stimare per quelli con latitudine 34°, 44°, 54° e 64° Nord e quattro meridiani, dei quali i due centrali possono essere stimati, sempre ad occhio, uno per quello di Greenwich e l’altro per quello con longitudine 30° Est*”. Al riguardo, va ricordato che “*tutti i meridiani congiungono idealmente il Polo Nord con il Polo Sud ed hanno, quindi, la massima distanza fra loro in corrispondenza dell’equatore*”. Ciò posto, si può apprezzare l’errore che riguarda “*i due meridiani centrali hanno curvatura che li porta ad intersecarsi in prossimità del 18° grado di latitudine nord, cioè nell’emisfero boreale, tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, mentre tutti i meridiani congiungono idealmente il Polo Nord con il Polo Sud, per cui hanno la massima distanza fra loro in corrispondenza dell’equatore*”[2]. ***L’errore celebre: 10 lire 1935*** Nella rivista Soldi e Numismatica di gennaio/febbraio 1973 è stato pubblicato l’articoletto qui sopra riportato che descrive il ritrovamento da parte di un numismatico di Torre Annunziata (di cui sono state cancellate le generalità) di una moneta da 10 lire aratro recante millesimo 1935. Si tratta quasi sicuramente di un errore contraffatto, realizzato prendendo una comune moneta da 10 lire del 1955, raschiando la parte alta della terza cifra della data (“5”) e aggiungendo – tramite saldatura di precisione – un’astina curva, in modo tale da formare la cifra “3” (si veda ricostruzione fotografica della contraffazione qui sopra). Il fatto che la cifra “3” non è originale lo si desume anche dall’astina centrale della cifra “3” che ha la stessa lunghezza dell’astina superiore ed inferiore. Invece, la cifra “3” originale utilizzata dalla Zecca in quegli anni presenta l’astina centrale più corta (cfr. 10 lire o 5 lire del 1953). Dalla foto riportata nella rivista si capisce anche che la moneta presenta evidenti segni di circolazione e di usura che rendono meno visibili e distinguibili i segni della manomissione. Tutti gli elementi sopra riportati portano a ritenere che la moneta sia stata manomessa; ciononostante fino a qualche anno fa questa moneta veniva riportata su alcuni cataloghi e libri di numismatica. ***L’errore celebre: 50 lire “micro” 1984*** L’errore in questione sembra sia stato causato dal fatto che i punzoni ed i coni utilizzati per la coniazione delle prime monete da 50 lire “micro” (2° tipo) siano stati ottenuti dal modello delle 50 lire 1984 vulcano (dimensioni normali). Non si sa esattamente se ciò sia stato determinato da un errore ovvero volutamente magari per sperimentare la riduzione attraverso il pantografo di un modello già preesistente. Da ricostruzioni verbali del personale della Zecca, sembrerebbe che di questa moneta ne siano stati coniati 50 pezzi, di cui 42 annullati e distrutti, 4 sequestrati dalla Guardia di Finanza e 4 usciti illegalmente dai locali della Zecca. Infine, è interessante ricordare che i tondelli utilizzati per le monete “micro” sono stati ottenuti dalla parte interna dell’anello esterno della moneta da 500 lire. Si precisa che l’immagine riportata qui a fianco è quella di una “normale” moneta da 50 lire 1984 (I tipo). ***L’errore celebre: 20 eurocent 1999 Italia*** Da indagini della Guardia di Finanza è emerso che nel Giugno del 1999, in seguito ad un disguido tecnico, vennero per errore coniati 1.179.335 pezzi da 20 eurocent con millesimo 1999. Una volta scoperto l’errore, si procedette alla distruzione, mediante deformazione dell’intero quantitativo anzidetto. L’operazione venne formalizzata mediante apposito verbale di distruzione firmato dal Direttore della Zecca. Ciononostante sembra che un numero imprecisato delle monete in parola sia uscito illegalmente dai locali dell’Officina Monetaria. Peraltro, alcune foto di una moneta in questione sono state spedite alla redazione di Cronaca Numismatica. Si precisa che l’immagine riportata qui sopra è stata ottenuta attraverso un fotomontaggio. ***L’errore celebre: 50 centesimi 2008 del Cile*** Questa moneta cilena da 50 pesos del 2008 presenta un refuso nel nome dello Stato. Infatti, al dritto riporta la scritta C-H-I-**I**-E, invece di quella corretta C-H-I-**L**-E. Sebbene l’errore sia particolarmente evidente, lo stesso è stato scoperto da alcuni collezionisti cileni a dicembre 2009 e riportato dalla stampa appena a gennaio 2010. Secondo le ricerche investigative che sono state condotte, sembra che un incisore abbia inconsapevolmente cancellato l’asticella inferiore della lettera “L”, mentre stava correggendo una piccola difformità del conio. Benché il conio sia stato poi esaminato da 80 persone della Zecca cilena, tutti i controlli sono falliti e l’errore non è stato identificato. Inoltre, in aggiunta all’errore appena evidenziato, la moneta presenta anche un segno non autorizzato con il nome dell’incisore Rene Thenot che ha lavorato presso la zecca cilena tra il 1940 ed il 1950. L’incisore che ha lavorato sul conio della moneta da 50 pesos ha spiegato che voleva onorare il suo nome. A causa di questo errore, a febbraio 2011 sia il direttore generale Gregorio Iniguez che parecchi dipendenti della Zecca cilena sono stati licenziati e sono stati accusati del reato di falsificazione di monete. Un errore molto simile si è verificato in Brasile. Infatti, nel 1922 sono state erroneamente coniate delle monete da 1000 reis con la scritta “BBASIL” anziché “BRASIL” (cfr. immagine qui sopra). ***L’errore celebre: 50 øre 2011 della Norvegia con “11” rovesciati*** Nel 2011 la Norvegia ha coniato dieci milioni di pezzi della moneta da 50 øre e, a causa di un errore, le ultime due cifre della data “11” risultano rovesciate. La zecca norvegese si è accorta dell’errore solo dopo aver coniato otto milioni di pezzi, che si è preferito non rifondere a causa degli elevati costi che tale operazione avrebbe implicato. Pertanto, il 9 settembre 2011 la Banca Centrale norvegese ha rilasciato un comunicato stampa in cui veniva riconosciuto l’errore e annunciata la decisione di far entrare in circolazione la moneta errata. ***L’errore celebre: 500 lire 1958 Città del Vaticano – Sede vacante senza accento*** Questa moneta riporta sul contorno la scritta in rilievo “STATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO”. Tuttavia, molto probabilmente a causa di una dimenticanza, la parola “CITTA” è stata incisa sulla virola spezzata senza l’accento. Una volta riconosciuto l’errore, l’accento dev’essere stato aggiunto e quindi esistono delle monete – più rare – che riportano la scritta corretta. In base ad un’altra teoria, meno accreditata, l’errore potrebbe essere dovuto ad un’ostruzione dell’accento riportato in incuso sul segmento di virola. Tuttavia, ad oggi non ci sono prove di tale dinamica e tutte le monete senza accento che ho avuto modo di visionare non presentavano i segni di un’ostruzione della virola. ***L’errore celebre: 1 rublo 1978 con ora dell’orologio errata “VI” anziché “IV”*** Alcune monete da 1 rublo commemorative dei giochi olimplici del 1980 tenutisi a Mosca riportano un errore nell’orologio della torre del Cremlino. In particolare, la scritta delle ore quattro in caratteri romani è stata riportata come “VI” anziché “IV”, cosicché l’orologio riporta per due volte le ore sei. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Cfr. Cronaca Numismatica n. 102/1998 a pag. 22. [2] Cfr. Cronaca Numismatica n. 102/1998 a pag. 22. --- ## B. errori di battitura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-errori-di-battitura/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: B - Ultima modifica: 2020-03-09 Oltre che nelle fasi di produzione del tondello e di produzione dei coni, anche nella fase di battitura della moneta si possono ovviamente verificare degli errori. Peraltro, gli errori di battitura sono molto desiderati dai collezionisti, in quanto più evidenti e solitamente riconoscibili ad occhio nudo, anche dai meno esperti. Tuttavia, ciò implica che, salvo casi particolari – di cui parleremo nel prosieguo del libro – gli errori di questa tipologia vengono facilmente identificati dai rigorosi controlli di qualità della zecca, soprattutto con riferimento alle monetazioni moderne. Di conseguenza, questi errori di coniazione sono estremamente difficili da trovare nelle monete in circolazione, se non nelle forme più lievi. Forse in passato – soprattutto con riferimento alla monetazione del Regno – un’uscita involontaria di questi errori era più probabile sia perché i controlli erano meno stringenti sia perché le monete venivano spedite alle Tesorerie provinciali in appositi sacchetti contenuti in barili di metallo. Invece, oggi le monete in euro escono dalla zecca confezionate in appositi rotolini, quindi eventuali deformazioni che alterano le dimensioni *standard* della moneta in modo sensibile verrebbero facilmente identificate. Si deve quindi presumere che la quasi totalità delle monete in euro (e gran parte delle monete in lire) con varie tipologie di errori di battitura reperibili sul mercato siano uscite dalla zecca non per essere destinate alla circolazione, bensì ad opera di qualche addetto che le ha sottratte dagli scarti di produzione. Gli errori di battitura vengono solitamente suddivisi in due categorie in base alla loro causa: (1) quelli derivanti da un malfunzionamento della pressa durante l’operazione di battitura e (2) quelli che dipendono da un errato montaggio o regolazione della pressa. I primi sono solitamente errori non ripetitivi, mentre i secondi sono generalmente errori ripetitivi. --- ## Ba – Battitura ampia - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-1-battitura-ampia/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Ba - Ultima modifica: 2024-06-02 La tipologia di errore denominata “battitura ampia” (ovvero “fuori virola”) si verifica quando un tondello viene battuto all’esterno della virola che, come noto, ha la funzione di “contenere” il tondello nella fase di battitura per conferire alla moneta una forma circolare e regolare. Al riguardo, si ricorda innanzitutto che la base su cui si poggia la virola è montata su molle che hanno la funzione di rendere tale base “mobile” nel caso in cui si verifichi un incidente (es. collisione del conio superiore con la virola oppure dei tondelli rimasti incastrati nell’area di battitura che procurano una resistenza eccessiva alla ritrazione del conio inferiore). Infatti, dopo ogni battuta, nella maggior parte delle presse monetarie, il conio inferiore si alza al fine di permettere l’espulsione della moneta appena la stessa viene coniata e di conseguenza il conio inferiore è in continuo movimento verticale (su e giù). *Nell’immagine qui sopra a sinistra è rappresentata una battitura con conio inferiore in posizione rialzata, mentre a destra una battitura con virola incastrata con il conio inferiore a causa di detriti* **Nell’immagine qui sopra a sinistra è rappresentata una battitura con conio inferiore in posizione rialzata, mentre a destra una battitura con virola incastrata con il conio inferiore a causa di detriti** Una prima causa che può determinare questa tipologia di errore, si ha quando – a causa di una perdita di sincronia tra la camma ed il conio superiore – il tondello viene battuto nel momento in cui il conio inferiore si trova nella posizione rialzata. In tal caso, il conio inferiore si trova allo stesso livello della virola e si può verificare una “battitura ampia”. Infatti, il tondello non viene “trattenuto” dalla virola e la pressione esercitata dalla battitura dei due coni fa sì che il tondello si espanda oltre il diametro ordinario previsto per tale moneta. In particolare, in questo caso, la pressione sarà notevole, in quanto la distanza minima di tolleranza tra i due coni viene ridotta fino ad azzerarsi a causa della posizione rialzata del conio inferiore. Pertanto, l’espansione del metallo sarà molto pronunciata. *5 lire 1926 Aquilotto con battitura ampia centrata* **5 lire 1926 Aquilotto con battitura ampia centrata** Una seconda causa è, invece, legata al fatto che talvolta dei piccoli detriti, degli scarti oppure delle polveri metalliche si insinuino tra la virola ed il conio inferiore. Quando il conio inferiore si ritrae, anche la virola incastrata ad esso (e montata su molle) lo segue ponendosi al suo stesso livello in fase di battitura. Se ciò accade si può verificare una “battitura ampia”. Una delle caratteristiche peculiari della “battitura ampia” semplice è che il contorno non deve risultare coniato, in quanto la “battitura ampia” si verifica quando il tondello è collocato integralmente al di fuori della virola. In caso contrario, vale a dire nel caso in cui la moneta dovesse presentare dei segni nel contorno (seppur parziali), si potrebbe trattare di un errore denominato [battitura con virola parziale](https://www.erroridiconiazione.com/b-4-battitura-con-virola-parziale/). Inoltre, un’altra caratteristica che contraddistingue questa tipologia di errore è che l’immagine dei due coni deve essere impressa integralmente sia sul dritto sia sul rovescio della moneta. Infatti, se così non fosse, l’errore sarebbe denominato “[battitura decentrata](https://www.erroridiconiazione.com/b-2-battitura-decentrata/)”. Ciò non toglie che anche le monete con battitura ampia possano essere leggermente decentrate, come nella 500 lire 1987 riportata qui sopra (contorno integralmente liscio). Di questa tipologia di errore va segnalata una prima variante detta **battitura ampia “a scodella”**. Infatti, la pressione del conio superiore non sempre fa espandere il metallo del tondello in orizzontale. Talvolta può accadere che il metallo esterno all’area di battitura tenda ad “incapsulare” il conio superiore, creando una forma simile ad una “scodella”. L’effetto “scodella” si forma quasi sempre nella direzione del conio superiore e di conseguenza i bordi saranno rialzati verso l’alto generalmente nella faccia del dritto. Le ragioni per cui si possa verificare questa variante di battitura ampia sono tutt’oggi poco chiare. In certi casi ciò può essere dovuto al fatto che la virola non è perfettamente allineata con il conio inferiore e si viene quindi a creare una piccola incavatura che tende a spingere il metallo verso l’alto per effetto della pressione del conio superiore. Tuttavia, non è sempre così. Infine, un’ulteriore variante di questa tipologia di errore è la **battitura ampia “uniface”** che si forma quando un tondello non coniato si colloca all’interno della virola, mentre un secondo tondello si posiziona tra il primo tondello ed il conio superiore. Ciò implica che il secondo tondello venga coniato solo sulla faccia superiore della moneta, mentre la faccia inferiore rimane priva di qualsiasi immagine, sebbene si possano riscontrare i segni circolari dovuti alla presenza del primo tondello. *500 lire con battitura ampia *uniface* e a scodella* **500 lire con battitura ampia *uniface* e a scodella** --- ## Bb – Battitura decentrata - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-2-battitura-decentrata/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bb - Ultima modifica: 2022-08-16 Quando si pensa ad un errore di coniazione, la prima tipologia che viene forse in mente è quella delle monete con battitura decentrata, in quanto è un errore che i collezionisti apprezzano data la sua facile riconoscibilità e reperibilità. Si tratta di un errore piuttosto comune da trovare tra le monete destinate alla circolazione, mentre è quasi impossibile da trovare nelle monete destinate per i collezionisti (es. serie divisionali, monete d’argento o d’oro commemorative o monete a fondo specchio), visti gli scrupolosi controlli a cui sono soggette quest’ultime e visto che hanno un diametro solitamente superiore a quello *standard* e non possono quindi entrare negli appositi contenitori. Questa tipologia di errore si verifica quando il tondello non si posiziona correttamente all’interno della virola ed, in particolare, quando lo stesso si posiziona a cavallo tra le virola e la base ove scorrono i tondelli e le monete appena battute. Siccome la virola è montata sopra delle molle, la pressione esercitata dal conio superiore tenderà a spingerla verso il basso in sostanziale allineamento con il conio inferiore. Invero, può accadere che la virola già posizionata in allineamento con il conio inferiore, in quanto (i) quest’ultimo si trova nella posizione rialzata in fase di battitura oppure (ii) la virola è rimasta incastrata al conio inferiore a causa di detriti. In questo caso, la decentratura avrà una normale forma “piatta”. La posizione che può assumere il tondello all’interno dell’area di battitura è del tutto casuale e questo implica innanzitutto che non ci possono essere due monete con battitura decentrata perfettamente identiche e, in secondo luogo, che si possono verificare diverse varianti di battitura decentrata a seconda della: - percentuale di immagine trasferita al tondello (**percentuale di decentramento**). Per misurarla, conviene rapportare il diametro privo di immagine al diametro totale della moneta. - posizione dell’immagine nel diritto del tondello, che solitamente viene espressa con le ore di un orologio analogico (**posizione del decentramento**) Una volta identificate queste due “misure”, si può catalogare facilmente ogni tipologia di moneta con battitura decentrata. A titolo esemplificativo, qui sopra si può apprezzare una bella moneta da 50 centesimi leoni 1920 fortemente decentrata. In questo caso, la moneta risulta decentrata di circa il 40% ad ore 03:00. Per brevità, questa battitura decentrata può essere indicata come: 40%/03:00. Invece, le frecce blu indicano il cd. “sfregio della virola”, vale a dire una sorta di “cicatrice” lasciata dal contatto del tondello con la virola in fase di battitura (non è sempre presente in tutte le monete decentrate). Si noti che lo sfregio si trova solo in una faccia (solitamente al rovescio visto che lo stesso è generalmente battuto dal conio d’incudine). Ora, all’interno di una collezione di monete con errori di coniazione, è possibile creare delle “serie” di monete con battitura decentrata. In altre parole, per la stessa tipologia di moneta (es. 50 centesimi leoni) può essere collezionata una sequenza di percentuali di decentramento (es. 10%, 20%, 30% e così via) oppure una sequenza di diversi posizionamenti oppure ancora una combinazione delle due misure (10%/01:00, 20%/01:00, …10%/02:00, 20%/02:00 …10%/03:00, 20%/03:00 e così via) creando idealmente una sorta di “sole” di monete decentrate (108 monete decentrate in totale). In alternativa, una serie più “semplice” da realizzare potrebbe essere quella di creare una sequenza di monete decentrate appartenenti alla medesima monetazione, nei suoi diversi valori (es. prima monetazione in lire della Repubblica Italiana: L. 1 arancia, L. 2 spiga, L. 5 uva e L. 10 ulivo). *Serie lira vecchia monetazione (anni vari) con battitura decentrata* **Serie lira vecchia monetazione (anni vari) con battitura decentrata** Infine, si segnala che esistono due varianti di questa tipologia di errore denominate rispettivamente: battitura decentrata “a berretto” e battitura decentrata “*uniface*”. La battitura decentrata “**con virola rigida**” o anche detta **“a berretto”** deriva dal fatto che la virola non è posizionata allo stesso livello del conio inferiore e, per determinati motivi (es. detriti), rimane rigida in tale posizione in fase di battitura. Ciò conferisce alla moneta una forma simile a quella di un berretto o di una scodella. L’angolazione del “frontino” del berretto può variare da 0° (decentratura semplice) fino a 90°, a seconda della porzione del tondello che rimane al di fuori dell’area di battitura e dal grado di dislivello tra la virola ed il conio inferiore. La maggior parte delle monete con battitura decentrata “a berretto” presentano una percentuale di decentramento molto bassa e molto spesso viene confusa con un’altra tipologia di errore: [battitura con virola parziale](https://www.erroridiconiazione.com/b-4-battitura-con-virola-parziale/). *500 lire con decentratura a berretto molto marcata* **500 lire con decentratura a berretto molto marcata** Al riguardo, si osserva che nelle presse Schuler quasi tutte le monete con battitura decentrata presentano questa variante e ciò ci induce a ritenere che in queste presse la virola è stata progettata per muoversi solo in casi eccezionali. La **battitura decentrata “uniface”** si forma quando due tondelli entrano nell’area di battitura; solitamente uno si colloca correttamente dentro la virola, mentre il secondo si pone sopra al primo, ma in una posizione decentrata. Nelle presse moderne con più di una coppia di coni (da due a quattro), ciò può avvenire ad esempio perché il meccanismo di alimentazione del tondello non ha funzionato correttamente ed il tondello si va a posizionare sopra un altro tondello inserito dentro la virola adiacente. La conseguenza è che il secondo tondello presenterà un’impronta decentrata solo su una faccia (da qui il termine “*uniface*”). Se il secondo tondello si posiziona esattamente allineato rispetto al primo si genera invece una [battitura ampia “*uniface*”](https://www.erroridiconiazione.com/b-1-battitura-ampia/). *200 lire con battitura decentrata uniface* **200 lire con battitura decentrata uniface** La presenza di un primo tondello sotto il secondo implica che in fase di battitura si venga ad esercitare una pressione superiore a quella normale. Pertanto, quando il conio superiore batte il secondo tondello, il metallo tende ad allungarsi tra la zona coniata e quella non coniata formando una sorta di effetto “scivolamento” che solitamente presenta delle “linee di allungamento”. Le monete che presentano questo effetto “scivolamento” – salvo casi molto rari – hanno sempre il rovescio non coniato o “*uniface*”. Questa tipologia di monete sono più rare rispetto ad una moneta con battitura decentrata semplice. Secondo stime effettuate da esperti del settore[2], capita una moneta di questo tipo ogni 250 monete con battitura decentrata semplice. La moneta che viene coniata sul tondello inferiore assume la denominazione di moneta con [battitura depressa](https://www.erroridiconiazione.com/b-7-battitura-depressa/). Qui sopra si può apprezzare una foto di una moneta da 200 lire decentrata “uniface” con solo la faccia del diritto parzialmente coniata. Si noti il forte effetto “scivolamento”. Il rovescio della moneta risulta privo di ogni segno di coniatura. *Figura 209 – 20 centesimi 1919 con battuta decentrata 20%/03:00 (Collezione Giovanni Martello)* **Figura 209 – 20 centesimi 1919 con battuta decentrata 20%/03:00 (Collezione Giovanni Martello)** A titolo di curiosità, si riporta qui sopra una foto di una particolare moneta decentrata. Nello specifico, si tratta di una bella moneta da 20 centesimi esagono del 1918 con battuta decentrata (20%/3:00) che lascia intravedere le tracce di una moneta da 20 centesimi coniata negli anni 1894 e 1895 sotto il Regno di Umberto I e utilizzata come “tondello” (cfr. [breve storia dei 20 centesimi esagono](https://www.erroridiconiazione.com/b-9-1-storia-20-cent-esagono/)). \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] A. Margolis – F. Weinberg, *The Error Coin Encyclopedia*, Forth Edition, 2004. [2]A. Margolis – F. Weinberg, *The Error Coin Encyclopedia*, Forth Edition, 2004. --- ## Bc – Battitura doppia o multipla - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-3-battitura-doppia-o-multipla/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bc - Ultima modifica: 2025-04-26 Nel normale processo di battitura del tondello, la moneta una volta coniata viene espulsa per lasciare il posto al successivo tondello e per essere dirottata verso la zona dei controlli e dell’impacchettamento. Invece, se a causa di un malfunzionamento del meccanismo di espulsione o di alimentazione dei tondelli la moneta non riesce ad abbandonare la zona di battitura, la stessa può subire una seconda o più battiture. Questa tipologia di errore prende il nome di “battitura doppia” (se la moneta subisce due battute) oppure di “battitura multipla” (se la moneta subisce tre o più battute). Quando si analizzano le monete con battitura doppia è importante tenere a mente due caratteristiche che contraddistinguono circa il 90% delle monete appartenenti a questa tipologia di errore: 1. la battitura doppia (o multipla) coinvolge entrambe le facce della moneta e quindi di regola l’effetto di “sdoppiamento” è speculare nella faccia opposta. Invero, ci possono essere dei casi in cui ciò non avviene, ad esempio quando nella fase di battitura sono coinvolti più tondelli sovrapposti nella prima e/o nella/e successiva/e battuta/e; 2. la seconda battuta normalmente cancella la prima battuta (ovviamente nell’ipotesi in cui le stesse siano sovrapposte). In altri termini, la zona battuta una seconda volta solitamente cancella l’immagine sottostante e lascia una nuova immagine. Invero, ci possono essere dei casi particolari in cui si continuano ad intravedere delle lievi tracce della prima battuta (si pensi ai 20 centesimi esagono), soprattutto nel caso di doppia battitura centrata ed in particolare nelle zone della moneta prive di figure o di scritte in rilievo. Queste due caratteristiche sono molto importanti per distinguere questa tipologia di errore da un’altra tipologia all’apparenza simile. In particolare, mi riferisco alla tipologia di errore denominata “[conio doppio](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-fabbricazione-coni/)”, in cui l’effetto “sdoppiamento” – come è già stato analizzato – non avviene nella fase di battitura, bensì nella fase di preparazione dei coni. Infatti, in quest’ultima tipologia di errore la “doppia figura” è già presente nella faccia del conio e la stessa viene trasferita al tondello tramite una normale singola battuta. Inoltre, tale “doppia figura” viene trasferita in una sola faccia della moneta, visto che la probabilità di un “conio doppio” su entrambi i coni è molto rara (e comunque l’effetto sdoppiamento non sarebbe simmetrico). Ciò premesso, va evidenziato che esistono una molteplicità di “versioni” di questa tipologia di errore che dipendono da tutta una serie di variabili; qui di seguito si riportano le più comuni. **Doppia battitura centrata:** accade quando il tondello viene battuto regolarmente una prima volta dentro la virola e poi una seconda volta quando il tondello continua ad essere parzialmente o (più raramente) totalmente dentro la virola. Affinché si crei una doppia immagine è necessario che la moneta o il conio ruoti tra la prima e la seconda battitura. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 200 lire del 1987 con doppia battitura centrata con seconda battitura parzialmente in virola e ruotata di qualche grado in senso anti-orario. Nell’esempio sopra riportato, la moneta presenta le tracce della doppia battitura sia al dritto che al rovescio (doppia battitura centrata bi-facciale). In casi molto rari, le tracce della doppia battitura si possono riscontrare solo su una faccia (doppia battitura centrata mono-facciale). Ciò può avvenire almeno in due circostanze: - tra la prima e la seconda battitura (entrambe dentro la virola totalmente o parzialmente) si interpone un tondello vergine tra la moneta ed il conio superiore. In tal caso, le tracce della prima battitura saranno eventualmente visibili solo sulla faccia della moneta battuta dal conio di incudine (generalmente il rovesci); - tra la prima e la seconda battitura (entrambe dentro la virola totalmente o parzialmente) uno dei due coni si sposta o ruota leggermente. In tal caso, la moneta avrà un effetto “sdoppiamento” in una sola faccia della moneta Qui sotto si può apprezzare una moneta da 1 Lek 1939 con doppia battitura centrata mono-facciale (dritto) in cui nella seconda battitura il conio del dritto era leggermente spostato verso ore 05:00. La doppia battitura centrata (bi-facciale o mono-facciale) è tra le più ricercate tra i collezionisti di errori di coniazione, in quanto può sfuggire ai controlli di qualità della Zecca ed entrare tranquillamente in circolazione. **Doppia battitura semplice**: il tondello viene battuto una prima volta normalmente all’interno della virola e successivamente una seconda volta fuori virola, ma in una posizione decentrata rispetto ai due coni. Naturalmente, la seconda battitura può essere decentrata in qualunque direzione e in qualsiasi percentuale di decentramento. Inoltre, potrebbe presentare le due varianti che sono state analizzate descrivendo le monete con battitura decentrata semplice: “a berretto” e “*uniface*”. Similmente alle monete decentrate questa variante di doppia battitura può essere catalogata in base alla percentuale di decentramento della seconda battitura e alla sua posizione, utilizzando le ore di un orologio analogico. **Doppia battitura decentrata sovrapposta**: sia la prima che la seconda battuta sulla moneta sono decentrate e nella maggior parte dei casi fuori virola. Tuttavia, la seconda battuta è sovrapposta alla prima. Naturalmente, la prima e la seconda battitura possono essere decentrate in qualunque direzione e in qualsiasi percentuale di decentramento. Inoltre, potrebbero presentare le due varianti che sono state analizzate descrivendo le monete con battitura decentrata semplice: “a berretto” e “*uniface*”. *500 lire con battitura decentrata sovrapposta, di cui la seconda uniface, e 100 lire mignon con tripla battitura decentrata separata di cui una uniface* **500 lire con battitura decentrata sovrapposta, di cui la seconda uniface, e 100 lire mignon con tripla battitura decentrata separata di cui una uniface** **Doppia battitura decentrata separata**: come nella precedente variante, sia la prima battuta che la seconda battuta sulla moneta sono decentrate e fuori virola. Tuttavia, le due battute non si sovrappongono. Questa variante si può formare in due situazioni differenti: (i) una reale doppia battitura consequenziale oppure (ii) una doppia battitura simultanea (denominata “doppia battitura a sella”)[1]. In particolare, quest’ultima situazione si ha quando la pressa è dotata di due o quattro coppie di coni ed il tondello si posiziona a cavallo tra le due virole. Infatti, in queste presse le coppie di coni sono montate molto vicine ed in particolare ad una distanza inferiore alla dimensione di un tondello. *50 piastre Egitto con doppia battitura a sella* **50 piastre Egitto con doppia battitura a sella** E’ estremamente difficile distinguere la variante del primo tipo da quella del secondo tipo. Un primo fattore distintivo potrebbero essere delle piccole differenze nelle figure delle due coppie di coni ed un secondo fattore distintivo è la particolare forma (simile ad una “sella”) che assumono le monete che presentano questa variante di errore. Le monete con doppia battitura a sella possono originarsi in diverse situazioni: 1. il tondello viene battuto dalla coppia di coni senza ci siano altri tondelli dentro le due virole. Ciò implica che la moneta avrà le due immagini (dritto e rovescio) dei due coni chiaramente visibili su entrambe le facce della moneta (doppia battitura a sella semplice); 2. il tondello viene battuto dalla coppia di coni, con altri due tondelli dentro le due virole. Ciò implica che la moneta avrà le due immagini (dritto e rovescio) dei due coni solo su una faccia della moneta, mentre l’altra faccia non avrà alcuna immagine ma solo eventuali segni dei tondelli o delle virole (doppia battitura a sella *uniface*); 3. una moneta già coniata potrebbe non uscire dall’area di battitura e porsi a cavallo delle due coppie coni e subire un’ulteriore battitura (doppia battitura a sella su moneta già coniata). Anche in questo caso ci possono essere o meno dei tondelli all’interno delle due virole. E’ interessante notare che anche questa tipologia di errore viene utilizzata dagli esperti per studiare l’orientamento dei coni all’interno delle presse. **Doppia battitura decentrata su una prima battitura ampia**: il tondello viene prima battuto fuori virola creando una battitura ampia e poi una seconda volta sempre fuori virola. *200 lire 1989 con doppia battitura decentrata su prima battitura ampia uniface* **200 lire 1989 con doppia battitura decentrata su prima battitura ampia uniface** **Doppia battitura capovolta**: il tondello viene battuto una prima volta all’interno o fuori virola (decentrato o centrato). Successivamente, nella fase di espulsione la moneta subisce una rotazione verticale di 180° e rimane nella zona di battitura per essere battuta una seconda volta. Pertanto, la caratteristica peculiare di questa variante di errore è che su entrambi i lati ci sono tracce di entrambe le facce della moneta. **Battiture multiple**: in questo caso il tondello viene battuto tre o più volte all’interno e/o all’esterno della virola e le battute possono essere di vario tipo (centrate, decentrate, capovolte, *uniface*, etc.). Naturalmente, più sono le battiture e maggiormente il metallo del tondello risentirà dello *stress* derivante dalla pressione della pressa, fino anche a lacerarsi nei casi più estremi. *100 lire 1990 con innumerevoli battiture e 10 lire 1982 con prima battitura ampia con brockage parziale e seconda battitura decentrata depressa* **100 lire 1990 con innumerevoli battiture e 10 lire 1982 con prima battitura ampia con brockage parziale e seconda battitura decentrata depressa** \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Alcuni esperti (es. Arnold Margolis) ritengono che questa tipologia di errore non costituisca un errore da “doppia battitura”, visto che la moneta viene coniata con una sola battuta della stessa pressa. --- ## Bd – Battitura con virola parziale - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-4-battitura-con-virola-parziale/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bd - Ultima modifica: 2021-10-18 Similmente agli errori precedenti, anche questa tipologia di errore deriva da un mal posizionamento della virola rispetto al conio inferiore. La spiegazione per cui la virola assume tale posizione scorretta è quella già evidenziata nell’introdurre la tipologia di errore denominata “[battitura ampia](https://www.erroridiconiazione.com/b-1-battitura-ampia/)”. Tuttavia, nell’errore in esame la virola invece di essere allineata al conio inferiore, si posiziona in una situazione intermedia tra una posizione allineata (che dà origine appunto ad una “battitura ampia” o “decentrata”) e la sua posizione corretta (che dà origine ad una moneta “normale”). In questa situazione, se un tondello viene inserito all’interno della virola, solo la parte inferiore del contorno della moneta verrà coniato. Invece, la parte superiore del contorno, rimarrà privo di coniazione e conterrà solamente eventuali scritte o figure riportate nel tondello prima della fase di battitura. *Figura 210 – Moneta da 2 euro e da 20 centesimi di euro battuta parzialmente all’interno della virola* **Figura 210 – Moneta da 2 euro e da 20 centesimi di euro battuta parzialmente all’interno della virola** E’ interessante notare che questa tipologia di errore ci fornisce anche delle informazioni utili per capire l’orientamento dei coni nell’ambito del processo di coniazione. Infatti, la faccia riportata nella “metà” della moneta che presenta i segni della coniazione del contorno sarà la faccia del conio inferiore. Una delle caratteristiche peculiari di questa tipologia di errore è il diverso diametro della porzione della moneta che è stata battuta all’interno della virola (con i segni della coniazione nel contorno), rispetto alla porzione che è stata battuta all’esterno della virola (senza i segni della coniazione nel contorno). Ciò consente anche di distinguere le monete autentiche da quelle artefatte. Infatti, in commercio si sono riscontrate delle monete che presentavano una (ipotetica) battitura parziale all’interno della virola che in realtà sono state create ad arte eliminando artificiosamente una porzione della zigrinatura del contorno (solitamente inserendo parzialmente la moneta in un anello metallico un po’ più stretto del contorno della moneta). E’ chiaro che in questi casi la porzione del contorno non coniata non avrà un diametro superiore alla porzione coniata, bensì inferiore. Gli errori di questa tipologia (soprattutto nei casi meno marcati) possono sfuggire ai controlli di qualità della Zecca ed è quindi possibile rinvenirli nelle monete destinate alla circolazione. Talvolta, una coniazione parziale del contorno può trovarsi anche nelle monete che presentano una battitura decentrata con una percentuale di decentramento bassa (inferiore al 5%). Tuttavia, in questi casi, il “confine” tra la porzione di contorno coniata e la porzione di contorno non coniata ha un andamento “obliquo”, invece di trovarsi sullo stesso livello (andamento “parallelo”). In particolare, la porzione del contorno non coniata sarà maggiore in prossimità della “decentratura”. Ciò è dovuto alla particolare posizione inclinata che ha assunto il tondello in fase di battitura. Pertanto, le monete leggermente decentrate con una coniazione parziale del contorno obliqua rappresentano la combinazione di due errori: (i) battitura decentrata e (ii) battitura con virola parziale. Anche gli errori di questa tipologia possono sfuggire ai controlli di qualità della Zecca ed è quindi possibile trovarli nelle monete destinate alla circolazione. *Figura 211 – Moneta da 1 euro 2002 Italia leggermente decentrata con contorno parzialmente coniato. La linea tratteggiata blu mette in evidenza il caratteristico andamento obliquo.* **Figura 211 – Moneta da 1 euro 2002 Italia leggermente decentrata con contorno parzialmente coniato. La linea tratteggiata blu mette in evidenza il caratteristico andamento obliquo.** --- ## Be – Sdoppiamento da danno meccanico - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-5-sdoppiamento-da-danno-meccanico/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Be - Ultima modifica: 2021-10-18 Lo sdoppiamento da danno meccanico è il risultato di un malfunzionamento della pressa che, immediatamente dopo la battitura, fa “rimbalzare” o “scivolare” uno dei due coni sopra la moneta già coniata. Al riguardo, va innanzitutto premesso che, siccome questo effetto sdoppiamento si genera dopo la battitura della moneta, lo stesso a rigore non può considerarsi un errore di coniazione, in quanto – come già evidenziato – il processo di coniazione termina con la battitura della moneta. Pertanto, anche se non tutti gli esperti concordano, le monete che presentano questo “danno” sono prive di alcun valore aggiunto e di interesse numismatico. Risulta quindi importante saper distinguere un effetto sdoppiamento dovuto ad un “conio doppio” (molto raro) e quello dovuto ad “danno meccanico” (comune). Ciò premesso, si rileva che esistono due tipologie di effetto sdoppiamento da danno meccanico: (i) da schiacciamento o (ii) da scivolamento. La prima tipologia di danno meccanico, denominata “da schiacciamento”, è estremamente comune e si ipotizza derivi dalla presenza di un conio (superiore o inferiore) lievemente allentato o consumato, il quale – per effetto dell’energia trasferita alla moneta dopo la battitura – “rimbalza” e si sposta leggermente colpendo nuovamente la figura in rilievo della moneta. Ciò comporta che una parte dei contorni della figura in rilievo vengano leggermente schiacciati, formando una sorta di “scalino” che, ad un occhio meno esperto, può essere confuso con un effetto sdoppiamento dovuto ad un conio doppio. Questa tipologia di danno meccanico può coinvolgere un singolo elemento della figura della moneta (es. una lettera o una cifra della data) oppure, più raramente, l’intera figura. *Figura 194 – A sinistra uno sdoppiamento da danno meccanico, mentre a destra uno sdoppiamento da conio doppio. Fonte: Jason Cuvelier* **Figura 194 – A sinistra uno sdoppiamento da danno meccanico, mentre a destra uno sdoppiamento da conio doppio. Fonte: Jason Cuvelier** Come si può apprezzare dal confronto delle due foto sopra riportate, il danno meccanico da schiacciamento crea tipicamente una sorta di “scalino” tra la prima e la seconda immagine, mentre il conio doppio crea due figure ben distinte ed in rilievo simili a “due colline”. Inoltre, una caratteristica tipica dello sdoppiamento da danno meccanico da schiacciamento è che la figura principale viene schiacciata e quindi viene ridotto lo spessore dell’elemento dell’impronta coinvolto. Nelle due figure di cui sopra, la differenza è abbastanza netta, ma talvolta il confine tra i due effetti non è così facilmente individuabile e richiede una certa esperienza. La seconda tipologia di danno meccanico, denominata “da scivolamento”, si verifica quando uno dei due coni – probabilmente anche in questo caso allentato o consumato – si ritrae dopo la battitura scivolando lateralmente contro un elemento della figura della moneta già coniata e raschiandone via una parte. *Figura 195 – 50 centesimi 1941 impero con sdoppiamento da scivolamento* **Figura 195 – 50 centesimi 1941 impero con sdoppiamento da scivolamento** Ciò lascia sulla moneta una sorta di “scalino” affusolato che si alza leggermente verso la figura in rilievo con una linea di congiunzione in rilievo arrotondata nel punto in cui il conio si è alzato. Nel maggior parte dei casi, questa tipologia di danno meccanico coinvolge solo una piccola porzione della figura in rilievo della moneta, in quanto nello scivolamento il conio tende ad inclinarsi ed entra quindi in contatto con solo una piccola zona della moneta. Inoltre, è importante sottolineare che questa tipologia di danno meccanico non “aggiunge” un’ulteriore porzione alla figura, ma raschia via una parte già presente, e conseguentemente le dimensioni della figura sono quelle *standard*. Come è già stato sottolineato, entrambe queste tipologie di danno meccanico non sono considerate errori di coniazione, anche se avvengono all’interno della zecca e a causa di un malfunzionamento della pressa. Infatti, questi “danni” avvengono dopo che il processo di coniazione è terminato e, in linea di principio, potrebbero essere anche riprodotti fuori dalla zecca utilizzando un conio falso. Pertanto, prima di acquistare una moneta che presenta un “effetto sdoppiamento” è molto importante accertarsi che lo stesso derivi da un conio doppio e che non sia invece il risultato di un danno meccanico. Al riguardo, è quindi consigliabile rivolgersi a specialisti del settore. Al fine di apprezzarne le differenze, qui di seguito si riportano due immagini di monete che presentano dei classici danni meccanici da schiacciamento (in breve “DMS”) e un’immagine di un’eccezionale moneta da un euro, con un effetto sdoppiamento da conio doppio genuino (classe I). Figura 196 – 20 centesimi 1940 con DMS quadruplo Figura 197 – A sinistra 50 lire 1987 con DMS e a destra 50 lire 1978 con DMS Figura 198 – 1 euro 2002 con conio doppio ruotato completo (classe I). Si noti come l’effetto sdoppiamento aumenta mano a mano che ci si allontana dal centro (punto di perno) Come detto, le due forme di sdoppiamento da danno meccanico sono molto comuni e nella maggior parte dei casi aggiungono poco valore alla moneta e destano scarso interesse presso i collezionisti. Tuttavia, ci sono dei rari casi in cui questa tipologia di errore può diventare interessante e far acquisire più valore alla moneta. Ciò si verifica in particolare quando il rimbalzo del conio è piuttosto ampio e crea uno sdoppiamento delle impronte ben distanziato rispetto alle impronte primarie. Nella moneta che segue (500 lire 1999) si può apprezzare un ampio sdoppiamento meccanico da schiacciamento al dritto che ha creato uno sdoppiamento parziale della firma dell’incisore. In altri casi, ancora più rari, lo sdoppiamento meccanico può coinvolgere anche il bordo della moneta. L’esemplare che segue – 100 lire 1979 FAO – costituisce un’eccezionale esempio di sdoppiamento meccanico da schiacciamento sul bordo della moneta. In particolare, le frecce blu indicano gli sdoppiamenti generatesi sul campo della moneta e le frecce rosse indicano gli sdoppiamenti presenti sul bordo (la freccia verde evidenzia una piccola frattura che costituisce un marcatore per identificare altri esemplari con lo stesso errore). L’eccezionalità dell’errore sta nel fatto che lo sdoppiamento ha coinvolto entrambe le facce della moneta (sia il dritto che il rovescio). Questo è il primo esemplare al mondo di questa particolare forma di sdoppiamento meccanico bifacciale ed è stato oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista Coin World (CW n. del 20 luglio 2020). Una traduzione dell’articolo è disponibile cliccando [qui](https://www.erroridiconiazione.com/traduzione/). --- ## Bf – Battitura a specchio (brockage) - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-6-battitura-a-specchio-brockage/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bf - Ultima modifica: 2022-07-27 Le monete con battitura a specchio (più comunemente conosciute con il termine inglese *brockage*) sono forse tra gli errori di coniazione più affascinanti e tra i più desiderati dai collezionisti. L’origine di questa tipologia di errore è particolarmente intuitiva e semplice; un *brockage* implica il coinvolgimento di due monete e più nello specifico almeno una di queste deve essere una moneta già coniata che, per le motivazioni che andremo ad illustrare nel prosieguo, rimane all’interno della zona di battitura. In particolare, la moneta già coniata (moneta 1 nella figura) si posiziona (esattamente) tra il conio superiore ed il tondello inserito all’interno della virola (moneta 2 nella figura). Quando la pressa batte i due coni contro la moneta già coniata e il tondello vergine, quest’ultimo avrà una faccia (quella a contatto con il conio inferiore) coniata regolarmente, mentre l’altra faccia sarà (totalmente o parzialmente) in negativo ed in incuso. Ciò è dovuto al fatto che, per effetto della pressione del conio superiore, la moneta già coniata fungerà essa stessa da “conio” trasferendo la sua immagine (positiva ed in rilievo) al tondello sottostante che riporterà quindi (in tutto o in parte) l’immagine della moneta già coniata (ma ovviamente in negativo ed in incuso). Siccome questa tipologia di errore è particolarmente apprezzata e ricercata dai collezionisti, sul mercato si possono trovare spesso dei falsi ottenuti comprimendo con una pressa idraulica due monete sovrapposte. Un collezionista poco esperto potrebbe confondere questa moneta artefatta con un *brockage* autentico. Una delle caratteristiche che va sempre ricercata in un *brockage* (almeno nelle monete moderne) è che nella faccia in incuso e in negativo non ci devono essere generalmente tracce di impronte in positivo ed in rilievo, inoltre il bordo deve essere in incuso e non in rilievo. Invece, una moneta artefatta compressa da una pressa idraulica è probabile che abbia un aspetto un po’ “deformato”. *Figura 223 – Stupendo 20 centesimi esagono 1919 brockage. Si notino sulla faccia in incuso le vecchie impronte del nichelino umbertino e la frattura di conio che unisce la cifra “zero” del valore ed il bordo.* **Figura 223 – Stupendo 20 centesimi esagono 1919 brockage. Si notino sulla faccia in incuso le vecchie impronte del nichelino umbertino e la frattura di conio che unisce la cifra “zero” del valore ed il bordo.** Questa tipologia di errore può verificarsi essenzialmente per due motivazioni. La prima deriva dal fatto che il meccanismo di espulsione della moneta già coniata può non aver funzionato correttamente e la stessa si può posizionare sopra il tondello che nel frattempo è stato inserito dentro la virola. Peraltro, va evidenziato che in questa eventualità la moneta già coniata si può posizionare sopra il tondello con qualsiasi orientamento e posizione. Di conseguenza, oltre a coprire integralmente il tondello sottostante, la moneta già coniata potrebbe benissimo coprire solo parzialmente il tondello. In questo caso, la faccia superiore del tondello sarà in parte in positivo ed in rilievo ed in parte (la zona “coperta” dalla moneta già coniata) in negativo ed in incuso. Questa tipologia di errore viene denominata ***brockage* parziale**. Qui sotto si può apprezzare una moneta da 200 lire 1978 con un brockage parziale al dritto (battuta dentro la virola). Si noti che in prossimità della cavità le impronte della legenda sono evanescenti. Questo è dovuto alla minore pressione di battitura causata dall’interposizione di una moneta precedentemente coniata. Dentro la cavità si possono osservare le impronte della ruota dentata in incuso e speculari. La moneta ci consente anche di stabilire che il conio di dritto era montato sul conio superiore della pressa. Un’ulteriore variante del *brockage* parziale si può verificare nel caso in cui la moneta già coniata (moneta 1) si posizioni parzialmente sotto (e non più sopra) il tondello vergine (moneta 2). In questo caso, l’immagine in negativo ed in incuso verrebbe impressa nella faccia inferiore del tondello, anziché quella superiore come avviene più frequentemente. Inoltre, si osserva che, a differenza di quello che comunemente si ritiene, l’immagine in negativo ed in incuso potrebbe non essere sempre uguale a quella della faccia opposta. Infatti, nella rara ipotesi in cui la moneta già coniata si capovolga prima di posizionarsi sopra il tondello, potrebbe succedere che il *brockage* presenti l’immagine in negativo ed in incuso diversa da quella della faccia opposta. In questo caso si parla di un ***brockage* capovolto** (totale o parziale). Un secondo evento che può generare un *brockage*, si ha quando la moneta già coniata rimane “attaccata” al conio superiore (probabilmente a causa del calore generato dalle numerose operazioni di battitura), coprendolo integralmente. Poi, quando il successivo tondello viene inserito nella virola, lo stesso verrà battuto dal conio superiore con sopra la moneta già coniata. Da ciò si otterrà un classico ***brockage* integrale**. Infatti, da questa situazione non potrà mai originarsi un *brockage* parziale o un *brockage* capovolto. Se dopo questa prima battuta, la prima moneta coniata rimane ancora “attaccata” al conio superiore la stessa si sarà assottigliata e allargata. A causa della pressione esercitata, il metallo che fuoriesce dall’area del conio tenderà ad espandersi verso l’alto e ad “incapsulare” il conio superiore. Qualora venisse poi inserito un nuovo tondello nella virola e poi degl’altri, la procedura si ripeterebbe, ma il tondello presenterebbe via via un’immagine sempre meno nitida, più sbiadita e debole. Nel frattempo, la prima moneta coniata attaccata al conio superiore comincerebbe ad assumere la caratteristica forma di un “tappo”, da qui il nome di moneta **a “tappo”** (più semplicemente *cap* in inglese). *Figura 224 – 1 cent 1978 Canada con battitura a tappo. Fonte: coinsandcanada.com* **Figura 224 – 1 cent 1978 Canada con battitura a tappo. Fonte: coinsandcanada.com** Infatti, come è già stato evidenziato, i tondelli vengono sottoposti al procedimento di orlettatura che comprime il metallo del tondello grezzo fino ad alzare il metallo nel contorno formando così un orlo. *Figura 225 – 50 lire 1982 a “tappo”. Si noti la dilatazione delle impronte sul rovescio* **Figura 225 – 50 lire 1982 a “tappo”. Si noti la dilatazione delle impronte sul rovescio** Questa deformazione plastica del metallo a freddo è nota come fenomeno di “incrudimento”. In particolare, il metallo che è stato deformato modifica la sua struttura molecolare interna diventando più duro e resistente. In altri termini, tale fenomeno è sfruttato per migliorare le caratteristiche del contorno della moneta, per essere più resistente e duraturo. Ora, quando la moneta già coniata rimane attaccata al conio superiore il contorno (più duro e resistente) funge da anello di contenimento e mano a mano che la moneta viene battuta più e più volte il contorno tende ad incapsulare il conio superiore facendo allungare il metallo verso l’alto aderendo al conio stesso. Più viene battuto e più il “tappo” sarà alto, finché non si stacca naturalmente dal conio superiore oppure fintanto non viene staccato dal tecnico addetto alla pressa. *Figura 226 – 20 lire 1882 battuta da un “tappo”. Si noti la dilatazione delle impronte in negativo e in incuso* **Figura 226 – 20 lire 1882 battuta da un “tappo”. Si noti la dilatazione delle impronte in negativo e in incuso** Il “tappo” coinvolge quasi sempre il conio superiore, ma ci sono dei rari casi in cui si può formare anche sul conio inferiore. In particolare, ciò si può verificare se, per qualsiasi motivo, la virola rimanere incastrata al conio inferiore ad un livello più basso, una moneta potrebbe teoricamente rimanere attaccata al conio inferiore e generare un errore di **battitura a tappo “rovesciata”**. Si tratta di un evento estremamente raro. Infine, si segnala l’esistenza di un’ulteriore variante di *brockage* denominata **contro-*brockage*** che coinvolge una moneta a “tappo” e una normale moneta già coniata. In particolare, questa “variante” può nascere quando una moneta già coniata sfugge al meccanismo di espulsione e si posiziona tra la moneta a “tappo” ed un tondello vergine inserito all’interno della virola. *Figura 227 – 100 lire a “tappo” contro-brockage* **Figura 227 – 100 lire a “tappo” contro-brockage** Quando parte la battitura, la moneta al centro già coniata trasferirà alla moneta a “tappo” la sua immagine in negativo ed in incuso. In seguito quando i successivi tondelli verranno battuti dal conio superiore con il “tappo”, gli stessi presenteranno entrambe le facce con le figure corrette ed in rilievo (ed in positivo). Tuttavia, quella battuta dal “tappo” avrà un’immagine più grande del normale e meno nitida. Mano a mano che vengono battute ulteriori monete l’immagine diventa sempre più grande e debole, fino a svanire. Tutte queste monete sono definite *contro-brockage* e sono molto rare. Ancora più rara è la moneta a “tappo” con l’immagine in negativo ed in incuso. Ad oggi, sono noti pochi casi di monete italiane a “tappo” (semplice, rovesciato o contro-*brockage*). La loro rarità è ovviamente dovuta al fatto che errori di questo tipo non possono sfuggire ai controlli di qualità della zecca. Tuttavia, se per qualsiasi motivo qualcuno fosse in possesso di questa tipologia di errore, per finalità di ricerca mi piacerebbe poter visionare qualche foto. In tal caso, scrivete alla mia e-mail: andreadelpup01@gmail.com . *Figura 228 – 20 eurocent a “tappo” contro-brockage (fase iniziale) e immagine in incuso ed in negativo. Il fatto che non si tratti di un “semplice” brockage, lo si desume dal fatto che l’immagine in negativo riporta il tipico effetto “zoom” (si vedano le cifre “20”)* **Figura 228 – 20 eurocent a “tappo” contro-brockage (fase iniziale) e immagine in incuso ed in negativo. Il fatto che non si tratti di un “semplice” brockage, lo si desume dal fatto che l’immagine in negativo riporta il tipico effetto “zoom” (si vedano le cifre “20”)** Ultimo aggiornamento: 4/07/2021 --- ## Bg – Battitura attraverso altro tondello - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-7-battitura-depressa/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bg - Ultima modifica: 2021-10-18 Questa tipologia di errore denominata “battitura depressa” deriva essenzialmente da un malfunzionamento del meccanismo di alimentazione e di espulsione dei tondelli. Normalmente il processo prevede il trasferimento di un tondello all’interno dell’area di battitura – in particolare dentro la virola – e contemporaneamente l’espulsione della moneta già coniata. Per una serie di cause ciò potrebbe non funzionare correttamente. Spesso il malfunzionamento può essere dovuto al fatto che il tondello oggetto di alimentazione non sia conforme agli *standard* (ad esempio perché è pizzicato oppure perché si tratta di un detrito o di un pezzo di metallo di scarto). In questi casi, il sistema di alimentazione o di espulsione si può inceppare ed i due tondelli possono trovarsi contemporaneamente nell’area di battitura. I due tondelli (uno dentro la virola e l’altro sopra il primo) potrebbero essere perfettamente sovrapposti o, come avviene più spesso, solo parzialmente sovrapposti. *Figura 229 – 5 lire 1949 con battitura depressa al diritto* **Figura 229 – 5 lire 1949 con battitura depressa al diritto** Quando il conio superiore batterà tale combinazione di tondelli, nel punto di contatto tra i due tondelli non si avrà alcuna coniazione e la superficie sarà quindi priva di immagine. In particolare, il tondello inferiore presenterà una zona “depressa” (da qui il nome battitura depressa), vale a dire più bassa rispetto alla superficie della faccia, che riporterà grosso modo la forma del tondello superiore, anche se deformata a causa della pressione esercitata dai coni. La moneta coniata all’interno della virola prenderà la denominazione di moneta con battitura depressa semplice (completa o parziale a seconda che il tondello superiore sia completamente sovrapposto a quello inferiore o meno), mentre, come abbiamo già visto, la moneta derivante dal tondello superiore prenderà la denominazione di moneta con battitura ([ampia](https://www.erroridiconiazione.com/b-1-battitura-ampia/) o [decentrata](https://www.erroridiconiazione.com/b-2-battitura-decentrata/)) *uniface*. Solitamente con il termine “battitura depressa” ci si riferisce ad una battitura depressa parziale. Infatti, una battitura depressa completa viene più comunemente chiamata “battitura *uniface*” che non va confusa con una [battitura ampia *uniface;*](https://www.erroridiconiazione.com/b-1-battitura-ampia/) mentre la “battitura *uniface*” ha solitamente un diametro regolare – essendo battuta dentro la virola – e riporta le impronte del conio inferiore (generalmente rovescio), la “battitura ampia *uniface*” ha un diametro superiore a quello *standard* – essendo battuta fuori la virola – e riporta le impronte del conio superiore (generalmente diritto). Naturalmente, dato che la sovrapposizione dei due tondelli può assumere qualsiasi tipo di posizione e/o orientamento, anche la porzione dell’area depressa e la sua posizione può essere di vario tipo. Al riguardo, si può utilizzare lo stesso sistema di catalogazione delle [monete decentrate](https://www.erroridiconiazione.com/b-2-battitura-decentrata/). Siccome il tondello inferiore si trova all’interno della virola, la moneta con battitura depressa presenterà un contorno dalla forma circolare, con eventuali minime deformazioni (solitamente un leggero allungamento nella zona depressa). Questa caratteristica è importante perché ha due implicazioni: 1. la presenza o meno della forma circolare costituisce un primo indizio di genuinità di questa tipologia di errore e serve quindi ad identificare eventuali errori artefatti e creati *ad hoc* all’esterno della Zecca, tipicamente comprimendo con una pressa idraulica un tondello vergine (o un altro disco di metallo) sopra una moneta “regolare”. Questo processo di manomissione generalmente comporta che la moneta (artefatta) assuma una forma “irregolare”; 2. questa tipologia di errore può sfuggire ai controlli di qualità della Zecca e si può teoricamente reperire tra le monete destinate alla circolazione. Un’altra caratteristica che generalmente è riscontrabile in monete con battitura depressa è il mantenimento di un bordo rialzato in prossimità della depressione. Infatti, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, la procedura dell’orlettatura fa si che il contorno sia più duro e resistente rispetto al corpo centrale del tondello. Pertanto, trovandosi il contorno a contatto con la virola nella fase di battitura (che gli fornisce quindi una sorta di “sostegno”), può succedere che lo stesso non si “deprima” allo stesso modo del corpo centrale. *Figura 230 – 20 lire 1988 con battitura depressa al diritto e battitura ampia (coniata fuori virola)* **Figura 230 – 20 lire 1988 con battitura depressa al diritto e battitura ampia (coniata fuori virola)** Ciò ovviamente non accade quando il tondello inferiore si trova invece fuori la virola. La pressione esercitata dai due coni sarebbe tale da appiattire sia il corpo centrale che il contorno e la moneta perderebbe anche la sua classica forma circolare. Al riguardo, va infatti precisato che questa tipologia di errore si può ovviamente verificare anche quando il tondello si trova fuori la virola e può avvenire in combinazione ad altre tipologie di errori. Infine, si segnala che in casi molto rari può capitare che i due tondelli all’interno dell’area di battitura siano di due monete differenti. Se ciò avviene, si possono creare delle monete con una battitura depressa di forma circolare molto particolari. In questo caso la moneta con la battitura depressa mostrerà sull’altra faccia una battuta molto forte a causa della maggiore pressione esercitata a causa della presenza di un tondello “estraneo” tra i due coni. La zona depressa sarà più ampia rispetto al diametro del tondello “estraneo” e tenderà ad affievolirsi mano a mano che ci si avvicina ai contorni della zona depressa. *Figura 231 – 20 toea 1975 Papua Nuova Guinea con battitura depressa generata da un tondello di 1 toea. Fonte: australian-threepence.com* **Figura 231 – 20 toea 1975 Papua Nuova Guinea con battitura depressa generata da un tondello di 1 toea. Fonte: australian-threepence.com** Ad oggi non si conoscono monete italiane che presentino questa tipologia di errore, per eventuali segnalazioni potete contattarmi all’indirizzo e-mail: andreadelpup01@gmail.com ### Esempi di battitura depressa --- ## Bh – Coni mal posizionati - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bh - Ultima modifica: 2021-10-18 ### Battitura con coni mal posizionati (ruotati o disallineati) Come molti già sapranno, le due facce di una moneta moderna presentano un angolo di rotazione ben preciso e predeterminato, che dipende dalla tipologia di moneta. Per convenzione l’asse della moneta (e le sue eventuali rotazioni) si determina sulla base del dritto. In particolare, va desunto tenendo la moneta tra le dita osservandone il dritto in posizione corretta e poi, facendola ruotare lateralmente, se ne osserva il rovescio. Se anche il rovescio è nella posizione corretta, l’asse è a 0° ovvero a ore 12:00 e viene denominato asse “alla tedesca” o asse “a medaglia”. Invece, se il rovescio è in una posizione capovolta, l’asse è a 180° ovvero a ore 06:00 e viene denominato asse “alla francese” o asse “a moneta”. Nella stragrande maggioranza dei pezzi coniati dopo che si generalizzò nelle zecche di tutta Europa l’uso delle presse e dei torchi a bilanciere, troveremo l’allineamento “a moneta”. La denominazione deriva appunto dalle modalità di coniazione più ricorrenti nella maggior parte della monetazione moderna e cioè il ribaltamento degli assi nelle monete (facce invertite), mentre generalmente le medaglie hanno le facce tra loro parallele. Fanno eccezione le monete emesse dall’Unione europea (euro e centesimi di euro), dove entrambe le facce mantengono il medesimo orientamento. A titolo esemplificativo: 1. la moneta da 1 lira ha di regola l’asse “a 180°” ovvero “a ore 12:00”; 2. la moneta da 1 euro ha di regola l’asse “a 0°” ovvero “a ore 06:00”. In determinati casi, l’asse della moneta può essere ruotato rispetto allo *standard* e sempre convenzionalmente l’asse ruotato è attribuito al rovescio (infatti, in lingua inglese questo errore è denominato *rotated reverse*). In realtà, in alcune “famose” monete l’asse ruotato viene attribuito al dritto: 5 lire 1989 timone rovesciato (il timone si trova al dritto) oppure 10 lire del 1991 aratro rovesciato (l’aratro si trova al dritto). A differenza di quello che comunemente si pensa, la rotazione del conio può riguardare sia il conio superiore che il conio inferiore. Tuttavia, quasi sempre è impossibile stabilire quale dei due coni era ruotato in fase di battitura. Invero, se associato ad altre tipologie di errore, il conio ruotato può essere identificato e nella maggior parte dei casi si tratta del conio superiore che solitamente riporta il disegno del dritto. Questa tipologia di errore può verificarsi essenzialmente per tre motivi: 1. errata installazione dei coni sulla pressa, vale a dire uno dei due coni ovvero entrambi non sono collocati nel giusto orientamento; 2. scorretto “smussamento” della base del conio; 3. spostamento del conio durante la fase di battitura. Mentre nei primi due casi l’errore di disallineamento riguarda tutte le monete coniate da quella coppia (disallineata) di coni ed i gradi di rotazione dell’asse rimangono costanti (cosiddetta “rotazione statica”). Nel terzo caso, l’errore da disallineamento non è ripetitivo, ma dinamico, vale a dire i gradi di rotazione cambiano nelle varie monete coniate da quella coppia di coni (cosiddetta “rotazione dinamica”). Venendo ora alla prima causa di rotazione, la stessa è piuttosto intuitiva e deriva da un errore umano. In particolare, l’addetto nel fissare i due coni sulla pressa non li colloca nel giusto orientamento. Tutte le monete coniate con quel conio mal posizionato presenteranno ovviamente l’asse ruotato. La seconda causa è, invece, meno intuitiva e necessita di una spiegazione più approfondita. Proprio al fine di evitare il problema della rotazione dei coni, alcune presse più moderne sono predisposte per accogliere dei coni che presentano una “smussatura” sulla base del conio. Tale “smussatura” costituisce una sorta di “punto di riferimento” utilizzato per fissare con esattezza il conio alla pressa. *Figura 236 – Fonte: templemountcenter.com* **Figura 236 – Fonte: templemountcenter.com** Solitamente la “smussatura” viene effettuata con una apposita macchina fresatrice che “smussa” contemporaneamente una serie di coni della stessa moneta posti uno in fila all’altro. E’ stato riscontrato che l’utilizzo di questa tecnica riduce notevolmente la probabilità che si verifichi un errore di rotazione dell’asse delle monete coniate. Ciò posto, può comunque capitare che il cilindro del conio sia mal posizionato nella macchina fresatrice e che quindi il conio risulti (più o meno) ruotato. Tutte le monete coniate con quel conio presenteranno ovviamente l’asse ruotato. Al riguardo, va precisato che questa tecnica di smussamento dei coni non è utilizzata da tutte le zecche. Non si hanno informazioni a disposizione per stabilire se anche la Zecca italiana attualmente impieghi questa tecnica. Tuttavia, con l’introduzione dell’euro è stato riscontrato una notevole riduzione di questa tipologia di errore e questo potrebbe essere un indizio (ad oggi non confermato) dell’impiego di questa tecnica o di una similare. Infine, la terza causa che può determinare la rotazione dell’asse della moneta è uno spostamento del conio durante la fase di battitura. Ciò può avvenire perché, a seguito di numerose battiture e delle vibrazioni della pressa, il morsetto e/o le viti che tengono il conio fissato alla pressa iniziano ad allentarsi ed il conio a ruotare leggermente oppure perché si rompe la base del cilindro del conio ancorata alla pressa. In questi casi, la posizione del conio può cambiare numerose volte e le monete battute dalla stessa coppia di coni presenteranno diversi gradi di rotazione. Questa terza causa è forse quella più ricercata dai collezionisti in quanto determina la possibilità di poter costruire una sorta di progressione, vale a dire diversi gradi di rotazione della stessa moneta e dello stesso anno. Per quanto riguarda la misurazione dei gradi di rotazione ci sono due tecniche: 1. la prima tecnica consiste nell’utilizzare una scala da 0° fino a 360° misurando la rotazione in senso orario, in considerazione del fatto che non è possibile stabilire in che direzione il conio ha effettivamente ruotato. Pertanto, immaginando che il conio abbia ruotato di 30° in senso antiorario, secondo questa tecnica la moneta presenterà una “rotazione di 330°”; 2. la seconda tecnica consiste invece di utilizzare una scala da 0° fino a 180° indicando la rispettiva direzione (in senso orario od in senso antiorario). Pertanto, immaginando che il conio abbia ruotato di 330° in senso antiorario, secondo questa tecnica la moneta presenterà una “rotazione di 30° in senso orario”. Come si può vedere dagli esempi, entrambe le tecniche non sono perfette e possono non esprimere la reale situazione della rotazione. Tuttavia, siccome è stato riscontrato dagli studiosi[1] che il grado di rotazione più raro è quello di 180° e che la rarità diminuisce mano a mano che ci si avvicina alla posizione corretta (vale a dire 0°), si ritiene che la migliore tecnica di misurazione sia la seconda anche se nel nostro Paese è più diffusa la prima tecnica. Naturalmente, quanto detto circa la rarità della rotazione vale per gli errori generati dalla terza causa illustrata sopra e non vale per la prima o seconda causa. Pertanto, non deve stupire che alcune monete con una rotazione di 180° (es. 5 lire 1989 timone rovesciato, 100 lire 1979 FAO, 100 lire 1994, etc.) siano più comuni rispetto ad altre di annualità differenti. Conseguentemente, una moneta che presenta una rotazione statica di 180° è molto meno rara rispetto ad una moneta con una rotazione dinamica di 180°; tuttavia, non è agevole distinguere la natura della rotazione se non attraverso uno studio della coppia dei coni che l’ha prodotta. Va inoltre precisato che delle rotazioni ridotte (fino 15° in senso orario ed antiorario) rientrano nei limiti di tolleranza delle principali zecche e pertanto non vengono considerati tecnicamente degli errori. Ciò posto, gli errori di rotazione dell’asse possono essere raggruppati in quattro gruppi con un ordine crescente di rarità: gruppo 1 (da 15° a 45°), gruppo 2 (da 45° a 90°), gruppo 3 (da 90° a 135°) e infine gruppo 4 (da 135° a 180°), che è ovviamente quello più raro e ricercato dai collezionisti. Per quanto riguarda il rilevamento dei gradi di rotazione dell’asse della moneta (secondo la prima tecnica sopra descritta), i primi ad aver introdotto una modalità pratica di misurazione sono stati i coniugi Van Allen che nel 1991 hanno pubblicato un piccolo libro intitolato “*Rotated Die Coin Measurements*” con in dotazione un piccolo strumento di plastica (*Rota Flip*) che consentiva, anche ai meno esperti, il rilevamento dei gradi di rotazione. In ambito domestico, il primo ad illustrare un metodo pratico di misurazione dei gradi di rotazione (secondo la seconda tecnica sopra descritta) è stato nel 2002 Giovanni Attardi nel suo libro “*Varianti ed errori nelle monete della repubblica italiana”* con in dotazione un cartoncino con una tavola goniometrica sessagesimale. Oltre che una rotazione dell’asse, un posizionamento errato di uno o tutti e due i coni può determinare una battitura disallineata (o anche detta decentrata). Questa tipologia di errore non va confusa con la [battitura decentrata](https://www.erroridiconiazione.com/b-2-battitura-decentrata/) dove il decentramento è causato da un mal posizionamento del tondello nella fase di battitura e coinvolge entrambe le facce della moneta. Una moneta disallineata deriva da un mal posizionamento di solo uno dei due coni nella fase di battitura e coinvolge una sola faccia della moneta. Di regola, il conio disallineato è quello superiore, in quanto il conio inferiore è fissato con la virola e risulta alquanto improbabile un suo disallineamento. Pertanto, la faccia disallineata nella maggior parte dei casi sarà il dritto visto che solitamente corrisponde al conio superiore. Il disallineamento del conio (superiore) non è sempre dovuto ad un errore dell’addetto all’installazione dei coni, siccome anche in questo caso lo stesso può derivare dalle vibrazioni della pressa o dalle violente sollecitazioni a cui è soggetto il conio (superiore) nelle numerose battiture. Infatti, come detto, dette vibrazioni possono allentare il morsetto e/o le viti che tengono fissato il conio alla pressa. Ciò implica che il conio superiore non sarà centrato rispetto al conio inferiore e le monete coniate presenteranno una faccia (solitamente il dritto) leggermente decentrata. Invece, l’altra faccia sarà ben centrata e il contorno sarà regolare. *Figura 237 – 10 lire 1950 con dritto leggermente disallineato* **Figura 237 – 10 lire 1950 con dritto leggermente disallineato** Le monete che presentano questa tipologia di errore possono essere trovate “facilmente” anche tra le monete in circolazione, in quanto hanno una forma regolare e possono quindi sfuggire ai controlli di qualità della Zecca. Similmente alle monete con battitura decentrata, questa tipologia di errore può essere catalogata in base alla percentuale di disallineamento (spesso molto bassa) e alla posizione del disallineamento. Le monete con (solo) il dritto disallineato cominciano ad avere un interesse numismatico e possono considerarsi collezionabili quando l’impronta fuoriesce dal bordo. Infine, si segnala che nei rari esemplari in cui la percentuale di disallineamento è abbastanza elevata, può accadere che nell’altra faccia (centrata) della moneta la zona opposta alla zona decentrata non riporti le impronte o le stesse siano evanescenti (cfr. Figura 238). Ciò è evidentemente dovuto al fatto che nella zona dove non c’è stato alcun contatto con il conio superiore non è stata esercitata una pressione sufficiente a far comparire le impronte del conio inferiore. *Figura 238 – A sinistra 20 centesimi esagono 1918 con dritto disallineato (frecce nere), sul rovescio nella zona opposta al disallineamento la minore pressione di battitura lascia intravedere le impronte del nichelino umbertino (frecce blu). A destra 20 centesimi 1942 con dritto disallineato (frecce* **Figura 238 – A sinistra 20 centesimi esagono 1918 con dritto disallineato (frecce nere), sul rovescio nella zona opposta al disallineamento la minore pressione di battitura lascia intravedere le impronte del nichelino umbertino (frecce blu). A destra 20 centesimi 1942 con dritto disallineato (frecce nere), sul rovescio nella zona opposta al disallineamento è presente una forte evanescenza dovuta alla minore pressione di battitura** ***L’errore celebre: 5 lire 1989 timone rovesciato e 10 lire 1991 aratro rovesciato*** Nella monetazione italiana repubblicana ci sono due monete “celebri” che presentano questa tipologia di errore: le 5 lire 1989 timone rovesciato e le 10 lire 1991 aratro rovesciato. In entrambi i casi si tratta di rotazioni ad ore 06:00 (180°). In altri termini, le due monete in parola sono state coniate (erroneamente) con la tecnica “alla tedesca”, invece di essere coniate con la tecnica “alla francese”. Sebbene non ci siano riscontri ufficiali, vista la grande quantità di monete che presentano lo stesso grado di rotazione, è molto probabile che l’errore sia derivato da un errato posizionamento di uno dei due coni all’interno della pressa. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Doug Fariss, *The collector’s guide to die rotated coins*, 1979. --- ## Bi – Battitura su oggetti non conformi - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-9-battitura-su-oggetti-non-conformi/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bi - Ultima modifica: 2021-10-18 In questo paragrafo verranno trattate quattro diverse tipologie di errore di coniazione che sono tutte accomunate dal fatto che la battitura avviene su un “oggetto” diverso rispetto al tondello conforme ed in particolare potrebbe trattarsi di: 1. un tondello vergine non conforme; 2. un’altra moneta già coniata ma di tipo diverso, vale a dire una moneta che presenta delle impronte diverse da quelle riportate sui coni; 3. un frammento della lastra metallica da cui sono stati ricavati i tondelli; 4. un oggetto qualsiasi ed in particolare componenti delle attrezzature utilizzate per la coniazione (ad esempio il braccio di alimentazione dei tondelli). Con riferimento alla prima casistica, vale a dire il tondello non conforme, ciò può avvenire quando il tondello di una certa moneta (es. 50 lire Vulcano) viene inserito erroneamente nella pressa utilizzata per la coniazione di un’altra moneta, di un diverso valore (es. 100 lire Minerva). A titolo esemplificativo, qui sotto si può apprezzare una 100 lire Minerva (I° tipo) del 1955 battuta dentro la virola sul tondello della 50 lire Vulcano (I° tipo). Naturalmente, una regola generale per questa tipologia di errore è che il tondello “sbagliato” deve avere delle dimensioni uguali o inferiori rispetto al tondello “corretto”, altrimenti non potrebbe essere alimentato nella pressa. Per capire se il tondello è errato (quando non lo si desume immediatamente ad occhio nudo dalla tipologia di metallo) e per verificare a quale denominazione appartiene il tondello utilizzato, si deve analizzare accuratamente il metallo di cui è composto e pesare la moneta con una bilancia di precisione. Se questi due elementi consentono di individuare il tondello impiegato (seppure “sbagliato” per la specifica denominazione), si avrà un primo indizio di autenticità dell’errore. La battitura del tondello errato può avvenire fuori virola oppure dentro la virola, in quest’ultimo caso – se il tondello si posiziona a contatto con la virola – il contorno potrebbe essere parzialmente zigrinato. Bisogna fare molta attenzione perché sul mercato vengono regolarmente offerte delle monete manomesse di questa tipologia di errore. Le stesse vengono ottenute placcando delle monete “normali” ovvero trattandole con apposite sostanze chimiche. In questi casi, è molto importante verificare il peso della moneta: una moneta placcata ha solitamente un peso leggermente superiore a quello *standard*, mentre una moneta trattata chimicamente mantiene all’incirca lo stesso peso, che invece dovrebbe essere diverso qualora fosse stata realmente coniata su un tondello errato. In altri casi, il diametro della moneta viene ridotto artificiosamente attraverso un’operazione di tornitura fuori centro per far apparire la moneta come battuta su un tondello di una moneta di peso inferiore, ma costituita dallo stesso metallo (tipico è il caso delle 100 lire Minerva tornite per farle apparire come battute sul tondello delle 50 lire Vulcano). Venendo ora alla seconda casistica, vale a dire una moneta battuta su un’altra moneta già coniata, ciò può avvenire quando una certa moneta già coniata (es. 50 lire Vulcano) viene inserita erroneamente nella pressa utilizzata per la coniazione di un’altra moneta, di una diversa denominazione (es. 100 lire Minerva). Naturalmente, anche in questo caso, vige la regola generale che la moneta già coniata deve avere di norma delle dimensioni uguali o inferiori rispetto al tondello “corretto”, altrimenti non potrebbe essere alimentata nella pressa. *Figura 218 – 20 centesimi 1919 esagono coniate sopra una moneta da 20 centesimi 1894 (Collezione Bruno Meggiolaro). Sebbene questa moneta non sia un errore di coniazione (in quanto l’utilizzo delle monete di Umberto I era intenzionale, cfr. Breve storia dei 20 centesimi “esagono” infra), la stessa r* **Figura 218 – 20 centesimi 1919 esagono coniate sopra una moneta da 20 centesimi 1894 (Collezione Bruno Meggiolaro). Sebbene questa moneta non sia un errore di coniazione (in quanto l’utilizzo delle monete di Umberto I era intenzionale, cfr. Breve storia dei 20 centesimi “esagono” infra), la stessa rappresenta comunque a livello visivo un ottimo esempio di moneta battuta su una moneta già coniata.** Le due casistiche di errori appena analizzate (tondello errato o coniazione su altra moneta) possono spesso capitare a causa dei sistemi di trasporto dei tondelli e delle monete all’interno della Zecca. In particolare, per le procedure di trasporto in passato venivano utilizzati dei sacchi e (successivamente) dei bidoni o dei cassoni, mentre le zecche più moderne utilizzano oggi sempre più spesso dei nastri trasportatori automatizzati. In tutti questi casi (in particolare con i cassoni, più raramente con i nastri trasportatori), può capitare che un tondello o una moneta rimanga impigliata o incastrata e che nel successivo riutilizzo per coniare una moneta differente si liberi. *Figura 219 – Cassone metallico* **Figura 219 – Cassone metallico** Infatti, i cassoni hanno solitamente il fondo inclinato che ne facilita lo svuotamento all’apertura di un’apposita fenditura posta nella parte più bassa del cassone. A volte può capitare che un tondello o una moneta si incastri nel meccanismo di apertura. Se poi lo stesso cassone viene utilizzato nuovamente per trasportare altri tondelli o monete, quello incastrato si può liberare e confondersi con gli altri. Peraltro, un caso molto particolare può accadere quando alla Zecca viene commissionata la coniazione di monete di altri Stati (si pensi banalmente alle monete dello Stato del Vaticano o di San Marino coniate dalla Zecca italiana). In questa ipotesi, può talvolta capitare che si “incrocino” delle monete o tondelli di altri Stati con monete italiane. A titolo esemplificativo, la Zecca italiana fa ricevuto commesse dalla Thailandia (moneta bimetallica da 10 baht), dall’Ucraina, dall’Algeria e da Taiwan. Inoltre, potrebbe capitare che in prossimità del cambiamento della tipologia di monetazione oppure di valuta (es. passaggio dalla lira all’euro) si incrocino tondelli/monete della vecchia monetazione con quelle della nuova oppure tondelli/monete della vecchia valuta con quelle della nuova. Questa tipologia di errore si chiama “battitura su tondello di transizione”. Venendo, infine, alla casistica di cui alla lettera c), si ricorda che, come è già stato analizzato nella prima parte del libro, i tondelli vengono ottenuti perforando una lastra di metallo, la quale viene poi ridotta in frammenti o pezzetti di metallo da un apposito macchinario. Successivamente questi frammenti di metallo vengono (normalmente) rimandati alle fornaci per essere rifusi e per poter così riiniziare da capo il processo di coniazione. Tuttavia, talvolta può accadere che uno o più di questi frammenti finisca per errore insieme ai tondelli regolari e che poi venga battuto dalla pressa monetaria. Se ciò accade il risultato sarà un errore di coniazione denominato “battitura su frammento”. Qui sotto si può apprezzare una 5 lire 1990 battuta su un frammento di metallo (probabilmente una cesaglia). Per quanto riguarda, infine, la battitura su altri oggetti si osserva che nel procedimento di coniazione può anche capitare che ad essere battuti dai due coni non siano né i tondelli né le monete già coniate, bensì altri oggetti ed in particolare l’attrezzatura impiegata per la coniazione. Tipico è il caso della coniazione sul braccio di alimentazione dei tondelli, vista la sua prossimità all’area di battitura, come si può vedere nella foto riportata qui sotto. *Figura 221 – Un braccio di alimentazione di tondelli della Zecca indiana con coniata parzialmente una faccia della moneta da 5 rupie e una chiave inglese con coniata parzialmente la faccia della moneta norvegese di 2 ORE del 1964 (probabilmente l’addetto non fa fermato la pressa mentre cercava di li* **Figura 221 – Un braccio di alimentazione di tondelli della Zecca indiana con coniata parzialmente una faccia della moneta da 5 rupie e una chiave inglese con coniata parzialmente la faccia della moneta norvegese di 2 ORE del 1964 (probabilmente l’addetto non fa fermato la pressa mentre cercava di liberare con una chiave inglese un tondello/moneta incastrata). Fonte: Mike Byers rispettivamente su MintErrorNews e su World Greatest Mint Errors** --- ## Bi.1 – Storia dei 20 centesimi esagono - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-9-1-storia-20-cent-esagono/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bi.1 - Ultima modifica: 2022-05-09 ### Breve storia dei 20 centesimi “esagono” ribattuti Subito dopo la fine della “Grande Guerra” in Italia si era riscontrata una drastica riduzione delle monete in circolazione di bronzo e nichel, probabilmente anche per far fronte alle necessità belliche. La Zecca di Roma dovette quindi trovare una soluzione che contemperasse l’esigenza di emettere più moneta di piccolo taglio e al tempo stesso che tale nuova emissione non gravasse eccessivamente sulle casse dello Stato. Come riportato in un articolo di Mario Lanfranco pubblicato in “Rassegna Numismatica” del 1932, a pag. 312 “*in mancanza di metalli coniabili accetti al nostro pubblico e ripugnando ai tecnici della Zecca l’idea di ricorrere a monete di ferro che per il fatto di essere soggette all’ossidazione non avrebbero incontrato il favore del pubblico, si fece strada il pensiero di utilizzare la grossa massa metallica monetaria costituita dai pezzi da 20 centesimi di nichel misto (mistura di 75 parti di rame e 25 di nichel) coniati negli anni 1894 e 1895 e poi ritirati[1] per essere sostituiti con pezzi di nichel puro, giusto il disposto della Legge 9 luglio 1905 nr. 363*”. Tuttavia, le monete umbertine non potevano essere riutilizzate *sic et simpliciter*, ma dovevano riportare delle nuove impronte e “*per ciò ottenere sembrava a tutta prima che si dovesse fondere l’intera massa delle vecchie monete rimaste nelle Casse del Tesoro e colle paste metalliche così ricavate allestire nuovi tondelli atti a ricevere le nuove impronte*”. Lo stesso Lanfranco ebbe “*la felice idea di ristampare con nuovi coni le vecchie monete, utilizzandole come tondelli, dopo averle sgrassate bene e ripulite con bagno chimico e soprattutto dopo averle ben rincotte in vaso chiuso per ridonare al metallo la malleabilità occorrente per poter ricevere la nuova impronta, malleabilità che la prima stampa aveva fatto perdere. Perciò le vecchie monete, considerate come tondelli, dopo ricotte e convenientemente imbianchite, sono state passate all’Officina Stampa per ricevere sotto i coni le nuove impronte monetarie”.* Al riguardo, è altresì interessante riportare un estratto della Relazione della Regia Zecca 1914-1939 dove a pag. 21 viene precisato “*l’incisore capo Prof. Motti studiò e preparò due modelli per sostituire le vecchie impronte direttamente sulle monete stesse con un colpo della pressa. Tali sostituzioni di impronte presentano sempre nella pratica attuazione notevoli difficoltà. Chi infatti guardi attentamente, col sussidio di una lente di ingrandimento, queste monete ribattute potrà ancora sul loro campo riscontrare traccie più o meno visibili delle antiche impronte. Se i nuovi punzoni non fossero stati tecnicamente perfetti e studiati in tutti i minimi particolari con grandissima cura, queste traccie sarebbero ben maggiormente evidenti.* *Poiché lo scopo di questa lavorazione speciale era di provvedere con sollecitudine ad attenuare la rarefazione delle monete di bronzo, le sole operazioni, alle quali le vecchie monete da 20 centesimi venivano sottoposte prima della stampa, consistevano in una rincozione[2] entro recipienti chiusi ed in un successivo imbianchimento*”. Della moneta da 20 centesimi “esagono” – considerata moneta d’emergenza – ne furono battuti circa 77 milioni di pezzi nel corso di tre anni (1918, 1919 e 1920). Al riguardo, va ricordato che i “nichelini” umbertini ritirati e rimasti nei magazzini della Zecca non furono sufficienti per coprire l’intera tiratura, visto che in gran parte erano stati ceduti all’industria bellica. Per questo motivo, le monete con millesimo 1920 furono coniate su tondelli vergini, che – a differenza dei tondelli dei due millesimi precedenti – non presentano alcuna traccia di rigatura sul contorno. Infatti, si osserva che i 20 centesimi di Umberto I hanno il contorno rigato, mentre i 20 centesimi “esagono” hanno, o meglio dovrebbero avere, il contorno liscio. Tuttavia, a causa della sovrabattitura, numerosi pezzi del 1918 e 1919 presentano vari tipi di contorno: liscio, rigatura parziale o debole oppure rigatura completa. Le monete che presentano un bordo rigato completo sono più rare e ricercate. Inoltre, va altresì ricordato che i nichelini umbertini sono stati coniati nel 1894, sia a Roma (R) sia a Berlino (KB) e nel 1895 solo a Roma. Peraltro, tenendo conto del fatto che il tondello veniva inserito nella pressa monetaria senza una precisa posizione delle due facce (dritto e rovescio) e senza un preciso orientamento, le combinazioni possibili sono parecchie. Tuttavia, mentre la posizione e l’orientamento sono ininfluenti sul valore della moneta in quanto casuali, il millesimo e il segno di zecca della moneta umbertina sottostante possono conferire un diverso valore. Al riguardo, si può stilare una classifica di rarità (dal più raro al meno raro): 1. 20 centesimi esagono 1919 su 20 centesimi Umberto I 1895 R 2. 20 centesimi esagono 1918 su 20 centesimi Umberto I 1895 R 3. 20 centesimi esagono 1919 su 20 centesimi Umberto I 1894 R 4. 20 centesimi esagono 1918 su 20 centesimi Umberto I 1894 R 5. 20 centesimi esagono 1919 su 20 centesimi Umberto I 1894 KB 6. 20 centesimi esagono 1918 su 20 centesimi Umberto I 1894 KB Naturalmente, la presenza di un bordo rigato completo ed un elevato stato di conservazione ne aumenta ulteriormente la rarità. Qui sotto si può apprezzare un raro esemplare di 20 centesimi 1919 sovrabattuto su un 20 centesimi Umberto I 1895 R Di seguito un esemplare di 20 centesimi 1918 sovrabattuto su un 20 centesimi Umberto I 1895 R. Di seguito un esemplare di 20 centesimi 1919 sovrabattuto su un 20 centesimi Umberto I 1894 R. Di seguito, un esemplare di 20 centesimi 1919 sovrabattuto su un 20 centesimi 1894 KB con battitura decentrata. Infine, va ricordato che le eventuali tracce del vecchio “nichelino” sono solitamente più visibili nel campo del 20 centesimi “esagono” privo di impressioni e quindi sono più frequentemente presenti sul dritto dell’esagono, in quanto la porzione di campo “vuoto” è maggiore lungo il bordo, vale a dire dove la pressione dei coni è inferiore. Peraltro, siccome il rovescio dell’esagono presenta una corona d’alloro lungo il bordo, nel caso in cui tale rovescio sia stato coniato sopra il rovescio del nichelino umbertino, il segno di zecca risulterà difficilmente visibile, se non con l’ausilio di una lente di ingrandimento o di un microscopio. Concludo riportando altri due paragrafi tratti dal citato articolo del Lanfranco: “*la guerra colle sue necessità imperiose come ci imponeva di surrogare il puro metallo nichel con una lega di mistura (75 Ni + 25 Cu) così nella urgenza del provvedimento e per speciali esigenze tecniche ci faceva dimenticare le nostre più belle tradizioni di arte e gli sforzi compiuti dal 1906 al 1908 per il rinnovamento artistico delle nostre monete. Le monete di mistura da 20 cent., ristampate, da considerarsi come monete di necessità, rappresentano innegabilmente nell’evoluzione dell’arte della moneta, un punto di arresto e sarà opportuno che il Governo Nazionale ne decreti il ritiro, sostituendone l’ammontare con la bella moneta del tipo Bistolfi coniata con nichel vero”.* \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Il Regio Decreto 13 giugno 1909, n. 361 ordinò il ritiro dalla circolazione di questa moneta essendo di brutto conio e di facile falsificazione. Dal 1909 al 1914 furono ritirati circa 89 milioni di pezzi ed i restanti 11 milioni caddero in prescrizione. [2] Per “*rincozione*” si intende l’operazione di ricottura dei tondelli, al fine di renderli più malleabili. Al riguardo, si cita un estratto dell’articolo di Giuseppe Maria Viti intitolato “*Dove e come si fabbricano i nostri soldi*”, La Lettura, Anno XII, n.3, 1912: “*ma sotto il tormento e la forza dilaniatrice dei cilindri* [l’autore si riferisce all’operazione di laminazione, ndr], *il metallo, battuto a freddo, s’è inasprito: ha raggiunto tale un grado di densità che una nuova pressione lo frangerebbe. Allora, per ridare la libertà, l’equilibrio, la snellezza alle molecole, si mettono le verghe al forno di rincozione. Le lamine, deposte su una predella girante, sono, con vicenda alterna e regolare, lambite dalle lingue di fuoco di un chiaro carbone ardente*”. --- ## Bm – Battitura con coni errati - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bm - Ultima modifica: 2024-06-01 Talvolta può accadere che l’addetto alla pressa monetaria (più o meno) involontariamente installi un conio errato. Questo può dare origine a tre tipologie di errori: 1. mulo; 2. mulo di transizione; 3. doppia faccia uguale e pseudo-mulo. L’errore di coniazione denominato “mulo” o “ibrido” (*mule* in inglese) è molto semplice ed intuitivo in quanto, similmente all’animale che deriva dall’incrocio di un asino ed un cavallo, anche nell’errore in parola la moneta è il frutto dell’“incrocio” di due coni diversi, vale a dire relativi a monete con valori differenti. *50 centesimi di euro con il rovescio dei 20 centesimi* **50 centesimi di euro con il rovescio dei 20 centesimi** Questo può accadere quando i coni utilizzati per diverse denominazioni di monete hanno la stessa grandezza e per errore (o in certi casi volutamente) vengono montati nella stessa pressa. Una caratteristica importante è che, nella maggior parte dei casi, la figura del conio “sbagliato” è più piccola rispetto alla figura del conio “corretto”. Si tratta di errori (solitamente) estremamente rari e molto ricercati dai collezionisti. *200 lire 1978 con il dritto delle 50 lire* **200 lire 1978 con il dritto delle 50 lire** Una variante molto particolare di questa tipologia di errore, denominata “mulo internazionale”, si origina quando un tondello viene battuto con due coni relativi a due nazioni differenti. Ciò può accadere quando la medesima Zecca, oltre a coniare le monete della propria nazione, ha assunto delle commesse per la coniazione di monete di altri Stati. Nella monetazione italiana è stato riscontrato un solo caso di questa tipologia di errore. In particolare, la Zecca italiana per un periodo di tempo ha coniato delle monete bimetalliche da 10 Baht per conto del Governo Thailandese. Per errore nelle operazioni di coniazione delle 500 lire bimetalliche del 1998 IFAD è stata installata una virola dei 10 Baht (zigrinatura discontinua composta da quindici gruppi di cinque barrette), anzichè delle 500 lire (zigrinatura discontinua composta da sette gruppi da dieci barrette e da un gruppo di nove barrette). L’installazione di coni errati può dare origine ad una seconda tipologia di errore denominato “mulo di transizione” che avviene quando in un anno per una determinata moneta vengono cambiate le impronte di una o di entrambe le facce. *Figura 240 – Vecchio e nuovo rovescio della moneta da un euro* **Figura 240 – Vecchio e nuovo rovescio della moneta da un euro** In questo caso, entrambe le facce appartengono alla stessa moneta e l’errore deriva dal fatto che una delle due facce presenta le impronte “vecchie”. Un recente esempio si è verificato in Europa quando il 7 giugno 2005 il Consiglio europeo ha deciso che il rovescio (quello con la mappa) delle monete da 10 centesimi fino a quella da due euro doveva essere aggiornato per raffigurare anche i nuovi Stati che sono entrati nell’Unione Europea a partire dal 2004. Invece, il rovescio delle monete da 1, 2 e 5 centesimi poteva rimanere immutato, perché rappresenta l’Europa rispetto al mondo. Le nuove impronte sono state introdotte facoltativamente nel 2007 e sono diventate obbligatorie per tutti gli Stati nel 2008. La transizione ha dato origine ad alcuni errori. In particolare, ci sono dei casi di monete datate 2006 con il rovescio raffigurante la nuova cartina geografica dell’Europa e ci sono anche delle monete del 2007 e del 2008 raffiguranti la vecchia cartina geografica dell’Europa. Ad oggi, i muli di transizione delle monete dell’area Euro conosciuti sono i seguenti: 1. 2 euro 2006 Finlandia riportante la nuova cartina (tiratura 55.000 pezzi) 2. 2 euro commemorativa 2008 Germania F (Zecca di Stoccarda) riportante la vecchia cartina (tiratura circa 75.000 pezzi) 3. 20 centesimi 2007 Germania F (Zecca di Stoccarda) riportante la vecchia cartina (tiratura non disponibile) 4. 1 euro 2008 Portogallo riportante la vecchia cartina (tiratura circa 98.000 pezzi) Infine, un’errata installazione dei coni nella pressa può dare origine ad una terza tipologia di errore denominato “doppia faccia uguale” (doppio-dritto ovvero doppio-rovescio) che avviene quando la moneta viene battuta con dei coni riportanti – accidentalmente o intenzionalmente – entrambi le impronte del dritto ovvero del rovescio (entrambi in positivo ed in rilievo). Due esempi di questa tipologia di errore sono stati proposti all’asta Bolaffi del 23 maggio 2013 ed in particolare si trattava di: - 1 eurocent Italia 2002 “doppio Castel del Monte”riportante su entrambe le facce il rovescio (lotto 1065) aggiudicato ad € 500 più diritti; - 1 eurocent riportante su entrambe le facce il dritto (lotto 1066) aggiudicato ad € 750 più diritti. Di questa tipologia di errore si conoscono anche delle monete in lire (es. 10 lire doppio rovescio, etc.). Qui sotto si riporta un video di una 10 lire doppio rovescio (collezione Diego Battaglia). [https://www.erroridiconiazione.com/files/b-11-battitura-con-coni-errati__due-rovesci-orizzontale.mp4](https://www.erroridiconiazione.com/files/b-11-battitura-con-coni-errati__due-rovesci-orizzontale.mp4) In certi rarissimi casi, l’errore denominato “doppia faccia uguale” può generarsi anche con un’istallazione corretta dei due coni ed in questo caso si tratterà di uno “pseudo-mulo”. In particolare, ci possono essere essenzialmente tre cause che originano uno pseudo-mulo: 1. una moneta appena coniata invece di venire espulsa rimane nell’area di battitura e si posiziona capovolta sopra il tondello successivo perfettamente al centro. La presenza sia del tondello che della moneta già coniata tra i due coni fa sì che la pressione esercitata in fase di battitura sia superiore. Pertanto, il dritto della moneta già coniata a contatto con la faccia superiore del tondello tenderà ad appiattirsi, mentre le impronte del rovescio della moneta già coniata verrà cancellato dal conio di dritto. Essendo (ri)battuta fuori dalla virola e a causa della forte pressione, la moneta con il doppio dritto assumerà un diametro leggermente superiore a quello *standard*; 2. due tondelli entrano contemporaneamente nell’area di battitura e si posizionano una sopra l’altro. Una volta battuti, il tondello inferiore (dentro la virola) con il solo rovescio coniato viene espulso, mentre l’altro tondello (fuori virola) con il solo dritto coniato rimane nell’area di battitura e si posiziona capovolto sopra il tondello successivo perfettamente al centro. Anche in questo caso, il dritto della moneta già coniata a contatto con la faccia superiore del tondello tenderà ad appiattirsi, mentre la faccia superiore priva di impronte verrà coniata con le impronte del dritto. Essendo (ri)battuta fuori dalla virola per due volte, la moneta con il doppio dritto assumerà un diametro leggermente superiore a quello *standard* e presenterà il contorno liscio; 3. un *brockage* appena coniato invece di uscire dall’area di battitura si posiziona sopra il tondello successivo perfettamente al centro con la faccia del rovescio in negativo ed in incuso a contatto con la faccia superiore del tondello. Il *brockage* fungerà da conio e con la battitura dei coni trasferirà l’immagine del rovescio al tondello che avrà quindi due rovesci con la stessa immagine in positivo ed in rilievo. Questo errore rappresenta una variante di contro-*brockage* (cfr. par. 2.B.6.). Gli errori doppio-dritto o doppio-rovescio “genuini” sono errori estremamente rari. Infatti, ad oggi le tre maggiori società di certificazione di monete degli Stati Uniti (ANACS, PCGS or NGC) hanno certificato come autentici solo una trentina di errori di questo tipo, di cui quattro relativi a monete statunitensi. Una moneta autentica statunitense (quarto di dollaro) appartenente a questa tipologia di errore è stata recentemente venduta per $80.000. Il proliferare sul mercato di errori di questo tipo porta a ritenere che la maggior parte degli stessi siano stati realizzati intenzionalmente da qualche operatore della Zecca oppure siano degli artefatti ottenuti manomettendo due monete “normali”. Infatti, una moneta con doppio-dritto può essere ottenuta estraendo da una moneta normale una sezione della faccia del dritto lungo il bordo della moneta. Poi prendendo una seconda moneta, dalla faccia rovescio viene similmente estratta una sezione lungo il bordo con lo stesso diametro (cfr. Figura 242). *Figura 241 – Processo di manomissione per ottenere un doppio-dritto* **Figura 241 – Processo di manomissione per ottenere un doppio-dritto** *Figura 242* **Figura 242** Il dischetto del dritto estratto dalla prima moneta (grigio scuro della prima moneta) viene quindi inserito ed incollato nella cavità della seconda moneta (grigio scuro della seconda moneta). In questo modo, può quindi essere ottenuta una moneta con doppio-dritto artefatta. Queste monete artefatte, si riconosco solitamente dalla presenza di un doppio bordo nella faccia artefatta. E’ interessante ricordare che questo sistema veniva comunemente utilizzato per realizzare le monete da “baro” da utilizzare nel gioco “testa o croce”. Pertanto, prima di acquistare una moneta che presenta un errore di questa tipologia è sempre opportuno rivolgersi ad un professionista che sia specializzato in errori di coniazione. ***L’errore celebre: 2 eurocent 2002 “Centesimo Mole”*** Questo errore di coniazione, meglio noto come “centesimo mole”, è il frutto di un montaggio errato del conio di rovescio delle monete da 1 centesimo che venne installato erroneamente (o volutamente come sembrano confermare le indagini) sulla pressa destinata alla coniazione delle monete da 2 centesimi. Furono così realizzate delle monete con le caratteristiche tecniche e l’immagine della moneta da 2 centesimi (Mole Antonelliana), ma che presentavano al rovescio le impronte di quelle da 1 centesimo. L’errore fu identificato a dicembre 2001 quando alcune di queste monete furono trovate all’interno degli *starter kit* che venivano distribuiti nelle banche e negli uffici postali nel periodo di transizione tra la lira e l’euro. All’inizio la causa dell’errore non era chiara come testimonia un articolo pubblicato da Cronaca Numismatica n. 138/2002: “*secondo la Zecca infatti l’ipotesi più probabile è che un singolo «tondello» da due centesimi […] sia finito in mezzo a quelli da 1 cent. Risultato: una monetina da 1 cent più grande delle altre. Ma il «giallo» del centesimo sbagliato non finisce qui. Infatti sull’altra faccia della moneta c’è la Mole Antonelliana, che invece dovrebbe comparire solo nelle monetine da 2 cent*. Come è possibile allora che si sia trattato solo di un *«tondello» da 2 centesimi finito fra quelli da 1? Se così fosse, infatti, anche l’altra faccia della moneta sarebbe uguale a quella da 1 cent.*” La notizia ebbe una notevole risonanza mediatica, soprattutto per il fatto che l’azienda Bolaffi offrì in diretta televisiva 5 milioni di lire a ciascun possessore della moneta in parola e ne acquistò 6 esemplari. La Zecca dello Stato ne ordinò l’immediato ritiro dalla circolazione e nel gennaio 2002 sono state avviate delle indagini da parte della Guardia delle Finanze che sequestrò una trentina di esemplari e fece dei controlli sull’efficienza dei macchinari della Zecca per verificare se errori di questo tipo potevano oltrepassare i rigidi controlli di qualità. Per un approfondimento sulle attività investigative, si rimanda al libro del colonnello Domenico Luppino, intitolato “Stato e collezionismo – Indagine sulla numismatica”. Anche i sei esemplari acquistati da Bolaffi furono sequestrati e l’azienda avviò un lungo contenzioso giudiziario contro la Zecca dello Stato, che si è concluso (in primo grado) solo il 23 gennaio 2013 a favore dell’azienda Bolaffi. Infatti, una sentenza del tribunale di Roma (1278/13) ha sancito che Bolaffi detiene il legittimo possesso e la possibilità di commercializzare le monete denominate “centesimo mole”. In un comunicato stampa del 24 gennaio 2013, l’azienda torinese ha dichiarato “*dal punto di vista collezionistico questa sentenza rappresenta un importante precedente: da questo momento si liberalizza il commercio dei cosiddetti errori di conio – naturalmente usciti in maniera legittima dalla Zecca come in questo caso – che possono ora essere considerati a tutti gli effetti oggetti da collezione senza possibilità di rivendicazioni*”. All’asta Bolaffi del 23 maggio 2013 un esemplare di “centesimo Mole” è stato aggiudicato a 6.600 euro (diritti inclusi) a un collezionista italiano. In base a quanto riportato da Bolaffi, si stima che i “centesimi Mole” ancora in circolazione siano un centinaio circa. Purtroppo, sul mercato numismatico sono apparsi molti artefatti ottenuti tagliando orizzontalmente a metà una moneta da due centesimi ed una da un centesimo e poi “incollando” il dritto della moneta da due centesimi con il rovescio della moneta da un centesimo. La moneta originale si può facilmente riconoscere dal fatto che lungo il bordo del dritto (faccia con la Mole Antonelliana) presenta una sorta di evanescenza o conio stanco. Ciò è dovuto a fatto che il conio inferiore (rovescio) essendo più piccolo del conio superiore (dritto) non ha consentito di esercitare lungo il bordo una pressione sufficiente a coniare la moneta che presenterà quindi una superficie “ruvida” tipica dei tondelli non coniati. Inoltre, è importante verificare che le impronte del rovescio siano sullo stesso livello della parte non coniata della medesima faccia. ***L’errore celebre: 100 lire 1993 “mulo di transizione”*** Come è stato approfondito nell’apposita sezione delle varianti, durante le operazioni di coniazione della 100 lire 1993 Italia Turrita la Zecca ha prematuramente modificato sia le impronte del rovescio che del dritto. In attesa di conferme ufficiali, l’ipotesi più plausibile al momento è che il cambio sia stato motivato da una non piena conformità delle impronte delle prime tranche di monete battute con il modello depositato presso l’Archivio di Stato. Infatti, le impronte riprodotte in piombo e depositate presso l’Archivio di Stato sono quelle della “testa grande” e non della “testa piccola”. Sta di fatto che nella transizione dalla versione “testa piccola” alla versione “testa grande” la zecca ha incrociato uno o più coni di rovescio “testa piccola” con uno o più coni di dritto “testa grande” dando origine ad un cd. “mulo di transizione”. Non è dato sapere se tale incrocio sia dipeso da un errore di installazione ovvero da mere ragioni di ottimizzazione delle scorte a magazzino dei coni. Infatti, è noto, che i coni di rovescio hanno una vita utile superiore ai coni di dritto perché quest’ultimi per prassi vengono montati come conio di martello soggetto ad un maggiore stress. Pertanto, si può immaginare che al momento del passaggio dalla versione “testa piccola” alla versione “testa grande” sia rimasto un numero maggiore di coni di rovescio rispetto ai coni di dritto. In una logica di risparmio, tali coni (o conio) di rovescio sono stati quindi utilizzati in abbinamento a coni di dritto “testa grande”. A mio parere, quest’ultima è l’ipotesi più plausibile. Da prime rilevazioni statistiche è emerso che la versione “mulo di transizione” abbia un grado di rarità superiore alla versione “testa piccola”. Il “mulo di transizione” si distingue da una più comune “testa grande” principalmente dalla data che ha i “99” aperti nel mulo di transizione e i “99” chiusi nella versione “testa grande”. Le due monete differiscono anche per altri piccoli particolari soprattutto derivanti da un diverso rapporto di riproduzione delle impronte. ***L’errore celebre: 1 dollaro 2000 “Sacagawea Mule”*** Questo famoso errore di coniazione fu scoperto per la prima volta a maggio del 2000 nella città di Mountain Home, Arkansas da Frank Wallis. La moneta presenta al dritto le impronte della moneta da un quarto di dollaro, mentre al rovescio le impronte della moneta di un dollaro detto “Sacagawea” (dal nome della donna nativa americana della tribù dei Shoshoni raffigurata al dritto). In base ad una storia riportata (ma mai confermata) da un dipendente della Zecca di Philadelphia, dove l’errore è stato commesso, nell’aprile del 2000 un addetto alle presse ha fatto una richiesta di sostituzione di un conio del dritto del dollaro “Sacagawea”, probabilmente perché lo stesso si era rotto o cominciava a presentare i segni dell’usura. Siccome i coni vengono conservati ricoperti nella parte superiore da una pellicola in plastica opaca protettiva, che ne oscura le impronte, l’operatore responsabile dei coni ha fornito all’addetto alla pressa il conio sbagliato che fu poi installato. Di monete “sbagliate” ne furono coniate parecchie, ma ad un certo punto ci si accorse dell’errore e furono distrutte quelle che erano contenute nel cassone di raccolta delle monete coniate e i due a fianco (qualora qualche moneta fosse finita incidentalmente anche li dentro). Ciò nonostante sembra che alcune monete siano “sfuggite” ai controlli ed entrate in circolazione. La Zecca statunitense il 4 agosto 2000 diramò una storica lettera in cui confermò e ammise l’errore. La notizia ebbe una notevole risonanza mediatica e cominciò la caccia all’errore. Ad oggi, si conosco solo 11 esemplari autentici di questa tipologia di errore, di cui l’ultimo è stato venduto nell’agosto del 2012 alla cifra record di 155.250 dollari. Il Sacagawea Mule rappresenta forse uno dei più clamorosi errori della Zecca americana ed tra i più ricercati al mondo. ***L’errore celebre: 2 cent 1967 Nuova Zelanda con 5 cent Bahamas*** Questo errore è stato commesso nel 1967 dalla Zecca inglese (Royal Mint) che aveva ricevuto un ordine di coniare delle monete da 2 cent per la Nuova Zelanda: al rovescio la pianta di kowhai ed il valore “2”, mentre al dritto il ritratto della regina Elisabetta II circondata dalla scritta “Elizabeth II – New Zealand” e la data “1967”. Invece, per errore è rimasta nella pressa il dritto della moneta da 5 centesimi delle isole Bahamas che riporta sempre lo stesso ritratto della regina Elisabetta II, ma circondata dalla scritta “Elizabeth II – Bahama Islands” e senza la data. Di queste monete errate ne furono coniati 80.000 pezzi e nessuno alla Zecca inglese si accorse dell’errore a causa della similitudine dei due diritti. Le monete furono spedite a Wellington, in Nuova Zelanda, ed entrarono in circolazione il 10 luglio 1967. Poco dopo fu scoperto l’errore. Le 80.000 monete “mulo” furono dichiarate dalla Nuova Zelanda fuori corso e 68.000 pezzi furono ritirati. Ad oggi, si stima che circa 6.000 – 12.000 siano in mano ai collezionisti. ***L’errore celebre: 2 “New” pence 1983*** I due *pence* inglesi sono stati introdotti nel 1971 quando il Regno Unito è passato al sistema monetario di tipo decimale. Siccome tutte le monete erano “nuove” rispetto a quelle coniate in passato, la Zecca inglese (*Royal Mint*) pensò di riportare le parole “New Pence” sulle monete. Successivamente, nel 1982 la Zecca inglese decise di modificare le impronte delle monete ritenendo che dopo 11 anni i penny non fossero più “new”. In particolare, si pensò di cambiare la parola “**New**” Pence con la parola “**Two**” Pence. La stessa cosa ha riguardato anche le monete degli altri valori (da “New Penny” a “One Penny”, da “New Pence” a “Five Pence”, etc.). Pertanto, tutte le monete da due penny con il millesimo fino al 1982 riportano le parole “New Pence”, mentre quelle coniate dal 1983 riportano le parole “Two Pence”. Tuttavia, nel 1983 per errore sono state coniate alcune monete da due penny con un conio riportante le vecchie impronte e quindi esistono delle monete datate 1983 con le parole “New Pence”. Siccome in tale anno la Zecca inglese non ha coniato monete destinate alla circolazione, questo tipo di errore può essere trovato solo all’interno delle confezioni divisionali destinate per i collezionisti (cfr. immagine qui sotto) e sono estremamente rare. ***L’errore celebre: 20 pence 2008 mule senza data*** Dopo 25 anni dall’errore dei 2 *pence* di cui sopra, sempre in occasione del *restyling* delle monetazione destinata alla circolazione, la Zecca inglese ha commesso lo stesso errore con riferimento alla moneta da 20 *pence* che presenta al dritto le vecchie impronte e al rovescio le nuove impronte. Siccome nella transizione delle impronte la data è stata trasferita dal rovescio al dritto, la moneta in questione risulta anche priva di data (l’ultima moneta inglese senza data risale a 300 anni fa). Non si sa con esattezza quante monete di questo tipo siano entrate in circolazione, ma da una prima stima della Zecca inglese si dovrebbero attestare da un minimo di 50.000 ad un massimo di 200.000 pezzi. --- ## Bn – Errata installazione della virola - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-12-errori-sul-contorno/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bn - Ultima modifica: 2024-09-28 ### Errato montaggio della virola ed errori sul contorno Ci sono varie tecniche per coniare il contorno di una moneta e questa operazione può avvenire prima o contestualmente alla fase di battitura. Invero, si conoscono anche dei casi in cui il *design* del contorno è stato aggiunto anche dopo la battitura e addirittura dopo che la moneta è entrata in circolazione. A tale ultimo riguardo, si ricorda che tra il luglio del 1929 ed il giugno del 1934 furono ritirate le monete da 50 centesimi “leoni” per rigarne il contorno, al fine di distinguerle dalle 5 lire in argento emesse in quegli anni. Per questo motivo, le monete con contorno rigato sono molto rare in una conservazione elevata. Ciò premesso, si fa presente che un primo metodo consiste nell’aggiungere un’iscrizione o un ornamento (solitamente in incuso) nella fase di orlettatura dei tondelli. In particolare, con un apposito macchinario (orlettatrice rettilinea) composto da due dischi rotanti contenenti ciascuno metà del *design* da riportare sul contorno del tondello oppure da una parete riportante il predetto *design*, si effettua sia l’operazione di orlettatura (vale a dire rialzare i bordi del tondello) sia l’operazione di coniazione del contorno. Questa fase può quindi avvenire al di fuori della zecca, presso i locali della ditta fornitrice dei tondelli. *Figura 243 – Macchine orlettatrici. Fonte: schulergroup.com* **Figura 243 – Macchine orlettatrici. Fonte: schulergroup.com** Siccome c’è una dissociazione tra battitura della moneta e coniazione del contorno, il tondello quando viene inserito all’interno della virola, che potrà a sua volta riportare un ulteriore *design*, può assumere un orientamento verticale ed orizzontale casuale. Pertanto, anche la posizione delle lettere o degli ornamenti sul contorno sarà del tutto casuale. Ad esempio, ciò si può riscontrare nelle monete da 10 lire ulivo coniate nell’immediato dopoguerra, dove la scritta in incuso “REPVBBLICA ITALIANA” riportata sul contorno è stata coniata prima della battitura e quindi può assumere diverse posizioni. Siccome la posizione della scritta è casuale, si ritiene che questa tipologia di “errore” (tecnicamente non si tratta di un errore) sia priva di alcun valore aggiunto. La stessa cosa vale per molte monete del Regno che riportano sul contorno la scritta in incuso: “**Ж** **FERT Ж ω**”. Ben diverso è il caso di scritte sul contorno mal riuscite (es. FFRT oppure FKRT) a causa della non completa integrità dell’incisione dovuta alla deformazione, consumazione o rottura delle lettere oppure errori nella composizione della legenda da parte dell’operatore[1]. A tale ultimo riguardo, si segnala il caso delle 2 lire 1914 che riportano sul contorno la scritta “FEFERT”. Secondo alcuni studiosi, questo errore si riscontrerebbe sull’8% degli esemplari coniati. *Figura 245 – 1 lira 1887 FFRT* **Figura 245 – 1 lira 1887 FFRT** *Figura 244 Figura 245 – 1 lira 1887 FFRT – 2 lire 1884 FKRT* **Figura 244 Figura 245 – 1 lira 1887 FFRT – 2 lire 1884 FKRT** Invece, un particolare errore che si può verificare sul contorno, si ha quando la ditta fornitrice dei tondelli consegna erroneamente un lotto contenente dei tondelli riportanti un *design* diverso, in quanto destinato ad una zecca differente. A titolo esemplificativo, ciò si è verificato con l’introduzione dell’euro ed in particolare con le monete da 2 euro che riportano delle scritte o degli ornamenti (es. stelle, la cifra “2”, la scritta “EURO”, etc.) sul contorno che possono differire da Stato a Stato. Ora, siccome certe ditte hanno fornito tondelli a molti Stati diversi e in quantitativi molto rilevanti, è accaduto che erroneamente alcuni tondelli finissero alla zecca sbagliata. Si pensi al caso celebre della moneta da 2 euro 2002 dell’Austria che in alcune monete riporta sul contorno il seguente *design:* “2 \*\*\*” per sei volte, anziché quello *standard* “2 EURO \*\*\*” per quattro volte (cfr. foto qui a fianco). In questo caso, un certo numero di tondelli destinati alle zecche di Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Monaco o Spagna finì per errore alla zecca austriaca. Invero, questa tipologia di errore dovrebbe essere forse più propriamente classificata come “[battitura su tondelli non conformi](https://www.erroridiconiazione.com/b-9-battitura-su-oggetti-non-conformi/)”. Tuttavia, siccome nel caso di specie il tondello è di per sé corretto ed ad essere errato è il *design* riportato nel suo contorno si è preferito trattare questo errore nel presente paragrafo. Un’ulteriore tecnica per riportare il *design* sul contorno della moneta è quella di compiere questa operazione contestualmente alla fase di battitura. In particolare, le iscrizioni e le decorazioni sono presenti in negativo sulla virola che, per effetto della compressione del tondello contro le sue pareti, le trasferisce al contorno della moneta. Nel caso in cui il *design* da trasferire al contorno della moneta sia semplice (es. zigrinatura continua o discontinua) la virola sarà generalmente composta da un unico blocco di metallo. Laddove, invece, il *design* è più complesso (es. scritta) si utilizza generalmente una virola composta da più segmenti distinti, solitamente tre. Come abbiamo visto nella prima parte del sito, la virola “spezzata” o “segmentata” fu inventata in Francia intorno alla metà del XVI° secolo da Aubin Olivier. In questo caso, siccome la coniazione del contorno avviene contestualmente alla battitura, la posizione e l’orientamento del *design* sarà, in linea di principio, lo stesso su tutte le monete. *Figura 246 – 500 lire 1965 Dante con segni virola spezzata. Fonte: utente nikolas di lamoneta.it* **Figura 246 – 500 lire 1965 Dante con segni virola** **spezzata. Fonte: utente nikolas di lamoneta.it** La virola spezzata viene generalmente utilizzata quando il contorno della moneta deve riportare una legenda in rilievo (es. 500 lire Caravelle, 500 lire Dante, 500 lire Centenario Unità d’Italia, 500 lire Marconi, etc.), visto che per riportare delle legende in incuso (es. 10 lire ulivo, 2 euro, 5 lire aquilotto e molte altre monete del Regno con la scritta “FERT” sul contorno) solitamente si utilizza la tecnica sopra descritta. L’utilizzo della virola spezzata per riportare le legende in rilievo è motivata da un fatto semplice: mentre un tradizionale bordo liscio o bordo zigrinato (continuo o discontinuo) consentono un’estrazione della moneta con una semplice spinta verso l’alto del conio inferiore, ciò non è possibile nel caso delle legende in rilievo. Infatti, le legende in rilievo implicano che le stesse siano incise sulla virola in incuso. Ora, la pressione esercitata dai due coni durante la fase di battitura fa sì che il metallo del tondello si espanda e si inserisca nelle cavità in incuso della virola; la moneta appena coniata risulta quindi “incastrata” con la virola. Ciò posto, un’eventuale spinta verso l’alto del conio inferiore andrebbe a danneggiare la legenda in rilievo sul contorno. Per questo motivo, è necessario che la virola sia “mobile” e che si “apra” al fine di poter estrarre senza danni la moneta appena coniata. In particolare, i tre segmenti della virola montati su molle vengono collegati con appositi perni ad un anello in acciaio fissato alla base metallica della pressa monetaria. L’apertura della virola avviene attraverso delle bielle (aste d’acciaio), poste sotto i tre segmenti, che vengono alzate da tre camme collegate all’albero principale della pressa monetaria. Una volta estratta la moneta, le bielle si abbassano e le molle riportano i tre segmenti della virola nella posizione di partenza. La presenza dei tre segmenti di cui è composta la virola fa sì che solitamente nei tre punti di giunzione rimanga una piccola fessura che genera delle barrette metalliche in rilievo. Nella Figura 246 si può apprezzare questo effetto su una moneta da 500 lire del 1965 VII° centenario della nascita di Dante Alighieri che reca sul contorno in rilievo l’iscrizione “7° CENTENARIO DELLA NASCITA DI DANTE Ж” realizzata attraverso una virola spezzata in tre: “**Ж 7° CENTENAR**” – “**IO DELLA NASC**” – “**ITA DI DANTE**”. Lo stesso effetto, anche se generalmente meno marcato, si può riscontrare – oltre che nella maggior parte delle monete da 500 lire coniate dalla Zecca italiana – anche sulle comunissime 500 lire caravelle ed in particolare tra i seguenti tre segmenti: “**REPVBBLICA**” – “**ITALIANA**” – “**\*\*\*** **DATA** **\*\*\***”. Questo “errore” sulle 500 lire Dante è stato presumibilmente censito per la prima volta da Luigi Nicolò Castellana[2] che l’ha descritto efficacemente nel seguente modo: “*sul contorno presenta tre linee verticali in rilievo: una sulla «I» di centenario, un’altra sulla «I» di nascita, e la terza sul tratto di separazione posta tra l’inizio e la fine della iscrizione del contorno; il bordo del contorno prospicente verso la parte del diritto è più stretto rispetto a quello prospicente verso la parte del rovescio*”. Peraltro, va rilevato che il Castellana ha qualificato, forse frettolosamente, questo errore come una “variante”. Tuttavia, è abbastanza chiaro che, invece, si tratta di un errore di coniazione. Inoltre, come evidenziato dallo stesso Castellana, può capitare di trovare delle monete che presentano i tre segmenti del contorno “sfalsati”, a causa di un errato posizionamento verticale di uno o più dei tre segmenti di cui è composta la virola. In tal caso, una delle due fasce in rilievo che contengono l’iscrizione del contorno sarà più spessa rispetto all’altra e l’iscrizione non sarà tutta sullo stesso livello. A titolo esemplificativo, si riporta qui sotto l’immagine di una moneta con il segmento “**Ж 7° CENTENAR**” sfalsato verso il basso. Qui sotto si riporta una 500 lire caravelle che presenta tutti e tre i segmenti “sfalsati” ed in particolare i segmenti “**REPVBBLICA**” e “**\*\*\* DATA \*\*\***”. Infine, può accadere che i vari segmenti della virola non vengano montati nell’ordine e/o nell’orientamento corretto creando una posizione anomala delle varie componenti del *design* che formano il contorno. Ciò sarà particolarmente evidente laddove nel contorno siano riportate delle scritte. ***L’errore celebre: 500 lire 1974 Guglielmo Marconi con legenda del contorno invertita*** Questa moneta reca normalmente sul contorno la scritta “REPVBBLICA ITALIANA” in rilievo. Tale contorno è stato ottenuto utilizzando nella pressa monetaria una virola spezzata in tre parti contenenti rispettivamente i seguenti segmenti di legenda: “**REPVB**” (primo segmento), “**BLICA IT**” (secondo segmento) e “**ALIANA**” (terzo segmento). Se i segmenti sono posti nell’ordine corretto, verrà coniato sul contorno la legenda: “**REPVBBLICA ITALIANA**” Ora, per errore alcuni pezzi (attualmente se ne conoscono meno di una decina) sono stati coniati invertendo il secondo segmento con il terzo e conseguentemente queste rare monete riportano sul contorno la legenda: “**REPVBALIANABLICA IT**” (si veda immagine qui sopra). Come riportato da Attardi – Gaudenzi[3] nel loro ultimo libro, alcune di queste rare monete con il contorno errato furono spedite dalla Zecca al “Circolo Numismatico” di Avellino che si accorse dell’errore. Un errore simile si era già verificato con le 500 lire caravelle del 1958 che riportano sul contorno la scritta “ITALIANA REPVBBLICA” anziché “REPVBBLICA ITALIANA”. Un esemplare è stato aggiudicato all’Asta Artemide n. 3 del 5 settembre 1996, lotto 1287. \_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_\_ [1] Giovanni Attardi – Giovanni Gaudenzi, *Prove-Varianti-Errori-Falsi nelle monete dei Savoia 1831-1900*, Tevere Editore, 2008, pag. 127. [2] Luigi Nicolò Castellana, *Varietà, Errori di conio e varianti di tirature nella monetazione italiana*, Bollettino Numismatico, n. 4, 1970. [3] Giovanni Attardi – Giovanni Gaudenzi, *Progetti-Saggi-Prove-Varianti-Errori-Curiosità nelle monete – in lire – della Repubblica Italiana*, Tevere Editore, 2013, pag. 284. --- ## Bo – Battitura debole o forte - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/b-13-battitura-debole-o-forte/ - Sezione: Errori di coniazione › Errori di battitura - Sigla: Bo - Ultima modifica: 2021-10-18 Come ricorda il nome stesso, questa tipologia di errore deriva da una pressione di battitura maggiore o inferiore rispetto a quella ordinaria e le cause di ciò possono essere essenzialmente due: (i) un errato tonnellaggio della pressa oppure (ii) un’errata impostazione della distanza minima che i due coni devono raggiungere uno rispetto all’altro. Quest’ultima distanza ha evidentemente la funzione di evitare una collisione dei coni nel caso in cui non venga inserito un tondello all’interno della virola. Naturalmente, un tonnellaggio inferiore a quello necessario oppure una distanza minima più ampia daranno origine ad una battitura debole, mentre un tonnellaggio eccessivo oppure una distanza minima ridotta daranno origine ad una battitura forte. Ora, mentre l’errato tonnellaggio non può che dipendere da un errore nell’impostazione iniziale della pressa, un’errata distanza minima (solitamente più ampia del normale) tra i due coni può dipendere anche da un malfunzionamento della pressa durante le operazioni di battitura. In particolare, questa distanza può ad esempio ampliarsi (o ridursi) a seguito di una rottura della cornice della pressa, di una rottura del meccanismo a ginocchiera, di un moto contro-tempo della camma ovvero del conio superiore, etc. *Figura 232 – 50 eurocent Olanda con battitura debole* **Figura 232 – 50 eurocent Olanda con battitura debole** E’ importante sottolineare che questa tipologia di errore si può frequentemente verificare nella fase di *testing* iniziale della pressa. Infatti, quando viene iniziato un ciclo di coniazione la pressa viene testata per verificarne la qualità delle impronte delle monete coniate. In questa fase, viene quindi regolato il tonnellaggio e la distanza minima tra i due coni. In particolare, l’operatore inizia solitamente con una distanza ampia e poi pian piano la riduce, finché le impronte della moneta non raggiungono la qualità desiderata. Pertanto, è probabile che le prime monete coniate presentino questa tipologia di errore. Al riguardo, va anche osservato che non tutte le presse richiedono un *testing* iniziale, come ad esempio le presse Schuler. Inoltre, nelle vecchie presse che utilizzano un volano (es. presse Uhlhorn) alla fine del ciclo di coniazione la pressa può continuare ad effettuare qualche battuta. Infatti, se la pressa non è dotata di un freno o se lo stesso non è azionato, la forza di inerzia fa compiere al volano ancora qualche giro. Naturalmente, la velocità di rotazione gradualmente diminuirà e con essa anche la pressione di battitura. Pertanto, le ultime monete coniate presenteranno un errore da battitura debole. Evidentemente queste “prime” ed “ultime” monete vengono normalmente scartate e conseguentemente la maggior parte delle battiture deboli o forti che si possono trovare tra le monete in circolazione derivano presumibilmente da un mal funzionamento della pressa durante la fase centrale delle operazioni di coniazione. Inoltre, siccome la causa più frequente è un ampliamento della distanza minima tra i coni per un mal funzionamento della pressa, è altresì importante evidenziare che questa tipologia di errore si verifica con maggiore probabilità nelle monete più sottili. Infatti, in quest’ultime un piccolo spostamento del conio determina degli effetti maggiori sulla qualità delle impronte coniate rispetto alle monete più spesse. Va notato che generalmente la battitura debole viene confusa con la battitura con il conio parzialmente ostruito visto che in entrambi i casi si genera un’evanescenza nelle impronte. Tuttavia, ci sono delle caratteristiche che rendono distinguibile la battitura debole rispetto ad una battitura con conio ostruito e sono: - mentre nella battitura con conio ostruito il bordo della moneta è regolare, nel caso della battitura debole lo stesso non è perfettamente formato e ha mantenuto alcune caratteristiche del bordo approssimativo tipico dei tondelli del secondo tipo (i.e. tondelli orlettati). Anche questa caratteristica è dovuta alla forma convessa dei coni; infatti, la prima parte della moneta a risentire della debolezza della battitura è quella più esterna, vale a dire il bordo; - l’evanescenza nella battitura debole è primariamente localizzata lungo il bordo della moneta e decresce mano a mano che ci si sposta verso il centro della moneta. Ciò è sempre dovuto alla particolare forma convessa dei coni; - in caso di battitura debole il contorno può non essere perfettamente formato a causa della minore pressione; - l’evanescenza nella battitura debole è localizzata sia al diritto che al rovescio approssimativamente in zone speculari, mentre nella battitura con conio ostruito l’evanescenza riguarda generalmente solo una faccia della moneta. *Figura 233 – 20 centesimi 1940 con battitura debole. Si noti l’evanescenza lungo il bordo della moneta sia al diritto che al rovescio. Per apprezzare la mancata formazione del bordo nelle zone in cui la pressione del conio era debole è stato riportato sotto il bordo di una moneta coniata regolarment* **Figura 233 – 20 centesimi 1940 con battitura debole. Si noti l’evanescenza lungo il bordo della moneta sia al diritto che al rovescio. Per apprezzare la mancata formazione del bordo nelle zone in cui la pressione del conio era debole è stato riportato sotto il bordo di una moneta coniata regolarmente.** In certi rari casi, la distanza minima tra i due coni è talmente ampia che la pressione non è sufficiente a trasferire alcuna impronta alle due facce della moneta. Questo errore viene denominato “battitura invisibile” e come ricorda il nome spesso non è riconoscibile visto che la moneta apparirà esattamente come un tondello non coniato. Tuttavia, se tra il tondello e uno dei due coni si posiziona un altro oggetto (es. un altro tondello, moneta già coniata o frammento), il maggiore spessore comporterà che sulla faccia a contatto con l’oggetto si formi una battitura depressa oppure un *brockage* parziale, mentre sulla faccia opposta si formerà una porzione dell’impronta. Si tratta di errori estremamente rari e ricercati. Venendo ora all’ipotesi della battitura forte, va innanzitutto osservato che, similmente alla battitura debole, la maggior parte degli esemplari che si possono trovare in circolazione dipendono da una riduzione della distanza minima tra i due coni dovuta ad un mal funzionamento della pressa. Naturalmente, una maggiore forza, e quindi pressione, nella battitura avrà come primo effetto una maggiore qualità delle impronte coniate sulla moneta o della zigrinatura sul contorno che risulteranno eccezionalmente nitide ed in rilievo. Anche lo spessore della moneta potrebbe essere leggermente inferiore allo *standard*. Un’ulteriore caratteristica che solitamente contraddistingue questa tipologia di errore è il bordo della moneta eccezionalmente rialzato e molto sottile. Infatti, l’eccessiva pressione esercitata dai coni tende a spingere il metallo anche all’interno della sottile fessura che c’è tra la virola ed il collo del conio. Ciò originerà una sottile linguetta di metallo lungo il bordo che si estenderà oltre l’altezza normale della moneta. Qui sotto si può apprezzare un centesimo 1915 Italia su Prora con la tipica linguetta di metallo dovuta ad una pressione di battitura superiore allo standard (collezione Luciano D’Angelo). Infine, si ricorda che una battitura forte è spesso associata ad altre tipologie di errori. Ad esempio, abbiamo visto come una battitura ampia possa derivare da una posizione rialzata del conio inferiore che va a ridurre la distanza minima tra i due coni, fino ad annullarla. Ciò darà origine evidentemente (anche) ad una battitura forte. Inoltre, una maggiore pressione di battitura si potrebbe verificare nel caso di battiture *uniface* o depresse, vale a dire quando un altro tondello oppure un’altra moneta si posiziona all’interno dell’area di battitura insieme al tondello primario. Anche in questo scenario si verifica di fatto una riduzione della distanza minima tra i due coni. *Figura 235 – 200 lire 1988 con battitura forte e virola parziale. Si noti il bordo rialzato e le impronte ben in rilievo e definite, soprattutto al dritto.* **Figura 235 – 200 lire 1988 con battitura forte e virola parziale. Si noti il bordo rialzato e le impronte ben in rilievo e definite, soprattutto al dritto.** --- ## A. altre curiosità - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/a-altre-curiosita/ - Sezione: Errori di coniazione › Altre curiosità - Sigla: A - Ultima modifica: 2020-03-09 Spesso si trovano in vendita delle monete che vengono rappresentate come errori di coniazione, ma che in verità non hanno nulla a che vedere con un malfunzionamento del processo di coniazione. Infatti, il processo di coniazione inizia idealmente con il disegno delle impronte da parte dell’artista e termina nell’istante in cui i coni penetrano nel metallo del tondello. Tutto quello che accade prima e dopo a rigore non fa parte di tale processo. Tuttavia, queste “curiosità” numismatiche destano particolare interesse nei collezionisti, soprattutto in quelli che collezionano errori di coniazione. Per questo motivo, si è ritenuto opportuno trattare, seppur brevemente, le tre fattispecie principali: (i) monete annullate, (ii) tondelli non coniati e (iii) errori di confezionamento. --- ## Aa – Monete e coni annullati - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/a-1-monete-annullate/ - Sezione: Errori di coniazione › Altre curiosità - Sigla: Aa - Ultima modifica: 2025-03-21 ### Monete annullate Come qualsiasi altra impresa industriale che realizza dei prodotti “sensibili”, anche la Zecca ha migliorato nel tempo gli strumenti e le procedure per verificare la qualità delle monete e la loro conformità alle caratteristiche riportate nel decreto che ne autorizza la coniazione. *Fig. 247* Fig. 247 *Figura 247bis* Figura 247bis Pertanto, la maggior parte degli errori di coniazione che sono realizzati all’interno della zecca vengono ovviamente “intercettati” grazie appunto alle predette misure di controllo di qualità e non sono quindi destinati ad entrare in circolazione insieme alle altre monete “normali”. Infatti, il loro destino è quello di essere “annullati” ed eventualmente di essere riconsegnati al fornitore di tondelli o ad altra azienda, affinché vengano rifusi e riutilizzati, ovviamente laddove ciò sia possibile. Le tecniche utilizzate dalle varie zecche per “annullare” le monete sono diverse e cambiano con il passare del tempo. Tuttavia, una delle tecniche maggiormente utilizzate è quella di “marcare” le monete difettose o comunque non conformi in modo tale da cancellarne le impronte poste su entrambe le facce. Tale marcatura avviene solitamente comprimendo le monete con un’apposita pressa che riporta sulla sua superfice delle figure geometriche (es. rombi, quadrati, rettangoli, etc.). In molti casi la pressa ha la forma di un rullo compressore (cfr. Figura 247) al di sotto del quale vengono fatte scorrere – attraverso un apposito nastro trasportatore – le monete da annullare. Una volta annullate, le monete vengono raccolte in appositi contenitori (cfr. Figura 247bis) e poi vengono spedite all’esterno per essere rifuse. Qui sotto sono riportate le immagini di due monete del Regno d’Italia annullate (Buono da 1 lira e 20 centesimi libertà librata). Come si può vedere, da un lato le due monete presentano una sorta di reticolo in rilievo (cd. “nido d’ape”) prodotto dalla pressa utilizzata per l’annullamento e dall’altro lato la figura è molto evanescente. Tale evanescenza è dovuta alla pressione della pressa di annullamento che ha “disteso” e “spianato” i contorni in rilievo dell’immagine. Ad oggi, non si hanno ancora delle conferme ufficiali circa l’impiego da parte della Zecca di apposite presse a rullo per effettuare le operazioni di annullamento, anche se ciò – a mio parere – è molto probabile. Durante la monetazione repubblicana, sembra che la Zecca abbia utilizzato anche un’altra pressa per annullare le monete – anche in questo caso è probabile che si tratti di una pressa a rullo – e che generava una “marchiatura” differente (cfr. immagini qui sotto). Dalla lettura del “*Regolamento per la fabbricazione e l’emissione delle monete*” (D.T. 30 luglio 1983), si trova traccia di questa procedura. In particolare, nella nomenclatura si fa riferimento ad un’operazione di “*schiacciamento*” volta a demonetizzare le monete e nel definire la moneta deformata a seguito di tale processo utilizza la seguente locuzione “*sottile ovale a facce piane*“. Tutto ciò porta a confermare l’impiego da parte della Zecca di una pressa a rullo per effettuare le operazioni di annullamento. Le monete annullate non costituiscono ovviamente degli errori di coniazione e l’originalità dell’annullamento è impossibile da verificare con assoluta certezza, visto che detta operazione può essere facilmente riprodotta anche al di fuori dei locali della Zecca. Peraltro, in commercio si trovano spesso in vendita delle pseudo monete annullate che sono state alterate con appositi macchinari non appartenenti alla Zecca. La tipologia più frequente è quella che presenta dei cerchi concentrici (cfr. immagine qui sotto). In considerazione della difficoltà di autenticazione, le monete “annullate” vengono solitamente collezionate esclusivamente a titolo di curiosità. Al riguardo, si pensi che una di queste monete era presente anche nella prestigiosa collezione del generale Renato Rocca andata dispersa con l’asta Negrini del 28 aprile 1999. In particolare, si tratta di una 2 lire 1939 Impero battuta fuori virola, quindi con diametro più grande e contorno liscio, intercettata dalla Regia Zecca e annullata (cfr. immagine qui sotto). Costituisce uno dei pochissimi esemplari conosciuti di monete del Regno d’Italia annullate con errore di coniazione. ### Coni annullati Dopo essere stati utilizzati per un determinato numero di battiture i coni vengono sostituiti da altri coni al fine di garantire un certo *standard* di qualità delle monete coniate. Una volta fuori servizio, i coni vengono annullati e solitamente distrutti dalla Zecca per evitare che possano essere sottratti e utilizzati per finalità criminali. In particolare, il citato “*Regolamento per la fabbricazione e l’emissione delle monete*” (D.T. 30 luglio 1983), all’art. 9 prevede che i conii non più idonei all’uso vengono deformati periodicamente alla scadenza di ciascun trimestre; di detta operazione viene redatto apposito processo verbale, firmato anche dal direttore dell’ufficio di controllo Tesoro. Alla fine di ciascun anno solare, vengono egualmente deformati tutti i conii recanti l’indicazione dell’anno medesimo e viene redatto apposito verbale da cui risulti il numero dei conii fabbricati nell’anno nonchè il numero di quelli deformati durante l’anno e di quelli deformati alla fine dell’anno medesimo. Un originale di quest’ultimo verbale dev’essere inviato alla Direzione generale del Tesoro. Esistono varie tecniche per annullare i coni tra le quali si ricordano: 1. eliminazione della faccia del conio: la faccia del conio – vale a dire la zona dove sono riportate le impronte – viene rimossa attraverso un taglio del conio. Una volta eliminata la faccia, l’unico modo per riconoscere di che conio si tratta è quello di misurare il diametro oppure verificare il codice riportato sulla base del conio; 2. fusione della faccia del conio: la faccia del conio viene fusa attraverso una fiamma ossidrica e quindi una volta raffreddata la stessa risulterà completamente “distorta”. A volte possono rimanere visibili alcune tracce delle impronte; 3. imprimendo una “X” sulla faccia del conio: con una fresa viene impressa una “X” sulla faccia del conio. Questa è la tecnica che consente di lasciare maggiormente visibili le impronte; 4. abrasione della faccia del conio: la faccia del conio viene raschiata fino a rimuovere integralmente o quasi le impronte. *Conio senza faccia* **Conio senza faccia** *Conio con faccia fusa* **Conio con faccia fusa** *Conio con cancellazione ad “X”* **Conio con cancellazione ad “X”** *Conio raschiato* **Conio raschiato** Da alcune ricerche risulta che la Zecca italiana utilizzi (o quanto meno abbia utilizzato) la tecnica dell’abrasione del conio. La conferma di ciò deriva dall’osservazione di alcune monete che sono state battute utilizzando dei coni annullati. Naturalmente si tratta di errori creati ad arte da addetti della Zecca, ma che sono utili per stabilire appunto le modalità con cui venivano annullati i coni. *Particolare di un conio “raschiato”. La freccia nera indica una porzione di impronte ancora visibili* **Particolare di un conio “raschiato”. La freccia nera indica una porzione di impronte ancora visibili** *1 lira 1990 con seconda battitura *uniface* decentrata effettuata con un conio di dritto annullato attraverso raschiatura* **1 lira 1990 con seconda battitura *uniface* decentrata effettuata con un conio di dritto annullato attraverso raschiatura** *2 lire 1986 con seconda battitura *uniface* decentrata effettuata con un conio di dritto annullato attraverso raschiatura* **2 lire 1986 con seconda battitura *uniface* decentrata effettuata con un conio di dritto annullato attraverso raschiatura** *20 lire 1990 battuta con conio di dritto annullato attraverso raschiatura* **20 lire 1990 battuta con conio di dritto annullato attraverso raschiatura** --- ## Ab – Tondelli non coniati - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/a-2-tondelli-non-coniati/ - Sezione: Errori di coniazione › Altre curiosità - Sigla: Ab - Ultima modifica: 2021-10-18 Sempre più spesso si trovano in vendita, peraltro talvolta con perizia annessa, dei tondelli di monete non conianti. La mancata coniatura può derivare da un mal funzionamento del meccanismo di alimentazione dei tondelli che, invece di posizionarli all’interno della virola, li spinge oltre direttamente tra le monete già coniate. In certi rari casi, il tondello può anche finire dentro i rotolini delle monete. Tuttavia, è probabile che molto più spesso i tondelli non siano neanche mai entrati all’interno dei locali della Zecca e che siano stati sottratti dal personale delle ditte esterne fornitrici. *Figura 248 – A partire da sinistra tondello in acciaio del primo tipo (senza orlettatura), tondello in acciaio del secondo tipo (con orlettatura), tondello con placcatura in rame e, infine, la moneta da 5 eurocent coniata* **Figura 248 – A partire da sinistra tondello in acciaio del primo tipo (senza orlettatura), tondello in acciaio del secondo tipo (con orlettatura), tondello con placcatura in rame e, infine, la moneta da 5 eurocent coniata** Come abbiamo già visto, esistono varie tipologie di tondelli tra i quali si ricordano: - tondelli del primo tipo: sono i tondelli senza l’orletto. Al riguardo, pare che le monete in Italma da 1, 2, 5 e 10 lire (seconda monetazione) fossero battute direttamente su tondelli del primo tipo. Ciò può essere spiegato dal fatto che l’Italma è un metallo molto malleabile e il bordo poteva essere interamente formato in fase di coniazione. Al momento, questa informazione non è tuttavia confermata ufficialmente; - tondelli del secondo tipo: sono i tondelli sottoposti all’operazione di orlettatura e rappresentano la stragrande maggioranza dei tondelli utilizzati per coniare le monete del Regno e della Repubblica italiana; - tondelli placcati: si tratta di tondelli del secondo tipo sottoposti ad un processo di elettro-placcatura al fine di ricoprirli di un sottile strato di un altro metallo. Ad esempio, sono placcati i tondelli delle monete da 1, 2 e 5 eurocent (acciaio placcato rame); - tondelli “a strati”: in questo caso il tondello è composto da tre o più strati di metallo differenti uniti attraverso un processo di laminazione. Ad esempio, sono a tre strati i tondelli centrali delle monete da 1 e 2 euro. Il disco centrale della moneta da un euro è fatto dai seguenti tre strati: rame-nichel, nichel, rame-nichel; mentre il disco centrale della moneta da due euro è fatto dai seguenti tre strati: nichel-ottone, nichel, nichel-ottone. Caratteristici sono anche i tondelli che vengono sottoposti al processo di marcatura del contorno prima della coniazione. Infatti, solitamente presentano un bordo ondulato, soprattutto nel caso di materiali “morbidi” come l’Italma (cfr. immagine qui sotto). *Figura 249 – Tondello 10 lire Ulivo* **Figura 249 – Tondello 10 lire Ulivo** I tondelli non coniati sono molto difficili da autenticare, specialmente quelli della prima tipologia (cioè senza l’orletto), visto che sono facilmente fabbricabili da chiunque abbia accesso ad una macchina perforatrice o ad una pressa idraulica. Inoltre, uno dei fattori che aumenta la complessità dell’autenticazione è il proliferare di “zecche” private che coniano gettoni, medaglie e altri oggetti dalla forma rotonda. Infine, merita ricordare che l’esistenza di tondelli bimetallici o trimetallici. --- ## Ac – Altre curiosità - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/a-3-errori-di-confezionamento/ - Sezione: Errori di coniazione › Altre curiosità - Sigla: Ac - Ultima modifica: 2021-10-18 Talvolta, c’è l’errata concezione che le confezioni (rotolini, serie delle zecca, etc.) prodotte dalla zecca possano rappresentare un’ulteriore forma di errore, laddove le monete in esse contenute non siano collocate nella corretta posizione oppure nel caso in cui le monete vengano danneggiate nel processo di confezionamento. Inoltre, solitamente si pensa – a mio avviso erroneamente – che eventuali errori di coniazione presenti nelle confezioni della zecca abbiano un maggior valore, in quanto ciò implicherebbe una sorta di garanzia di originalità ed in considerazione del fatto che le monete inserite nelle serie divisionali dovrebbero essere di prima scelta (ossia selezionate in modo che le monete non presentino difetti di alcun genere), anche se poi talvolta questa “prima scelta” è puramente teorica. Tuttavia, tutte queste assunzioni sottendono alcuni errori concettuali abbastanza semplici. *Figura 250 – Serie del 1974 (confezionata da privati) con 100 lire e 50 lire inserire in posizione invertita* **Figura 250 – Serie del 1974 (confezionata da privati) con 100 lire e 50 lire inserire in posizione invertita** In primo luogo, va considerato che il processo di coniazione termina con l’impatto dei due coni sopra il tondello/moneta. Pertanto, qualsiasi cosa accada alla moneta successivamente a quell’istante (anche se dentro i locali della zecca) non può essere autenticato e quindi non può costituire a rigore un errore di coniazione, bensì un danneggiamento che riduce il valore della moneta, invece di aumentarlo. Inoltre, un’errata composizione (es. due monete da 50 lire, anziché una da 50 lire e una da 100 lire) o posizionamento delle monete all’interno delle confezioni della zecca (es. la moneta da 1 lira collocata nel posto destinato ad accogliere la moneta da 2 lire e viceversa) non hanno nulla a che fare con il processo di coniazione, ma semmai sono un errore di confezionamento. Al riguardo, va altresì considerato che le serie della zecca sono pur sempre contenute in confezioni di plastica non troppo difficili da produrre anche al di fuori dei locali della zecca con i giusti macchinari. Si pensi alle serie emesse da privati negli anni settanta (cfr. Figura 250) che spesso vengono confuse per serie divisionali emesse dalla Zecca. Peraltro, mentre l’attività di coniazione è un’attività riservata, l’attività di confezionamento in linea di principio non lo è. Perciò è estremamente difficile stabilire se l’errore di confezionamento sia originale o meno e va quindi prestata molta attenzione prima di effettuare un acquisto del genere. *Figura 251 – 100 lire 1981 con segni della macchina per fare i rotolini* **Figura 251 – 100 lire 1981 con segni della macchina per fare i rotolini** Infine, si fa presente che le macchine utilizzate per preparare i rotolini di monete possono in certi casi lasciare dei graffi circolari su una delle due facce della moneta (cfr. Figura 251) che non vanno confusi con degli errori di coniazione. Infatti, verificandosi dopo la battitura della moneta, andrebbero più correttamente qualificati come dei danneggiamenti posteriori. Naturalmente le monete che possono presentare questo danneggiamento sono quella di “testa” e di “coda” della serie composta solitamente da 50 o 25 monete. Nei rotolini le monete vengono inserite in modo casuale, quindi il danneggiamento può essere presente al dritto oppure al rovescio della moneta (mai in entrambi i lati). *Figura 252 – Mini-confezione di San Marino 2004 con i 2 eurocent al posto dei 10 eurocent e con i 5 eurocent al posto di 1 euro* **Figura 252 – Mini-confezione di San Marino 2004 con i 2 eurocent al posto dei 10 eurocent e con i 5 eurocent al posto di 1 euro** --- ## Varianti - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/varianti/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2020-10-05 Con il termine “variante” si intende una moneta che, a parità di millesimo, presenta una differenza nelle impronte (es. grandezza delle impronte, caratteri o numeri con stili diversi, etc.). Al riguardo, è importante sottolineare che, a differenza degli errori di coniazione, una “variante” non presenta alcuna anomalia, in quanto il processo di coniazione ha funzionato correttamente. Malgrado ciò, si distingue da una “normale” moneta per il fatto che ad un certo punto del processo di coniazione la Zecca ha volontariamente modificato le impronte della moneta. Tale modifica non deve però essere finalizzata a correggere un errore commesso nella precedente “versione” della moneta, come invece può avvenire negli errori di coniazione, bensì a modificare alcune caratteristiche d’ordine grafico, quali ad esempio la disposizione delle scritte e dei numeri, la grandezza dei busti o degli stemmi. A titolo esemplificativo, costituisce una variante le 5 lire 1954 con firma dell’incisore “Romagnoli” posizionata ad un millimetro dal bordo. Infatti, nel corso del 1954 la Zecca ha modificato il conio del diritto della moneta da 5 lire, cambiandone alcune caratteristiche, tra cui appunto la posizione della firma dell’incisore. Pertanto, tutte le monete coniate dal 1951 al 1953 presentano la firma distanziata dal bordo, mentre le monete coniate dal 1955 al 2001 presentano la firma vicina o attaccata al bordo. Con riferimento al 1954 (anno della transizione), alcune monete presentano la firma distanziata, altre (più numerose) presentano la firma vicina al bordo. Per uno studio completo sull’analisi delle varianti del dritto delle 5 lire Delfino si rimanda alla lettura dell’apposita sezione ([CLICCA QUI](https://www.erroridiconiazione.com/5-lire/)). Peraltro, a rigore, la “variante” dovrebbe essere la moneta con la firma vicina al bordo, visto che è essa a discostarsi dall’impronta precedentemente utilizzata. Tuttavia, siccome la prima versione del conio è meno comune, si è stabilito convenzionalmente che la variante è la moneta che presenta la firma dell’incisore “Romagnoli” posizionata ad un millimetro dal bordo. Ad ogni modo, a prescindere da quale sia la variante, è importante evidenziare che la modifica del conio non era finalizzata a correggere alcun errore, bensì si è probabilmente resa necessaria al fine di sostituire il punzone tipo, forse a causa del rilevante quantitativo di monete coniate fino al momento del cambio, ed è questo l’aspetto che caratterizza le varianti. Diverso è, invece, il caso delle 1000 lire 1997 “Germania divisa”. Anche in quell’occasione il conio – in questo caso del rovescio – è stato modificato in corso d’anno. Tuttavia, la modifica si è resa necessaria, a seguito di numerose polemiche, al fine di correggere un errore di coniazione ed in particolare un errore di rappresentazione grafica dei confini geografici della Germania. Pertanto, le 1000 lire 1997 “Germania divisa” vanno più correttamente qualificate come un errore di coniazione e non come una variante. Questa sezione del sito si occuperà unicamente delle varianti. Per una trattazione degli errori si rimanda alla sezione apposita. --- ## 1 lira - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1-lira/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2020-10-03 In costruzione --- ## 2 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/2-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2021-08-11 ### 2 LIRE ULIVO #### 1) 2 Lire 1954 con SdZ curvo e dritto Qui sotto è riportata l’immagine delle due versioni sovrapposta. Come si può notare lo stile del Segno di Zecca “R” presenta una differenza nello stile del terminale del gambo inferiore destro. In particolare, sopra è riportata la versione con il terminale del gambo inferiore destro “curvo” (la variante più rara), mentre sotto è riportata la versione con il terminale del gambo inferiore destro “dritto”. In realtà, è probabile che la versione “curva” più che una vera e propria variante costituisca una leggera scheggiatura del SdZ riportato nel punzone riproduttore che si è trasferita in tutti i coni prodotti da quel punzone dopo la scheggiatura. #### 1) 2 Lire 1988 zampetta con o senza “artiglio” Nel 1988 la Zecca ha modificato il dritto delle 2 lire effettuando dei piccoli ritocchi. In particolare, il principale elemento di diversità è rappresentato dalla zampetta superiore sinistra che nella versione fino al 1988 risultava unita al torace da una sottile linea (“zampetta con artiglio”), mentre nel nuovo conio utilizzato dal 1988 in poi risulta completamente unita al torace (zampetta senza artiglio”). Inoltre, nel nuovo conio il bordo del dritto risulta leggermente più spesso e si nota dal fatto che la legenda appare più vicina al bordo. Infine, la firma dell’incisore nel nuovo conio risulta leggermente più spessa e con leggere differenze nella conformazione dei caratteri (ad esempio la lettera “L”). Da prime ricerche risulta più rara la versione a destra. --- ## 5 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/5-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2022-11-10 ### 5 LIRE UVA #### 1) 5 lire 1946 con data e SdZ piccoli e grandi A sinistra è riportata la versione con data e SdZ piccoli (la versione più rara), si noti la diversa conformazione del numero “4” (data) e della lettera R (SdZ). A destra è riportata la versione con data e SdZ grandi (la versione meno rara) ### 5 LIRE DELFINO #### 1) Le tre versioni del dritto Il dritto delle 5 lire presenta tre diverse versioni che dipendono dal diverso rapporto di riproduzione impostato sul pantografo per il trasferimento delle impronte dal “modello” al “punzone tipo”. In particolare, limitandoci ad osservare solo la firma dell’incisore “ROMAGNOLI” (ma in generale la diversità di rapporto riguarda tutta l’impronta) le tre versioni ad oggi conosciute sono: (1) firma distante dal bordo, (2) firma vicina al bordo e (3) firma attaccata al bordo. Nell’analisi di queste tre versioni, si può osservare che la Zecca ha effettuato una prima modifica del punzone tipo (da “firma distante” a “firma vicina”) nel corso delle operazioni di coniazione del millesimo 1954. Una seconda modifica del punzone tipo è avvenuta ad inizio delle operazioni di coniazione del millesimo 1993 (da “firma vicina” a “firma attaccata”). Inoltre, a partire dalla coniazione della moneta da 5 lire 1997 per la divisionale (la coniazione delle monete per le divisionali è successiva alla coniazione delle monete destinate per la circolazione), la Zecca è ritornata ad utilizzare il conio di dritto con la “firma vicina”. Infine, nelle monete “firma vicina” coniate nel 1997 e nel 1998 (ma si può riscontrare anche negli anni successivi seppur in modo meno evidente), si può notare una piccola frattura sopra la lettera “I” della firma ROMAGNOLI che probabilmente costituisce una piccola frattura della matrice. Sulla base delle analisi e dei ritrovamenti accertati fino ad oggi, si riporta qui sotto una tabella che dà evidenza dei diversi coni di dritto utilizzati per ciascun anno e il loro grado di reperibilità (F = facile da trovare, D = difficile da trovare, MD = molto difficile da trovare e MMD = estramamente difficile da trovare). Il grado di reperibilità va inteso come incidenza della variante sul totale della tiratura dello stesso anno. In sintesi, ad oggi le “varianti” conosciute ed accertate sono le seguenti: - 5 lire 1954 “firma distante dal bordo” (a rigore la variante dovrebbe essere la 5 lire 1954 “firma vicina al bordo”, ma tradizionalmente viene considerata quella distante in quanto leggermente meno facile da trovare); - 5 lire 1955 “firma distante dal bordo”: probabilmente è stato utilizzato un conio di dritto dell’anno precedente; - 5 lire 1967 “firma distante dal bordo”: probabilmente è stato utilizzato un vecchio conio di dritto dei primi anni ’50; - 5 lire 1993 “firma vicina al bordo” - 5 lire 1994 “firma vicina al bordo” - 5 lire 1995 “firma vicina al bordo” (si trova nella serie divisionale) - 5 lire 1996 “firma attaccata al bordo” (si trova nella serie divisionale) - 5 lire 1997 “firma vicina al bordo” (si trova nella serie divisionale) | Anno | Attaccata | Vicina | Distante | | --- | --- | --- | --- | | 1951 | – | – | F | | 1952 | – | – | F | | 1953 | – | – | F | | 1954 | – | F | F | | 1955 | – | F | MMD | | 1956 | – | F | – | | 1966 | – | F | – | | 1967 | – | F | MD | | 1968 | – | F | – | | 1969 | – | F | – | | 1970 | – | F | – | | 1971 | – | F | – | | 1972 | – | F | – | | 1973 | – | F | – | | 1974 | – | F | – | | 1975 | – | F | – | | 1976 | – | F | – | | 1977 | – | F | – | | 1978 | – | F | – | | 1979 | – | F | – | | 1980 | – | F | – | | 1981 | – | F | – | | 1982 | – | F | – | | 1983 | – | F | – | | 1984 | – | F | – | | 1985 | – | F | – | | 1986 | – | F | – | | 1987 | – | F | – | | 1988 | – | F | – | | 1989 | – | F | – | | 1990 | – | F | – | | 1991 | – | F | – | | 1992 | – | F | – | | 1993 | F | D | – | | 1994 | F | D | – | | 1995 | F | D | – | | 1996 | MD | F | – | | 1997 | F | MD | – | | 1998 | – | F | – | | 1999 | – | F | – | | 2000 | – | F | – | | 2001 | – | F | – | Qui sotto si riporta il confronto della 5 lire 1967 firma vicina e firma distante --- ## 10 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/10-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2023-01-03 ### 10 LIRE ULIVO #### 1) 10 lire 1947 data grande e piccola Delle 10 lire 1947 esistono due versioni che presentano delle differenze sia al dritto che al rovescio. In particolare sono facilmente distinguibili da alcune piccole differenze al dritto. La conformazione dei caratteri della legenda “REPVBBLICA ITALIANA” è diversa, ed in particolare la lettera “T” di ITALIANA, e la disposizione dei caratteri della firma degli incisori è differente. Al rovescio si possono distinguere per la grandezza della data. Qui sotto a sinistra è riportata la versione più rara “data grande”, mentre a destra la versione “data piccola”. La versione delle impronte “data grande” sarà poi quella utilizzata per coniare le monete del 1948, 1949 e 1950. ### 10 LIRE SPIGHE #### 1) Le tre versioni del rovescio Il rovescio delle 10 lire presenta (almeno) tre diverse versioni che si sono succedute nel corso degli anni e che derivano dal rifacimento del materiale creatore in tre momenti diversi. La prima versione di rovescio – che possiamo chiamare “**Ariste corte – I° Tipo**” – si riscontra nelle monete da 10 lire coniate dal 1951 al 1953. Si riconosce per il fatto che dentro lo “0” del valore sono presenti tre punte di ariste; La seconda versione di rovescio – che possiamo chiamare “**Ariste corte – II° Tipo**” – si riscontra nelle monete da 10 lire coniate dal 1953 al 1998. Si riconosce per il fatto che dentro lo “0” del valore sono presenti quattro punte di ariste (la punta aggiuntiva è leggermente evanescente); La terza versione di rovescio – che possiamo chiamare “**Ariste lunghe**” oppure “**Spighe lunghe**” – si riscontra nelle monete da 10 lire coniate dal 1996 al 2001. Si riconosce per il fatto che la punta dell’arista che attraversa la testa della cifra “1” del valore è più lunga e anche le punte della spiga a destra risultano più lunghe. Al riguardo, è interessante notare che tutte e tre le versioni del rovescio presentano dei difetti di produzione più o meno accentuati. Questi difetti derivano da piccoli ritocchi manuali effettuati dall’incisore oppure da sdoppiamenti originatesi durante il procedimento di punzonatura a freddo e gli stessi possono costituire degli utili “marcatori” per valutare l’originalità delle monete che li presentano. Nella foto che segue sono evidenziati alcuni di questi difetti che si possono riscontrare nelle prime due versioni del rovescio. La comunanza di questi difetti fa pensare che gli stessi erano già presenti nel punzone tipo. Nel dettaglio 1 e 5 si può notare come l’incisore abbia manualmente ritoccato la parte terminale di alcune ariste che probabilmente erano risultate evanescenti rispetto al modello. Lo stesso fenomeno si può notare nel dettaglio 3, dove si può vedere come la punta dell’arista che attraversa la testa della cifra “1” del valore non sia stata correttamente trasferita (si possono notare solo alcune tracce) e come l’incisore sia intervenuto “ripiegando” il terminale dell’arista contro la testa della cifra “1” del valore. Ciò premesso, sulla base delle analisi e dei ritrovamenti accertati fino ad oggi, le varianti del rovescio delle 10 lire sono: - 10 lire 1953 con rovescio “Ariste corte – II° tipo”; - 10 lire 1954 con rovescio “Ariste corte – I° tipo”; - 10 lire 1996 con rovescio “Spighe lunghe”; - 10 lire 1997 con rovescio “Spighe lunghe”; - 10 lire 1998 con rovescio “Spighe lunghe”. Nella foto successiva sono evidenziati alcuni dettagli che differenziano il rovescio della 10 lire 1953 “Ariste corte – I° tipo” (prima versione) dal rovescio della variante 10 lire 1953 “Ariste corte – II° tipo” (seconda versione). Da prime statistiche pare che i due rovesci della 10 lire 1953 abbiano lo stesso grado di reperibilità. Da ultimo, va osservato che anche il rovescio “Spighe lunghe” presenta dei difetti originatesi nel processo di produzione del materiale creatore. In particolare, si possono notare anche in questo caso dei ritocchi manuali da parte dell’incisore, ma anche una forma particolare di sdoppiamento del punzone riproduttore. Questo sdoppiamento si nota in particolare nell’arista che attraversa la testa della cifra “1” del valore, ma soprattutto sulla lettera “R” della firma dell’incisore “ROMAGNOLI” che presenta tre “gambette” (cfr. immagine qui sotto). Questa forma di sdoppiamento è stata oggetto di un approfondimento pubblicato sulla rivista statunitense Coin World del 27 Luglio 2020. L’articolo è scaricabile [QUI](https://www.erroridiconiazione.com/files/10-lire__articolo-su-sdoppiamento.pdf). --- ## 20 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/20-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2026-01-18 ### 20 LIRE RAMO DI QUERCIA #### 1) Le due versioni del dritto: “firma allineata” e “firma disallineata” Il dritto delle 20 lire presenta due diverse versioni che si sono succedute nel corso degli anni. La prima versione del dritto si differenzia dalla seconda per alcuni piccoli dettagli, tra i quali il principale è la firma dell’incisore GIAMPAOLI. Nella prima versione le lettere della firma hanno una grandezza regolare e sono allineate; per questo motivo questa versione del dritto viene identificata come “firma allineata”. Nella seconda versione le lettere della firma hanno una grandezza variabile e non sono allineate; per questo motivo questa seconda versione del dritto viene identificata come “firma disallineata”. In particolare, la lettera “P” è posta più in alto rispetto alle adiacenti lettere “M” e “A”. Si possono riscontrare anche altre piccole differenze, tra cui la conformazione delle varie lettere della firma in particolare le lettere “G”, “M” e “P” e la conformazione delle lettere della legenda (es. ultima lettera “A” di REPVBBLICA). La versione “firma allineata” è stata utilizzata per le monete coniate dal 1957 al 1973, mentre la versione “firma disallineata” è stata utilizzata per le monete coniate dal 1974 al 2001. Da ricerche fatte è emerso che (almeno) in quattro anni – nel 1976, 1977, 1988 e 1998 – sono presenti entrambe le versioni del dritto, creando delle “varianti”. La versione “firma allineata” è quella meno frequente e costituisce quindi la “variante”. E’ probabile che la presenza di entrambe le versioni sia dipesa dall’utilizzo e dall’esaurimento di vecchi coni di dritto rimasti in magazzino. Di conseguenza, le 20 lire 1976, 1977, 1988 e 1998 “firma allineata” più che varianti dovrebbero costituire più propriamente un “mulo di transizione” (traduzione del termine statunitense “transitional mule”). #### 2) 20 lire 1957 con gambo del “7” largo o stretto La prima versione qui sotto a sinistra (meno comune) presenta il gambo del “7” largo, mentre la seconda versione qui sotto a destra (più comune) presenta il gambo del “7” stretto. #### 3) 20 lire 1957 con “ramo” stretto o largo La prima versione qui sotto a sinistra (più comune) presenta il ramo della quercia (ma anche altri elementi delle impronte) più sottile, mentre la seconda versione qui sotto a destra (meno comune) presenta il ramo della quercia (ma anche altri elementi delle impronte) più largo. Si possono riscontrare anche altre piccole differenze, tra cui la conformazione del numero “5” (data). Tali elementi di differenza derivano con tutta probabilità da un’usura del punzone riproduttore che, a seguito di un utilizzo prolungato, ha iniziato a manifestare un appiattimento delle impronte in rilievo che risultano quindi leggermente più “larghe” e “deformate”. --- ## 50 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/50-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2023-03-07 ### 50 LIRE VULCANO (I° tipo) Il dritto delle 50 lire Vulcano I° tipo presenta due diverse versioni: I° e II° conio. Limitandoci ad osservare la firma dell’incisore “GIAMPAOLII” (ma in generale ci sono altri elementi di diversità tra le due versioni) le due versioni ad oggi conosciute si riconoscono facilmente dalla prima lettera “A” della firma GIAMPAOLI: (1) il I° conio presenta la lettera “A” chiusa e (2) il II° conio presenta la lettera “A” aperta. Sulla base delle analisi e dei ritrovamenti accertati fino ad oggi, si riporta qui sotto una tabella che dà evidenza dei diversi coni di dritto utilizzati per ciascun anno e il loro grado di reperibilità (F = facile da trovare, D = difficile da trovare). Il grado di reperibilità va inteso come incidenza della variante sul totale della tiratura dello stesso anno. In sintesi, ad oggi le “varianti” conosciute ed accertate sono le seguenti: - 50 lire 1956 I° conio; - 50 lire 1970 II° conio; - 50 lire 1972 II° conio; - 50 lire 1987 II° conio; - 50 lire 1988 II° conio; | Anno | 1° conio | 2° conio | | --- | --- | --- | | 1954 | F | – | | 1955 | F | – | | 1956 | D | F | | 1957 | – | F | | 1958 | – | F | | 1959 | – | F | | 1960 | – | F | | 1961 | – | F | | 1962 | – | F | | 1963 | – | F | | 1964 | – | F | | 1965 | – | F | | 1966 | – | F | | 1967 | – | F | | 1968 | – | F | | 1969 | – | F | | 1970 | F | D | | 1971 | F | – | | 1972 | F | D | | 1973 | F | – | | 1974 | F | – | | 1975 | F | – | | 1976 | F | – | | 1977 | F | – | | 1978 | F | – | | 1979 | F | – | | 1980 | F | – | | 1981 | F | – | | 1982 | F | – | | 1983 | F | – | | 1984 | F | – | | 1985 | F | – | | 1986 | F | – | | 1987 | F | D | | 1988 | F | D | | 1989 | F | – | #### 1) 50 lire 1972 con “7” corto e “7” lungo A sinistra è riportata la 50 lire 1972 con il “7” della data corto, mentre a destra la 50 lire 1972 con il “7” della data più lungo. La diversa lunghezza si riferisce al terminale inferiore del “7” che nel secondo caso è più lungo e termina con una punta. In realtà anche la cifra “2” risulta avere una posizione differente, più bassa nell’esemplare a destra. Variante scoperta da Marco Lovison #### 2) 50 lire 1975 con “5” lungo e corto A sinistra è riportata la 50 lire 1975 con il “5” della data lungo (la variante meno comune), mentre a destra la 50 lire 1975 con il “5” della data più corto. La diversa lunghezza si riferisce all’astina superiore del “5” che nel primo caso supera la “pancia” del “5”, mentre nel secondo caso non la supera. In realtà anche la cifra “7” presenta delle leggere differenze. #### 3) 50 lire 1980 con lo “0” grande e piccolo Questa variante viene comunemente identificata in base alla grandezza dello zero. In realtà, l’elemento di maggiore diversità è costituito dalla cifra “8”. Nelle 50 lire 1980 con “0” piccolo (la variante meno comune), l'”8″ ha il cerchietto superiore più ampio rispetto al cerchietto superiore delle 50 lire 1980 con “0” grande. #### 4) 50 lire 1987 con “7” dritto e con uncino A sinistra è riportata la 50 lire 1987 con il “7” dritto (la variante meno comune), mentre a destra la 50 lire 1987 con il “7” ad uncino. #### 50-lireconfronto #### 5) 50 lire 1988 con “88” grandi e piccoli A sinistra è riportata la 50 lire 1988 con gli “88” grandi di altezza pari 1,4 mm (la variante meno comune), mentre a destra la 50 lire 1988 con gli “88” più piccoli (1,2 mm). ### 50 LIRE VULCANO (II° tipo) #### 1) 50 lire 1990 “lobo tondo – Vulcano grande”, “lobo tondo – Vulcano piccolo”, “lobo a punta – Vulcano grande”, “lobo a punta – Vulcano piccolo” e “lobo tondo con rombo” Le 50 lire 1990 presentano varie varianti che derivano dall’incrocio delle due versioni di impronte di dritto con le due versioni di impronte di rovescio conosciute. In particolare, per quanto riguarda il dritto si conoscono le versioni con il lobo tondo (senza rombo) e il lobo a punta (senza rombo). Con riferimento al rovescio si conoscono le versioni con Vulcano grande e Vulcano piccolo. In quest’ultimo caso – sebbene la differenza di dimensione di Vulcano sia particolarmente evidente – dato il piccolo modulo della moneta può passare inosservata senza una lente di ingrandimento o un microscopio digitale. Tuttavia, c’è un chiaro marcatore che distingue le due versioni del rovescio che è dato dal “taglio” inciso tra l’incudine e il piedistallo. Nella versione Vulcano “grande” il taglio risulta ben inciso ed è profondo, nella versione Vulcano “piccolo” il taglio è quasi impercettibile. In ordine, nell’immagine qui sotto riportata si possono apprezzare le quattro varianti: la versione (1) con lobo tondo e Vulcano “grande”; la versione (2) con lobo tondo e Vulcano “piccolo”; la versione (3) con lobo a punta e Vulcano “grande” e, infine, la versione (4) con lobo a punta e Vulcano “piccolo”. Mentre le prime tre si trovano abbastanza facilmente, la quarta risulta meno comune. Inoltre, sempre con riferimento alle 50 lire 1990, va segnalata una quinta variante inserita unicamente nella serie divisionale che presenta il dritto con il lobo tondo ed un rombo sopra la firma degli incisori. Anche il rovescio risulta differente in quanto presenta lo zero della data più distaccato dal secondo nove. #### 1) 50 lire 1991 “senza rombo piede piatto”, “con rombo piede normale” e “senza rombo piede normale” Queste tre varianti vengono identificate da vari elementi tra cui i principali sono: la conformazione dell’orecchio della figura femminile al dritto, la presenza o meno di un piccolo rombo posto sopra la firma degli incisori al dritto, la conformazione dei “99” della data (aperti o chiusi”) al rovescio e la conformazione del piede destro (piatto o normale) al rovescio. Al fine di distinguerle per comodità utilizzeremo un elemento del dritto (la presenza o meno del rombo) ed un elemento del rovescio (la conformazione del piede destro: piatto o normale). Qui sotto si possono apprezzare in sequenza: (i) la versione senza rombo sopra la firma degli incisori e con piede piatto, (ii) la versione con rombo sopra la firma degli incisori e piede normale e infine (iii) la versione senza rombo sopra la firma degli incisori e con piede normale. Quest’ultima è la variante meno comune e costituisce un cd. “mulo” vale a dire l’incrocio del conio di dritto della prima versione (senza rombo piede piatto) con il rovescio della seconda versione (con rombo piede normale). #### 50-lireconfronto-tre-varianti-50-lire-1991 #### 3) 50 lire 1993 con gambo inferiore corto e lungo Questa variante viene identificata dalla lunghezza del gambo inferiore della cifra “3” della data. A sinistra si può apprezzare la versione con il gambo inferiore della cifra “3” corto (la variante meno comune), mentre a destra si può apprezzare la versione con il gambo inferiore della cifra “3” lungo. #### 4) 50 lire 1995 con due natiche o una natica Questa variante viene identificata dalle natiche di Vulcano. A sinistra si può apprezzare la versione con due natiche (la variante meno comune), mentre a destra si può apprezzare la versione con una natica. La figura di Vulcano con due natiche è quella riportata anche nei precedenti anni. --- ## 100 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/100-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2025-06-22 ### 100 LIRE MINERVA (I° tipo) #### 1) 100 lire 1987 con “7” ad uncino e dritto A sinistra è riportata la 100 lire 1987 con il “7” ad uncino (la variante meno comune), mentre a destra la 100 lire 1987 con il “7” dritto. ### 100-lireuncino-vs-normale ### 100 LIRE MINERVA (II° tipo) #### 1) 100 lire 1990 con “99” aperti e chiusi A sinistra è riportata la 100 lire 1990 con il “99” aperti , mentre a destra la 100 lire 1990 con i “99” chiusi (la variante meno comune). Si noti anche la diversa qualità delle impronte. Infatti, le 100 lire 1990 con “99” chiusi erano inclusi nella divisionale e per coniarle è stato utilizzato il nuovo materiale creatore rifatto a seguito della qualità insoddisfacente del primo materiale creatore. ### 100-liremerge-100-lire-1990-aperti-e-chiusi #### 2) 100 lire 1991 con “99” aperti e chiusi A sinistra è riportata la 100 lire 1991 con il “99” aperti , mentre a destra la 100 lire 1991 con i “99” chiusi (la variante meno comune). Si noti anche la diversa qualità delle impronte. Infatti, le 100 lire 1991 con “99” chiusi erano inclusi nella divisionale e per coniarle è stato utilizzato il nuovo materiale creatore rifatto a seguito della qualità insoddisfacente del primo materiale creatore. ### 100-liremerge-100-lire-1991-aperti-e-chiusi ### 100 LIRE ITALIA TURRITA #### 1) 100 lire 1993 – Testa piccola Come noto, durante le operazioni di coniazione della 100 lire 1993 Italia Turrita la Zecca ha prematuramente modificato sia le impronte del rovescio che del dritto. Nei vari libri e riviste che hanno trattato l’argomento, è sempre stato asserito che il passaggio dalla “testa piccola” alla “testa grande” è dipeso da una rottura del conio. Questa affermazione non convince, in quanto la rottura di un conio è un evento “normale” e che accade spesso in un processo di coniazione massivo di una moneta con una tiratura di milioni di esemplari. Per coprire una tiratura di svariati milioni di pezzi servono centinaia di coni. Il processo di fabbricazione dei coni prevede vari passaggi che sono atti a garantire la produzione di centinaia o migliaia di coni tutti uguali. Se un conio si rompe può esserne facilmente fabbricato un altro identico dal punzone riproduttore, quindi la rottura di un conio del dritto non può giustificare di per sé la modifica delle impronte. Inoltre, la rottura del conio del dritto, non giustificherebbe la modifica effettuata anche al conio di rovescio. Probabilmente la vera motivazione che ha giustificato così prematuramente la modifica delle impronte sia del dritto che del rovescio è un’altra (non certo la rottura di un semplice conio). In particolare, se si dà un’occhiata al decreto del Ministro del Tesoro 1° febbraio 1993 che ha fissato le caratteristiche tecniche ed artistiche della nuova moneta si scoprirà che le impronte riprodotte in piombo e depositate presso l’Archivio di Stato sono quelle della “testa grande”. Questa è l’immagine allegata al decreto. Sebbene sia molto sfuocata, la distanza della scritta “ITALIANA” dal bordo, fa subito capire che si tratta della cd. “testa grande”. Pertanto, in attesa di conferme ufficiali, l’ipotesi più plausibile al momento è che il cambio sia stato motivato da una non piena conformità delle impronte delle prime *tranche* di monete battute con il modello depositato presso l’Archivio di Stato. Nell’immagine qui sotto si può apprezzare a sinistra la versione “testa piccola” (la variante più rara) e a destra la versione “testa grande”. Come si può vedere la differenza tra le due è dovuta semplicemente ad un diverso rapporto di riproduzione impostato nel pantografo per produrre il materiale creatore (così come avvenuto per il dritto delle 5 lire delfino) e la data al rovescio che, come noto, viene aggiunta in una fase successiva direttamente sulla matrice. In particolare, la data della versione “testa piccola” presenta i “99” aperti, mentre la data della versione “testa grande” presenta i “99” chiusi. E’ interessante notare che di questa moneta esiste una terza versione poco conosciuta che presenta il dritto “testa grande” ed il rovescio “testa piccola” che costituisce un cd. “mulo di transizione”. Per saperne di più [CLICCA QUI](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/). #### 2) 100 lire 1995 e 1996 – Dritto Italia Turrita con “firma allineata” e “firma disallineata” Il dritto delle 100 lire Italia Turrita presenta due diverse versioni che si sono succedute nel corso degli anni. La prima versione del dritto si differenzia dalla seconda per alcuni piccoli dettagli, tra i quali il principale è la firma dell’incisore L. CRETARA. Nella prima versione le lettere della firma hanno una grandezza regolare e sono allineate, la lettera “L” ha l’asta orizzontale più lunga; per questo motivo questa versione del dritto viene identificata come “firma allineata”. Nella seconda versione le lettere della firma hanno una grandezza variabile e non sono allineate, soprattutto le due lettere “A” che sono più piccole, la lettera R ha la gamba più lunga e la lettera “L” ha l’asta orizzontale più corta; per questo motivo questa seconda versione del dritto viene identificata come “firma disallineata”. La versione “firma allineata” è stata utilizzata per le monete coniate dal 1993 al 1996, mentre la versione “firma disallineata” è stata utilizzata per le monete coniate dal 1997 al 2001. Da ricerche fatte è emerso che (almeno) in due anni – nel 1995 e 1996 – sono presenti entrambe le versioni del dritto, creando delle “varianti”. --- ## 200 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/200-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2021-08-08 ### 200 LIRE LAVORO #### 1) 200 lire 1987 – Cifre della data “distanziate” oppure “unite” #### 2) 200 lire 1990 – Firma incisore “DRIUTTI” grande e piccola La firma dell’incisore DRIUTTI presenta due conformazioni diverse. Il principale elemento di diversità è la lettera “R”. Nella versione più comune la lettera “R” ha l’asta obliqua più lunga ed è allineata alla lettera “I” (firma grande), mentre nella versione meno comune la lettera “R” ha l’asta obliqua più corta ed è posizionata più in alto (firma piccola). Ci sono anche altre piccole differenze. --- ## 500 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/500-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2022-04-22 ### 500 lire Le 500 lire bimetalliche sono la moneta della Repubblica Italiana che probabilmente presenta più varianti. In particolare, tale variabilità è dipesa principalmente dai diversi coni di dritto che si sono succeduti nel corso degli anni. L’elemento di diversità più evidente e più facilmente riscontrabile nei diversi coni di dritto è rappresentato dalla conformazione delle tre treccine di capelli del profilo di testa femminile (simbolo della Repubblica) posto al centro del dritto. Oltre a questo elemento, ce ne sono anche altri che presentano una certa variabilità, come ad esempio la grandezza o la conformazione della firma dell’incisore (Laura Cretara), la grandezza della testa, la fronte, il mento, l’occhio o i caratteri della legenda “Repubblica Italiana”. Ai fini della catalogazione che segue, l’elemento distintivo che è stato scelto per distinguere i vari coni di dritto è costituito dalla conformazione delle tre treccine di capelli, in quanto lo stesso rappresenta un connotato ben visibile e che quasi sempre distingue una variante dall’altra. Può tuttavia capitare che nello stesso anno il dritto con la medesima conformazione delle tre treccine di capelli, presenti degli elementi di sub-diversità. A titolo esemplificativo nel 1986 il dritto “Firma piccola – Testa piccola” presenta due sub-varianti dovute alla diversa conformazione dei caratteri della firma dell’incisore. A quest’ultimo riguardo, è interessante notare che il D.P.R. 29 luglio 1981 nel fissare le caratteristiche artistiche del dritto determinava che la firma dell’incisore avrebbe dovuto essere “L. CRETARA”, invece nel modello finale è stata riportata la scritta “CRETARA” omettendo l’iniziale del nome. Per quanto riguarda il rovescio, anch’esso presenta degli elementi di variabilità (meno numerosi rispetto al dritto), tra i quali i principali sono: la conformazione della cifra “5” del valore (aperta o chiusa) e la conformazione della data. Le varianti delle 500 lire ad oggi conosciute sono: - 500 lire 1982 “Firma piccola – Testa piccola I° tipo” - 500 lire 1982 “Firma piccola – Testa piccola II° tipo” - 500 lire 1984 “Firma piccola – Testa piccola” - 500 lire 1985 “Firma piccola – Testa piccola” - 500 lire 1986 “Firma grande – Treccine dritte” - 500 lire 1986 “Firma piccola – Testa piccola – Firma tipo B” - 500 lire 1987 “Firma grande – Treccine dritte” – punta del “7” della data verso l’alto - 500 lire 1987 “Firma grande – Treccine ondulate” - 500 lire 1987 “Firma piccola – Testa piccola” - 500 lire 1988 “Firma grande – Treccine ondulate” - 500 lire 1989 “Firma grande – Treccine ondulate – 5 chiuso” - 500 lire 1989 “Firma grande – Testa grande” - 500 lire 1989 “Firma grande – Treccine dritte” - 500 lire 1990 “Firma grande – Treccine dritte” - 500 lire 1990 “Firma grande – Treccine ondulate” - 500 lire 1991 “Firma grande – Testa piccola – 5 aperto – data grande” - 500 lire 1991 “Firma grande – Testa piccola – 5 chiuso – data piccola” - 500 lire 1993 “Impronte rovescio grandi (firma piccola)” - 500 lire 2001 “Firma grande – Testa piccola” Qui di seguito si riporta una tabella che riepiloga per anno le varianti ad oggi conosciute con il relativo grado di rarità. | Anno | Firma grande – Treccine dritte | Firma grande –Treccine ondulate | Firma grande – Testa grande | Firma grande –Testa piccola | Firma piccola – Testa piccola | | --- | --- | --- | --- | --- | --- | | 1982 | C | – | – | – | R | | 1983 | C | – | – | – | – | | 1984 | C | – | – | – | NC | | 1985 | C | – | – | – | NC | | 1986 | NC | – | – | – | C – NC(1) | | 1987 | C – NC(2) | NC | – | – | NC | | 1988 | C | NC | – | – | – | | 1989 | R | C – NC(3) | NC | – | – | | 1990 | NC | NC | C | – | – | | 1991 | – | – | C | NC – NC\* | – | | 1992 | – | – | – | C | – | | 1993 | – | – | – | C – NC(4) | – | | 1994 | – | – | – | C | – | | 1995 | – | – | – | C | – | | 1996 | – | – | – | C | – | | 1997 | – | – | – | C | – | | 1998 | – | – | – | C | – | | 1999 | – | – | – | C | – | | 2000 | – | – | – | – | NC | | 2001 | – | – | – | NC | NC | (1) Firma di tipo B (2) Punta del “7” della data verso l’alto (3) Rovescio con 5 del valore “chiuso” (4) Rovescio impronte grandi ### Varianti 500 lire 1982 ### Varianti 500 lire 1984 ### Varianti 500 lire 1985 ### Varianti 500 lire 1986 Le 500 lire 1986 “Firma piccola – Testa piccola” presentano a loro volta una sub-variante legata alla diversa conformazione dei caratteri della firma dell’incisore “CRETARA”, come da foto che segue. La tipologia di firma piccola “A” – oltre al 1986 – è quella utilizzata nelle 500 lire 1984, 1985, 2000 e 2001. La tipologia “B” – oltre al 1986 – è quella utilizzata nel 1987. In realtà esiste una terza tipologia di firma piccola, ma siccome è stata utilizzata solo per il 1982 non costituisce un elemento che ha introdotto una sub-variante. ##### 500-lireconfronto-firme-1986-1 ### Varianti 500 lire 1987 ##### 500-lire1987-firma-piccola-vs-grande-a-vs-grande-b-1 Le 500 lire 1987 “Firma grande – Treccine dritte” presentano a loro volta una sub-variante legata alla diversa conformazione delle cifre della data al rovescio, come da foto che segue. In particolare, si riscontra una prima versione della data con la punta del sette verso l’alto (quella meno comune) e una seconda versione della data con la punta del sette verso il basso (quella più comune). La tipologia di data con la punta del sette verso l’alto è anche quella utilizzata nelle 500 lire 1987 “Firma piccola – testa piccola” e 500 lire 1987 “Firma grande – treccine ondulate”. ### 500-lireconfronto-7-della-data ### Varianti 500 lire 1988 ### Varianti 500 lire 1989 ### Varianti 500 lire 1990 ### Varianti 500 lire 1991 ### Varianti 500 lire 1993 ### Varianti 500 lire 2001 E’ interessante notare che nel 2001 le 500 lire sono state coniate solo per essere inserite nelle divisionali. Pertanto, le due varianti si possono trovare solo all’interno dei blister confezionati dalla Zecca. Al momento non è ancora chiaro quale sia la variante più rara e convenzionalmente si stabilisce che la variante sia la 500 lire “Firma grande – Testa piccola”, in quanto la stessa si pone in discontinuità rispetto al precedente anno in cui sono state coniate solo 500 lire “Firma piccola – Testa piccola”. La 500 lire “Firma grande – Testa piccola” è con tutta probabilità l’ultima 500 lire ad essere stata coniata dalla Zecca Italiana. --- ## 1000 lire - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/1000-lire/ - Sezione: Varianti - Ultima modifica: 2021-07-28 ### 1000 LIRE #### 1) 1000 lire 1997 “Germania divisa” e “Germania unita” Quarant’anni dopo l’episodio delle 500 lire con le bandiere controvento, un errore simile si è verificato con le nuove 1000 lire bimetalliche. Infatti, dopo poco la loro entrata in circolazione, l’11 novembre 1997 il numismatico comasco Arturo Arcellaschi scoprì che sul rovescio della moneta, dove è raffigurata la cartina dell’Europa, la Germania veniva raffigurata con i confini orientali antecedenti alla caduta del muro di Berlino, ovvero senza la *Deutsche Demokratische Republik* (DDR), vale a dire l’*ex* Repubblica Democratica. Arcellaschi ha poi confezionato una serie limitata a 200 pezzi da lui autografata contenente quattro monete del 1997: 1000 lire Germania divisa, 1000 lire Germania unita, 1000 lire Vaticano e 1000 lire San Marino (cfr. immagine qui di seguito). La Zecca ha subito giustificato tale errore come “*un’interpretazione artistica di un disegno*”. Peraltro, si osserva che i confini della Germania non erano l’unico errore, visto che non si distinguevano i confini dell’Olanda, i confini dell’Austria e della Svizzera erano approssimativi ed i confini della Danimarca erano sbagliati. Anche in questo caso la scoperta dell’errore ebbe una rilevante risonanza mediatica e furono molte le polemiche, tanto che l’allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, si è dovuto ufficialmente scusare con l’ambasciata tedesca a Roma, esprimendo “rincrescimento” per il clamoroso errore. Inoltre, il ministro ordinò l’immediato blocco della produzione della moneta. La Zecca dovette quindi nel giro di una settimana preparare un nuovo modello di moneta con i confini della Germania esatti, per poi riprendere la produzione. Tuttavia, anche il secondo conio della moneta continuava a presentare degli errori visto che la posizione geografica della Danimarca era sbagliata. Inoltre, uno studioso astronomico ha osservato che “*sul retro della moneta sono segnati quattro paralleli che, ad occhio, si possono stimare per quelli con latitudine 34°, 44°, 54° e 64° Nord e quattro meridiani, dei quali i due centrali possono essere stimati, sempre ad occhio, uno per quello di Greenwich e l’altro per quello con longitudine 30° Est*”. Al riguardo, va ricordato che “*tutti i meridiani congiungono idealmente il Polo Nord con il Polo Sud ed hanno, quindi, la massima distanza fra loro in corrispondenza dell’equatore*”. Ciò posto, si può apprezzare l’errore che riguarda “*i due meridiani centrali hanno curvatura che li porta ad intersecarsi in prossimità del 18° grado di latitudine nord, cioè nell’emisfero boreale, tra il Tropico del Cancro e l’Equatore, mentre tutti i meridiani congiungono idealmente il Polo Nord con il Polo Sud, per cui hanno la massima distanza fra loro in corrispondenza dell’equatore*”[2]. --- ## Introduzione - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/introduzione/ - Sezione: Introduzione › Approfondimenti - Ultima modifica: 2020-07-24 ### La nascita di una passione… Tutto ebbe inizio circa 20 anni fa, quando da ragazzino un compagno di classe mi chiese di scambiare una moneta da 500 lire “sbagliata” con una “normale”, in quanto non veniva accettata dal videogioco posto nel bar vicino alla nostra scuola. Ai miei occhi, quella moneta non sembrava affatto “sbagliata”, ma piuttosto “speciale” e così accettai lo scambio e decisi di conservarla gelosamente, come se fosse un piccolo tesoro. In quel momento si è accesa una piccola fiamma, da cui si è sviluppato pian piano il fuoco di una passione che dura fino ad oggi. Le domande che mi ponevo erano molte, ma all’epoca la cultura numismatica italiana era ancora timorosa di aprire le porte ad una nuova forma di collezionismo che invece oltreoceano era ormai ben radicata da parecchi anni e si andava diffondendo con tassi di crescita a due cifre. Testardo e determinato com’ero (e come sono), decisi che se le risposte a quelle domande non potevo scoprirle leggendo i libri o le riviste di numismatica disponibili in edicola o in biblioteca dovevo cercarle altrove, con tanto studio e applicazione sul campo. Così feci e, dopo quasi due decenni di ricerche, gran parte di quelle domande hanno trovato una risposta che con questo sito voglio condividere con gli altri collezionisti che, come me, ritengono “speciale” quella moneta “sbagliata”, nella speranza che almeno uno di loro sia un giovane collezionista che si stia ponendo le mie stesse domande. Ora, la più importante domanda a cui ogni collezionista di errori di coniazione deve saper rispondere per essere in grado di distinguere gli errori genuini da quelli manomessi o artefatti è come gli stessi si formano. Una risposta a tale domanda richiede evidentemente una profonda conoscenza delle varie fasi del processo di coniazione e la loro evoluzione nel tempo. Infatti, per saper identificare un errore di un determinato processo è quantomeno indispensabile conoscere come avrebbe dovuto funzionare quel processo in modo corretto. Per questo motivo, la prima parte del sito è dedicata ad un’esposizione della storia delle tecniche e delle tecnologie di coniazione, con una descrizione dettagliata del moderno processo di coniazione delle monete destinate alla circolazione. Solo dopo aver appreso i concetti base di tale processo è possibile analizzare nella seconda parte del sito i singoli errori, illustrandone le varie cause ed effetti. Al riguardo, va sempre ricordato che le monete contemporanee sono il prodotto di un processo sempre meno artigianale e sempre più industriale, con sistemi di controllo di qualità molto sofisticati e precisi che rendono gli errori di coniazione meno frequenti ed evidenti. Tuttavia, seppure meno numerosi, gli errori accadono ancora oggi e magari anche sotto forme diverse rispetto al passato. Da una certa prospettiva, la presenza degli errori di coniazione è la dimostrazione che dietro questo processo c’è ancora (e sempre ci sarà) la mano dell’uomo; magari non a battere con il martello il conio, ma pur sempre a costruire dei macchinari sempre più avanzati, anche se ancora non perfetti al 100%, oppure a disegnare con l’aiuto del *computer* le due facce della moneta oppure a regolare la pressa monetaria. Come detto, le monete con errori sono la prova tangibile di problemi nel processo di coniazione che, se non finissero tra le nostre mani, non riusciremmo a conoscere ed analizzare. Per esperienza diretta, posso affermare che si può apprendere molto di più sul processo di coniazione dall’osservazione delle monete con errori che non leggendo tutti i libri disponibili sull’argomento ed è forse la parte più appassionante di questa forma di collezionismo. Infatti, essere in grado di ricostruire a ritroso la causa di un errore partendo dal suo effetto (la moneta) è a mio avviso un’esperienza estremamente gratificante e che ci consente di conoscere alcuni aspetti della numismatica fino ad oggi poco approfonditi. Per questo motivo ritengo che gli errori di coniazione meritino di essere studiati in modo approfondito, anche dai collezionisti di monete “normali”. Malgrado ciò, ancora oggi in Italia gli errori di coniazione vengono considerati con superficialità e spesso ritenuti non degni di essere collezionati e studiati, anche se negli ultimi anni sta sempre più aumentando l’interesse per questa “nicchia” della numismatica, soprattutto grazie ad alcuni recenti contributi bibliografici sul tema e ad alcuni errori celebri (es. 1.000 lire 1997 “Germania divisa”) che hanno fatto da risonanza a quanto silenziosamente stava pian piano già emergendo. Inoltre, anche *internet* sta contribuendo a diffondere maggiori informazioni sull’argomento, grazie ai numerosi *forum* dedicati alla numismatica, dove gli utenti possono segnalare la scoperta di nuovi errori, ed ai siti di aste *on-line* che creano un mercato di compravendita diretto tra i collezionisti. Infatti, i commercianti tradizionali raramente offrono in vendita errori di coniazione e quando ciò accade spesso si tratta di esemplari che hanno acquisito all’interno di una collezione di monete più ampia. Tuttavia, il nostro Paese è ancora agli albori se paragonato ad altri Stati ed in particolare agli Stati Uniti, dove ci sono numerose associazioni dedicate a questa branca della numismatica – tra cui la più famosa è la [CONECA](http://conecaonline.org) (*Combined Organizations of Numismatic Error Collectors)* che pubblica ogni due mesi un’apposita rivista specialistica (*Error Scope*) -, dove ci sono vari commercianti specializzati che acquistano e vendono solo errori di coniazione e dove sono stati pubblicati libri dedicati unicamente a questo argomento, addirittura a partire dagli anni sessanta. Si pensi che nel 1977 alla *Convention* di Atlanta della *American Numismatic Association* (la più importante associazione di numismatica statunitense) è stata istituita per la prima volta un’apposita categoria dedicata agli errori di coniazione. Questa diffidenza ideologica presente nel nostro Paese, oltre che ad una scarsa conoscenza del fenomeno, è anche attribuibile ad alcuni fenomeni delittuosi che minano la credibilità di questa forma di collezionismo. In particolare, non mi riferisco solo ad ipotesi di contraffazione o falsificazione, visto che ciò si verifica in tutte le forme di collezionismo, ma soprattutto a comportamenti incresciosi di alcuni addetti della Zecca che hanno creato appositamente degli errori di coniazione al solo fine di rivenderli illecitamente ad alcuni collezionisti incauti. Malgrado ciò, il collezionismo degli errori di coniazione è un’area della numismatica con altissimi potenziali di crescita e ormai numerosi collezionisti si cimentano ogni anno in questa affascinante nicchia della numismatica. Il tipico collezionista di errori di coniazione è un “normale” collezionista di monete (generalmente moderne) che ha passato diversi anni a raccoglierle, suddividendole per millesimo, e che vuole fare un ulteriore passo in avanti comprendendo meglio il processo di coniazione ed i suoi malfunzionamenti. Tuttavia, spesso a causa delle pochissime informazioni a disposizione, questo collezionista non comprende fino in fondo le varie forme di errore, non capisce l’origine di tali errori e non sa riconoscerne l’autenticità. Pertanto, spesso abbandona l’impresa oppure si limita a collezionare “passivamente” le principali varianti ed errori riportati nei cataloghi, vittima di fenomeni speculativi che rischiano di rovinare questa forma di collezionismo. Per questo motivo, prima di investire in errori di coniazione, ritengo sia fondamentale investire in conoscenza per cercare di trovare le risposte ai numerosi dubbi che possono sorgere. Solo una volta appresi i concetti base che consentano di riconoscere gli errori autentici da quelli artefatti e di distinguere un errore raro da uno comune, sarà possibile avviare una collezione che potenzialmente non ha limiti! *Andrea Del Pup* --- ## Errori celebri - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/errori-celebri/ - Sezione: Errori celebri › Approfondimenti - Ultima modifica: 2022-04-30 ### Elenco degli errori celebri analizzati nel sito [1 centesimo 1913 prora “quattro mani”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 centesimo 1915 prora “quattro mani”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 centesimo 1915 prora “doppio orecchio”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 dollaro 2000 “Sacagawea Mule”](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [1 eurocent Italia 2002 “doppio Castel del Monte”](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [1 eurocent riportante su entrambe le facce il diritto](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [1 lira “Natoleone”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [1 lira 1915 Quadriga briosa “doppio orecchio”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 lira 1939 “doppia firma”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 lira 1940 XVIIII “quattro stanghette”](https://www.erroridiconiazione.com/c-3-danneggiamenti-del-conio/) [1 penny 1955 Lincoln Doubled Die](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [1 rublo 1978 con ora dell’orologio errata “VI” anziché “IV”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [10 lire 1935](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [10 lire del 1991 aratro rovesciato](https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/) [100 lire 1972 / (barretta dopo la data)](https://www.erroridiconiazione.com/c-3-danneggiamenti-del-conio/) [1000 lire 1996 Olimpiadi di Atlanta “fiaccola controvento”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [1000 lire 1997 “Germania divisa”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [1000 reis con la scritta “BBASIL” anziché “BRASIL”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [2 “New” pence 1983](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [2 cent 1967 Nuova Zelanda con 5 cent Bahamas](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [2 centesimi 1861 e 1862 “N” grande](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-1-lettere-o-numeri-ribattuti/) [2 centesimi 1910 prora “tre braccia e tre seni”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [2 centesimi 1915 prora “quattro mani”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [2 centesimi 1915 prora “tre braccia”](https://www.erroridiconiazione.com/c-8-2-sdoppiamento-del-conio/) [2 eurocent 2002 “Centesimo Mole”](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [2 lire 1958 con danneggiamento del conio](https://www.erroridiconiazione.com/c-3-danneggiamenti-del-conio/) [20 centesimi “esagono” ribattuti](https://www.erroridiconiazione.com/b-9-1-storia-20-cent-esagono/) [20 eurocent 1999 Italia](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [20 lire 1970 “P anziché R”](https://www.erroridiconiazione.com/c-5-conio-ostruito/) [20 pence 2008 mule senza data](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [200 lire “collo lungo”](https://www.erroridiconiazione.com/c-4-conio-usurato/) [200 lire 1978 “mezzaluna sotto il collo”](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-5-rottura-centrale/) [200 lire 1979 “testa pelata”](https://www.erroridiconiazione.com/c-4-conio-usurato/) [5 centesimi 1913 “con punto”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [5 lire 1872 di Vittorio Emanuele II con il bordo più largo](https://www.erroridiconiazione.com/c-7-errori-sulla-virola/) [5 lire 1969 con l’uno capovolto](https://www.erroridiconiazione.com/c-2-5-rottura-centrale/) [5 lire 1989 timone rovesciato](https://www.erroridiconiazione.com/b-8-coni-mal-posizionati/) [50 centesimi 2008 del Cile](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [50 lire “micro” 1984](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [50 øre 2011 della Norvegia con “11” rovesciati](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [100 lire 1993 “mulo di transizione”](https://www.erroridiconiazione.com/b-11-battitura-con-coni-errati/) [500 lire 1957 con “bandiere controvento”](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [500 lire 1958 Città del Vaticano – Sede vacante senza accento](https://www.erroridiconiazione.com/c-9-errori-sulle-impronte/) [500 lire 1974 Guglielmo Marconi con legenda del contorno invertita](https://www.erroridiconiazione.com/b-12-errori-sul-contorno/) --- ## Tl – Altri errori sul tondello - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/t-9-altri-errori-sul-tondello/ - Sezione: Altre pagine › Approfondimenti - Ultima modifica: 2021-10-20 Oltre alle tipologie di errori sopra analizzate, ne esistono molte altre di minori e forse meno conosciute e quindi meno ricercate dai collezionisti. A titolo esemplificativo, e non esaustivo, si ricordano: 1. **“mancanze” di metallo**: invero si tratta di avvallamenti derivanti dall’interposizione di corpi estranei tra la lastra di metallo e i rulli compressori durante la fase della laminazione. A differenza dei tondelli “laminati”, i tondelli di questo tipo presentano nella zona avvallata una superficie molto liscia e l’avvallamento ha solitamente una forma ben distinta; 2. **errori da “orlettatura” assente o impropria**: può accadere che alcuni tondelli saltino l’operazione di orlettatura oppure altri vengano orlettati da una macchina impostata in modo non corretto e che quindi presentino un bordo non regolare. Questa tipologia di errore è difficilmente riscontrabile sulle monete battute regolarmente, in quanto la battitura solitamente cancella eventuali tracce di difetti sull’orletto. Tuttavia, se la battitura non avviene correttamente (ad esempio nel caso di battitura decentrata), è possibile riscontrare questa tipologia di errore; 3. **errori da “ricottura” impropria**: nei casi in cui i tondelli rimangano per un periodo di tempo prolungato all’interno delle fornaci di ricottura ovvero ci sia un eccesso di ossigeno nell’atmosfera modificata in cui si trovano i tondelli durante la fase di ricottura, si possono generare dei cambiamenti nella lega metallica di cui sono composti i tondelli ed il metallo potrebbe essere maggiormente ossidato. Ad esempio, nei tondelli in una lega di rame (75%) e nichel (25%) un’esposizione prolungata all’interno delle fornaci di ricottura può causare che gli atomi del rame “migrino” sulla superficie del tondello formando uno strato di materiale puro facilmente soggetto a sgretolamento. --- ## C.9.3 Sdoppiamento da usura - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/c-9-3-sdoppiamento-da-usura/ - Sezione: Altre pagine › Approfondimenti - Ultima modifica: 2020-03-26 Un’altra forma molto comune di sdoppiamento delle impronte è quella derivante dall’usura del conio. Similmente allo sdoppiamento da danno meccanico, questa tipologia di errore è generalmente confusa con un errore da conio doppio, che invece è molto più raro, oppure ancora più banalmente con una doppia battitura. Invece, a sostanziale differenza dallo sdoppiamento da danno meccanico, l’errore in parola non si origina per effetto della battitura, bensì è legato ad un problema sul conio. In particolare, come è già stato evidenziato, dopo centinaia di migliaia di battiture la superficie del conio può cominciare a mostrare gli effetti di un suo deterioramento. Siccome con la battitura il metallo viene spinto dalla pressione dentro le cavità del conio, quest’ultime sono sottoposte ad un forte *stress* e gradualmente gli angoli più acuti iniziano ad erodersi. In altre parole, il bordo delle impronte, e nello specifico gli elementi della figura più stretti ed in rilievo (come lettere o numeri), iniziano ad arrotondarsi e a smussarsi formando delle depressioni vicino tali impronte. Naturalmente queste nuove cavità secondarie – solitamente meno profonde della cavità principale da cui si originano – formeranno delle immagini in rilievo sulla superficie della moneta. Inoltre, visto che queste impronte secondarie sono vicine alle impronte primarie, si può originare un effetto di sdoppiamento dell’immagine che prende il nome di “sdoppiamento da usura del conio”. Questo effetto può assumere diversi tipi di forme. Solitamente questo effetto di sdoppiamento ha un aspetto più tondeggiante, meno regolare e più “tozzo” rispetto allo sdoppiamento da danno meccanico e le impronte secondarie possono coinvolgere entrambi i lati dell’impronta principale (cfr. immagine qui a lato – fusto dell’albero d’ulivo delle 100 lire Minerva). Al riguardo, va anche osservato che nella monetazione italiana questo effetto tende ad assumere una forma più regolare e lineare rispetto ad altre monetazioni estere e questo è essenzialmente dovuto al fatto che i coni impiegati dalla zecca italiana venivano (e probabilmente vengono tutt’oggi) ricoperti da un sottile strato di nitruro di cromo che rende più resistente la superficie. Ciò rende ancora più difficile distinguere questo effetto dai danneggiamenti da schiacciamento. *Figura 199 – A sinistra 100 lire 1974 e a destra una moneta statunitense con un forte sdoppiamento da usura* **Figura 199 – A sinistra 100 lire 1974 e a destra una moneta statunitense con un forte sdoppiamento da usura** --- ## Quando uno sfrido diventa moneta… - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/quando-uno-sfrido-diventa-moneta/ - Sezione: Altre pagine › Approfondimenti - Ultima modifica: 2020-07-29 **Autore:** *Cosimo Manisi* Nel tentativo di rendere più economica la coniazione delle monete da 5oo lire bimetalliche si pensò di recuperare la parte centrale dell’anello esterno, eliminata come scarto di lavorazione, per la fabbricazione di monete di taglio inferiore. Questa filosofia ispirò l’emissione delle monete di diametro inferiore da 50 e 100 lire (cfr. Nicola Ielpo, La fabbrica del denaro). Come dimostrato successivamente attraverso delle indagini, il Ministero del Tesoro avrebbe pagato a prezzo pieno il prodotto della lavorazione dei citati tondelli (cfr. Domenico Luppino, Stato e collezionismo indagine sulla numismatica). Nel 1990 ci fù l’emissione delle 50 lire III° conio e delle 100 lire II° conio. Molte persone leggendo i testi si sono posti una domanda, quali monete sono state fatte con lo scarto delle 500 lire bimetalliche? La 50 lire o la 100 lire mignon oppure entrambe? La sensazione era che solo le 50 lire fossero state ricavate dallo scarto delle 500 lire, il problema era dimostrarlo e fornire le prove tecniche. Elemento fondamentale per ricavare lo scarto (tondello) è lo studio della rastremazione, esaminando anelli esterni con dentini o linguette. ### Cos’è la rastremazione? La rastremazione è la riduzione di sezione che subisce l’anello esterno, al fine di alloggiare il tondello o disco interno in bronzital, avviene per schiacciamento da entrambi i lati. L’area di rastremazione si trasferisce in parte sul piano di alloggiamento e in parte sul dentino o linguetta. Questo calcolo si basa su quote prese in scala dal brevetto Fig.1 e dagli anelli esterni non coniati provenienti dai cofanetti emessi dalla Nuova Sias oltre a tondelli coniati del 1982 smontati al fine di rilevare quote non riportate nel brevetto. Nella seguente foto si può apprezzare un anello esterno non assemblato di proprietà di Giacosa Pablo, dove viene evidenziata l’area di rastremazione e l’anello esterno con otto dentini a 45° che sporgono integralmente verso l’interno in una direzione radiale. Di seguito si riporta la vista in sezione dell’area di ratremazione con le quote. ### Conclusioni Da queste quote, si può agevolmente dimostrare che dall’anello esterno delle 500 lire è stato ricavato il solo tondello da 50 lire III° conio, il cui diametro prima dell’orlettatura era 17 mm, mentre dopo essere stato orlettato diventa 16,3/16,4 mm (media dei tondelli non coniati orlettati). Il 100 lire II° conio tondello non coniato orlettato ha un diametro di 18 mm, quindi superiore a 17,1 mm come evidenziato sopra (vista in sezione area di rastremazione), di conseguenza prima dell’orlettatura presentava un diametro superiore a 18. Si riporta qui di seguito l’immagine di un anello esterno delle 500 lire rastremato ma non assemblato, con inserito all’interno del foro un tondello delle 50 lire III° conio; la sovrapposizione è perfetta! Inoltre, questi tondelli, sfridi o scarti di produzione sono stati utilizzati già nel 1989 per coniare un progetto di monetazione illecita il 50 lire II° tipo con data 1984 con peso e diametro uguali al 50 lire III° conio. Detto progetto non può essere considerata moneta perché è assente qualsiasi tipo di documentazione che ne autorizzasse la coniazione. Per chi fosse interessato alla dimostrazione tecnica completa può scaricare lo studio di Cosimo Manisi qui di seguito --- ## Traduzione - Indirizzo: https://www.erroridiconiazione.com/traduzione/ - Sezione: Altre pagine › Approfondimenti - Ultima modifica: 2020-07-06 [https://www.erroridiconiazione.com/files/traduzione__articolo-mike-diamond-su-100-lire-1979.pdf](https://www.erroridiconiazione.com/files/traduzione__articolo-mike-diamond-su-100-lire-1979.pdf) — Scarica articolo **Traduzione** La più rara forma di sdoppiamento meccanico è la duplicazione delle impronte circoscritta al bordo (d’ora in poi “RRDD”). Si verifica quando il conio si ritrae dalla superficie della moneta, si sposta lateralmente e tocca leggermente il bordo lasciando una porzione delle impronte in rilievo. La RRDD si supponeva fosse limitata alla faccia della moneta battuta dal conio di martello. Ciò lo si desumeva dal fatto che il conio di incudine è così strettamente imbrigliato dalla circostante virola che il contatto tra il conio inferiore ed il bordo della moneta appena coniata dovrebbe essere impossibile. Questo vincolo spiega anche perché gli esempi più marcati delle due forme di sdoppiamento meccanico conosciute (sdoppiamento da schiacciamento o da scivolamento) sono generate dal conio di martello. Queste assunzioni storiche e i modelli prestabiliti sono stati recentemente ribaltati dalle immagini della moneta commemorativa di 100 lire del 1979 che mi ha mandato Andrea Del Pup. La RRDD è presente in entrambe le facce. Posizionate lungo il bordo del dritto tra ore 07:00 e le ore 08:00 ci sono in rilievo le lettere “REP”. Collocata lungo il bordo del rovescio tra ore 10:30 e 12:00 c’è la parte superiore delle lettere “NUTRIRE IL”. La moneta è stata battuta con un allineamento dei coni “a moneta”; perciò la direzione della RRDD è leggermente differente nelle due facce. Non sono sicuro di quale fosse il conio di martello. Tutte e due le facce della moneta mostrano un forte sdoppiamento meccanico da schiacciamento. Un rimbalzo da est ad ovest del conio di dritto ha generato un forte scalino dietro la testa e il collo della figura femminile. Al rovescio, un rimbalzo del conio in direzione nord-ovest ha prodotto un forte sdoppiamento delle prime due cifre del valore “100”. Le rilevanti differenti direzioni del movimento dei coni tra le due facce è tipico dello sdoppiamento meccanico da schiacciamento bi-facciale ed elimina la possibilità di una seconda debole battitura come causa dello sdoppiamento. Del Pup mi ha mandato delle immagini di una seconda moneta battuta dalla stessa coppia di coni (non mostrata in questo articolo). Questa seconda moneta mostra uno sdoppiamento meccanico da schiacciamento bi-facciale che è quasi identico al primo esemplare in termini di posizionamento, direzione ed intensità, ma manca la RRDD. La direzione dello sdoppiamento da schiacciamento e della RRDD del rovescio della prima moneta sembra coincidere, suggerendo che un singolo contatto del conio possa essere responsabile di entrambi. Invece, le rispettive direzioni dello sdoppiamento da schiacciamento e della RRDD del dritto sono separate da oltre 45°, presupponendo almeno due tocchi. Rimbalzi del conio multipli e multi-direzionali sono ben noti nella monetazione domestica ed estera. Importanti implicazioni derivano da questo primo esempio di RRDD bifacciale, in parte generato anche dal conio d’incudine: 1. riafferma che la RRDD è una forma di sdoppiamento meccanico; 2. la presenza di RRDD sulla faccia battuta dal conio d’incudine suggerisce che la moneta non era più circoscritta nella virola durante la ritrazione del conio e che la virola si è spostata lungo il conio d’incudine; 3. una diagnosi di RRDD è ora più probabile per il centesimo Lincoln del 1987 coniato a Denver e descritto in questa rivista il 21 ottobre 2013. Il bordo del rovescio (generato dal conio di incudine) riportava tracce della scritta “STATES OF AMERICA”; 4. una diretta associazione tra RRDD e sdoppiamento meccanico è stabilita per la seconda volta. L’altro esempio è un dollaro del Presidente Thomas Jefferson proof del 2007 coniato a San Francisco e descritto in questa rivista il 6 dicembre 2010.